La Strategia del golpe blando

di Enrique Orellana (Somos iglesia de Chile)

Il cosiddetto “golpe blando” o “golpe morbido” è una strategia di “azione non violenta” ideata dal politologo e scrittore americano Gene Sharp, verso la fine dello scorso secolo e si è estesa durante l’ultimo decennio dell’attuale.

In una opportunità Sharp indicò che «la natura della guerra del XXI secolo è cambiata (…) Noi combattiamo con armi psicologiche, sociali, economiche e politiche».

Sotto questo aspetto Sharp segnala che «nei Governi, se i soggetti non obbediscono, i leader non hanno potere. Queste sono le armi che attualmente si usano per abbattere i Governi senza ricorrere alle armi convenzionali».

Per lo scrittore americano, in questo momento le guerre che si combattono “corpo a corpo” non sono efficaci e, inoltre, implicano enormi costi economici e di spostamento. Un esempio di ciò sono le costosissime operazioni militari degli Stati Uniti in paesi quali l’Iraq e l’Afganistan che si sono protratte per più di un decennio.

Per tale motivo Sharp scommette su una serie di misure che mirano all’indebolimento del governo con l’obiettivi di realizzare la frattura istituzionale, «come stanno cercando di fare in Venezuela», secondo il presidente ecuadoriano Rafael Correa, tra altri esperti.

L’autore del polemico saggio dal titolo Dalla dittatura alla democrazia, nel quale si descrivono 198 metodi per abbattere i Governi mediante “golpe morbidi”, considera che la strategia si possa eseguire in cinque passi che l’agenzia di stampa Russia Today (RT) ha compilato:

  1. La prima tappa consiste nel promuovere azioni non violente per generare e promuovere un clima di malessere nella società. Tra queste azioni si possono annoverare le accuse di corruzione, potenziamento degli intrighi o divulgazione di rumors.
  2. La seconda tappa consiste nello sviluppare campagne per la «difesa della libertà di stampa e dei diritti umani», accompagnate da accuse di totalitarismo contro il Governo in carica.
  3. La terza tappa si fonda nella lotta attiva per le rivendicazioni politiche e sociali e nella manipolazione delle masse affinché intraprendano manifestazioni e proteste violente, minacciando le istituzioni.
  4. La quarta tappa si basa sull’esecuzione di operazioni di guerra psicologica e di destabilizzazione del Governo, creando un clima di “ingovernabilità”.
  5. La quinta e ultima tappa ha come scopo costringere alla rinuncia il Presidente di turno, mediante sommosse stradali per il controllo delle istituzioni, mantenendo nel frattempo alta la pressione nella strada. Parallelamente si prepara il terreno per un intervento militare, mentre si sviluppa una guerra civile prolungata con isolamento internazionale del paese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione - Si ringrazia Rosa Schiano per la indicazione della vignetta.]

 

Debito ecologico: l’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità

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di Fabrizio Verde

21nov2013.- Con ancora negli occhi le tremende immagini di morte e distruzione provenienti dalle Filippine, hanno raggiunto Varsavia per la 19° Conferenza degli Stati Membri della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) e del Protocollo di Kyoto, le delegazioni di 195 paesi, riunitesi al fine di delineare una strategia comune di salvaguardia dell’ambiente e per giungere a una significativa riduzione dell’emissione dei gas serra entro l’anno 2020.

Un incontro non decisivo, ma propedeutico, al Summit dei Capi di Stato in programma a Lima nel settembre del 2014 e alla successiva Conferenza di Parigi (2015) dove presumibilmente verrà stretto un accordo giuridicamente vincolante sull’emissione dei gas serra. Tra le delegazioni presenti si è distinta quella ecuadoriana – guidata dal Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia – per la nettezza delle posizioni espresse e la «sfida» lanciata alle nazioni industrializzate attraverso la proposta delle Emissioni nette Evitate (ENE).

L’Ecuador mette i paesi ricchi di fronte alle proprie responsabilità. La proposta dello stato andino prevede che vi siano compensazioni economiche e benefici oltre al trasferimento di tecnologie – per scongiurare l’aumento delle emissioni in atmosfera dei gas serra – a quei paesi in via di sviluppo che s’impegnano a ridurre le quantità di sostanze inquinanti prodotte. Insomma, l’Ecuador ripropone lo stesso meccanismo ideato per il progetto Yasuni-ITT dove si è ancora una volta evidenziata la grande ipocrisia dei paesi ricchi. Quegli stessi paesi che hanno un immenso debito ecologico da saldare con le popolazioni mondiali, ma nessuna intenzione di far seguire agli impegni e alle belle parole spese in difesa dell’ambiente i conseguenti atti necessari. A partire dallo stanziamento risorse economiche.

«L’impostazione della nostra proposta prevede, per quei paesi in via di sviluppo come il nostro – spiega il Ministro dell’Ambiente Lorena Tapia secondo quanto riportato dal quotidiano ‘El Telegrafo’ – la possibilità di ricevere benefici economici e trasferimenti di tecnologia e capacità per evitare l’emissione di gas serra».

Secondo i rappresentanti dello stato guidato da Rafael Correa le risorse economiche necessarie a concretizzare la proposta dovrebbero essere attinte dal Fondo Verde per il Clima dell’Onu (Green Climate Found) istituito in seguito al Vertice di Copenhagen del 2009, dove i paesi industrializzati si erano i impegnati al suo finanziamento. Il fondo dovrebbe essere finanziato con 6 miliardi di dollari all’anno, ma a tutt’oggi le risorse disponibili sono pari a zero.

«Il cambiamento climatico – spiega il funzionario ecuadoriano Daniel Ortega – comporta una responsabilità storica, il debito ecologico è il risultato di un modello di sviluppo e accumulazione della ricchezza insostenibile, dove l’ambiente è stato percepito come un inghiottitoio».

Posizione peraltro appoggiata dalla delegazione venezuelana guidata da Claudia Salerno – facente parte insieme all’Ecuador e altri paesi in via di sviluppo del G77+China – «famosa» per aver battuto così vigorosamente la mano sul tavolo nel tentativo di farsi ascoltare, durante il vertice del 2009 a Copenhagen, fino a farla sanguinare. «Quando vedete paesi sviluppati così avventuristi – ha dichiarato la funzionaria venezuelana – da affermare di non prendere nemmeno in considerazione la possibilità di una diminuzione delle emissioni, e di non voler pagare i costi che le loro omissioni in materia ambientale hanno sulle vite degli altri, questo è davvero un comportamento rozzo e molto complicato da maneggiare politicamente».

Sin pobreza ma con naturaleza. Ancora una volta l’Ecuador si conferma come un paese all’avanguardia per quanto riguarda l’ambiente e diritti della natura, che giova sempre ricordarlo lo stato andino ha inserito nella propria costituzione. Caso unico, in un mondo dominato dalla ricerca spasmodica del massimo profitto.

Ad ogni modo, come ha più volte ricordato il presidente Rafael Correa, l’Ecuador continua a lavorare alacremente per sradicare in maniera definitiva la povertà: così i proventi dallo sfruttamento dell’uno per mille del parco Yasuni, nonostante le critiche strumentali di certi settori minoritari dell’ambientalismo estremo, saranno destinati a questo scopo. «Non faremo morire di fame la nostra gente – affermò Correa – per supplire all’irresponsabilità dei contaminatori globali. Andiamo a sfruttare il blocco ITT con la massima responsabilità sociale e ambientale, per superare più rapidamente la povertà».

Inoltre bisogna ricordare che in Ecuador è in atto il cambiamento della matrice produttiva e la nazione si avvia sempre più verso un utilizzo maggiore delle fonti di energia pulita, in luogo dei combustibili di origine fossile. Nell’Ecuador della Revolucion Ciudadana i diritti sociali avanzano rapidamente, così come si fanno passi da gigante nella salvaguardia dell’ambiente, come dimostra in maniera lampante la forte campagna legale e di denuncia intrapresa contro la multinazionale Chevron che in Amazzonia ha prodotto una vera e propria devastazione ambientale.

 

Le mani sporche della multinazionale petrolifera statunitense Chevron

di Geraldina Colotti

18Set2013.- ECUADOR: Il presidente Rafael Correa ha dato inizio alla campagna contro la Chevron per danni ambientali. «La mano negra de Chevron», la mano sporca della Chevron. Si chiama così la campagna lanciata da Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, contro la multinazionale statunitense che ha acquisito la precedente Texaco.

Correa ne ha illustrato i termini durante un viaggio in Amazzonia in cui si è soffermato soprattutto nei pressi del pozzo petrolifero Aguarico 4, nella regione di Sucumbios, dove ha operato la compagnia Usa. La multinazionale, che ha spadroneggiato in quella zona tra il 1972 e il 1990 sotto il marchio Texaco, prima di essere acquisita dalla Chevron nel 2001, ha contaminato l’area e per questo è stata condannata a pagare una multa di 19 miliardi di dollari per gravi danni ambientali, nel febbraio 2011. E si rifiuta di pagare, minacciando anzi pesanti ritorsioni.

Tutto si era messo in moto quando un tribunale di Sucumbios aveva riconosciuto legittime le denunce presentate dagli avvocati di 30.000 abitanti della regione, e aveva fissato a 9,5 miliardi di dollari l’ammenda. La sentenza prevedeva anche che la compagnia porgesse «pubbliche scuse alle vittime», pena l’aumento della sanzione. Chevron ha però cercato di scaricare tutte le responsabilità sull’azienda statale ecuadoriana Petroecuador e ha presentato ricorsi su ricorsi.

Ha anche sostenuto che la controparte ha corrotto i giudici per addomesticare la sentenza e si è nuovamente appellata al Ciadi, un organismo di arbitraggio internazionale che i paesi progressisti dell’America latina disconoscono per la sua permeabilità agli interessi delle grandi corporations. Il Ciadi ha già ritenuto illegali le espropriazioni delle grandi compagnie petrolifere messe in atto nel Venezuela bolivariano di Hugo Chávez e il 5 ottobre tornerà a decidere sull’Ecuador, altro paese dell’America latina che ha deciso di impiegare le risorse petrolifere per il benessere degli strati popolari. La Chevron accusa l’Ecuador di aver disatteso il Trattato bilaterale di protesione degli investimenti (Tbi) con gli Stati uniti. L’Ecuador ribatte che il Tbi è entrato in vigore nel 1997, cinque anni dopo che Texaco aveva abbandonato il paese.

L’applicazione retroattiva del trattato sarebbe «un’autentica aberrazione giuridica», ha affermato il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, e ha messo in guardia la multinazionale Usa «dallo screditare un paese come il nostro» e ad adempiere invece a «quanto prescritto dalle leggi ecuadoriane». D’altro canto – ha detto Correa – è chiaro che solo Texaco ha sfruttato Aguarico 4, «abbandonandolo definitivamente nel 1992». Una zona che non è mai stata bonificata e per questo la campagna contro la Chevron mostra una mano che si immerge nella terra e che diventa nera per il petrolio. Correa lo aveva denunciato già nel 2007 e ieri è tornato sul posto per far vedere al mondo «le menzogne di Chevron».

Per questo, Rafael Correa ha chiesto aiuto agli altri governi socialisti della regione, e alla solidarietà internazionale.

L’ALBA analizzerà il complotto degli USA contro il Venezuela

ALBA1da TeleSUR

2ott2013.- Il presidente del Venezuela, Maduro, ha annunciato che giovedi 3 ottobre ci sarà una riunione straordinaria dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA), per analizzare le azioni degli Stati Uniti contro Caracas.

Il Presidente ha riferito che la decisione è arrivata dopo aver parlato con molti dei suoi omologhi della regione, che hanno espresso la loro solidarietà e il sostegno contro le azioni di destabilizzazione del governo degli Stati Uniti.

A questo proposito, ha detto che l’incontro al vertice avrà luogo nella città di Cochabamba e ad oggi hanno confermato la loro presenza il presidente ecuadoriano Rafael Correa, e l’ospite, Evo Morales.

Ha anche assicurato che utilizzerà la riunione per «continuare la revisione della strategia di consolidamento Alba in Sud America e nei Caraibi».

Da parte sua, Morales ha detto ai giornalisti che l’incontro servirà al suo paese anche per «discutere le politiche economiche e le questioni dell’integrazione regionale».

«Abbiamo bisogno di incontrarci per discutere di politiche economiche, di politiche di produzione, dell’integrazione del Sud America, come velocizzare il lavoro dei vari consigli in Sud America, come espandere il mercato per i nostri prodotti», ha dichiarato il governante boliviano.

Ha spiegato che era originariamente prevista solo la visita di Correa a La Paz (capitale), ma alla fine ha deciso di spostare la riunione di Cochabamba per avere anche la presenza di Maduro.

Incontro a Caracas la settimana scorsa, Morales e Maduro hanno discusso la necessità di scegliere presto il nuovo segretario generale dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), e di altre questioni bilaterali.

Lunedi, il presidente venezuelano ha annunciato l’espulsione di tre diplomatici cittadini degli Stati Uniti, dopo che dossier dell’intelligence avevano riportato un avvicinamento a gruppi di opposizione, con l’obiettivo di creare scene di violenza nel paese e promuovere il sabotaggio economico e la destabilizzazione politica.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Pier Paolo Palermo - si ringrazia Alfredo Viloria per la segnalazione]

Rafael Correa: «Un privilegio riunirsi con Fidel Castro»

L’Avana. 23 Settembre 2013.- Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha definito come «un immenso privilegio l’incontro con il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro», che considera una leggenda vivente.

«Abbiamo avuto l’immenso privilegio di stare per più di due ore con il Comandante Fidel Castro», ha detto Correa, commentando nel suo abituale programma  del sabato, trasmesso in catena radio e TV, la visita di lavoro che aveva appena fatto nell’Isola di Cuba.  Correa ha detto di sentirsi onorato anche per il ricevimento del presidente dell’Isola, Raúl Castro, nel  Palazzo della Rivoluzione.

«Conversare con Fidel e Raúl è sempre un onore», ha ripetuto  il capo dello Stato ecuadoriano, che ha offerto dettagli alla cittadinanza sulla fitta agenda di lavoro svolta a Cuba.

Correa ha parlato del suo incontro con i militari ecuadoriani che aiutano a riparare la Facoltà di Medicina e a costruire case per i danneggiati dall’uragano Sandy a Santiago di Cuba, ed ha aggiunto che anche a L’Avana si è riunito con le autorità locali.

«Si deve apprendere con umiltà da chi sa di più», ha detto, dopo aver segnalato gli alti indici di salute realizzati dal Governo cubano dopo il trionfo della Rivoluzione del 1959.

Correa ha sottolineato che centinaia di giovani ecuadoriani studiano medicina a Cuba e non ha scartato di portare un migliaio di medici cubani in Ecuador, per garantire la copertura di pronto soccorso per  la popolazione del suo paese.  

«Dobbiamo seguire i buoni esempi nel sistema della sanità, come quello che sviluppano a Cuba», ha dichiarato ancora Correa che si è interessato ai programmi d’attenzione agli invalidi  che le autorità dell’Isola pongono da molto tempo in pratica 

[PL/Traduzione Granma Int., si ringrazia Fabrizio Verde per la segnalazione]

Il Presidente Correa mette in guardia l’Argentina sulla Chevron

di Marco Nieli

In visita a Buenos Aires per la XXV Conferenza Scout Internazionale, il Presidente ecuatoriano Rafael Correa, ricevuto dalla Presidenta Cristina Kirchner a Olivos, ha trovato il modo di mettere in guardia – discretamente, ma in maniera incisiva – il governo argentino contro l’accordo siglato lo scorso 28 agosto tra la multinazionale USA Chevron (ex-Texaco) e la YPF nazionale. Con accenti ripresi dalla campagna “Le mani sporche della Chevron” inaugurata recentemente dal mandatario dell’Ecuador – tra l’altro con l’aiuto di alcuni video-spots mostranti l’entità dei danni ambientali prodotti dalla multinazionale nella selva amazzonica – Correa e i suoi funzionari hanno inteso mettere in guardia l’Argentina dai pericoli di una collaborazione affrettata con la impresa in questione. L’Ecuador, che ha citato in giudizio per disastro ambientale la corporazione U.S.A., ha intrapreso una campagna di boicottaggio a livello globale dei prodotti della stessa. «Se Cristina Kirchner fosse stata Presidente nel periodo in cui la Texaco – poi Chevron – distruggeva la foresta, non lo avrebbe mai permesso» sono state le garbate (e allusive) parole del capo di governo ecuadoregno, amico personale oltre che alleato strategico del governo argentino. La Ministra dell’Ambiente ecuadoregna, Tapia, ha dichiarato che l’accordo con la Chevron costituisce un pericolo ambientale per il paese alleato, di cui pur tuttavia l’Ecuador rispetta le decisioni sovrane.

L’accordo in questione, relativo allo sfruttamento dello giacimento di Vaca Muerta, nella provincia di Neuquen, è stato deciso lo scorso agosto dal Congresso locale con l’avallo del governo nazionale, in seguito alla nazionalizzazione del 51% della quota detenuta dalla spagnola Repsol lo scorso 2012, per gravi inadempienze contrattuali. Grande è stata la delusione di quella parte più critica dell’elettorato di Cristina, che aveva visto in questa misura nazionalizzatrice la speranza di un piano strategico per la ripresa della sovranità energetica del paese, magari sognando un accordo con la PDSVA venezuelana.

Invece, pare che le trivellazioni a marca Chevron con la devastante e pericolosissima tecnica del fracking (idro-frattura) avranno luogo in località Vaca Muerta, nonostante la mobilitazione di una parte consistente della società civile impegnata (movimenti e associazioni ecologiste, Confederazione dei Mapuche, sindacati dei lavoratori, lavoratori della Zanon, Partido Obrero, movimento dei Maestri e degli Educatori, semplici vecinos, etc.). Lo scorso 28 agosto, mentre nel Congresso locale si votava con una schiacciante maggioranza, 25 a 2, l’accordo con la Chevron, tra l’altro caratterizzato da clausole segrete ben poco promettenti, la mobilitazione delle forze sociali contrarie all’accordo subiva una repressione feroce, con 25 feriti da palla di gomma, diversi militanti arrestati e, come segnalato da Raul Godoy, deputato per il Partido Obrero e operaio lui stesso della Zanon – una delle storiche fabbriche recuperate del movimento argentino – almeno un ferito grave da arma da fuoco, un docente di 33 anni, Rodrigo Barreiro.

È da ricordare che proprio a Neuquen nel 2007 un’analoga repressione poliziesca portava alla morte con un colpo alla nuca del docente Carlos Fuentealba. A questo proposito, la giornalista Alba Fernández della cooperativa 8300 web – cui appartiene uno dei giornalisti fermati, Pablo Tejeda – ha dichiarato che «era dai tempi in cui uccisero Carlos Fuentealba che non si vedeva questo livello di violenza».

Difficile negare, almeno a un certo livello, il coinvolgimento delle organizzazioni kirchneriste (il locale Movimiento Popular Neuquino e la coalizione oficialista a livello nazionale Frente para la Victoria) nella decisione di forzare la mano nella firma dell’accordo, scavalcando le regole elementari della democrazia, tra cui il diritto a dissentire e manifestare pubblicamente il proprio dissenso.

Evidentemente il tanto sbandierato slogan “Democrazia o corporazioni”, utilizzato nella contrapposizione al gruppo Clarín, non si applica, nell’ottica governativa, alla collaborazione con la Chevron, le cui criminali condotte in Ecuador dovrebbero suonare come campanello d’allarme. Ben venga il monito del Presidente Correa, che conosce bene il problema e ha tutti i titoli per avvisare l’Argentina di non imbarcarsi in un’avventura simile, da tutti i punti di vista favorevole a ristrette consorterie di potere, ma decisamente contraria agli interessi complessivi della nazione.

Fonti utilizzate:

-http://lavaca.org/notas/neuquen-represion-a-los-que-se-manifiestan-contra-el-fracking-en-vaca-muerta;

-“Le contamos al mundo las malas prácticas ambientales de la empresa“, di F. F. Barrio, in Perfil, 21/09/2013

Correa chiama i paesi dell’ALBA a costruire l’ordine mondiale dei popoli

TeleSUR

30 lug2013.- Il presidente ecuadoriano ha ricordato che «i nuovi governi latinoamericani hanno bisogno di stabilire un ordine, perché adesso comanda il popolo». Il presidente Correa ha ricordato al vertice dei capi di Stato di ALBA che «adesso non comandano le élite». Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, il Martedì ha esortato i paesi dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli (ALBA), a creare un nuovo ordine mondiale in cui la supremazia sia degli esseri umani, la gente, e non del capitale.

«Dobbiamo essere in grado di creare un nuovo ordine mondiale in cui le persone abbiano la supremazia, l’uomo, non il capitale. In America Latina, le cose sono cambiate, adesso comandano le persone, non le élite e molto meno il capitale». Il presidente ecuadoriano ha aggiunto che «se è vero che non siamo riusciti a risolvere tutti i problemi, è anche vero che non comandano gli attuali paesi egemonici. In Ecuador, in Bolivia e in Venezuela comanda la sovranità popolare, e questo è il principale cambiamento nelle nostre repubbliche ed è proprio ciò che le élite non ci perdonano», ha detto in apertura del vertice XII dei capi di Stato e di governo della regione. In questo senso, Correa ha chiesto di mantenere l’unità del blocco regionale e dei loro governi contro quello che ha definito «l’entelechia del mercato e dell’imperialismo finanziario», che si sostituisce agli interventi militari.

«Certo che c’è ancora l’imperialismo, ma non si esprime su di noi con le bombe, con i missili o con gli stivali che ci schiacciano. Il nuovo imperialismo del mercato sono i dollari, l’abuso. Hanno detto che il capitale conta più che il nostro popolo e ciò non lo possiamo permettere».

Tribunali di arbitraggio regionali

Il presidente ecuadoriano ha ribadito la necessità di promuovere tribunali regionali da parte di organizzazioni di integrazione regionale come l’ALBA, la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) e l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR). Correa si è riferito ai tribunali internazionali che rispondono all’interesse di minare i governi progressisti che rispondono al popolo al quale subordinano il loro principale obiettivo di crescita. «Risulta scandaloso che organismi internazionali intollerabili totalmente corrotti fingano di essere al di sopra della giustizia dei nostri paesi, della nostra sovranità», ha aggiunto. Correa ha citato il caso della compagnia petrolifera statunitense Chevron: «Questa società ha trascorso un decennio cercando di distruggere il sistema giudiziario ecuadoriano, accusandolo di corruzione con 900 avvocati e milioni di dollari. Siamo di fronte alla terza società negli Stati Uniti che vuole rendere chiaro che il ‘business’ delle società statunitensi non può essere giudicato».  «Il Centro internazionale per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti (ICSID), una istituzione della Banca Mondiale, ha ritenuto la legge di un paese sovrano come l’Ecuador e la legge ecuadoriana troppo dura, ciò non sarebbe mai accaduto con gli Stati Uniti ma si applica al nostro paese, con l’obiettivo di addebitare al paese due milioni e 300 mila dollari. È terribile: quello che non hanno ottenuto con l’opposizione, con i media e con i sabotaggi lo vogliono ottenere attraverso questi organi arbitrali», ha spiegato Correa.

Pertanto, il presidente ha esortato i suoi omologhi dell’ALBA a «difendere la nostra gente, mantenere la nostra sovranità. La Patria Grande, di cui nostri parlavano in nostri antenati come Bolívar, Saenz, resta una necessità. Insieme saremo coloro che dettano le condizioni al capitale. Per fare questo abbiamo ALBA, CELAC e il nostro amato UNASUR. Le sfide e pericoli interni li risolveremo insieme».

Superare la povertà senza perdere l’identità

Il presidente Rafael Correa ha sottolineato che la sfida del XXI secolo «per i nostri villaggi ancestrali e la Patria Grande è quello di superare la povertà senza perdere la nostra identità».

«Dobbiamo essere chiari, i nostri popoli indigeni non vivono bene. Dobbiamo mantenere la nostra cultura indigena, ma credo che continuare a vivere senza acqua, elettricità e altri servizi non sia cultura è piuttosto la miseria, e la miseria non può essere permessa» ha detto Correa durante il XII vertice dell’ALBA.

«L’imperativo morale è quello di superare la povertà», ha detto il presidente dell’Ecuador. Ha inoltre esortato i paesi membri dell’organizzazione regionale «a pensare come fare le cose meglio, dobbiamo trattare e discutere all’interno dell’ALBA».

«Si è fatta una cultura della resistenza e la chiave è la cultura dell’evoluzione, di migliorare giorno dopo giorno», ha dichiarato.

Unità ed Integrazione

 D’altra parte, Correa ha avvertito che forze interne ed esterna cerano di destabilizzare le nazioni progressiste perciò ha insistito nella necessità che “i nostri governi parlino chiaro ai popoli affinché non siano confusi da false sinistre».

«Per sostenere il cambio di epoca e fare fronte ai pericoli interni ed esterni è necessario l’unità e l’integrazione». Il questo senso Correa ha evidenziato l’eredità dell’unità che ha lasciato il leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, ed ha affermato che il suo spirito è più vivo che mai: «Figure come quella di Hugo Chávez è proprio di ciò di cui abbiamo bisogno, leadership che rappresentano la volontà dei popoli».

[trad. dal castigliano a cura di Danilo Della Valle]

(VIDEO) Evo Morales a Quito

Evo Morales a Quitoa cura di Davide Matrone

Quitolatino.- EVO MORALES PRESIDENTE DELLO STATO PLURINAZIONALE DELLA BOLIVIA

«…realmente, compagni e compagne, non si può comprendere come il governo degli Stati Uniti controlli mediante lo spionaggio i proprio alleati. Risulta comprensibile che spii Rafael Correa, Evo Morales, Maduro, Ortega, però come si può concepire lo spionaggio dei suoi alleati europei; per non parlare di quelli latinoamericani come Colombia, Perù e Messico. Gli Stati Uniti spiano anche loro.

Sappiamo benissimo come gli USA, negli ultimi anni abbiano cercato argomenti non solo per controllare i paesi se non anche per invaderli.

Io mi domando ancora oggi: a cosa serve la NATO? Perché ancora esiste la Nato? Lo sappiamo benissimo quando e perché è nata, cioè per contrastare l’avanzata dei paesi comunisti e socialisti. Oggi invece serve ad invadere e dominare altri paesi per sfruttarne le risorse naturali.

Per questo motivo fratelli e sorelle, dobbiamo avere maggiore coscienza politica non solo per la nostra Democrazia o per i nostri principi, se non per la difesa delle nostre risorse naturali.

Oggi che i paesi più industrializzati del pianeta non saccheggiano più le nostre risorse naturali vivono delle crisi finanziarie; probabilmente se avessero continuato a rubare oggi non avrebbero sofferto queste crisi finanziarie. Io non sono un’economista, non me ne intendo molto di economia però stiamo vedendo bene quello che sta accadendo in Europa».

RAFAEL CORREA PRESIDENTE DELL’ECUADOR

«… non dobbiamo cadere in errore, gli Stati Uniti hanno un potere che non rappresenta più nessuno a livello popolare però detengono ancora un immenso potere economico, mediatico, internazionale ed ora emerge il nuovo controllo che mettono in campo cioè lo spionaggio. Uno spionaggio a livello nazionale voluto e finanziato da alcuni settori della destra ed estrema destra americana. Questi poteri sono sempre lì, aspettano che noi commettiamo qualche errore. Come ha detto Evo Morales, dobbiamo essere sempre attenti a non commettere nessun errore.

Certo siamo esseri umani e possiamo sbagliarci però noi, un presidente come Evo Morales, un presidente della Nuestra América non lo tradiremo mai.

Abbiamo bisogno dell’appoggio delle organizzazioni sociali perché queste organizzazioni insieme al potere popolare possono davvero confrontarsi contro il potere dominante di cui prima vi parlavo.

Però c’è sempre il pericolo, la destra si oppone, le oligarchie si oppongono. Anche loro hanno le loro organizzazioni sociali, in funzione della difesa del proprio status quo, del proprio interesse, ma loro non sanno nulla della rivoluzione ciudadana, della partecipazione popolare.

Non dobbiamo cadere nell’errore.

Molte volte ci sono infiltrati nelle organizzazioni sociali in funzione reazionaria e molte volte per gli errori delle nostre organizzazioni sociali. Non dobbiamo cadere nel rischio di mettere in pericolo il nostro processo».

Riflessioni sulla crisi europea e sull’Economia Politica

http://albainformazione.files.wordpress.com/2013/07/09267-rafaelcorreadelgado4.jpg?w=600di Rafael Correa

In Ecuador e America Latina siamo esperti di crisi: le abbiamo sofferte quasi tutte e la stragrande maggioranza di esse affrontate tremendamente male. Mentre – almeno in teoria – la politica economica cerca di alleviare gli effetti della crisi al minor costo, nel più breve tempo possibile e ripartendo adeguatamente tali costi in modo che ricadano sui meno vulnerabili e sui responsabili della crisi, in realtà tutto è in funzione del capitale, fondamentalmente il finanziario nazionale e  internazionale.

Oggi assistiamo con preoccupazione a come l’Europa commetta gli stessi errori. Mentre la crisi colpisce con tutta la sua forza in alcuni paesi, si continuano ad applicare le formule ortodosse che hanno fallito in tutto il mondo e che rappresentano l’opposto di quanto sia tecnicamente e socialmente auspicabile.

A Cipro e in altri paesi europei in crisi sono imposti programmi d’aggiustamento strutturale che hanno fatto tanti danni in America Latina. La presunta mancanza di risorse per superare la crisi perde di significato quando in Portogallo, Grecia e Irlanda gli importi necessari per il “salvataggio” delle banche sono maggiori dei salari totali e gli stipendi pagati a tutti i lavoratori di quei paesi.

In Spagna, la stessa casa valutata dalla banca per la concessione del credito, ora vale diverse volte meno, in modo che il cittadino, subita la perdita della casa, rimanga in debito per tutta la vita. Sono i famosi “sfratti”, causa del 34% dei suicidi nel paese. Tutto questo non è solo immorale, è anche economia maldestra e imbarazzante, perché si arriverà al peggiore di tutti i mondi: le famiglie che hanno bisogno di case, restano senza casa, e le banche che non hanno bisogno di case… piene di case!

Nessuno dubita che occorre correggere gravi errori anche d’origine, per esempio, l’unione monetaria di paesi con diversi livelli di produttività e grandi differenze di salario, come nessuno dubita che essenzialmente non si sta cercando di superare questa crisi con il minor costo possibile per i cittadini europei, ma fondamentalmente di garantire il pagamento del debito alle banche private. Come nella crisi latino-americana, diciamo che c’è un problema di “overborrowing” (indebitamento eccessivo), senza riconoscere il corrispondente e ineludibile problema di “overlending” (eccesso di prestiti). Sembra che il capitale non abbia mai responsabilità.

Tutto questo dimostra che il problema non è tecnico, bensì politico, sul chi comanda in una società: gli esseri umani o il capitale. In ambito accademico, penso che il più grande danno causato all’economia sia stato quello di toglierle la sua intestazione e natura originale di “Economia Politica”. Vogliono farci credere che sia tutta una questione “tecnica”, mascherando l’ideologia da scienza, e facendo astrazione delle relazioni di potere che hanno trasformato gli economisti – parafrasando John Kenneth Galbraith – inutili per servire l’essere umano, principio e fine dell’Economia, ma piuttosto utili per i poteri e i paradigmi dominanti.

Non si è potuto o voluto capire che la principale sfida dell’umanità all’inizio del secolo XXI è di liberarsi dal dominio del capitale e della sua principale estensione, l’entelechia del mercato. In altre parole, ottenere che gli esseri umani abbiano la supremazia sul capitale; società CON mercato, e non DI mercato; il mercato deve essere un servo, non un padrone.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) UNASUR, Correa: «L’America latina del XXI secolo è libera, altera e sovrana»

El presidente Correa en su intervención en la cumbre extraordinaria de UNASUR en CochabambaSecondo il Presidente dell’Ecuador è impossibile non ricordare Hugo, il Comandante Eterno.

Se ciò che è stato fatto contro Morales, fosse accaduto a qualche paese imperialista, questo sarebbe stato motivo di azioni belliche.

Correa considera assolutamente irrilevante se sull’aereo presidenziale boliviano ci fosse stato o meno Edward Snowden, Evo ha tutto il diritto di trasportare chi crede sul proprio aereo senza che questo sia motivo azioni del tipo intraprese da Spagna, Francia, Portogallo e Italia.

Considera la stampa capitalista l’arma più letale inventata dall’umanità, arma di linciaggio mediatico indirizzata contro tutti quelli che osano mettere in discussione in sistema e che mettono in discussione l’ordine mondiale che non solo è ingiusto ma anche immorale.

Definisce il “diritto internazionale” ormai ridotto a foglia di fico e valido solo per gli interessi di taluni.

Conclude affermando: «Chiunque tocca la Bolivia, tocca tutti noi, chiunque offenda Evo, offende noi».

 

L’Ecuador e il caso Snowden: un mondo in fibrillazione

di Fabrizio Verde – Red de Amigos de la Revolución Ciudadana

Un uomo in fuga braccato dall’intelligence statunitense per aver svelato il più grande progetto di controllo e spionaggio a livello mondiale, che ha fatto perdere le sue tracce e richiesto asilo politico all’Ecuador. Nell’affaire Snowden, trentenne informatico ex agente della Cia, poi passato come contractor all’agenzia Nsa – National Security Agency molto più potente, ricca e segreta della «vecchia» Cia – appaiono evidenti le circostanze che ricalcano quanto accaduto con il fondatore di Wikileaks Julian Assange, tutt’ora rifugiato presso l’ambascia ecuadoriana in quel di Londra, sorvegliata ventiquattr’ore al giorno dalla polizia britannica da oltre un anno, 371 giorni per la precisione, nonostante il governo di Quito abbia concesso asilo politico al giornalista e attivista australiano.

Tuttavia è giusto sottolineare come le rivelazioni e le conoscenze sulle modalità di spionaggio pubblicamente denunciate da Snowden, siano ancora più dirompenti rispetto alle notizie segrete rese note da Wikileaks. Basti pensare al fatto che si è avuta la certezza che il governo di Washington ha costantemente tenuto sotto controllo le mosse dei suoi alleati più stretti. Da Parigi a Berlino, passando per Roma. Dove nel 2006, in occasione di una visita ufficiale nella capitale italiana del presidente venezuelano Chávez, la Nsa imbastì un’imponente – dal punto di vista economico e della tecnologia impiegata – operazione di spionaggio mediante satelliti e droni, che consentì di carpire ogni parola proferita dal leader socialista bolivariano. Comprese conversazioni private tenute in luoghi chiusi. Forti le proteste da Parigi e Berlino che attraverso i rispettivi ministri degli esteri parlano di «fatti inaccettabili» e di «atteggiamento che si teneva tra nemici durante la guerra fredda».

Nondimeno nella vicenda vi sono aspetti, inquietanti, che rimandano alla tormentata storia di Bradley Manning, il militare che ha materialmente fornito le informazioni a Wikileaks e deciso di non scappare, ma provare a rimanere nell’ombra. Una volta scoperto, a causa della denuncia di una persona che riteneva fidata, è stato arrestato. Sottoposto a trattamento degradante e inumano, torturato, costretto all’isolamento. Tutto confermato da un’inchiesta condotta da Juan Mendez, relatore speciale sulla tortura delle Nazioni Unite. Presumibilmente Manning, che si trova ancora sotto giudizio, verrà condannato al carcere a vita.

Per questo Edward Snowden ha deciso di far perdere le proprie tracce. Inoltrando formale richiesta d’asilo politico all’Ecuador. Come confermato sia dal presidente Rafael Correa attraverso il proprio profilo Twitter, che dal Ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño in una conferenza stampa tenuta in Vietnam dove si trovava in visita ufficiale. Sia Correa che Patiño hanno assicurato che l’Ecuador valuterà la richiesta di asilo politico avanzata tenendo conto della sovranità del proprio paese, in base ai principi costituzionali e le norme internazionali, con ben presente un fattore specifico: il rischio concreto di violazione dei diritti umani di Snowden qualora finisse in mano nordamericana. Il tutto con la libertà e l’indipendenza che contraddistingue il paese andino guidato da Rafael Correa.

Così come accadde riguardo la vicenda Assange, per cui lo Stato ecuadoriano che accolse dopo attenta valutazione del caso la richiesta d’asilo, continua il lavorio pressante sulle autorità del Regno Unito in merito alla concessione dello spettante salvacondotto necessario al giornalista australiano per raggiungere Quito. Medesimo percorso che anela d’intraprendere nel minor tempo possibile l’ex contractor della Nsa – ancora bloccato a Mosca – qualora il governo ecuadoriano dovesse accogliere la richiesta d’asilo avanzata, sulla base dell’articolo 41 della propria costituzione che sancisce «il diritto di asilo e lo status di rifugiato in conformità con la legge e gli strumenti internazionali sui diritti umani». Principio costituzionale dove viene inoltre specificato: «Le persone che si trovano in stato di asilo devono godere di una protezione speciale al fine di garantire il pieno esercizio dei propri diritti».

Intanto da Caracas interviene anche il Presidente venezuelano Maduro che durante la cerimonia di consegna del Premio Nazionale di Giornalismo Simón Bolívar dichiara: «Nessuno ci ha sollecitato asilo in suo favore, ma se egli volesse, il Venezuela è disposto a offrire protezione a questo ragazzo indifeso. Affinché non sia catturato e ucciso dagli Stati Uniti e il mondo possa conoscere la verità».

Qualora Snowden dovesse finire in mano ai servizi d’intelligence nordamericani, quest’ultimi rispetterebbero i diritti umani del whistleblower? A riguardo vi sono davvero pochi dubbi. Completamente fugati dal trattamento inumano riservato a Bradley Manning. D’altronde le informazioni passate dall’ex contractor al quotidiano inglese ‘The Guardian’ hannno permesso di portare alla conoscenza dell’opinione pubblica mondiale il più grande piano di spionaggio di massa mai realizzato. Scrive in merito James Bamford, un esperto di Nsa: «Nonostante le smentite ufficiali, i documenti dettagliano una massiccia operazione finalizzata a tracciare ogni telefonata ogni giorno – miliardi di miliardi di dati privati – e un’altra operazione ‘Prism’ per dirottare verso Fort Meade, sede del quartier generale della Nsa, le comunicazioni internet che entrano ed escono da Google, Apple, Yahoo e altri giganti della Rete».

Secondo quanto affermato da Julian Assange – dalla stanza dell’ambasciata ecuadoriana di Londra dove si trova bloccato per i motivi sopra citati – il viaggio da Hong Kong a Mosca di Snowden è stato reso possibile dall’Ecuador che lo ha dotato dello status di rifugiato. Gli Stati Uniti, infatti, hanno disposto il ritiro del suo passaporto. La circostanza però non è stata confermata dal governo di Quito.

Scontate le proteste degli Stati Uniti che considerano Snowden un traditore criminale. Uomo al soldo delle potenze straniere. Quisling pericoloso per la sicurezza nazionale da estradare senza alcuna esitazione. Quell’identica sicurezza, nel cui nome si è deciso di controllare e incamerare le comunicazioni dell’intera popolazione mondiale. Peccato, però, per l’impero yankee di cui si palesa la proverbiale doppia morale, che questo sia esattamente lo scenario orwelliano agitato per decenni contro l’allora blocco socialista, accusato di far vivere i propri cittadini sotto la cappa opprimente di uno spietato stato di polizia.

Mentre nel caso dell’estradizione, gli Stati Uniti dovrebbero avere a mente che sul proprio suolo ospitano personaggi ritenuti criminali in Ecuador come l’ex presidente Jamil Mauhad Witt, i banchieri truffatori e golpisti Roberto e Isaias Dassum, l’ex capo dell’intelligence militare ecuadoriana Mario Pazmiño, in realtà al soldo della Cia. Senza tacere di Posada Carriles, degli altri terroristi che hanno insanguinato Cuba e l’America Latina; Criminali del calibro di Michael Townley e Guillermo Novo, agenti in servizio presso la Dina – equivalente della Gestapo creata dal golpista cileno Augusto Pinochet – per conto della Cia, autori delle torture ai danni dei diplomatici cubani Jesús Cejas Arias e Crescencio Galañeno Hernández tragicamente scomparsi. I loro corpi non saranno mai ritrovati.

Dalle proteste alle minacce il passo è breve. Così, puntuale come al tempo dell’asilo concesso a Julian Assange è giunta da parte statunitense la minaccia di cancellare l’Atpdea: accordo bilaterale che prevede una consistente riduzione tariffaria per l’importazione di prodotti ecuadoriani come contropartita per il lavoro svolto dall’Ecuador sul versante del contrasto al narcotraffico. Veemente ed immediata la reazione ecuadoriana che decide di rinunciare in maniera «unilaterale e irrevocabile» alle agevolazioni doganali. Spiega Fernando Alvarado, ministro per le Comunicazioni, in conferenza stampa: «L’Ecuador non accetta pressioni né minacce da nessuno e non commercia i principi, né li sottopone a interessi mercantili, per quanto importanti possano essere». Poi la mossa, pregna di sovranità, che ribalta la situazione: «L’Ecuador offre agli Usa un aiuto economico di 23 milioni di dollari annuali – continua Alvarado – ammontare simile a quello che riceveva con le agevolazioni doganali, al fine d’offrire preparazione in materia di diritti umani. Addestramento che contribuisce a evitare attentati all’intimità delle persone, torture, esecuzioni extra giudiziali e azioni che denigrano l’umanità». Concetto ribadito da Correa che ha rimarcato come l’Ecuador respinge e condanna certe pratiche e politiche tenute dagli Stati Uniti d’America.

Successivamente alla reazione l’Ecuador ha incassato il pieno sostegno venezuelano. Il presidente Maduro si è infatti felicitato con il «compagno Correa» per aver rinunciato «unilateralmente e in modo irrevocabile» ai diritti commerciali preferenziali. Inoltre per l’occasione è tornato a far sentire la sua voce autorevole il Comandante Fidel Castro, che attraverso una missiva inviata al presidente nicaraguense Daniel Ortega in occasione del «formidabile» vertice ‘Petrocaribe’ tenutosi a Managua, ha espresso tutto il suo «appoggio» a Rafael Correa per la coraggiosa posizione assunta nei confronti del governo statunitense nel caso Snowden. Una lettera volta a sottolineare l’importanza del fatto che Correa abbia «respinto energicamente le minacce» in una fase storica in cui «l’impero minaccia con guerre e il possibile utilizzo di armi sofisticate – argomenta il Lider màximo – la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. Due nazioni poderose che mai furono coloniali e oggi sono vittime delle minacce degli Stati Uniti».

In ultima analisi, l’Ecuador sotto la guida di Rafael Correa si conferma un fondamentale bastione della lotta antimperialista. Stato indipendente e sovrano. Capace di dare una lezione, l’ennesima, di estremo rispetto per i diritti umani, di dignità e sovranità all’intero mondo. Valori inestimabili. Conquiste della Revolución Ciudadana.

(FOTO) Napoli: L’entusiasmante percorso dell’Ecuador dalla barbarie neoliberista al Buen Vivir

it.cubadebate.cu

di Fabrizio Verde

«L’Ecuador è un Paese entusiasmante». In questa frase pronunciata dalla professoressa Alessandra Riccio in apertura al suo intervento è possibile rintracciare il filo rosso che lega tutti gli appassionati discorsi dei convenuti all’interessante e partecipato dibattito organizzato a Napoli – presso la sala multimediale di via Verdi – dalla Red de Amigos de la Revolución Ciudadana.

Iniziativa pubblica volta a comunicare l’entusiasmante e titanica impresa compiuta dal piccolo Ecuador liberatosi dal giogo finanziario e imperialista, per incamminarsi risolutamente verso la costruzione del Socialismo del Buen Vivir. Dove la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Un esempio di come determinate scelte, in maniera particolare a livello economico risultano non essere ineluttabili, o imposte dalla dottrina, ma bensì frutto di precise strategie politiche.

Piani suicidi che durante il ventennio 80′-90′, periodo conosciuto come larga noche neoliberal, misero in ginocchio l’Ecuador. E che adesso sono in procinto di portare al collasso definitivo le economie del Vecchio Continente. Una fase caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in soli sei anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Ad aprire gli interventi è Federica Zaccagnini – Coordinatrice della Escuela de formacion continua sobre el Buen Vivir ecuatoriano del Ministerio de Relaciones Exteriores del Ecuador – che ha compiuto un puntuale excursus, corredato da tanti dati analitici, sulla recente storia dell’Ecuador. Dal boom petrolifero degli anni 70′, alla larga noche neoliberal che ha segnato gli anni 80′ e 90′. Tempi duri per il popolo ecuadoriano costretto a pagare le conseguenze di politiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale. Vi fu recessione, esplosione della povertà e del debito pubblico, dollarizzazione dell’economia. Oltre tre milioni di ecuadoriani furono costretti a emigrare, in gran parte verso l’Europa. Sino poi ad arrivare al cambio de epoca con Correa. Un presidente atipico, economista, con un percorso di studi che lo ha portato negli Stati Uniti e in Europa, dove ha potuto constatare quanto scellerate siano le politiche neoliberiste imposte al suo martoriato Paese.

Così, una volta divenuto presidente dell’Ecuador, Correa, decide di compiere una decisa virata. Basta con il neoliberismo: il nuovo Ecuador si mette immediatamente in marcia verso il Socialismo del XXI secolo. Verso il Buen Vivir o Sumak Kawsay in lingua quechua. Concetti impressi nella nuova costituzione redatta nel 2008, dove emerge chiaramente l’ispirazione alla filosofia ancestrale delle popolazioni indigene, per una vida plena, basata sul noi in luogo dell’io di marca occidentale.

A seguire la ricca introduzione, l’intervento di Bernardo Borges Arnese, Console Generale della Repubblica del Venezuela a Napoli, che rimarca l’importante ruolo svolto dall’Ecuador e sottolinea come nel mondo siano in corso cambiamenti epocali che vedono tra i protagonisti gli stati sudamericani.

Da Indira Pineda – sociologa e attivista cubana – è invece arrivata l’esortazione a non guardare l’esperienza ecuadoriana, di costruzione del Socialismo del XXI secolo, da un punto di vista «europeo». Perché chi ha voglia di comprendere e cogliere insegnamenti da quest’esperienza non deve inforcare le deformanti lenti dell’eurocentrismo. Lo Stato andino è infatti parte integrante dell’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) progetto d’integrazione politica, sociale ed economica solidale agli antipodi dell’Unione Europea basata sul neoliberismo e la competizione sfrenata. Inoltre, la sociologa cubana ha sottolineato come grazie a esperienze entusiasmanti –  aggettivo che ricorre – originali e interessanti come la Revolución Ciudadana, anche nel suo Paese sia in corso un’attualizzazione del sistema socialista.

Il protagonismo popolare e l’importanza di esperienze quali la Escuela de Verano al centro dei saluti di Chiara Scarcello e Davide Matrone, coordinatori della Red de Amigos de la Revolución Ciudadana. Un popolo che per la prima volta scende in piazza – tentato golpe del 2010 – non per abbattere un presidente com’era sempre accaduto in passato, ma per difendere Correa, il «suo» presidente. Mentre la Escuela de Verano risulta importante per toccare con mano, constatare e studiare, i grandi cambiamenti in atto nel paese andino.

Il saluto del consigliere comunale Arnaldo Maurino, precede gli interventi di chiusura affidati ai professori Alessandra Riccio (Lettere Ispanoamericane e condirettrice della rivista Latinoamerica) e Carlo Amirante (Costituzionalista).

La professoressa Riccio, come riportato all’inizio di quest’articolo, esordisce definendo l’Ecuador un paese «entusiasmante». Poi partendo dalla nuova fase ecuadoriana, descrive toccando vette molto alte, la «nuova» America Latina – dove a essere protagonisti possono essere gli indios come il presidente boliviano Evo Morales – progressista in cammino verso il Socialismo. Evidenziando il ruolo centrale di Cuba, la piccola isola che da mezzo secolo resiste agli attacchi portati su tutti i fronti dall’imperialismo nordamericano.

Il costituzionalista Carlo Amirante, invece, sottolinea la rivoluzione copernicana compiuta con la nuova costituzione approvata nel 2008. Carta fondamentale che mette al proprio centro il popolo, il concetto di Buen Vivir, la vida plena, dove l’uomo non è più al servizio del modo di produzione capitalistico.

Al termine, i convenuti all’iniziativa pubblica, oltre a conoscere meglio un’esperienza sul cui conto il circuito informativo mainstream non proferisce parola se non quando si tratta di mistificare e deformare la realtà a fini propagandistici, hanno potuto constatare, ove mai fosse ancora necessario che un altro mondo è possibile liberandosi dal giogo liberista e capitalista.

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