La cittadinanza e il reddito di cittadinanza nella crisi della sovranità popolare

di Carlo Amirante

La cittadinanza e la sovranità popolare nel contesto comunitario europeo (UE).

Proprio perché il merito maggiore del costituzionalismo democratico della seconda metà del novecento è la dialettica cittadinanza/diritti umani, la progressiva estensione prevista dalle costituzioni e dalle convenzioni internazionali agli stranieri e agli apolidi dei diritti di cittadinanza è stato un risultato significativo delle lotte democratiche particolarmente intense fino alla svolta degli anni ’90, anche se fra il riconoscimento e la tutela effettiva non vi è stata sempre piena corrispondenza.

Se nella cittadinanza prevista dal costituzionalismo contemporaneo è fondamentale distinguere tra cittadinanza-identità, cittadinanza-diritti e cittadinanza-partecipazione, i processi di mondializzazione e di integrazione continentale, nel nostro caso l’integrazione europea, hanno determinato sia sul piano dei contenuti che su quello funzionale una crisi evidente della cittadinanza.

Da un lato, infatti, la delocalizzazione-denazionalizzazione della finanza dell’economia e della stessa moneta hanno in generale messo in crisi la dimensione identitaria della cittadinanza che le costituzioni e le leggi fanno dipendere dai rapporti di filiazione o dalla residenza sul territorio nazionale per un certo numero di anni, la continua riduzione del ruolo economico e sociale dello stato nazionale ha progressivamente cancellato i diritti economici e sociali dei cittadini, senza contrarre ma anzi spesso accrescendone i doveri, in particolare quello fiscale, senza dimenticare la scomparsa della gratuità e spesso i costi sempre più elevati dei servizi pubblici.

Né la cosiddetta cittadinanza europea spesso contrabbandata come un passo fondamentale verso la formazione della cosiddetta Europa dei cittadini ha in alcun mondo compensato la perdita di diritti a livello nazionale, dal momento che di altro non si tratta che di una cittadinanza economica (o meglio commerciale in veste giuridica, dal momento che la libertà di movimento di capitali, merci, servizi e persone se ha avuto una precisa funzione di incremento mercantile che spesso ha favorito le economie e/o i settori più forti a danno di quelli meno suscettibili di resistere alla concorrenza anche se radicati alle strutture produttive e alla esigenze del singolo paese, non ha purtroppo, a parte eccezioni marginali, contribuito ad allargare e incrementare l’accesso al mondo del lavoro, in particolare dei giovani, delle donne e dei laureati.

Da un altro lato, lo spostamento a livello internazionale e sovranazionale dei poteri di regolare, vincolare ed orientare in modo imperativo l’organizzazione finanziaria e bancaria, la spesa pubblica, il budget nazionale, il saggio di interesse, il regime dei servizi pubblici e dei servizi sociali anche attraverso l’obbligatoria privatizzazione di molte delle funzioni pubbliche e dei servizi prestati sempre più spesso a costo di mercato, implica la sostituzione delle forme tradizionali di gestione delle scelte politiche, economiche e sociali, nonché del rapporto stato-cittadini, il cosiddetto government, o governo rappresentativo, fondato sul rapporto governo-parlamento e sulla responsabilità dei governi e dei partiti che li sostengono con una nuova formula politica di carattere tecnocratico-espertocratico: la governance.

L’affidamento delle scelte fondamentali legislative, governative e burocratiche a banche, autorità, definite indipendenti perché costituite da tecnici apolitici ma spesso con fortissimi rapporti fiduciari o di dipendenza professionale da lobbies e centri di potere economico-finanziario e bancario, e da agenzie internazionali di rating, finanziate dai gruppi economici multinazionali, una soluzione che secondo gli ideologi neo-liberali rappresenterebbe l’unica razionale in un mondo dominato dalla finanza e dagli scambi internazionali, comporta lo svuotamento della sovranità popolare che è un elemento fondamentale della cittadinanza-partecipazione. Se infatti, da un lato l’organizzazione mondiale del commercio (OMC), il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM) la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), e i diecimila comitati, in cui si articola la governance comunitaria, dall’altro, prevalgono nettamente sulle scelte e sulla normativa del parlamento europeo, il governo europeo è sempre più spesso guidato dalla leadership dei grandi della UE (soprattutto la Germania, la Gran Bretagna e in qualche misura la Francia), che praticano il cosiddetto sistema della sovranità condivisa. Ciò implica che, per avere qualche peso nelle scelte di fondo della UE è indispensabile per gli altri paesi condividere le opzioni degli stati leaders; è quindi evidente, come gli episodi recenti delle elezioni politiche e della formazione dei governi in Italia, in Grecia, in Spagna dimostrano la progressiva perdita di autonomia ed indipendenza del cittadino elettore spesso orientato più ad evitare scelte politiche critiche nei confronti della governance comunitaria, piuttosto che optare per partiti che propongano scelte alternative. Se è vero, e sarebbe molto difficile negarlo, che il programma economico dei paesi membri dell’UE e di quelli in difficoltà in particolare, deve esseredefinito apolide perché necessita dell’approvazione di Bruxelles come precondizione della ratifica dei parlamenti nazionali ai cittadini restano ben poche scelte perfino al momento del voto politico. Così se in Grecia non pochi cittadini elettori avrebbero desiderato votare per partiti radicali e critici delle politiche comunitarie, il terrore di essere scomunicati dalla UE li ha indotti o a disertare le urne o a votare per i partiti che garantivano la continuità nelle politiche neo-liberali proposte dalla UE che hanno messo in ginocchio l’intero paese, creando una situazione drammatica soprattutto giovanile di licenziamento di ampi settori della pubblica amministrazione e un drastico taglio di salari.

Questo processo di allontanamento progressivo dei cittadini degli stati membri dalle scelte dei partiti dei parlamenti e dei governi del proprio paese, estremamente evidente nei paesi summenzionati che hanno anche assistito alla diaspora dei partiti tradizionali sostituiti da nuove formazioni politiche che si caratterizzano spesso per leadership di carattere prevalentemente personalistiche è avvenuto secondo le teorie di chi ritiene tutt’ora irreversibili le scelte di organizzazioni economiche a carattere universale e di quelle comunitarie all’insegna dei principi del mercato e della concorrenza; la realtà che i cittadini dei paesi membri della UE e soprattutto di quelli che soffrono particolarmente il peso dell’euro e dei limiti allo stato sociale alla spesa pubblica imposti dal patto di stabilità sia nazionale che locale (che obbligano le amministrazione a fortissimi e incrementali limiti di spesa) è un’autentica ed evidente concorrenza al ribasso dei salari come condizione inevitabile per l’istallazione nazionale o straniera di nuove imprese che pretendono anche mano libera su assunzioni e licenziamenti, optando alternativamente per paesi che offrono migliori garanzie in questo campo. A ciò si aggiunge purtroppo un costante aumento dell’imposizione fiscale sia diretta che indiretta che finisce per ripianare i pesanti deficit del bilancio dello stato piuttosto che favorire investimenti per l’occupazione.

Il reddito di cittadinanza come svolta politica 

In questo quadro tutt’altro che esaltante anche per le previsioni future di crescita, di sviluppo e di occupazione, la proposta di un reddito di cittadinanza è divenuta la proposta politica più importante per consentire al numero sempre crescente di lavoratori, pensionati e cittadini in difficoltà almeno di sopravvivere dando risposta positiva alle necessità indispensabili per la vita personale e/o del gruppo familiare a seconda delle soluzioni proposte.

Per dare contenuti alla proposta del reddito di cittadinanza ed evitare così che essa appaia soltanto come una provocazione rivolta sia ai governi nazionali che alla governance comunitaria è indispensabile però affrontare il duplice tema di una radicale revisione dei sistemi fiscali che comporti inevitabilmente una redistribuzione di pesi e vantaggi fra banche ed utenti, fra datori di lavoro e lavoratori, fra percettori di reddito diversi dal rapporto di lavoro subordinato e lavoratori.

Una seria proposta di cambio di strategia delle politiche comunitarie che però per essere efficaci e non soltanto utopica deve fare i conti con le regole, le pressioni e i controlli dell’OMC, del FMI e della BM. Quanti sanno, infatti, che i burocrati del FMI svolgono periodiche ispezioni presso i governi di tutti i paesi, compresi quelli degli stati membri della UE, confermando in questo modo il parallelismo tra le regole di governance mondiale e quelle comunitarie, che impongono controllo della spesa pubblica, divieti di aiuti di stati alle imprese, flessibilità del mercato del lavoro, privatizzazioni e svendite dei beni pubblici? Malgrado ciò una revisione dei sistemi fiscali, soprattutto nel senso della già proposta riduzione dei carichi fiscali sui salari, una parte dei quali, potrebbe confluire in un budget destinato a trasformarsi nel finanziamento del reddito di cittadinanza non è rinviabile. Sono, inoltre, indispensabili nuove forme di regolamentazione del settore bancario e del settore finanziario che consentano anche la ri-nazionalizzazione delle banche di interesse nazionale e locale, e la formazione di una banca etica comunitaria che coordini le iniziative e le attività di banche etiche che si stanno progressivamente sviluppando nei paesi membri della UE, imponendo agli stati medesimi, e alla stessa UE di dirottare su questa istituzione almeno parte dei fondi che attualmente servono a garantire stabilità e sicurezza alle banche nazionali. A queste ultime che si rifiutano di svolgere il tradizionale compito di sostenere le imprese in difficoltà, anche qualora queste offrano garanzie di restituzione dei prestiti bisognerebbe imporre una diversa strategia come precondizione per il rifinanziamento comunitario. Queste proposte pur non essendo di per sé rivoluzionarie, avrebbero almeno il senso di invertire le strategie inadeguate e talora addirittura fallimentari della governance comunitaria.

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