La guerra tra le due Cristine: cosa succede davvero in Argentina e nel resto del mondo

di Marco Nieli

Nel calderone delle notizie mediatiche infarcite quotidianamente dalle agenzie di stampa manipolate dai grandi gruppi di potere mediatico (in America Latina se ne contano sì e no nove, tra cui il gruppo argentino Clarín, che però, a partire dai primi di dicembre dovrà cedere una parte delle sue concessioni, per la Ley de medios) non è circolato uno scambio di battute tra le due Cristine (la Lagarde, presidentessa del F.M.I. e Cristina de Kirchner, presidentessa della Nazione argentina) lo scorso 26 settembre, in occasione dell’Assemblea annuale delle Nazioni Unite a New York. Mentre la “Presidenta” argentina perorava nel suo discorso all’O.N.U. la causa dell’indipendenza delle nazioni sudamericane e la fine dell’epoca coloniale, la Presidentessa dell’F.M.I., con il tono perentorio e arrogante che le conosciamo, sentenziava, con metafora calcistica di dubbio gusto: “per il momento sto mostrando a quella nazione il cartellino giallo; ma c’è un’inderogabile scadenza che è il 10 dicembre 2012.

Superata quella data, scatterà automaticamente il cartellino rosso e l’Argentina verrà espulsa dal Fondo Monetario Internazionale”. Appena informata delle parole della sua omonima francese, la Presidentessa argentina ha commentato: “L’Argentina è una grande nazione. Ma prima ancora, è una nazione grande. Abbiamo un vasto territorio baciato dalla fortuna naturale. Abbiamo risorse nostre, che ci consentiranno la salvaguardia della nostra autonomia e della nostra indipendenza. Ma soprattutto, siamo un paese orgoglioso, che ci tiene alla propria dignità. Vorrà dire che staremo fuori”.

Lo scontro risale alla riunione di Montevideo del novembre 2011, quando in un analogo batti-becco, la presidentessa “australe” disse testualmente, coinvolgendo nella discussione anche il nostro paese: “Preferisco avere un’inflazione altissima e spropositata se so che la disoccupazione dal 34% è scesa al 3%; che la povertà è diminuita del 55%; che il PIL viaggia a un 8% annuo; che la produttività industriale è cresciuta del 300%; che c’è lavoro in Argentina, c’è mercato per tutti e il mio popolo è molto ma molto più felice di prima, piuttosto che avere un’inflazione del 3% come in Italia, dove c’è depressione, disperazione, avvilimento e l’esistenza delle persone non conta più. E questa è un’affermazione politica. Di principio e sostanziale. Non lo ha ancora capito?”

Al di là dell’apprezzamento scontato per l’atteggiamento dignitoso della Kirchner di fronte ai diktat dell’F.M.I., che, ricordiamolo, ha ridotto alla fame e alla miseria più di un paese del continente (tra cui la stessa Argentina nel 2001: sono le stesse ricette che in due anni hanno stroncato l’economia della Grecia e che stiamo importando acriticamente anche in Italia), resta il nodo della sostanza politica dello scontro tra i due modelli politico-economici interni al capitalismo, che oggi si contendono la posta della governance di un mondo in preda a una crisi economica strutturale e non più congiunturale. Dove il ruolo del convitato di pietra (in senso positivo, ovviamente, di colui che chiede la resa dei conti) è rappresentato dal Venezuela di Chávez e dalla Cuba di Castro.

Il nocciolo della questione, sintetizzando, sta nella polemica intorno alle politiche macro-economiche adottate dal governo kirchnerista, a partire dal 2003, che hanno portato un paese sull’orlo del baratro a un tasso di crescita del 2% annuo, a un’aumento del PIL stimato in un 5% annuo, a una bilancia commerciale in attivo e a pagare quasi tutti i debiti contratti con l’FMI. Secondo la Lagarde, la Cristina “boreale”, il modello argentino sarebbe “irresponsabile”, perché basato sull’emissione esagerata di carta moneta da parte del Banco Nación, volta a finanziare gli investimenti statali per la crescita dell’impiego, il credito facilitato alle imprese, le infrastrutture e il salario minimo garantito (sotto forma dell’asignación universal por hijo o altre forme). Questa politica provoca, di fatto, un’inflazione del 30% annuo (dato corrispondente alla percezione diffusa degli Argentini e confermato anche da diversi studi alternativi all’INDEC, organismo governativo, che parla invece del 9%) e consideriamo che sottostimare questo problema sociale costituisca sicuramente uno dei maggiori errori strategici della Cristina argentina (tra l’altro, una delle prime cause di erosione del consenso straordinario accumulato negli ultimi anni: un clamoroso 54% alle presidenziali del 2011 oggi caduto al 35 % circa). Da qui a mettere radicalmente in discussione il modello dell’intervento statale in nome delle ultra-fallite ricette neo-liberiste, tuttavia, ce ne corre.

Non siamo tra i sostenitori fanatici del kirchnerismo, il che ci porta a vedere gli errori tattici delle formule di politica economica adottate (ad esempio, la mancanza di flessibilità nella limitazione della compra di dollari, misura pur necessaria per contenere la fuga di capitali all’estero), i numerosi compromessi politici con i gruppi ultra-corrotti fuoriusciti dal radicalismo o quelli ruotanti intorno all’infame figura di Menem, l’inerzia colpevole sulla questione della mega-minería e delle risorse naturali. Troviamo che sia scandaloso che si continui a regalare l’enorme somma di circa 20.000 milioni di dollari all’anno in risorse minerarie alle transnazionali minerarie canadesi o britanniche, mentre gli indici di malnutrizione e indigenza tra la popolazione argentina sono ancora troppo alti. Se molto si è fatto, sotto ai governi kirchneristi, per i diritti umani in relazione alla condanna dei repressori militari del passato Proceso, del resto, molto c’è ancora da fare in relazione ai diritti sociali fondamentali (diritto alla casa, al lavoro degno, all’istruzione, alla salute, al trasporto, etc.). Resta, fondamentalmente, da vedere se la lotta contro lo sfruttamento, l’ingiustizia e l’esclusione sociale, la povertà e l’analfabetismo possa essere definitivamente vinta all’interno dei limiti del modo di produzione capitalista.

In questo senso, il governo bolivariano del Venezuela può indicare una possibile strada anche per l’alleato strategico argentino (fermo restando che non esistono ricette prestabilite per la realizzazione del socialismo, come ci insegna il teorico marxista peruviano Mariategui): il vero spartiacque verso le politiche economiche “etero-dirette” (di memoria coloniale o neo-coloniale) ci appare, in questo senso, il porre la ricchezza nazionale (sia essa consistente in petrolio, risorse minerarie, gas, terra coltivabile, acqua, etc.) al servizio dei bisogni elementari delle masse, per poi in una seconda fase ricostruire o impiantare un sistema industriale diversificato e articolato, con forme miste di proprietà statale, mista e cooperativa. Il tutto realizzato attraverso la mobilitazione popolare nelle forme della democrazia partecipativa e della coscienza rivoluzionaria di massa diffusa tra tutti gli strati della popolazione.

Ovviamente, fuori dall’orbita dell’FMI e della Banca Mondiale, fuori dall’ALCA (il Trattato di Libero Commercio voluto dagli USA che in pochi anni ha messo in ginocchio l’economia messicana e che proprio Nestor Kirchner ha rifiutato nel 2005 con il sostegno di Chávez), fuori anche dalle obbligazioni contratte con un mercato finanziario contaminato dai “derivati” di origine USA e simili porcherie, all’interno di un sistema che consente di quotare in Borsa solo titoli e aziende che producono prodotti e merci reali (la Cristina argentina vede, giustamente, in questo rifiuto a farsi contaminare dai titoli “tossici” uno dei motivi della volontà persecutoria e punitiva dell’”altra” Cristina nei confronti del suo paese: magari ci avessero pensato a tempo anche paesi incauti come la Spagna!). All’interno, semmai, di un mercato comune continentale, sia esso afferente all’ALBA, al Mercosur o all’Unasur, tutto da costruire e in fieri, ma che comunque permetta scambi su base paritaria e non con prezzi decisi a tavolino, dall’alto di rapporti di forza ereditati dal passato coloniale.

Se appare ovvio che l’Argentina è ancora lontana dal pieno raggiungimento di questi obiettivi, non bisogna tuttavia commettere l’errore di non riconoscere gli importanti segnali di rottura che il governo kirchnerista sta inviando ai poteri forti dell’imperialismo mondiale (si ricordi anche il braccio di ferro sulla questione Malvinas con il Regno Unito). Per questa indocilità dell’attuale dirigenza politica argentina ai diktat dell’imperialismo USA ed europeo, il consigliere economico di Cristina, Ivan Heyn, ha probabilmente pagato con la propria vita, nello scorso novembre, proprio a Montevideo: è lecito pensarlo, dal momento che le circostanze della sua misteriosa morte non sono mai state chiarite in modo soddisfacente.

In questa fase storica e tenendo conto dei rapporti reali di forza in campo, quelle della Kirchner sono da considerarsi comunque posizioni coraggiose, che sarebbero state impensabili appena 25 anni fa, in piena epoca menemista e che, ancora oggi, risultano impensabili in un’Italia soffocata da quegli stessi poteri forti che la stanno “terzo-mondializzando”, FMI in primo piano. Il fatto che l’Argentina, scontata sulla propria pelle la sudditanza storica nei confronti delle ricette neo-liberiste degli organismi della finanza internazionale, assuma oggi la coscienza del suo ruolo attivo e indipendente nel panorama economico internazionale, per giunta in un contesto regionale altamente favorevole, la pone oggi in una posizione infinitamente più avanzata della neo-colonia Italia, vittima neofita, doppiamente colpevole perché inconsapevole, del ricatto speculativo del sistema finanziario internazionale (che la strozza con il trucchetto delle agenzie di rating che declassano i debiti pubblici per poi comprarne i titoli a tassi di interesse abnormi). Con la complicità criminale del capo del consiglio-fantoccio Monti, prescelto dai poteri forti della Trojka e non eletto dai cittadini italiani, che sta portando avanti una politica terroristica basata sull’austerity e il risanamento della finanza pubblica ma che in realtà nasconde unicamente l’interesse dei grandi gruppi finanziari (Goldmann Sachs in primo piano, di cui Monti è stato consulente) di saccheggiare il Bel Paese e svenderlo alla pirateria finanziaria internazionale.

Un’ultima considerazione: non bisogna dare per scontato che l’FMI vinca sempre e comunque. Il re è nudo, la resistenza può essere efficace e il primo passo verso di essa è prendere coscienza dei propri diritti e della fallacia delle ricette del libero mercato e della libera finanza. Una dimostrazione si è già avuta nel 2010 con il braccio di ferro tra il governo britannico, l’UE, il FMI da un lato e l’Argentina dall’altro sulla questione dei limoni, che l’Argentina produce, con ottimi risultati e a prezzi competitivi, dal 2004 grazie alla consulenza di esperti agronomi tedeschi. Improvvisamente, dove averli importati per un bel pezzo, il premier britannico decide che questo prodotto non risponde ai parametri sanitari europei e denuncia il fatto all’UE e al FMI, che tuonano contro l’ex-colonia ispano-britannico-americana, per giunta rivendicante le Malvinas perdute nella guerra dell’’82 (ma appartenenti storicamente e geograficamente al proprio territorio). Cosa fa a quel punto, astutamente, la Cristina dell’emisfero australe? Appella alla Coca-cola, uno dei suoi maggiori partner commerciali, acquirente proprio dei limoni nazionali per le sue 22 bevande, minacciando una definitiva chiusura delle esportazioni. La potente multinazionale a quel punto si rivolge all’FMI e all’UE affinché ritornino sui loro passi e il giochetto riesce. L’esportazione dei limoni in Europa continua, su basi assolutamente paritarie e concorre all’avanzo della bilancia commerciale argentina.

E se domani l’FMI dovesse davvero decidere di espellere l’Argentina, cosa accadrebbe? La Cristina “australe” sarebbe costretta a protestare i numerosi contratti che ha firmato con partners come la Cina (per la soia e la carne bovina), con il Giappone (per l’acqua minerale proveniente dai ghiacciai del sud), con la Germania (per il petrolio) e con l’Italia (la Telecom e l’Enel italiane fanno profitti giganteschi proprio in Argentina). Tra l’altro, l’Argentina esigerebbe subito il pagamento di 22 miliardi di bpt emessi dal Tesoro Italiano, avuti in pagamento per i propri prodotti dai Cinesi. Chi subirebbe le conseguenze maggiori da questa infantile ritorsione della Lagarde? Sicuramente, i potenti partners commerciali della Cristina del sud del mondo, andrebbero a chiedere conto all'”altra” Cristina della sua precipitosa arroganza. Sarebbe mai immaginabile uno scenario del genere?

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