Una trappola per Cinque

di Geraldina Colotti

Fonte: Il Manifesto

Dopo un lungo e controverso iter giuridico, il caso degli agenti cubani prigionieri negli Usa potrebbe essere riaperto: «Aiutateci», dicono i familiari. Ma molto dipende da Obama
«I giovani sono il futuro, devono avere a cuore la libertà». Con l’entusiasmo dei suoi 24 anni e l’ausilio di una solida formazione politica, Ailí Labañino Cardoso parla a un’aula gremita di ragazze e ragazzi: quarte e quinte del liceo Morgagni, venute ad ascoltare la figlia di Ramon, uno dei 5 agenti cubani prigionieri nelle carceri nordamericane da 14 anni, condannati all’ergastolo o a pene pesanti.

Dopo un lungo e controverso iter giuridico, ora il caso potrebbe essere riaperto, qualora venisse accolto il ricorso della difesa in merito a una pesante irregolarità commessa durante il processo di I grado: in sostanza «il pagamento diretto, da parte delle agenzie governative Usa, di cifre stratosferiche «ai giornalisti di Miami perché diffamassero i Cinque e creassero un clima negativo tra la popolazione e la giuria». In un paese che, sulla carta, sbandiera il mito della libertà di stampa, non è una prova da poco.

Nessuna legge, però, impone limiti di tempo alla eventuale decisione del tribunale. Per questo – dice la figlia di Labañino – «tutto è nelle mani del presidente Barack Obama. Se viene rieletto, avrà altri 4 anni per rimandare a casa i nostri cinque compagni, ponendo rimedio a un’ingiustizia che né Clinton né tantomeno Bush hanno voluto sanare. Altrimenti, avrebbe comunque tempo fino al 20 gennaio per liberarli: un gesto che il popolo americano sosterrebbe, se solo conoscesse davvero i fatti. La grande stampa, però, ci ha chiuso le porte, negli Stati uniti e in Europa. Le notizie filtrano solo grazie alle reti sociali e ai media alternativi». Al punto che, artisti, scrittori, premi Nobel, hanno dovuto comprare una pagina del New York Times per far conoscere il caso. Per questo – aggiunge la ragazza – «sono venuta a chiedervi di aiutarci: scrivete al presidente Obama e a sua moglie Michelle, fate conoscere questa storia ai ragazzi europei e statunitensi. A Cuba come nel resto del mondo, noi giovani siamo il futuro, dobbiamo avere a cuore la libertà».
Ailí è stata invitata dall’Associazione nazionale di amicizia Italia Cuba per un giro di conferenze in 7 regioni italiane dove ha incontrato soprattutto giovani e ha ricevuto il caloroso sostegno di un ampio arco di forze e soggettività. Ha spiegato i risvolti politici e i costi umani di questa vicenda che ha segnato la sua giovane vita: la difficoltà di crescere senza un padre, i mille intoppi e le angherie per andarlo a trovare in un carcere di massima sicurezza Usa, una o due volte l’anno e senza alcuna certezza.

Al Morgagni, i liceali ascoltano con gli occhi lucidi. «Gli Stati uniti – dice la ragazza – concedono un visto di soli 30 giorni e non è facile ottenerlo. Posso visitare solo mio padre, non gli altri quattro compagni. Non essendo considerati prigionieri politici, sono sottoposti al regime di alta sorveglianza dei detenuti pericolosi: trafficanti, assassini, stupratori. Un regime duro: telecamere, controlli, guardie dappertutto, solo la possibilità di abbracciarci, all’inizio e alla fine del colloquio. Quando scoppiano risse nel carcere, anche se i nostri non sono coinvolti, vengono messi in punizione: cibo freddo, docce limitate, sospensione delle visite. Così, nel 2008, nonostante mi fossi recata ogni giorno alla porta della prigione, non ho potuto vedere mio padre. Il mese è trascorso e sono rientrata a Cuba. E ho iniziato le pratiche per il prossimo visto».

Una storia di diritti negati, dicono con diversi accenti Marco Papacci, della segreteria nazionale Italia Cuba e l’avvocata Tecla Faranda, dei Giuristi democratici, venuta apposta da Milano. Una vicenda per cui si mobilitano reti sociali e media alternativi – ha spiegato il giorno prima Franco Forconi, illustrando ai giovani comunisti di Rifondazione e dei Comunisti italiani la campagna del Comitato italiano giustizia per i Cinque. Come altri 300, sorti in questi anni in più di 190 paesi, il Comitato cerca di informare, amplificando le voci autorevoli – intellettuali, artisti, politici e premi Nobel – che sostengono questa causa, e provano a spezzare «il muro di silenzio e menzogne, eretto dai grandi media, organizzando iniziative il 5 di ogni mese».

Quella dei 5 è sì una matassa giuridica ormai difficile da districare, ma è soprattutto una partita politica e simbolica tra la piccola isola e la superpotenza nordamericana, che non le perdona di aver scelto il proprio cammino. Una faccenda che ci riguarda – ha detto Simone Oggionni, portavoce dei Giovani comunisti alla platea attenta della Sala Libertini -: perché, mentre in Italia si continua a morire di lavoro, in Sudamerica si va configurando un’alternativa. Perché, «mentre gli Usa aumentano l’esportazione di armi al resto del mondo, Cuba esporta medici e cultura». Perché quell’esempio rivoluzionario, figlio del grande Novecento, «interroga un certo pacifismo imbelle che disconosce il diritto dei popoli alla propria autodeterminazione, spiana la strada alle aggressioni imperialiste e priva il conflitto dei suoi riferimenti forti».

Ailí Labañino spiega ai ragazzi in quale contesto storico si è resa necessaria un’azione di intelligence da parte di Cuba: «Gli Stati uniti – dice – non hanno mai digerito la nostra indipendenza e per questo hanno continuato a finanziare gli attentati dei gruppi anticubani basati a Miami. Dopo il crollo dell’Unione sovietica e del campo socialista, hanno moltiplicato gli sforzi, sperando che anche il socialismo da noi potesse cadere. Il terrorismo ha provocato nel paese 3.478 vittime, 2099 feriti, danni materiali per 54.000 milioni di dollari. Cuba ha il diritto di difendersi: non con le guerre, che non abbiamo mai mosso a nessuno, ma con l’intelligenza».

Per chiarire il discorso, prende poi ad esempio quel che accadde nel cielo dell’iusola il 6 ottobre del 1976. Allora, una bomba fece esplodere in volo l’aereo che riportava in patria la squadra cubana di scherma, di ritorno da un incontro vittorioso in Venezuela. Morirono 73 persone: «Anzi – precisa Ailí Labañino – 74, perché una delle ragazze era incinta. E non c’erano solo cubani sull’aereo». Persone che si trovavano «al posto sbagliato nel momento sbagliato, secondo Posada Carriles, responsabile di quel fatto e di altri 11 attentati contro Cuba: tutti rivendicati impunemente da Miami, dove vive libero».

Tra il ’94 e il ’97, aumentano gli attentati contro Cuba, specialmente nel settore turistico. Il 4 settembre del ’97, una bomba nella hall dell’Hotel Copacabana uccide anche un giovane imprenditore italiano, Fabio di Celmo. In quel contesto di escalation si sviluppa l’attività degli agenti cubani. «Durante la presidenza Clinton – racconta Ailí – mio padre e gli altri quattro compagni che avevano infiltrato i gruppi anticubani a Miami, vennero a conoscenza di sanguinosi piani, diretti non solo contro il nostro paese, ma anche contro l’allora capo di stato degli Stati uniti. Tramite lo scrittore Gabriel Garcia Marquez, il presidente Fidel Castro fece arrivare l’informazione a Clinton. Una delegazione dell’Fbi venne per questo all’Avana manifestando la volontà di adottare misure preventive comuni. Invece, il 12 settembre del ’98 furono arrestati mio padre e i suoi compagni».

Ramon Labañino, René e Fernando Gonzales, Gerardo Hernandez vengono fermati dall’Fbi nel Sud della Florida e tenuti in celle di isolamento in diverse carceri di massima sicurezza per 17 giorni, prima che il loro caso arrivi al Tribunale di Miami. Le accuse sono pesantissime: spionaggio, associazione a delinquere, più altre imputazioni minori. «René – racconta Ailí – aveva doppia nazionalità e famiglia in America. Fecero pressione su di lui perché si arrendesse, minacciando di arrestare sua moglie. Volevano che firmasse una confessione, ma lui al posto della firma fece un gesto eloquente: disegnò il dito medio. E quando gli portarono la moglie in manette e con la divisa arancione delle detenute, le disse: “Guarda come ti sta bene l’arancione”. Dopo tre mesi di carcere, la moglie venne espulsa a Cuba. Secondo la legge nordamericana, dopo 5 anni avrebbe avuto diritto a un visto, invece niente. All’epoca, la loro figlia più piccola aveva 4 mesi, ha dovuto aspettare 7 anni che gli psicologi le dessero il permesso di vedere il padre, accompagnata dalla sorella».

Sette mesi dopo l’inizio del processo, viene aggiunta un’altra accusa a carico di Gerardo Hernandez: per l’omicidio di 4 anticastristi, appartenenti all’organizzazione Hermanos al rescate, abbattuti mentre stavano violando lo spazio aereo cubano a bordo di due piccoli aerei. Hernandez avrebbe avvertito l’Avana del loro arrivo, il 24 febbraio del ’96.

«Per Cuba come per tutti gli altri paesi valgono le norme internazionali – dice Tecla Faranda -, la difesa ha prodotto le registrazioni di quell’episodio, le risate dei piloti incuranti dei ripetuti inviti a fermarsi». L’avvocata ricapitola i passaggi di quel processo lunghissimo, viziato all’origine e in un contesto ostile: «Alla fine – racconta – c’era una stanza piena di carte: oltre 119 volumi di testimonianze e 20.000 pagine di prove e documenti. Agli atti, anche la testimonianza di tre generali dell’esercito in pensione, di un ammiraglio e dell’ex consigliere per gli affari cubani di Clinton e di alti ufficiali. I loro racconti hanno evidenziato l’innocenza degli imputati, eppure il tribunale li ha riconosciuti colpevoli di tutte le accuse. Per tutta la durata delle udienze, c’è stato un clima di intimidazione, pressioni fortissime dei media locali, che inseguivano i giurati con le telecamere per riprendere il numero di targa delle loro macchine ed esporli alle minacce degli anticastristi, i quali manifestavano davanti al tribunale». Risultato: cinque ergastoli a tre dei cinque agenti e altre lunghissime pene.

Dopo la condanna, i Cinque vengono rinchiusi in altrettante carceri di massima sicurezza, molto distanti uno dall’altro. «La mia sorellina – racconta adesso Ailí – ha compiuto sei anni durante un colloquio con mio padre. In carcere non può entrare niente, solo il denaro per comprare cibo all’interno, pagandolo cinque volte più caro di quel che costa fuori. Così abbiamo acquistato una piccola torta per festeggiarla e lei ci ha chiesto: “dov’è la pentolaccia?” pretendendo di festeggiare con tanti doni come facciamo a Cuba. Mio padre ha cercato di consolarla, promettendole che l’anno prossimo sarebbe stato con noi, ma lo stiamo ancora aspettando. Alla mia festa dei 15 anni – una scandenza importante per le ragazze a Cuba – lui non c’era, quando mi sono laureata ha potuto solo inviarmi un biglietto. Quando vado a trovarlo mi dice: “non pensare alle telecamere, fai come se fossimo nel soggiorno di casa nostra. Salutami con un sorriso, voglio ricordarti così per il prossimo anno qui dentro”».

Nel processo di secondo grado, durato altri 27 mesi, il 9 agosto del 2005 la Corte d’Appello di Atlanta annulla la sentenza di primo grado, riconoscendo che il contesto di Miami non ha garantito una sentenza imparziale. «Il governo, però, con un’attitudine inusuale, ha insistito perché la decisione fosse rivista in seduta plenaria dalla Corte con un procedimento chiamato ‘en banc’», spiega ancora l’avvocata Faranda. Un anno dopo, il 9 agosto del 2006, nonostante l’esplicito dissenso di due dei dodici giudici della Corte, viene così revocata a maggioranza quella decisione e la palla torna ai tre giudici, che devono deliberarte non più sulla legittimità del tribunale di Miami, ma su altri punti dell’appello.

Nel frattempo, interviene un fatto rilevante. Il 27 maggio del 2005, il Gruppo di lavoro delle Nazioni unite sulle detenzioni arbitrarie, dopo aver esaminato i documenti forniti sia dal governo Usa che dalle famiglie dei detenuti, invita gli Stati uniti a liberare i Cinque, ritenendo arbitraria la loro carcerazione, che dura da 7 anni: in violazione all’articolo 14 della Convenzione internazionale sulle libertà civili e politiche, di cui gli Usa sono firmatari. «In base alla legge statunitense – dice ora Faranda – i Cinque avrebbero dovuto tornare liberi fino a sentenza definitiva. Quello, peraltro, fu un pronunciamento storico, l’unico emesso dal Gruppo di lavoro su un caso giudicato dagli Stati uniti, un pronunciamento rimasto però inascoltato». L’undicesima sezione della Corte d’Appello di Atlanta, nell’udienza pubblica del 20 agosto del 2007, «mostra la palese inconsistenza delle prove. Eppure, il 4 giugno del 2008 vengono riconfermate le pene. Nella sentenza, si invita però la Corte di primo grado a riconsiderare alcune delle condanne inflitte».

Alla fine del 2009 – spiega la figlia di Labañino – «la stessa giudice che aveva presieduto il primo processo a Miami ha così ridotto la condanna di mio padre: dall’ergastolo più 18 anni, a 30 anni. Quella di Antonio Guerrero, dall’ergastolo più 10 anni è stata portata a 21 anni e 10 mesi più 5 anni di libertà vigilata. La pubblica accusa aveva proposto 20, ma la giudice di Miami, Joan Lenard ha ritenuto di dover aumentare. Fernando Gonzalez, anziché 19 anni deve scontarne 17 e 9 mesi. La condanna di Gerardo Hernandez è rimasta la stessa: due ergastoli più 15 anni, gli ci vorrebbero tre vite per scontarli. Ma intanto, in questa vita gli è stato vietato di vedere la moglie, nel 2005 la madre è morta senza riabbracciarlo, e quest’anno è morto anche il fratello, che era anche il suo avvocato. Gerardo e la moglie hanno superato i quarant’anni, la possibilità di avere un figlio si allontana».

Phyllis Kravitch, una dei giudici, non ha condiviso la sentenza, e lo motiva in oltre 14 pagine, nelle quali evidenzia anche l’infondatezza delle accuse di aver concorso all’abbattimento degli aerei anticastristi, imputate a Hernandez. René Gonzalez, invece, da un anno è in libertà condizionale a Miami: «I suoi avvocati – dice Ailí – hanno chiesto che potesse risiedere altrove, ma la giudice Lenard ha risposto di no. E per René vivere a Miami è ancora più pericoloso di stare in prigione: ogni giorno riceve minacce pubbliche da parte dei gruppi anticubani. Quest’anno, prima che il fratello morisse, ha avuto il permesso di venire a Cuba per 15 giorni, con il divieto assoluto di parlare con la stampa e di incontrare altre persone che non fossero i familiari. Sono riuscita a vederlo per qualche minuto. Ho cercato di non piangere. Non è tempo di lacrime, ho pensato, ma di parole forti e generose, quelle che il Che ci ha insegnato».

Prigionieri della rete

Il programmatore Richard Stallman è membro del consiglio d’amministrazione di TeleSUR, formato da intellettuali latinoamericani ed internazionali di prestigio come il Premio Nobel Adolfo Pérez Esquivel, il poeta nicaraguense Ernesto Cardenal, gli scrittori Eduardo Galeano e Tariq Ali, lo storico Ignacio Ramonet, l’attore Danny Glover.

Lo scrittore venezuelano Luis Britto García, membro del Consiglio di Stato della Repubblica Bolivariana del Venezuela, ha da tempo fatta sua la causa per l’utilizzo del Software libero a favore dell’amministrazione e del governo bolivariano, mossa imprescindibile per resistere alla guerra di IV generazione condotta dall’impero yankee.

Qui una videointervista a cura di Anna Mazza durante una visita di Stallman a Napoli

Proponiamo qui di seguito una interessante intervista di Alessandra Fava – il manifesto 2012.11.02 – 08 L’INTERVISTA

Per Richard Stallman, guru del software libero, condividere se stessi su social network, motori di ricerca e tablet è infilarsi volontariamente in una galera dorata, senza sbarre ma totale.

Se Pico della Mirandola avesse conosciuto Richard Stallman, oltre alla libertà tra scegliere di essere angeli o bruti, probabilmente avrebbe aggiunto una terza opzione: usare il software libero. Per Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e padre di GNU, che insieme al kernel Linux forma GNU-Linux, è l’unica scelta etica, l’unica che ti rende libero da quella che chiama «colonizzazione digitale». Con Stallman non parlate di open source (tradotto in italiano codice sorgente aperto), un’espressione che detesta da quando fu proposta da Christine Peterson presidente di un’azienda specializzata in nanotecnologie, ufficializzata da Eric S. Raymond al lancio di Mozilla e adottata da una parte del mondo hacker (sull’argomento Codice libero – Richard Stallman e la crociata per il software libero di Sam Williams). Stallman ormai è un globe trotter per la libertà digitale, catechizza gli utenti, convince i governi ad adottare piattaforme libere. A breve potrebbe farlo anche il comune di Genova e infatti abbiamo intervistato Stallman dopo una conferenza a palazzo Tursi organizzata dalla Lista Doria e da Lanterna digitale libera (LDL). Qualsiasi domanda gli poniate, preparatevi ad essere redarguiti se lui non è d’accordo. Irascibile, schietto, tranchant. Stallman è così. Prendere o lasciare.

Trent’anni di battaglie per la libertà di utilizzo di software libero. Trent’anni contro il controllo dei software privato sui computer degli utenti. Ne è fiero?
Sono soddisfatto di quello che ho fatto della mia vita. Ma non abbiamo ancora vinto. Non è questione di conquiste personali. Ci sono problemi oggettivi che cerchiamo ancora di correggere. Anche se abbiamo fatto molta strada, ne manca ancora tanta per eliminare i software proprietari.

Stallman intervistato dalla nostra Anna MazzaNon pensa che la crisi economica possa convincere le amministrazioni pubbliche, anche per ragioni di budget, ad adottare il software libero?
Non ne ho idea. Non so quali mutamenti porterà la crisi. E poi questa non è una questione economica. È qualcosa di più importante: è una questione di libertà. Magari Genova deciderà di adottare il software libero. Ma i proprietari di software hanno molti soldi e li usano per essere sempre più influenti. Ad esempio Microsoft o Apple dicono: apriamo un centro di ricerca nella vostra regione e spendiamo milioni di euro ogni anno. Possono comprare in questo modo parecchie amministrazioni. Tanti governi hanno un’idea così debole della loro missione che se arriva uno che offre soldi e investimenti, gli fanno fare quello che vuole. Nel 2005, quando la Ue stava pensando a una direttiva per permettere i brevetti dei software, la Danimarca era contro. La Microsoft ha comprato una piccola compagnia informatica danese con 3-4 mila dipendenti, ha mandato una lettera al primo ministro dicendo che avrebbero chiuso la compagnia se il paese non appoggiava la direttiva. E così è stato. Invece ogni volta che un’amministrazione pubblica rinuncia ad usare un software libero, diventa attaccabile e viene meno ai suoi doveri verso i cittadini perché rinuncia alla sua sovranità digitale. Basta pensare agli aerei israeliani che scomparirono dai radar dei servizi siriani quando fu attaccata la centrale nucleare perché – sono gli ufficiali del Pentagono a dirlo – probabilmente Israele inserì delle backdoor nel software dei radar siriani. Oppure pensiamo agli attacchi Usa ai computer venezuelani nel 2003 quando il governo di Chávez decise di nazionalizzare la compagnia petrolifera.

Pensa che la rivoluzione digitale possa partire dal basso? E da dove si inizia?
Penso che si debba partire dalle scuole. Le scuole dovrebbero insegnare solo su software libero per educare la gente alla libertà, alla collaborazione e alla condivisione dei saperi. La questione non è rendere l’educazione migliore, ma scegliere tra un buon sistema scolastico o un cattivo sistema scolastico. La scuola non dovrebbe insegnare la dipendenza ma lo sviluppo delle capacità e dell’energia. Quindi dovrebbero diplomare persone in grado di usare software liberi per creare una società libera. Ma ci sono aziende come Microsoft che regalano copie dei loro software alle scuole. Fanno come gli spacciatori che all’inizio regalano una dose. E creano dei dipendenti. Le scuole dovrebbero rifiutare. Le università anche, a partire dal Politecnico di Torino dove grazie all’attuale rettore Gigli e all’avvallo del rettore precedente Profumo (l’attuale ministro) c’è persino un centro Microsoft. Per non parlare del fatto che se ci sono degli studenti che hanno doti da programmatore saranno frustrati. Come impari a scrivere un codice di un programma piuttosto complesso? Apportando qualche modifica a un programma già esistente e questo lo puoi fare solo con un free software.

Lei parla di sistema colonizzato e colonizzazione digitale. Che cosa intende?
Un sistema coloniale tiene i colonizzati divisi e impotenti. Così i software proprietari mantengono i fruitori impotenti. Un sistema coloniale deindustrializza, di solito, i popoli che controlla. Il software privativo ti rende incapace di qualsiasi modifica, in pratica sei blindato in quello che è stato deciso dall’alto per te. Non è un paese che viene colonizzato in questo caso, è una società, ma penso che ci siano delle somiglianze. Per questo parlo di «sistema coloniale».

Gli utilizzatori dei software proprietari non sempre sono consci di essere spiati. Lei ha raccolto le prove secondo cui dietro ai software proprietari si nasconde una vasta operazione di controllo. Ci racconti un po’ che cosa sono le malicious features, le funzionalità malevole. Che cosa succede esattamente nei computer?
Windows ad esempio ha almeno due sistemi di sorveglianza. Qualcuno ha scoperto che ogni volta che cerca qualcosa nei suoi file in Windows, il suo firewall riporta un messaggio a qualcuno. Probabilmente ne ricavano che cosa stai cercando. Un’altra cosa che so è che in qualche versione di Windows quando fai gli aggiornamenti, mandano alla Microsoft la lista di tutti programmi che hai installato. Alla fine degli anni Novanta questo era fatto apertamente, ci furono molte critiche, la Microsoft allora tolse il dispositivo, ma poi lo rimise di nascosto qualche anno dopo. Qualcuno lo ha scoperto e c’è voluta una certa perizia perché i dati vengono inviati criptati e se guardi il traffico di rete non vedi che cosa viene mandato. Ma qualcuno ha trovato il sistema per entrare nei codici usando una funzione di callback e ha guardato i suoi dati prima che fossero criptati e spediti via Internet e così ha visto che c’era la lista dei programmi che aveva installato.

In pratica possono sapere tutto?
Possono. Ma la questione è più complicata. Prima di tutto non abbiamo la lista completa delle spy features, potrebbero essercene di più. Ad ogni modo, le manette digitali le possiamo vedere. Il sistema non ti permette di fare un certo lavoro quindi è disegnato per non permetterti di farlo. L’hardware di quasi tutti i pc oggi è malevolo. I dati vengono mandati dal processore al monitor criptati. E, come succede nei moderni videoregistratori, è impossibile collegare un videoregistratore a un computer e registrare un film che stai guardando. Windows è colpevole perché decide per te. Poi in Windows ci sono due backdoor: una è stata disegnata per la polizia e i servizi segreti di quaranta paesi. Ma ce l’hanno anche i criminali. Grazie ad uno speciale programma è possibile realizzare una memoria Usb che quando viene inserita in una macchina Windows ne prende il controllo. Quindi è disegnata per ingannarti. Ad esempio ha anche una funzione per togliere la cifratura.

Che cosa usa lei? Come paga i conti?
Uso un piccolo portatile con free software. Niente tablet, grazie. Non pago con carte di credito. Non uso l’e-banking. Ovviamente la mia banca conosce le mie transazioni ma non uso mai Internet per questo. Poi non voglio che la banca sappia che cosa compro e quindi pago con i contanti. Se devo pagare una visita medica, so che c’è un sistema di sorveglianza praticamente orribile. Ma a parte qualche caso in cui non ho scelta, evito di pagare con qualsiasi sistema. Non sopporto lo spionaggio dello stato sui cittadini. Penso sia un attacco alla democrazia. Sono i governi che ci sorvegliano. Quello che è successo a Genova nel 2001 è una delle prove. Ma torniamo alle backdoor, voi giornalisti avete la cattiva abitudine di saltare da un argomento all’altro. Quando Windows ti chiede di fare un aggiornamento, la Microsoft può installare dei cambiamenti anche se tu dici di no. In pratica possono prendere il controllo totale della macchina. Ho tutte le prove. Una delle backdoor è gestita dal programma Cofee. Anche il Mac ha le manette digitali e gli iCosi (così Stallman chiama iPhone e iPad perché «sono dei mostri», ndr). Per sbloccare gli iCosi bisogna fare un jail break, un’evasione, perché gli iCosi sono progettati come delle prigioni. Quindi non li compro perché non voglio stare in galera. Apple per altro ha ammesso di avere delle backdoor che possono essere installate da remoto. Flash Player ha una funzione di sorveglianza che si chiama «super cookie» che traccia i siti e poi ci sono anche lì le manette digitali. Senza contare l’esempio di Amazon Kindle swindle (qui Stallman gioca con le parole perché swindle vuol dire truffa, ndr) progettato per togliere ai lettori la tradizionale libertà di lettura, cancellando da remoto i libri sul tuo computer.

Non pensa che i giovani, grazie anche all’utilizzo diffuso dei social network, siano meno consci del valore della libertà e della privacy, rispetto a generazioni precedenti?
È una domanda cretina. È come chiedere se gli italiani sono felici o no. Non accetto le generalizzazioni. E poi penso non sia vero. I giovani sono consci dei problemi sulla privacy. Questo non vuol dire che ne colgano i dettagli o sappiano come difendersi ma almeno ci pensano. Certo non ci pensano come ci penso io. Io dico che non uso queste cose. Punto.

È tra i promotori della campagna: Non mi trovi su Facebook (Fb). Perché?
È un sistema di sorveglianza. E io non voglio essere controllato. In pratica invitano la gente ad essere codarda e dire: lo so che mi spiano, ma non posso resistere. Invece di dire è male, non voglio toccarlo. Sostenere che chi non c’è vive fuori dal mondo, è una balla. Io non ci sono e riesco ad essere influente. L’unico inconveniente è la pressione sociale incredibile per convincerti ad usare Fb. Ma praticare lo sforzo di non essere sui social network ti rende più forte nel resistere alla pressione sociale in futuro. Ogni sistema di comunicazione che chiede alla gente il suo vero nome non è buono. Magari non lo pubblicano ma insistono per averlo e quindi anche il «Grande fratello» può averlo. Comunque non vanno neppure usati i multiservice della stessa compagnia perché abbinano le ricerche sul web con la tua mail, il tuo nome e quindi acquisiscono informazioni sensibili. Ci sono sistemi per usare Google senza essere spiati ma se ti connetti con un account gmail sanno chi sei. La società dovrebbe combattere tutti i servizi che chiedono il vero nome agli utenti. Quindi io non li uso. Mantenere la mia privacy è una causa importante e non ci rinuncio. Quanto a usare Fb per promuovere qualche buona iniziativa, questo promuove comunque Fb. La Free Software Foundation dice che se metti delle pagine su Fb che ci supportano siamo contenti ma noi non abbiamo nessuna pagina Fb e non ne incoraggiamo l’uso. Molto meglio mettere a disposizione parte dei tuoi dati sul tuo server per alcune persone che lo vogliono e che tu decidi. E con quel dispositivo comunicare. Fb presenta molti rischi: ad esempio possono licenziarti se hai una crisi depressiva o t’ammali.

Lei non usa neppure i cellulari…
Ma qualcuno può dire: che diavolo se ne fanno con tutti questi dati…
Beh con un dissidente politico è chiaro che ne fanno. Dissidente politico e terrorista sono la stessa cosa. Quindi se organizzi una manifestazione e non vuoi che la sabotino o che facciano degli arresti di massa prima del corteo, è meglio che tu non tenga un cellulare nelle assemblee oppure togli la batteria. Adesso lo fanno anche i manager.

p.s. Alla fine della conferenza Stallman mi consegna il suo biglietto da visita, scritto come un annuncio personale: «Per condividere buoni libri, cibo sano, musica esotica e danza, teneri abbracci, insolito senso dello humour».

 

(VIDEO) Intervista a Fulvio Grimaldi sulla Palestina + Maledetta Primavera

Intervista a Fulvio Grimaldi a proposito del suo libro “Di resistenza si vince”; un libro che racconta la difficile situazione della Palestina, dalle origini di Israele ai giorni nostri.
http://www.diunlibro.it

Qui di seguito un documentario di sicuro interesse dello stesso autore:

MALEDETTA PRIMAVERA DI FULVIO GRIMALDI (ARAB REVOLUTIONS 2011)

(VIDEO) Dudamel: El Sistema, la lotta e la felicità

Fabio Fazio intervista Gustavo Dudamel che a soli 31 anni è, da 14 stagioni, il direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica Simon Bolivar del Venezuela, dal 2008 della Los Angeles Philarmonic Orchestra oltre che della Sinfonica di Gothenburg, in Svezia; dal 6 al 17 novembre, inaugura la stagione del Teatro alla Scala di Milano dirigendo Il Rigoletto di Giuseppe Verdi; sullo stesso podio, il 25 ottobre scorso, ha diretto la Filarmonica scaligera su musiche di Brahms, Carter e Bartòk per festeggiare i 70 anni del Direttore Musicale, Daniel Barenboim; come lui stesso dice, sono un prodotto del sistema di Abreu, el Sistema è qualcosa di unico e di eccezionale: lo straordinario sistema pedagogico-musicale venezuelano, ideato ed organizzato da Antonio Abreu trent’anni fa, che promuove la musica come progetto sociale e metodo di riscatto per i ragazzi – oggi, oltre 250mila – dei barrios più miseri e degradati.

IL MIRACOLO MUSICALE DEL VENEZUELA
“Suonare e lottare… soltanto chi sogna raggiunge l’impossibile”.

Per migliaia di ragazzi di strada venezuelani è cambiata la musica: dalla baraccopoli all’orchestra…
L’orchestra Simone Bolivar… fin qui niente di strano, senonché l’eccezionalità sta nei suoi componenti. Duecento giovanissimi musicisti guidati dal venticinquenne Gustavo Dudamel: un “miracolo musicale”, come viene definita da molti, con all’attivo trionfali esibizioni in tutto il mondo. L’orchestra è formata dai migliori prodotti di un programma di educazione musicale portato avanti dal governo venezuelano che, grazie all’intervento dell’Unicef e Unesco, è riuscito a creare nel paese un sistema di cui fanno parte quindicimila insegnanti e trecento orchestre e cori giovanili. I ragazzi e bambini coinvolti sono oltre duecentoquarantamila, il novanta per cento dei quali di estrazione poverissima, raccolti dalla strada dove all’ordine del giorno vivono situazioni di droga e delinquenza e che hanno trovato nella musica una possibilità di riscatto.

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

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Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

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Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

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