Pietro Altilio, industriale e chavista: «L’impresa deve avere finalità sociali»

Nella fabbrica dei diritti: «Così ho onorato il contratto»

Intervista di Geraldina Colotti

Mucipio Baruta, quartiere di Alto Prado, sulle colline di Caracas.
Man mano che si sale, s’incontrano solo macchine di grossa cilindrata, o domestici che transitano da una villa all’altra. Chi deve passare a piedi per le vie interne, è obbligato ad attraversare barriere e guardiole che proteggono le residenze private. Un quartiere di classe medio alta, non lontano dal faraonico Centro italiano venezuelano, bastione dell’opposizione, che qui batte il chavismo 80 a 20. Al volante, c’è Mario Neri, un piccolo imprenditore che sostiene il proceso e che anima il Circolo bolivariano Antonio Gramsci. Siamo diretti alla villa di un industriale italiano, Pietro Altilio, che si proclama comunista e chavista della prima ora. Possiede la Estrufan, una fabbrica di involucri di plastica in cui lavorano 180 operai e che si trova nel barrio la Limonera, un quartiere popolare sulle colline di Caracas. Ci riceve in giardino, tra un albero di mango e una pianta di orchidea e due grandi recinti ai lati, uno per cani, l’altro per gatti abbandonati.

Altilio attacca subito a parlare dell’Italia, dell’informazione «falsa che circola sul Venezuela», e dei quotidiani che «fanno solo cronaca». Elenca i cambiamenti prodotti dal governo Chávez rispetto ai tempi della IV Repubblica, «quando i diritti dei lavoratori erano carta straccia». Tuona contro la sua categoria, «attaccata ai suoi privilegi e non alla democrazia». Parla dell’ostracismo che ha subito, insieme alla moglie, quando durante il referendum per revocare Chávez, indetto dall’opposizione, ha eretto nel giardino un grande cartello con su scritto: «No».

Industriale e comunista, una bella contraddizione. Finché la proprietà privata non sarà abolita, bisogna pur dar da mangiare ai figli. Sono del ’29. La mia era una famiglia agiata di Caggiano, un paesino di montagna nel salernitano, ma i valori del comunismo li ho capiti fin da bambino. Quando andavo in chiesa, vedevo i posti in prima fila destinati ai signorotti con il mantello di castoro e la fila di miserabili che non avevano di che mangiare. Poi ho conosciuto il fascismo, a scuola le suore ci davano delle immaginette, i legionari italiani col berretto da bersagliere erano raffigurati come santi, ci dicevano che i comunisti tagliavano le mani ai bambini. Non mi è mai stato bene. Alla fine della guerra sono diventato comunista. Poi ho aperto una piccola falegnameria, subito ben avviata, ma volevo ampliare i miei orizzonti e sono venuto a Caracas, nel ’53. Il Venezuela era già un paese petrolifero, ma la capitale era molto diversa da com’è oggi.

Nel ’58 ho visto la caduta del dittatore Marcos Pérez Jimenez, poi l’alternarsi dei governi nati dal patto di Punto Fijo che hanno portato il paese alla rovina. A me gli affari sono andati bene, ma quando l’opposizione dice che oggi il Venezuela è allo sfascio, fa finta di dimenticare come stava la gente prima. Il paese era ricco, ma per una parte sola. Chávez, invece, non si è fatto comprare.

Secondo alcune statistiche le imprese fuggono dal Venezuela, perché lei rimane?
C’è molta propaganda e altrettanta ignoranza, soprattutto da parte di quei migranti che sono arrivati qui e hanno fatto fortuna senza cultura. Questo è un sistema a economia mista, che garantisce ampiamente i lavoratori, ma consente margini di profitto anche all’impresa privata. A condizione che rispetti la legge e produca per lo sviluppo endogeno del paese. Allora si fanno buoni affari, si ottengono crediti agevolati, però bisogna essere a norma sotto tutti gli aspetti. Nella IV Repubblica, le imprese aggiravano le imposte, le definivano sottobanco con funzionari corrotti. Adesso le cose sono cambiate, i controlli del Seniat sono molto severi, incrociati con un sistema informatizzato che non consente scappatoie. Questo, per molti industriali, risulta insopportabile, per troppo tempo sono stati i padroni del paese. Ora che non lo sono più, preferiscono emigrare in paesi come la Colombia, dov’è consentito lo sfruttamento selvaggio di manodopera. Molte imprese straniere se ne sono andate, ma altre sono arrivate da Cina e Russia, lavorano alla costruzione di fabbriche socialiste che sono dello stato. Le industrie che restano, lavorano comodamente.

Qual è il costo del lavoro nella sua fabbrica?
C’è il costo per le coperture sociali corrispondente al 12%: il 4% lo paga l’operaio,
l’8% l’impresa. In base alla Ley abitacional, relativa alla costruzione e all’acquisto di alloggi popolari per i lavoratori, io pago circa 30 mila bolivares (consideri che 1 bolivar corrisponde a 4,30 dollari) per 180 operai. Aggiunga altri 10-15 mila bolivares per essere in regola con l’Inces, l’avviamento al lavoro dei giovani: per uno o due anni devo impiegare a salario minimo 6 ragazzi che dopo gli studi continuano l’apprendistato, più 6 disabili. Inoltre devo provvedere all’asilo fino a sei anni per i figli dei lavoratori, e corrispondere un assegno di circa 500 bolivares per ogni figlio fino all’università. Inoltre, è previsto un carnet di buoni pasto relativo al 25% del salario. Devo anche pagare un assegno trimestrale di 10-15 bolivares come contributo a una scuola parificata indicata dal governo secondo la professione di fede degli operai. In base al contratto collettivo di categoria, i lavoratori del settore plastico hanno diritto a 8 mesi all’anno in più dei 12 mesi di stipendio, a 120 giorni di partecipazione agli utili, 50 giorni di vacanze più 60 di anzianità. Da quando si entra in fabbrica, si ha diritto a 5 giorni al mese di deposito per la liquidazione, alla fine tutto è parametrato sull’ultima tranche di stipendio. La cosa importante è che sta cambiando la cultura d’impresa. La fabbrica deve avere anche una finalità sociale, contribuire allo sviluppo del luogo in cui produce. Il rapporto con l’operaio non finisce a fine turno. Noi ci prendiamo i frutti del suo lavoro, ma siamo responsabili anche di quel che avviene nel suo habitat, della sicurezza ambientale. Io ho ottenuto un prestito a tassi agevolati, non l’ho investito per comprare dollari, ma macchinari. Il contratto prevedeva anche spese per migliorie sociali: scuole, ospedali… L’ho onorato. E guardi che io non lavoro con il governo, ma solo con ditte private.

E come sono i margini di profitto?
Nonostante le tasse per le imprese siano più elevate rispetto a prima, la nostra azienda è in crescita, abbiamo acquistato altri terreni. I margini di profitto sono buoni. E con questa gestione, ci guadagnano anche i consumi perché se l’operaio ha un buon salario, può spendere di più.

Il Manifesto, 16 ottobre 2012, pag. 9

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4 commenti

  1. Fanno probabilmente quello che faceva l’America di Ford: imprese grandi e dinamiche sostenute da una pubblica amministrazione che si fa vedere, nel contesto di un patto sociale che esige utili anche per i lavoratori. Resto dell’idea che tutto questo sia possibile anche grazie alla rendita petrolifera; la maggior preoccupazione per i venezuelani di domani sarà affrontare i problemi connessi al comparto minerario.

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  2. Non è così semplice, il progetto bolivariano va molto più in là di una visione e prospettiva socialdemocratica. La risposta del presidente venezuelano: “mettetemi pure il barile del petrolio a zero, la Rivoluzione non si fermerà”.

    “Señores oligarcas, podrá llegar a cero dólares y les garantizo que esta Revolución no se detiene, todo lo contrario”.

    De esta manera respondió el Jefe de Estado a la campaña de los sectores económicos de oposición que están virtualmente “frotándose” las manos ante la progresiva caída del precio del petróleo -a causa de la crisis financiera capitalista que abate al mundo- y por la cual están ejecutando planes para que la economía nacional se deteriore y lograr la caída del Gobierno Bolivariano.
    Las declaraciones del mandatario nacional se produjeron durante la entrega de recursos económicos a la Misión Madres del Barrio, ceremonia realizada en la Palacio de Miraflores.
    “Amigos de la oposición que andan frotándose las manos: no les voy a complacer. El petróleo pudiera incluso llegar a cero, como llegó cuando ellos nos sabotearon en 2002 y 2003. Llegó a cero porque no podíamos vender ni un barril, sabotearon pozos, tanques, los negocios, las redes informáticas. Durante bastantes días y meses Venezuela tuvo petróleo igual a cero, sin embargo resistimos”.
    Recordó que en esa ocasión, y en peores condiciones, Venezuela logró superar un bestial sabotaje pese a que se quedó sin reservas, no poseía relaciones internacionales sólidas como las tiene hoy, y el desempleo se desbordó. Ahora el índice de desocupados se redujo a 6% y las reservas internacionales llegan a casi 40 mil millones de dólares, y con un modelo socio económico avanzando hacia el socialismo, lo que ha permitido que la crisis capitalista global no nos haya afectado.
    Hizo un llamado a la reflexión a los integrantes de la llamada burguesía venezolana, recordándoles que gracias al desarrollo económico en los 10 años de Revolución han obtenido beneficios que siempre creyeron imposibles, y han obtenido ganancias, inclusive de manera obscena en muchos casos.
    “No les hemos tocado nada, piden sus dólares y se les dan (…) tienen sus ganancias, muchas veces obscenas todavía. Si alguien debería estar pidiendo a Diosito para que esta crisis mundial no afecte gravemente a Venezuela son ustedes”.
    “¿No lo han entendido? ¿Que la crisis es del sistema capitalista y que en Venezuela buscaremos solución a esta crisis desde el marco del Socialismo?. Parece que no lo entienden (…) Pero si esa crisis llegara a afectar a Venezuela, tengan ustedes la plena seguridad que yo me pondré al frente del pueblo venezolano, para enfrentar y vencer esa crisis. ¡Tengan ustedes la plena seguridad!”.
    El Presidente Chávez les informó a quienes desde los sectores económicos de Venezuela pronostican desastres y trabajan en esa dirección, que hoy el Estado Socialista no repetirá los errores del pasado, cuando en la crisis bancaria de 1994 el gobierno entregó millones de dólares en los llamados “auxilios financieros” para salvar las instituciones crediticias privadas, que luego fueron vilmente trasferidos al exterior junto a los depósitos de los ahorristas que quedaron en bancarrota.De ninguna manera se repetirá esa estartegia para salvar a los grandes y ricos conglomerados venezolanos…y oxigenar a los banqueros”
    “Ante la crisis, me estoy preparando para hacer lo que yo como presidente revolucionario y socialista debo hacer, en conjunto con la gran mayoría del pueblo venezolano”.
    “Así que burgueses oligarcas de Venezuela, les recomiendo a que recen para que Venezuela no sea golpeada, como ustedes mismos están queriendo, sin conciencia; algunos se están frotando las manos, diciendo que se va a acabar Chávez”.
    “Qué se va a acabar Chávez, aquí lo que se acabará es el capitalismo y brotará con más fuerza el Socialismo venezolano”.

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  3. Interessante il passaggio sui sabotaggi del periodo 2002 – 2003, un evento poco pubblicizzato nel marasma del golpe. Naturalmente la controparte li definisce “legittimi scioperi”; libertà di giudizio. Anche se Chavez cerca di sminuirne l’importanza, il petrolio è sempre oggetto di aspra contesa nella sua nazione. La sua vittoria economica è certamente quella di averne dirottato i proventi verso i ceti meno abbienti, che non è poco. Resto però dubbioso sulla possibilità di tenuta del sistema in caso di caduta delle quotazioni.

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  4. In realtà il governo bolivariano è ben cosciente dell’importanza dell’aspra contesa, anzi: https://albainformazione.wordpress.com/2012/02/
    Sono altresì ben coscienti anche della necessità di diversificare la produzione; con la monocultura del petrolio non si va da nessuna parte, come ben si evince dall’intervista a Jorge Giordani qui linkata. Inoltre è interessante studiare bene la proposta programmatica di gestione 2013-2019: http://issuu.com/redportiamerica.it/docs/proposta_programma_transizione_venezuelana_al_soci

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