Intervista a Eva Golinger: perché Washington odiava Chávez

di Mike Whitney*

da Counterpunch

Intervista alla saggista e rivoluzionaria Eva Golinger, vincitrice del Premio Internazionale di Giornalismo del Messico (2009) e soprannominata dal presidente Hugo Chávez “La Fidanzata del Venezuela”. Eva è avvocatessa e scrittrice newyorchese che vive a Caracas dal 2005 ed è autrice del bestseller Crociata USA contro il Venezuela. Decifrato il codice Chávez (edizione italiana a cura di G. L. Nespoli, Zambon editore, 2006 e tradotto in otto lingue) e di Bush vs Chávez: La guerra di Washington contro il Venezuela (2007, Monthly Review Press). Dal 2003 Eva si è occupata di ricerca e di analisi sull’intervento degli USA in Venezuela, utilizzando il Freedom of Information Act (FOIA) per ottenere informazioni sugli sforzi compiuti dal Governo americano al fine di indebolire i movimenti progressisti in America latina.

- Mike Whitney: La notizia della morte di Hugo Chávez negli Stati Uniti è stata molto limitata. Può descrivere brevemente la reazione del popolo venezuelano?

- Eva Golinger: Per i venezuelani il decesso di Chávez è stato devastante. Nonostante fossero informati di quale malattia avesse la maggioranza dei venezuelani credeva che avrebbe vinto la sua lotta contro il cancro così come era accaduto per altre lotte. La reazione è stata quella di un profondo urlo collettivo di disperazione e tristezza, ma anche di profondo amore per la sua persona che ha lottato fino alla fine per fare del suo paese un luogo migliore per tutti. Ufficialmente in tutto il paese sono stati dichiarati dieci giorni di lutto e si è data l’autorizzazione ad accedere al feretro di Chávez affinché milioni di persone potessero salutarlo prima che fosse seppellito. Ci sono state persone che hanno fatto la fila per trentasei ore per congedarsi da Chávez nell’Accademia Militare, luogo dove ebbe inizio la sua coscienza politica e dove la sua bara è stata deposta in modo provvisorio dopo la tragica morte. In seguito, trascorsi i dieci giorni, un corteo di massa ha accompagnato il feretro fino alla sommità della collina, dove è ubicato il Quartiere della Montagna, di fronte al palazzo presidenziale di Miraflores. In quel posto sono stati sepolti i resti mortali di Chávez in una bella e sorprendente tomba dal nome “I quattro elementi”. Il Quartiere della Montagna è il luogo in cui Chávez iniziò la carriera politica nel febbraio del 1992 con un tentativo di ribellione militare contro un presidente neoliberale corrotto e assassino. In quel tentativo fallì e finì in prigione, ma il suo messaggio e il suo carisma giunsero a milioni di persone che avevano aderito al movimento che più tardi lo avrebbe eletto come presidente nel 1998. Il luogo in cui è ubicata la tomba di Chávez “I quattro elementi” è composto di una bara che riposa su una ninfea splendidamente scolpita sull’acqua dolce e la terra pulita. È all’aperto insieme a una fiamma eterna. Ancora oggi centinaia di venezuelani visitano quel posto per avere l’occasione di avvicinarsi al loro amato presidente.

- M.W.: Chávez è stato un leader ispiratore e carismatico, capace di mandare avanti politiche progressiste che hanno beneficiato alla maggioranza delle persone. La Rivoluzione Bolivariana continua con l’attuale presidenza di Nicolás Maduro o si è verificato un cambio nella sua conduzione?

- E.G.: La Rivoluzione Bolivariana continua con il presidente Maduro e non si è verificato nessun cambiamento nella conduzione della stessa. Nonostante abbia vinto le elezioni di aprile con un margine di voti risicato, Maduro non ha modificato in modo rilevante le politiche di Chávez. Piuttosto ha cercato di consolidarle maggiormente. Ha cambiato molti membri del suo gabinetto, ma ciò è stato visto come qualcosa di positivo, soprattutto perché ha avvicinato molti giovani, persone poco ortodosse, invece di continuare con quelli che per anni hanno formato parte dell’amministrazione di Chávez. Nonostante ciò ha conservato molte persone che erano vicine al presidente perché, certamente, Maduro è uno di loro. Se ha inserito della gente nuova è stato per dimostrare che era disposto a fare dei cambiamenti. Per esempio ha nominato un critico delle politiche comunitarie di Chávez, Reinaldo Iturriza, all’incarico di Ministro del Potere Popolare delle Comuni che è un ministero consacrato ad aiutare le comunità organizzate mediante la gestione delle risorse e lo sviluppo dei progetti. Lo stesso Iturriza è un organizzatore di base che ha sostituito un burocrate. Finora Maduro ha mantenuto le politiche economiche del governo di Chávez, nonostante i cambiamenti apportati ai membri del gabinetto. Ha applicato misure ancora più forti delle precedenti in materia di corruzione governativa e delinquenza. Decine di funzionari pubblici sono stati arrestati per corruzione e ha attenzionato le zone ad alto tasso di criminalità con il proposito di tenere sotto controllo la violenza e l’insicurezza. Per questo posso affermare che Maduro ha raccolto il lascito di Chávez e l’ha accelerato.

- M.W. Potrebbe riassumere alcuni dei risultati più importanti di Chávez come presidente?

- E.G.: I successi di Chávez come presidente sono ampi e numerosi. Ha trasformato il Venezuela da nazione dipendente e vigliacca, priva di un’identità nazionale, con tassi di povertà generalizzata e un’accentata apatia, in un paese sovrano, indipendente e degno, pieno di orgoglio nazionale e soddisfatto della sua ricca diversità culturale. Ha anche ridotto la povertà di oltre il 50% e ha istituito con successo l’assistenza sanitaria universale, gratuita e di qualità, così come programmi di educazione e diversificazione dell’economia con la creazione di nuove industrie nazionali e migliaia di nuovi proprietari di piccole imprese e cooperative. Uno dei suoi maggiori successi è stato il risveglio collettivo della coscienza del paese. Prima che Chávez assumesse il potere, il Venezuela si trovava in uno stato di profonda apatia, una situazione peggiore a quella vissuta negli Stati Uniti. Attualmente il paese è un luogo in cui le elezioni contano con più dell’80% di partecipazione volontaria. Tutti parlano di politica e di questioni d’importanza per la nazione. I giovani vogliono partecipare nella costruzione del paese, nel suo futuro. Negli ultimi anni sono stati eletti i membri del Congresso (Assemblea Nazionale) più giovani della storia del paese, legislatori che hanno appena 25 anni. La metà dei membri del nuovo gabinetto esecutivo di Maduro sono sotto i 45 anni. Esistono nuovi movimenti giovanili, quelli studenteschi –tanto dell’opposizione quanto quelli chavisti- che sono attivi e partecipano nella vita politica. E non c’è dubbio che le politiche sociali di Chávez e l’investimento nei programmi sociali (oltre il 60% del budget nazionale) fanno un’enorme differenza nella vita quotidiana dei Venezuelani. Attualmente c’è una maggiore possibilità di consumo, i Venezuelani godono di una nutrizione migliore e migliori abitazioni. Chávez ha anche stimolato leggi favorevoli ai lavoratori che garantiscono un salario degno (il salario minimo più alto dell’America latina) e importanti benefici per i lavoratori. Ci sono anche molte cose che non ha potuto finire, ma è straordinario quello che è riuscito a fare in poco più di un decennio, nonostante abbia dovuto trasformare alcune istituzioni statali corrotte, inefficienti e rovinate e affrontare una opposizione spalleggiata economicamente dagli Stati Uniti.

- M.W.: Lei ha scritto molto sull’attività segreta delle organizzazioni americane d’intelligence e sulle ONG in Venezuela. Osserva qualche segnale che indichi una diminuzione dell’intromissione da parte di queste organizzazioni dopo la morte Chávez?

- E.G.: No. L’intervento degli USA in Venezuela è aumentato in modo progressivo ogni anno, da quando Chávez è stato eletto la prima volta nel 1998. Durante il colpo di Stato dell’aprile 2002, sconfitto dal popolo e dalle forze armate leali al presidente, gli USA già appoggiavano l’opposizione, ma in modo moderato se si compara con quello che sta facendo adesso. Ogni anno il finanziamento dei gruppi anti Chávez è aumentato in milioni di dollari, questi fondi provengono dall’USAID, dalla National Endowment for Democracy (NED), dal Dipartimento di Stato e altre organizzazioni finanziate dagli Stati Uniti, come la Freedom House, l’Istituto Repubblica Internazionale (IRI) e l’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali (NDI). Infatti Obama non solo ha aumentato il finanziamento verso i gruppi antichavisti, ma l’ha reso ancora più ufficiale al momento d’includere questo finanziamento nel budget annuale delle operazioni estere (Foreign Operations Budget). Esiste un capitolo speciale dedicato al finanziamento dei gruppi dell’opposizione venezuelana, o come loro sostengono, per lo “sviluppo della democrazia”. Nelle mie ricerche ho dimostrato nei minimi particolari che questo finanziamento è stato destinato per fomentare la destabilizzazione e finanziare determinate organizzazioni e attività venezuelane che non hanno nulla di democratico. Sappiamo dai documenti pubblicati da WikiLeaks, e recentemente anche da Edward Snowden, che quest’anno lo spionaggio degli USA in Venezuela è aumentato in maniera esponenziale a partire dal peggioramento della salute di Chávez.
Gli USA hanno utilizzato un’enorme quantità di risorse finanziarie e politiche a favore del candidato presidenziale perdente Henrique Capriles, ed è stato l’unico paese che tuttora nega ufficialmente il riconoscimento della vittoria elettorale del presidente Nicolás Maduro. Washington continuerà ad appoggiare l’opposizione con la speranza che l’incarico di Maduro possa diventare oggetto di un referendum revocatorio nei prossimi di tre anni o una volta compiuti i sei anni di governo quando il suo mandato scadrà e costituzionalmente potrà essere oggetto di un referendum.
Gli Usa confidano nel raggiungere la distruzione di Maduro in quel momento se non prima mediante l’impiego di mezzi non democratici. Di recente alcuni membri dell’opposizione sono stati scoperti mentre cospiravano per tentare un colpo di Stato contro Maduro, compreso l’elaborazione di un piano per assassinarlo. Frequentemente viaggiano a Washington per celebrare “riunioni”. Nello stesso tempo il governo venezuelano di recente ha messo fine al dialogo avviato con Washington dal mese di gennaio in seguito di alcune espressioni offensive da parte della nuova ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite, Samantha Power. Il governo di Maduro, al pari di quello di Chávez, spera di avere un rapporto rispettoso con il governo degli USA. Ma non tollereranno aggressioni, ingerenze o atteggiamenti di tipo interventista. Gli USA sembrano incapaci di volersi impegnare in una relazione rispettosa e matura con il Venezuela.

- M.W.: Ho qui con me un brano con le parole rilasciate da Barack Obama in un’intervista a Univisión, quando Chávez si stava ormai spegnendo. Obama affermava che: “La cosa più importante è ricordare che il futuro del Venezuela deve restare nelle mani del popolo venezuelano. In passato abbiamo visto Chávez sviluppare politiche autoritarie e sopprimere la dissidenza”. C’è stata una qualche forma di reazione ai commenti rilasciati da Obama sul Venezuela?

- E.G.: Ma certo, c’è stata una reazione molto forte. In primo luogo i commenti sono stati considerati del tutto irrispettosi verso questo paese e il suo governo, soprattutto in un momento in cui la salute di Chávez si stava deteriorando. Le affermazioni indicavano in modo chiaro che il governo di Obama era incompetente sul Venezuela e non prendeva in considerazione i sentimenti collettivi di milioni di persone del paese che seguivano il delicato stato di salute di Chávez. L’obiettivo principale del presidente Chávez – che raggiunse in larga misura – fu il trasferimento del potere al popolo. L’ipocrisia di Obama con la sua dichiarazione eclissa la sua stessa sconfitta per comprendere la realtà del Venezuela. Il numero delle persone che in Venezuela partecipa nella vita politica è il maggiore di tutti i tempi e percentualmente lo è ancora di più che negli Stati Uniti. In un’epoca di spionaggio di massa, uccisioni collettive, droni, carceri segrete, gravi violazioni dei diritti umani e altre politiche repressive pilotate dagli USA, Obama dovrebbe pensarci due volte prima di esprimere tali opinioni contro il governo di un’altra nazione che conosce solo dalle impressioni allestite dai suoi disinformati analisti. In sintesi i Venezuelani si sono indignati per i commenti insensibili e irriverenti di Obama, ma non si sono sorpresi. Questi commenti sono tipici della posizione ostile assunta da Washington nei confronti del Venezuela durante il governo di Chávez.

- M.W.: Perché Washington odiava Chávez?

- E.G.: Penso che Washington odiasse a Chávez per molte ragioni. Certamente il petrolio è una delle cause principali del comportamento aggressivo di Washington nei confronti di Chávez. Il Venezuela possiede le maggiori riserve di petrolio del pianeta, e prima che Hugo Chávez fosse eletto i governi erano subordinati agli interessi americani. Difatti l’industria petrolifera del Venezuela e tutto il resto erano sull’orlo della privatizzazione quando Chávez è stato eletto. Di modo che il fatto che un capo di Stato, che si siede sulle maggiori riserve di petrolio del mondo – di cui gli USA hanno bisogno per mantenere l’esagerato modello di consumo a lungo termine – non si subordini alle consegne degli USA era esasperante per Washington.
Chávez non solo recuperò e trasformò l’industria petrolifera per ridistribuire la ricchezza e assicurare che le corporazioni straniere osservassero le leggi (per esempio il pagamento delle imposte e delle royalties), ma ha anche nazionalizzato altre risorse strategiche del paese che gli USA aveva nelle mani come l’oro, l’elettricità e le telecomunicazioni. È evidente che Chávez era una grossa spina nel fianco degli interessi economici di Washington nella regione. Una volta che Chávez capeggiò la creazione dell’integrazione e cooperazione dell’America latina che ha dato origine a organizzazioni come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), l’Alleanza Bolivarina per i Popoli della Nostra America (ALBA), la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC), come anche Petrocaribe, Telesur (prima rete di televisione della regione) e molte altre iniziative, Washington presto cominciò a perdere influenza nella regione. Ciò attirò delle enormi ostilità nei confronti di Chávez, poiché egli rappresentava il principale leader e alfiere dell’indipendenza e della sovranità dell’America latina nel XXI secolo. Washington e l’elite venezuelana nemmeno potevano soffrire i modi di fare di Chávez con la sua forma diretta di raccontare le cose come sono. Non aveva paura di niente e di nessuno e non ha mai fatto un passo indietro, si è sempre mantenuto fermo e ha detto ciò che pensava, anche quando non era diplomaticamente corretto. E Washington lo odiava soprattutto per aver ripreso il “male”, in altre parole il concetto di socialismo nella società odierna. Washington aveva usato tutti i mezzi a sua disposizione per liberare il pianeta da qualsiasi cosa fosse vincolata con il comunismo novecentesco, di modo che “il socialismo del XXI secolo” di Chávez era considerato uno schiaffo in faccia alla vecchia guardia americana che ancora oggi detiene le redini del potere negli USA.

- M.W.: Le piacerebbe aggiungere qualche riflessione personale sulla morte di Chávez?

- E.G.: La morte di Chávez è impossibile da accettare. Era una forza vibrante, motivante, piena d’amore e affetto genuino verso la gente e la vita. Aveva una straordinaria capacità di comunicazione e poteva entrare in contatto con qualsiasi persona in un abbraccio sincero di grande umanità. È stato un visionario brillante e un creatore di sogni. Aiutò la gente a scoprire il proprio potenziale e a riconoscere le proprie capacità. Adorava il suo paese, la sua cultura ricca, la musica, la diversità e realmente ha dato tutto sé stesso per la costruzione di un Venezuela degno, forte e bello. Personalmente sono stata una delle fortunate a essergli amica e condividere molti momenti eccezionali. Come chiunque egli aveva debolezze e imperfezioni, ma la sua capacità di amare e preoccuparsi di tutti lo portò a superare molti ostacoli difficili, se non addirittura quasi impossibili. Era fermamente convinto che avrebbe potuto sconfiggere il cancro e, certamente, tutti noi speravamo che ci riuscisse. La sua morte lascia un vuoto profondo e una profonda tristezza in milioni di persone. La sua energia era così grande che è difficile ancora adesso non sentirla dappertutto, guidando e orientando la rivoluzione che lui ha contribuito a costruire. È per questo motivo che è così difficile accettare la sua scomparsa, perché ancora oggi è presente nelle nostre vite e in ogni angolo del Venezuela. Chávez è diventato il Venezuela, la patria amata, e il suo lascito continuerà a crescere e prosperare nella misura in cui fiorirà in Venezuela con tutto il suo potenziale.

vive nello stato di Washington. Collabora con Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion (AK Press). Hopeless è anche disponibile per Kindle. Lo studio di Whitney sulla riduzione dei salari della classe operaia nordamericana compare nell’edizione di giugno della rivista CounterPunch. Si può contattare al seguente indirizzo e-mail: fergiewhitney@msn.com

[traduzione al castigliano di S. Seguí, in: http://www.rebelion.org,  traduzione dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

Chi ha ucciso Hugo Chávez?

 di Eva Golinger
06/04/2013

 
 
Un mese dopo la morte del presidente Hugo Chávez, persistono sospetti e speculazioni riguardo la vera causa della sua morte. 
 
Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha annunciato la formazione di una commissione presidenziale con “i migliori scienziati e tecnici del mondo” per determinare se a Chávez sia stata inoculata la malattia del cancro, provocandone la morte. Maduro ed altri membri del governo venezuelano hanno espresso la loro sicurezza in merito all’ipotesi di inoculazione del cancro, sostenendo che mancano solo le “prove scientifiche” ad evidenziarla.
 
E’ possibile che la malattia del Presidente Chávez sia stata provocata, configurando conseguentemente il suo assassinio? Gli scettici di sempre giudicano questa eventualità una favola, qualcosa di fantascientifico prodotto ad Hollywood. Tuttavia, le evidenze innegabili sullo sviluppo del cancro come arma biologica, creata allo scopo di assassinare i leader politici scomodi, esistono. Inoltre i rapporti interni del governo degli Stati Uniti dimostrano in modo inequivocabile come il presidente Hugo Chávez sia stato uno dei principali obiettivi dei più potenti e nefasti interessi di Washington.
 
Come ha spiegato il direttore del quotidiano Ultimas Noticias in Venezuela, Eleazar Diaz Rangel, nel suo pezzo Cancro inoculato? dello scorso 17 marzo: “Campioni della biopsia (di Chávez) inviati a laboratori specializzati in Brasile, Cina, Russia e con nome fittizio, negli Stati Uniti d’America, hanno confermato che si trattava di cellule che non avevano eguali, di una forma estremamente aggressiva e apparentemente sconosciuta”. La natura aggressiva e sconosciuta della malattia del Presidente Chávez, oltre alla mancanza di forme ereditarie di cancro nella sua famiglia, indicano chiaramente la reale possibilità che il leader della Rivoluzione Bolivariana sia stato assassinato.
 
Nel mirino dell’impero
 
Dalla sua prima vittoria elettorale, il governo degli Stati Uniti teneva d’occhio Hugo Chávez. In un primo tempo non aveva dato credito al suo discorso rivoluzionario e sottostimava la sua capacità di leadership e di mantenere le promesse. Anche se dal 4 febbraio del 1992, quando Chávez guidò una ribellione militare contro il governo di Carlos Andrés Pérez stretto alleato di Washington, il Dipartimento di Stato lo inserì nella sua lista nera, definendolo un “terrorista” e negandogli il rilascio del visto per entrare nel territorio degli Stati Uniti, quando vinse la presidenza del Venezuela nel 1998, gli rilasciò il visto e fu invitato a far parte del “club dei potenti”. Chávez rifiutò tutte le offerte, che giunsero anche da altri capi di stato dei paesi alleati di Washington, come la Spagna e da potenti uomini d’affari interessati a mantenere il loro controllo sul petrolio e sul mercato venezuelano.
 
Quando divenne chiaro che il presidente Hugo Chávez non era “comprabile”, attivarono il piano per rovesciarlo. Lavorando in unione con le imprese, i politici e i militari tradizionalmente alleati degli Stati Uniti, misero in atto un colpo di stato contro Chávez nell’aprile del 2002, con l’intenzione non solo di rovesciarne il potere, ma anche di assassinarlo.
 
Documenti del Dipartimento di Stato dei giorni precedenti il colpo di stato affermano che esisteva un piano per anninetare Chávez durante il golpe. Anche lo stesso assistente del segretario di stato di allora, Otto Reich, disse di essere a conoscenza di un piano per assassinare il presidente Chávez nel 2002.
 
Chávez stesso una volta durante un discorso pubblico, dichiarò che l’ambasciatore americano Charles Shapiro, che ebbe un ruolo di primo piano nel coordinare la destabilizzazione contro di lui, lo aveva chiamato nelle settimane prima del colpo di stato per informarlo del piano per assassinarlo che preparavano alcuni settori dell’opposizione. Sembra che Washington stesse giocando su entrambi i tavoli, per ogni evenienza.
 
Tuttavia, a causa del grande sostegno che Chávez aveva presso il popolo venezuelano e le Forze Armate leali, tale piano di assassinio venne sventato e il colpo di stato fu sconfitto. Ma il piano rimaneva comunque attivo.
 
Washington incrementò il suo finanziamento milionario ai gruppi dell’opposizione, istituì a Caracas un Ufficio di Iniziative verso la Transizione dell’Agenzia Internazionale per lo Sviluppo (USAID) e iniziò a muovere i propri passi dentro i media privati ​​e nell’industria petrolifera.
 
Dal dicembre 2002 al febbraio 2003 realizzarono il sabotaggio economico più dannoso nella storia del paese, distruggendo quasi l’industria del petrolio e la compagnia di stato PDVSA, provocando più di 20.000 milioni di dollari di danni all’economia venezuelana. Il governo degli Stati Uniti chiese “elezioni anticipate” per rimuovere il presidente Chávez, anche se questo assunto non era contemplato nella Costituzione.
 
Dopo 64 giorni di sabotaggio, di propaganda brutale attraverso i media privati ​​24 ore su 24 e un collasso totale della produzione e della distribuzione internazionale di prodotti di consumo, il popolo venezuelano resistette e riuscì a sconfiggere questo secondo tentativo di rompere la linea costituzionale. Chávez proseguì il suo incarico, per il quale era stato eletto democraticamente e il paese cominciò a riprendersi dall’immenso danno causato dagli avversari (che chiamavano se stessi la “società civile”) sostenuti da Washington.
 
L’anno seguente, nel maggio 2004, un piano per assassinare il presidente Chávez fu scoperto e impedito dalle forze di sicurezza del Venezuela. Più di 100 paramilitari colombiani furono arrestati in una fattoria alla periferia di Caracas. La proprietà apparteneva al cubano-venezuelano Robert Alonso, fratello della più famosa e rabbiosamente antichavista Maria Conchita Alonso. I colombiani, che indossavano uniformi delle Forze Armate venezuelane, erano stati ingaggiati per assassinare il presidente Chávez nel palazzo presidenziale.
 
Cinque anni prima, nel dicembre 1999, il governo della Colombia aveva messo in guardia il Presidente Chávez riguardo un piano dei paramilitari colombiani per assassinarlo nel corso di una visita alla città di confine di San Cristobal.
 
“Oggi vado a San Cristobal e ieri ho avuto l’informazione che ci sono informazioni, passatemi la ridondanza, che a San Cristobal potrebbe esserci un gruppo di paramilitari colombiani”, denunciò Chávez la mattina in un’intervista alla TV Globovision.
 
L’informazione “in realtà era ufficiale, il nostro ambasciatore in Colombia, (Fernando Gerbasi) venne chiamato dal Ministero degli Esteri colombiano a Bogotà un mese fa e gli venne ufficialmente comunicato che i paramilitari colombiani [...] avevano un piano per assassinare il presidente del Venezuela”, precisò. (Vedi: ‘paramilitari colombiani per assassinare il piano di Chávez’, http://www.panamaamerica.com.pa, 10/12/1999).
 
Nel 2005, Chávez era divenuto una spina nel fianco per il governo degli Stati Uniti e i suoi sforzi per rovesciarlo non solo non avevano funzionato, ma avevano avuto l’effetto opposto. La popolarità di Chávez continuava ad aumentare, il suo progetto socialista bolivariano cresceva e così anche la sua influenza regionale.
 
Per Washington Chávez non era un “motivo di preoccupazione”, ma un vero e proprio nemico. Un documento del Centro per gli Studi Strategici dell’Esercito degli Stati Uniti del 2005, scritto dal colonnello Max Manwaring, dal titolo “Il socialismo bolivariano del Venezuela di Hugo Chávez e la guerra asimmetrica”, descriveva il presidente venezuelano come un “concorrente intelligente” contro il quale si doveva combattere in una forma “asimmetrica”. Le regole tradizionali di guerra non avevano effetto contro Chávez, bisognava inventare qualcosa di nuovo.
 
Nel 2006, la neocostituita Direzione di Intelligence Nazionale, che coordinava le 16 agenzie di intelligence negli Stati Uniti, nominò tre missioni speciali di intelligence che meritano un’attenzione speciale per il loro interesse strategico. Le missioni avevano nel mirino alcune nazioni: una per l’Iran, una per la Corea del Nord e la terza per Venezuela e Cuba. Non c’è dubbio che Corea del Nord e Iran siano apertamente nemici dichiarati per Washington e pure Cuba, per quanto non costituisca una reale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Ma l’inclusione del Venezuela in questa operazione di intelligence di altissimo livello del governo degli Stati Uniti non aveva senso, a meno che Washington non avesse già segretamente dichiarato il presidente Hugo Chávez come un bersaglio diretto delle sue azioni clandestine.
 
Questa missione speciale di intelligence è stata gestita con il più alto livello di segretezza all’interno del governo degli Stati Uniti.
 
Si è appreso che fu guidata da veterani della CIA di profonda capacità, tra cui Norman A.Bailey, con oltre 25 anni nelle operazioni segrete della CIA durante la Guerra Fredda, che apparteneva all’elite di intelligence degli Stati Uniti. Un documento della Direzione Nazionale di Intelligence del 23 agosto 2010 ha spiegato che queste missioni in Corea del Nord, Cuba, Venezuela e Iran “guidano la comunità di intelligence a livello strategico… Le loro aree di interesse sono indicate come obiettivi ad alta priorità dai più alti livelli di governo.”
 
Nel caso del Venezuela, a differenza della Corea del Nord, dell’Iran e di Cuba, Washington ha avuto accesso diretto a tutti i settori della società e anche all’interno del governo venezuelano. Con il suo finanziamento miliardario ha continuato ad alimentare la destabilizzazione del paese e a mantenere viva l’opposizione. Anche cercando di infiltrarsi e di penetrare le Forze Armate venezuelane per reclutare spie e causare ribellioni contro il presidente Chavez.
 
Nel 2006 e più recentemente nel marzo 2013, quattro addetti militari che stavano lavorando per l’Ambasciata degli Stati Uniti a Caracas furono espulsi dal governo venezuelano per le loro attività di ingerenza.
 
Dal Congresso degli Stati Uniti a Washington, alcuni deputati richiedevano azioni aggressive contro il Venezuela per minare il governo di Chávez, in particolare l’ex membro del Congresso della Florida, Connie Mack, che insistette, senza successo, per includere il Venezuela nella lista degli stati terroristi della Casa Bianca.
 
Nel 2009, il Pentagono ha firmato un accordo militare con la Colombia allo scopo di occupare sette basi militari nel paese. Un documento dell’Air Force statunitense affermava che l’uso di queste basi a Palanquero, in Colombia, sarebbe servito per “combattere i governi anti-americani nella regione”, riferendosi al Venezuela.
 
In diverse occasioni negli ultimi anni, Chávez denunciò l’incursione non autorizzata di aerei militari e navi in ​​Venezuela.
 
Altri piani di assassinio contro il Presidente Chávez sono stati denunciati e smantellati nel corso degli anni, ciascuno di questi è fallito perché scoperto.
 
Nel frattempo, la missione speciale di intelligence degli Stati Uniti ha continuato il suo lavoro sotterraneo e meticoloso contro il suo bersaglio altamente prioritario: Hugo Chávez.
 
Il cancro come arma
 
Documenti dell’Esercito degli Stati Uniti del 1948, parzialmente declassificati, mostrano come venne esplorata “la possibilità di utilizzare veleni radioattivi per assassinare persone importanti, come capi militari o civili”. Così è stato recensito il fatto dal giornalista Robert Burns della Associated Press martedì 9 ottobre 2007, dopo aver analizzato i documenti ottenuti dall’agenzia statunitense:
 
“Approvato dai più alti livelli dell’esercito statunitense nel 1948, lo sforzo fu parte della ricerca segreta dei militari per un nuovo concetto di guerra che utilizzasse materiali radioattivi della bomba atomica per contaminare aree del territorio nemico o da usare contro basi militari, fabbriche o truppe nemiche. Tra i documenti comunicati all’Associated Press, una nota del 16 Dicembre 1948, classificata segreta, descrive un programma intensivo per sviluppare una varietà di materiali radioattivi per usi militari… La quarta delle priorità erano ‘munizioni per attaccare individui’ con agenti radioattivi per i quali ‘non esiste cura o terapia'”.
 
Anche lo scrittore e ricercatore, Percy Alvarado ha rivelato come il cancro come arma continuava ad essere un’importante area di studio e di sviluppo per il governo degli Stati Uniti attraverso il Dipartimento di Ricerca sul Cancro nella struttura di Fort Detrick, a Frederick, nel Maryland. Fort Detrick è conosciuto come il centro per la guerra biologica del Pentagono, nel quale sono state sviluppate anche diverse malattie letali e che è attualmente sotto inchiesta per la morte di oltre 600 persone che vivono in zone residenziali vicino alle installazioni militari. Queste persone e molte altre, sono tutte morte di cancro e si sospetta che dal Forte abbiano gettato sostanze tossiche nell’acqua che forniva i centri abitati.
 
Gli esami dell’acqua nelle zone intorno a Fort Detrick hanno dimostrato la presenza di un alto livello di tossine che causano il cancro, anche 3.000 volte superiore rispetto a quello che sarebbe dovuto perché (l’acqua) fosse potabile.
 
Nel suo pezzo Cancro indotto? Un’arma della CIA? del 29 dicembre 2011, Alvarado sottolinea come dal 1975 nelle strutture speciali di Fort Detrick, “Le ricerche super segrete sono indirizzate allo sviluppo di uno speciale virus cancerogeno altamente aggressivo e letale… L’insistenza di questi laboratori nello sviluppo artificiale di cellule maligne o cancerogene, altamente invasive e capaci di diffondersi nel corpo producendo metastasi incontrollabili, è stata mantenuta per più di quattro decenni”.
 
Un articolo della rivista online Slate Magazine in merito alla possibilità di indurre il cancro, dice che “sebbene sia difficile indurre il cancro in un nemico, è certamente possibile aumentare le probabilità di sviluppare la malattia. L’opzione più efficace è quella delle radiazioni”.
 
Da allora, si parla della possibilità di impiantare un meccanismo che emette radiazioni all’interno del corpo dell’avversario. In alternativa, Slate, dice, “si potrebbe contaminare la dieta della vittima con alti livelli di aflatossine, associate al cancro del fegato. Oppure lo si potrebbe infettare con una certa quantità di agenti biologici che causano il cancro”.
 
Il ricercatore e giornalista Jeremy Bigwood ha spiegato che “ci sono molti agenti che causano il cancro che sono stati convertiti in armi negli Stati Uniti a Fort Detrick, nell’Arsenale di Edgewood e in altre basi militari e strutture del Dipartimento di Energia. Ad esempio, le micotossine (di funghi tossici) sono state convertite in armi. Le micotossine T2 possono causare necrosi nei tessuti che penetrano e diventare cancerogene quando non sono immediatamente letali”.
 
La tecnologia dell’indurre il cancro come arma, esiste. La decisione di “farla finita” con il presidente Hugo Chávez è stata presa quando dagli Stati Uniti venne creata la missione speciale di intelligence per il Venezuela nel 2006. Da allora, hanno cercato i modi per raggiungere lo scopo.
 
Naturalmente c’è la possibilità che il cancro che ha ucciso il presidente Chávez sia stato causato da fattori naturali, senza che sia stato inoculato, provocato o indotto. Ma è difficile negare l’evidenza schiacciante che lascia pensare il contrario. Ci auguriamo che un’accurata e seria ricerca scientifica riesca a porre fine a questo mistero.
[trad. dal castigliano a cura di resistenze.org]
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