La profonda crisi di un sogno capitalista

Europa – Decomposizione dell’Unione, disgregazione della Destra e profonda transizione nella Sinistra

Intervista a Osvaldo Coggiola

di Achille Lollo*

Che cosa è oggi l’Europa? L’Europa è ciò che resta del progetto politico istituzionale che nella decade dei ’90 ha fatto tremare gli Stati Uniti, dal momento che con il nuovo blocco di nazioni europee poteva sorgere una nuova potenza finanziaria, industriale e militare, capace di mettere in discussione la profonda essenza del capitalismo statunitense, indebolito dalla crisi del dollaro, e così contribuire a ridiscutere gli elementi geo-strategici conflittuali nel mondo. Tuttavia, niente di tutto ciò è successo e oggi l’Unione Europea affonda in una profonda crisi sistemica che ancora non ha toccato il fondo, perché il governo tedesco ha impedito la caduta e la dissoluzione del blocco europeo.

Argomenti che il professore dell’Università di San Paolo Osvaldo Coggiola – invitato a parlare dei processi politici dell’America Latina in differenti eventi realizzati a Roma e a Napoli – ha affrontato nell’intervista per il giornale Brasil de Fato.

Brasil de Fato- Negli ultimi anni, la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea ha sofferto una crisi che non è solo finanziaria ma, soprattutto, economica, politica e sociale. Una crisi che ha rimesso in discussione il concetto dell’Europa Unita, criticando anche il progetto istituzionale dell’Unione Europea. Non è rimasto sorpreso dalla dinamica di questo fenomeno?

Osvaldo Coggiola: Il mondo intero è rimasto sorpreso perché l’Unione Europea era un progetto che si è affermato subito dopo la fine del blocco socialista, nel 1991, annettendo pacificamente alcuni stati che facevano parte del Patto di Versavia, oltre a diffondere la sua influenza in tutte le nazioni dell’ex-Urss. È bene ricordare che l’Unione Europea si presentava come un ricco mercato interno di 500 milioni di consumatori e una struttura politico-istituzionale, la cui novità principale era la diversità politica e plurinazionale. Un nuovo blocco capitalista che, in termini strategici, aveva contribuito abbastanza a sconfiggere il blocco dei paesi socialisti. Caratteristiche che rafforzavano la sua stabilità economica. Adesso abbiamo un’altra sorpresa, perché l’Unione Europea, che è stato il maggior progetto capitalista a livello mondiale, oggi, in seguito alla crisi economica, sta vivendo un processo di decomposizione le cui immediate conseguenze sono i segnali di una forte e lunga recessione.

L’introduzione dell’Euro e la creazione della Banca Centrale Europea (BCE) sono stati il simbolo della grandezza dell’Unione Europea, tanto che Saddam Hussein e tanti altri governi del Terzo Mondo avevano cominciato a cambiare le loro riserve in dollari, oltre a esigere che i pagamenti delle materie prime fossero in euro. Come spiega che oggi, in molti paesi europei, vi è chi considera l’Euro e la BCE come la causa principale della crisi del progetto istituzionale dell’Unione Europea?

Quando l’Unione Europea ha raggiunto lo status di nuovo blocco capitalista, con un’economia industriale temibile e una moneta molto più forte del dollaro, si ebbe l’impressione che questo nuovo blocco avrebbe sostituito gli Stati Uniti alla guida del mondo capitalista. Tuttavia, in termini politici, questo non è successo e invece, dopo i primi venti anni, ci siamo resi conto che è cominciato un processo di disgregazione in molte regioni dell’Unione Europea, come reazione volta a rompere le rigide regole dell’unione monetaria che salvaguardano l’esistenza dell’Euro.

E quali sono i tempi di questo processo di disgregazione?

È evidente che non avremo un’esplosione stellare ma sì avremo quello che stiamo vivendo oggi. Cioè, un fenomeno di graduale disgregazione del progetto europeo, a partire dal contesto sociale, per poi toccare le strutture politiche. Un processo che sta vivendo la Grecia, dal momento che solo con l’uscita dall’Unione Europea il governo greco potrebbe liberarsi dalla rigide regole di politica monetaria dell’Euro e, così, tornare all’antica moneta nazionale, la dracma. Solo fuori dall’Europa, il governo greco può svalutare la propria moneta nella misura del necessario, per trasformare la Grecia in una potenza micro-esportatrice di servizi e prodotti manifatturieri. È anche vero che con il ritorno alla dracma e la recuperata sovranità monetaria, il governo potrebbe, di fatto, riassestare l’economia, ma i lavoratori pagheranno un prezzo enorme perché i loro salari saranno i più inflazionati.

In tutte le manifestazioni contro la crisi realizzate nei paesi dell’Unione Europea, la “cattiva” è stata sempre  la Germania. Per quale motivo la Germania promuove la crescita della propria economia e, poi, nel Parlamento Europeo esige politiche recessive per i paesi europei che sono in crisi?

Le manifestazioni dei giovani e dei disoccupati, come anche gli scioperi generali che hanno promosso le centrali sindacali in Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Irlanda, Italia e soprattutto in Grecia hanno inteso denunciare la posizione politica recessiva del blocco europeo, il cui cuore e cervello sono rappresentati unicamente dal governo della Germania e dalla sua Banca Centrale. Adesso, per salvare le banche tedesche – che sono quelle che più si sono appropriate del debito pubblico degli altri stati europei – e per dare continuità all’espansionismo industriale tedesco, Angela Merkel non ha altra possibilità che esigere  agli altri governi europei più tagli dei loro investimenti complessivi. In secondo luogo, la Germania e la BCE  esigono che il pagamento dei debiti siano garantiti con i capitali che originariamente dovrebbero finanziare gli investimenti infra-strutturali. È in queste condizioni di crisi che la Germania si conferma come l’unico grande centro economico efficiente del blocco europeo. Di modo che, in termini politici, è il governo della Germania che comincia a dettare regole per i paesi dell’Unione Europea, trasformandosi nel vero dominatore del blocco europeo. Una preponderanza che in termini geo-strategici è molto complessa e finanche pericolosa, perché evidenzia certe tendenze tedesche che tendono a trattare le nazioni in crisi come suoi protettorati.

In questa situazione, i governi della destra europea si trasformano in semplici servi del mercato e della BCE, perdendo il loro originale ruolo nazionalista.  Quali sono le conseguenze?

Senza dubbio, tutto ciò alimenta la decomposizione della destra in Europa e l’esempio più chiaro è la crisi dissolvente del partito di Berlusconi. Di fatto, il principale partito della destra italiana sta soffrendo una grave crisi politica perché gli mancano i contenuti ideologici, dal momento che l’aggravarsi della crisi economica nella realtà è un fenomeno di crisi recessiva provocato dallo stesso blocco capitalista che essi tanto appoggiano. Per questo, e non c’è più dubbio, tutti i partiti della destra europea sono entrati in questo processo graduale, ma anche molto dinamico, di decomposizione ideologica e insieme politica.

Anche i partiti social-democratici e i social-riformisti che hanno appoggiato i progetti neoliberali hanno sofferto pesanti sconfitte e i loro elettori continuano diminuendo. Lei crede che non avremo più maggioranze e governi come quello di Mitterrand, Willy Brandt o Olaf Palme?

È evidente che questa crisi ha radici più profonde di quelle che ho sottolineato e che, pertanto, abbraccia anche i partiti della cosiddetta social-democrazia e i social-riformisti che, soprattutto negli anni ottanta, hanno fatto parte del potere dello Stato capitalista, che si è servito di loro per attrarre nell’area del potere anche i partiti della sinistra comunista. È quello che è successo in Francia con il governo di F. Mitterrand, dove il Partito Comunista Francese (PCF) occupava incarichi importanti. Oggi, nelle ultime elezioni, il PCF non è riuscito a raggiungere neanche il 3% e per assurdo, in un paese come la Francia, i comunisti del PCF sono stati superati dai trotskisti! Nella Spagna, il PSOE è stato facilmente sconfitto perché ampie fasce del suo elettorato non sono andati a votare, considerando il PSOE responsabile della crisi.

Pertanto, tutti questi partiti che occupano l’area del centro-sinistra sono entrati in decadenza per il semplice fatto che hanno contribuito a che il processo di accumulazione nei paesi dell’Unione Europea andasse avanti stabilmente e, così, hanno continuato a rappresentare nei parlamenti gli strati sociali che si beneficiavano della stabilità. Tuttavia, quando questo scenario si è invertito con la rottura della stabilità e l’avanzamento di una grande crisi sociale, questi partiti social-democratici, social-riformisti ed euro-comunisti hanno provato l’amaro sapore della sconfitta, della decadenza e soprattutto dell’anti-politica, della quale l’esempio più evidente è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo in Italia.

Lei crede che al di là dei gruppi dell’anti-politica e dei partiti della sinistra organizzata in decadenza, ci sia un’altra sinistra in formazione che sta sorgendo dalle ceneri storiche della sinistra comunista e anche dalle ceneri del movimento pacifista, altro mondista, ambientalista?

Quando il processo dell’accumulazione capitalistica, che si pensava non essere eterno, ma che doveva durare ancora un lungo periodo nella nostra storia – è entrato in crisi a partire del 2006, ci sono state esplosioni sociali alle quali la sinistra organizzata non ha saputo dare una risposta politica e organizzativa adeguata. Non ha saputo trasformare queste esplosioni in un progetto alternativo alla crisi. Gli esempi più chiari di ciò li ritroviamo in Grecia e in Spagna, dove ci sono state autentiche ribellioni popolari contro la crisi profonda, che si sarebbero diluite nel tempo perché la sinistra organizzata non è riuscita a costruire un’alternativa.

Di conseguenza, in Spagna, il movimento degli “Indignati” ha cominciato a mettere in discussione tutti i partiti politici, incluso quelli della sinistra, mischiando l’anti-politica con l’alternativa. Si è creato un vuoto nelle elezioni del 2011 e la destra ha vinto con grande facilità. In Grecia è nato il movimento Syriza che diceva di voler riunificare la sinistra popolare, tuttavia la sinistra organizzata, cioè i comunisti del KKE sono rimasti fuori da questo movimento. Anche così il Syriza, nonostante fosse praticamente improvvisato, è quasi risultato maggioritario nelle elezioni nelle quali non ha voluto formare un fronte popolare con i comunisti del KKE.

Tutto ciò significa che, nell’Europa siamo in un periodo di profonda e complessa transizione politica che include, prima di tutto, la sinistra organizzata e i movimenti. Una transizione che va definendo i contenuti delle proposte politiche e organizzative in conseguenza dei fenomeni che la crisi del blocco europeo produrrà in ogni paese.

*giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato  in Italia e curatore del programma  TV Quadrante Informativo.

[trad. per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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