(VIDEO) Talpe a Caracas

11.10.2012, Geraldina Colotti al battesimo dell’edizione venezuelana, “Yo lo vi, no me lo contaron…”, Vadell Hermanos, oct 2012

Quartieri autogestiti, fabbriche recuperate, consigli operai, donne al centro della scena… mentre l’Europa stringe la cinghia intorno alla vita di chi è già stato spremuto, a Caracas si tenta un’altra strada: con un piede nel futuro e un altro nel petrolio. In questo libro attento e corale, Geraldina Colotti racconta le «cose viste in Venezuela» in tredici reportage sul paese «bolivariano». Rapper bolscevichi e maestri di strada, casalinghe col fucile e cuoche al potere, preti d’assalto e porporati golpisti, e maiali che scorrazzano insieme ai detenuti… Dove ripassa la storia, la luna corre per strada. Giovani talpe riprendono a scavare.

Autore: Colotti Geraldina

Sottotitolo: Cose viste in Venezuela

Prezzo: Euro 16,00

Editore: Jaca Book

Anno di pubblicazione: Settembre 2012

 

 

Intervista a Geraldina Colotti in VTV (Venezualana de TeleVision):

 

La polizia con l’orecchino

Consapevole dell’emergenza, il governo ha deciso di ripensare le politiche sulla sicurezza, mandando le forze dell’ordine a scuola di diritti umani. Un reportage tratto dal libro «Talpe a Caracas», in uscita il 27 agosto da Jaca Book.

di Geraldina Colotti

Sul marciapiede in discesa del quartiere Catia, procediamo a passo spedito. Siamo diretti alla Universidad nacional experimental de la seguridad (Unes), l’università sperimentale per la polizia.

Intorno, sciamano gli alunni in pausa: divise blu con il tricolore venezuelano davanti e dietro. «Ehi, non mi riconosci?» Vicino a un chiosco di bibite, un uomo dai lunghi riccioli brizzolati mi guarda.

«Sono Alberto… Il poeta… il professore, ricordi? L’anno scorso ti ho regalato un racconto che s’intitolava Cuchillo (Coltello)», dice con la bocca piena di arepa. Sì, adesso ricordo. Insegna «Polizia, società e socialismo» all’altra sede della Unes, che sorge ai piedi di un’immensa cupola, un tempo base dei servizi segreti e luogo di tortura. Un anno fa, vi ero approdata dopo un suggestivo viaggio in teleferica e un consistente tragitto a piedi fra i vicoli di periferia. Allora, Alberto leggeva il suo racconto davanti a un tavolo ingombro di libri, testi poetici e classici del marxismo. Altri docenti si accaloravano nella stesura di un nuovo progetto educativo, rivolto agli alunni e agli ufficiali dei quartieri Distrito Capitale, Vargas e Miranda. Damian Mas, che oggi dirige la Unes di Anzoategui, era il «monitor», l’ufficiale che coordinava i docenti in divisa. Un Big Jim colto e gentile, convinto del salto di paradigma voluto dal governo bolivariano: prevenzione, prossimità, rispetto dei diritti umani, formazione politica e di genere. Il tasso di femminicidi e di violenza sulle donne, in Venezuela, è ancora elevatissimo: «Un bubbone ripugnante che cerchiamo di prevenire lavorando con il Ministero per la donna e l’uguaglianza di genere, educando i giovani poliziotti all’ascolto e al rispetto delle donne maltrattate, perché diventino dei moltiplicatori di civiltà e non di sopraffazione», mi aveva detto el «monitor» abbassando gli occhi sulle sue mani da pugile. Damian Mas è entrato in polizia a 18 anni, ai tempi della IV Repubblica «Ci chiedevano di usare la mano pesante nei quartieri in cui la gente non aveva neanche un tetto sopra la testa – aveva raccontato –. Mi ha colpito molto, ho cominciato a riflettere. Con l’arrivo del Comandante Chávez, sono stato contento del cambiamento. Ho imparato che se uno è povero, non per questo è delinquente. È importante che questa nuova polizia lo tenga presente». Una polizia che, a tutt’oggi, ha ancora le mani in pasta in buona parte degli affari sporchi del Venezuela: sequestri, frodi, traffico d’armi…E adesso, chiedo ad Alberto, come procedono le cose? «Come vedi siamo qui al lavoro – risponde – per provare a cambiare il vecchio modello della polizia, che aveva come scopo quello di calpestare il povero e impedirgli di ribellarsi. Ora insegniamo una visione diversa, una finalità sociale. Benvenuta un’altra volta», dice tendendomi la mano. Un ampio spiazzo non asfaltato conduce a una guardiola di controllo, dove lasciamo i passaporti. Veniamo presi in consegna da un agente. Entriamo in un grande edificio che reca la scritta Prevenzione e Controllo. Antonio González Plossman, vicedirettore della struttura, è un giovane con barba e orecchino. Un volto noto agli attivisti per i diritti umani, come la direttrice, la responsabile generale Soraya El Achkar.

Plossman ci riceve in un piccolo ufficio tappezzato di manifesti. Ognuno di questi documenta un progetto realizzato con le comunità di quartiere per rendere gli spazi sicuri: concerti, mostre, poesia, attività folkloristiche. Con un largo sorriso, il vicedirettore anticipa il principale tema della nostra conversazione, la sicurezza: «Un problema reale e grave», dice. Secondo le statistiche, «il numero dei reati violenti, aumenta. E non da oggi, da oltre vent’anni, dunque ben prima del governo bolivariano. Le punte massime hanno coinciso coi momenti di maggior caduta delle istituzioni, come durante il massacro del Caracazo, il 27 febbraio 1989. L’anno dopo, gli omicidi sono raddoppiati. L’aumento della violenza ha fatto da contraltare all’applicazione di programmi di aggiustamento strutturale che hanno colpito i diritti economici e sociali della popolazione, e alla caduta di credibilità della IV Repubblica. Un fenomeno che ha accompagnato i piani neoliberisti a livello continentale, anche se da noi è stato più evidente». Un problema che, però, persiste nonostante le misure sociali avviate nei 13 anni di governo Chávez. Come mai? L’opposizione dice che a Chávez la violenza conviene, perché così i ricchi fuggono dal paese e lasciano le loro proprietà, che poi vengono nazionalizzate. «In verità – ribatte Plossman – la violenza danneggia soprattutto gli strati popolari. Su 100 omicidi, solo il 3,7% colpisce le classi agiate, l’86,3% si verifica in quelle popolari: si muore e si ammazza negli strati poveri, per lo più fra i giovani maschi con meno di trent’anni e nelle città. Con questo non intendo eludere le nostre responsabilità, ma inquadrare in retrospettiva storica la natura del fenomeno». Si sentono le grida ritmate degli allievi, che si allenano nel cortile sottostante. Alla testa di un gruppone, una ragazza esile, alta come un soldo di cacio: l’insegnante di educazione fisica, ci dicono. Una civile. «Per risolvere il problema alla radice – riprende il vicedirettore –, dobbiamo continuare a lavorare per costruire una società socialista: risolvere la disoccupazione giovanile, sconfiggere il maschilismo e il patriarcato che sono parte della violenza con cui noi uomini siamo abituati a risolvere ogni tipo di conflitto.

Purtroppo, siamo ancora in una società capitalistica dominata dai valori del consumismo, che provocano frustrazione e generano violenza». Consapevole dell’emergenza, il governo ha deciso di ripensare le politiche sulla sicurezza inaugurando la Misión Seguridad. Un piano integrato che comprende la formazione della polizia, ma interessa anche altri settori: la riforma del sistema penale che sposta l’accento sulle misure alternative alla detenzione, il ripensamento del ruolo del Pubblico ministero e dei tribunali, la creazione del Ministero penitenziario e l’attivazione del Ministero dei giovani in special modo sui progetti di prevenzione. A dirigere la Fiscalía general, il Ministero delle carceri e quello de la Juventud, ci sono tre donne provenienti dalla sinistra e dai movimenti di base: rispettivamente, Luisa Ortega Díaz, Iris Varela, Maripili Hernández. Una svolta che ha preso avvio nel 2006, sull’onda di alcuni sequestri di imprenditori (anche italiani) rimbalzati sui media internazionali: «I poveri – dice Plossman – muoiono tutti i giorni, ma – come per le guerre – non importa a nessuno, quando invece vengono colpite le classi medio-alte, come avvenne in quelle circostanze, si scatena l’indignazione. In ogni caso, anche in quei delitti risultarono implicati dei poliziotti. La polizia era come una scatola nera in cui non filtrava luce: era evidentemente parte del problema, non la soluzione». Tra il 2006 e il 2008, il governo bolivariano imposta così una strategia per disegnare un nuovo modello di sicurezza. Parte una mega-consultazione popolare e, in parallelo, un’indagine di settore. I risultati, alla fine, coincidono, come rivelano tre volumi di inchiesta sul campo e due di consultazioni popolari. Le consultazioni, precisa Plossman, hanno coinvolto anche l’opposizione che, per una volta, non ha ostacolato il progetto. «Venne fuori il quadro di una polizia violenta, corrotta, razzista, classista, e inefficiente – racconta Plossman –. La gente diceva: se sei povero, ti perseguono in quanto povero; se sei di sinistra, ti reprimono perché sei di sinistra. Se sei povero e di sinistra, stai messo male, e se poi sei donna o nero, stai messo peggio. Il tema del rispetto dei diritti e della formazione della polizia era ricorrente». Da qui, le basi per un nuovo modello di polizia nazionale e l’importanza della Unes. «L’idea dei nostri sei centri – Lara, Caracas, Maracay, Tachira, Aragua e Anzoategui – è che la polizia abbia una formazione continua, prima e dopo la laurea, che si formi nelle università, non nelle accademie e che vada in strada non solo per reprimere ma per svolgere attività sociale di prevenzione». Anche i poliziotti già in funzione devono trascorrere all’Unes due settimane all’anno. Nella sede di Catia, gli allievi sono attualmente 12.500, nell’altra, 5.000. E non si chiamano estudiantes, ma discentes. Studiano dalle 7 del mattino alle 19 e ricevono una borsa di studio di 800 bolivares, la più alta fra quelle che attualmente offre una università. «Naturalmente – precisa Plossman –, vengono insegnate anche materie operative come Uso progressivo della forza, Uso della forza potenzialmente mortale, Teoria e pratica investigativa, che sono appannaggio degli ufficiali. Ed esiste un’attività di intelligence interna per verificare la probità dello studente e quella del “monitor”». Visitando le aule in cui si tengono i corsi, quel che colpisce è il look degli insegnanti, più adatto a un concerto rock che a una scuola di polizia.

Formare per trasformare, dicono tutti, basandosi sulla «pedagogia degli oppressi» del brasiliano Paulo Freire. «I professori – spiega ancora Plossman – qui sono oltre 2.132, distaccati da alcune università. Tutti, comunque, sono di sinistra, o hanno un passato come attivisti per i diritti umani.

Persone che, come vedi, un poliziotto tradizionale fermerebbe per strada per sospetto possesso di marijuana, e che oggi sono i loro professori». Un’alleanza «contro natura» che Antonio González inizialmente ha fatto fatica a concepire. «All’inizio – racconta – come tutte le persone di sinistra consideravo i poliziotti cani da guardia della borghesia. Nell’88 ho partecipato alle proteste contro il massacro di Amparo, nello stato di Apure. Ai confini con la Colombia, la polizia politica e un commando dell’esercito uccisero dei pescatori cercando di farli passare per guerriglieri, ma due persone si salvarono e raccontarono la verità. Vi fu un moto di indignazione in tutto il paese, per tre mesi si svolsero manifestazioni quotidiane. In quel periodo ho conosciuto Soraya, la rettora, che lavorava come me all’interno della Rete di appoggio per la giustizia e la pace». Quando arriva il progetto della Unes, le famiglie delle vittime della repressione partecipano ai primi seminari consultivi, e chiedono ai loro rappresentanti di entrare a far parte del progetto. Lo scopo – dice ancora Plossman – «non era che noi assumessimo la logica poliziesca, la scommessa era piuttosto di trasformare i poliziotti in difensori dei diritti umani nella prospettiva di uno stato socialista». Una scommessa ancora in corso, che si avvale anche del contributo di professori provenienti da altri paesi dell’Alba, come Cuba, Bolivia o Ecuador, ma anche dal Cile, dall’Argentina, dall’Europa. Nei corridoi della scuola vi sono mostre tematiche sulla storia presente e passata del paese. Lungo il muro che ospita l’ufficio stampa, si snoda il racconto di un’artista plastica brasiliana, Flor Balestra, contro la violenza di genere e la sopraffazione. In un’altra aula, durante le lezioni di Abilità orale e scrittura creativa, i futuri poliziotti (e poliziotte) compongono canzoni. Poco più in là, un cartello invita a prendersi cura della proprietà sociale: «danneggiare i mobili – si legge – è un atto di disamore». Da un grande manifesto sulla Misión Seguridad, Chávez dice: «Da malandros a bienandros. Vieni con noi». I malandros sono i malandrini, e il messaggio in positivo, che gioca sul termine «uomini», andros, è chiaro. Da un altro poster sul muro, un rapper porge a un giovane malandro una delle piccole chitarre tradizionali distribuite gratuitamente dal governo nei barrios più problematici. La campagna è: consegnami l’arma, e ti do la chitarra. Plossman dice che, di sera, la Unes si trasforma spesso in un luogo di incontro per i rapper della città, che il «proceso bolivariano» deve saper ascoltare la rabbia dei giovani e offrire un’alternativa al mondo dei malandros. Usciamo all’aperto, fra ali di «discenti» che si addestrano al passo della rana. Valentina, che qui fa pratica in scuola di giornalismo, ci fa vedere i nuovi piani di ampliamento della scuola, dove un tempo sorgevano i locali per gli interrogatori, le camere di sicurezza tristemente note per essere luoghi di repressione. «Oggi – spiega – i poliziotti si stupiscono di poter imparare qualcosa da questi giovani comunisti, dagli alternativi. Anch’io sto imparando molto, qui». Nello spiazzo antistante l’uscita, altri gruppi di allievi si allenano sollevando bottiglie piene di sabbia. Noi, in carcere, lo facevamo con le bottiglie d’acqua. Ripenso alle parole di Plossman: «Dopo l’esperienza qui, non mi sembrano più così nemici». Recuperiamo i passaporti, lasciandoci alle spalle quel mare di divise.

Da: http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Agosto-2012/pagina.php?cosa=1208lm22.01.html

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