Deindustrializzazione, disoccupazione e povertà incombono sull’Italia

di Achille Lollo*    

Roma, Martedì, 10set2013.- Per gli operai della Firem di Modena, della Dometic di Forli, della Hydronic-Lift di Milano e di altre 22 piccole fabbriche metalmeccaniche sparse nel nord Italia, la fine delle vacanze estive ha loro riservato una tragica realtà: i padroni, al calar del giorno, hanno mandato a smontare i macchinari per spedirli in Cina, Polonia, Serbia, Slovenia, Marocco e Vietnam. Paesi dove il costo della manodopera è inferiore di quattro volte rispetto a quella dell italiana.

La maggioranza delle fabbriche italiane che hanno optato per la delocalizzazione delle proprie fabbriche sono filiali di multinazionali europee che sono al bordo del fallimento, a causa del ritiro dei loro prodotti dal mercato italiano, o sono piccole industrie che, dal 2010, non sono mai state pagate dagli enti locali, o dai governi regionali ed enti governativi con i quali hanno firmato contratti. Inoltre, sono minacciate dalla “pressione giudiziaria” dell’Agenzia delle Entrate non avendo pagato le dovute imposte.

In Italia, lo strozzamento delle industrie è una conseguenza negativa del modello industriale che è stato imposto, prima di tutto, dai governi della Democrazia Cristiana e, poi, legittimato, durante un decennio, dalla destra guidata da Silvio Berlusconi. Di fatto, la prima ondata di deindustrializzazione è avvenuta nel sud e nel centro-sud italiano, tra il 1992 e il 2003, quando le mafie (Cosa Nostra in Sicilia, N’Drangheta in Calabria e Camorra in Campania) hanno moltiplicato i loro tentacoli sul sistema bancario e nella pubblica amministrazione.

La seconda ondata, realizzata a partire dal 2008, è stata preceduta dalla fuga di capitali, che, secondo le stime della Guardia di Finanza, ha raggiunto la cifra dei 610 milioni di euro. Nella loro maggioranza sono stati depositati nei paradisi fiscali delle Cayman, delle Isole Vergini, Jersey, Liechtenstein, Monte Carlo, Bahamas e Qatar, per sostenere operazioni finanziarie speculative.

Un cotesto che è degenerato quando l’opposizione ha accusato il governo Berlusconi di tentare di coprire gli scandalosi buchi del gruppo Parmalat e del Banco di Roma, tra gli altri, e quando il periodico l’Espresso ha pubblicato un reportage sui loschi affari e le proprietà acquisite dal primo ministro, Silvio Berlusconi, e dell’allora presidente del Parlamento Gianfranco Fini, nelle Isole Vergini e a Monte Carlo. Esempi che hanno ulteriormente incentivato l’esportazione clandestina di capitali e, soprattutto, la corruzione e l’evasione fiscale.

Povertà assoluta e relativa

Damiano Zecchinato, sindaco di Vigonovo – piccola città della regione Veneto, che conta appena 10.078 abitanti (3.875 famiglie) – ha deciso di combattere la povertà assoluta nella sua città, informando i responsabili dei supermercati e dei negozi di alimentari che il comune di Vigonovo pagherà gli alimenti rubati dagli anziani, i giovani e gli stranieri che se ne appropriavano per non avere nulla da mangiare. L’iniziativa del sindaco Zecchinato ha scandalizzato gran parte dei media, che lo ha definito un “opportunista alpinista mediatico”, ma è riuscito finalmente ha dare visibilità ad un aspetto della crisi socioeconomica che oggi – anche se il governo tenta di dissimulare – presenta l’evidenza del problema della fame in Italia.

Secondo le statistiche dell’ISTAT, nel gennaio del 2013, l’Italia aveva una popolazione pari a 59.685.227 di abitanti, tra i quali 4.300.760 (7,4%) di nazionalità straniera. Di questa oggi, 1.725.766 (6,8% delle famiglie) vivono in “povertà assoluta”, avendo un mensile inferiore ai 400 euro, invece 3.232.564 (12,7% delle famiglie)  vive in “povertà relativa”, contando su un mensile inferiore ai 950,oo euro. Se consideriamo che: un alloggio definito “casa popolare” (cucina, bagno, una stanza ed un salone) nella periferia di Roma o di Milano non si trova  a meno di 400 euro; un biglietto della metro o del bus costa 1,5o euro; un chilo di carne bovina di secondo taglio costa 10,oo euro; e che la benzina è aumentata fino ad 1,95 euro al litro, è evidente che una famiglia operaia o di impiegati pubblici con due o tre figli,  anche con un salario da 1200,oo euro, vivono in “povertà relativa”, a causa dell’alto costo della vita che penalizza, soprattutto, i lavoratori.

Risulta quindi necessario dire che nel 2003 c’erano poche migliaia di individui considerati “indigenti”. Invece, la crescita della povertà assoluta si è avuta con la crescita della disoccupazione, che nel settore privato è stata violenta, soprattutto a partire dal 2009. Di fatto, nel luglio del 2013 c’erano 22.509.000 lavoratori con posto fisso. In questo periodo, 433.000 lavoratori (1,9%) sono stati licenziati e nessuno di loro è stato reintegrato in fabbrica. Per questo, l’esercito dei disoccupati è arrivato a 3.076.430 e il 39,5% di questo contingente è composto da giovani (uomini e donne) tra i 18 e i 30 anni. Oltre a questo, le statistiche ufficiali non considerano la categoria dei “disoccupati cronici”, formata dai lavoratori o dagli impiegati “vecchi”, tra i 50 e i 62 anni, e coloro che, nonostante si trovino nella fascia d’età dei 40, non cercano più lavoro.

Disoccupati che sempre più frequentemente cercano occupazione nell’economia sommersa lavorando insieme agli immigrati stranieri (inclusi i clandestini), senza alcuna garanzia contrattuale e con salario che non superano i 500 euro. Una situazione che testimonia in maniera drammatica come la legge del mercato e la logica politica dei governi neo-liberali imbarbariscano il mondo del lavoro, spingendo gran parte della società italiana ai limiti dell’indigenza e della miseria. Di fatto, ciò che è cresciuto di più negli ultimi tre anni è stata l’economia sommersa ed una economia illegale, entrambe sotto controllo dei circoli mafiosi che oggi controllano la maggioranza delle periferie e degli hinterland delle grandi città italiane.

Uno scenario inquietante che ‘obbliga’ la classe politica italiana a farsi ogni volta più “europeista”, più dipendente dalla politica economica della UE e sempre più imbrigliata dalle scelte finanziarie della Troika (Banca Centrale Europea, FMI, Banca Mondiale). Per questo, il governo del ‘riformista’ Enrico Letta (PD), dopo aver cancellato la tassa sulla casa, l’IMU, su ogni tipo di residenza (includendo le case o gli edifici dei ricchi), per incassare il sostegno del PDL di Berlusconi e dei centristi di Mario Monti, deve, urgentemente, trovare 9,2 miliardi di euro per evitare così il default.

Prima di questo problema, il “democratico” Giampiero D’Alia, ministro della Pubblica Amministrazione, ha avuto la brillante idea di licenziare 108.000 impiegati pubblici e, di conseguenza, di non rinnovare i contratti temporanei ai 150.000 professionisti, che nella loro maggioranza lavorano nel settore della salute e dell’educazione. Una soluzione che, a Bruxelles, sarà applaudita da Angela Merkel e David Cameron, ma che allargherà ancora di più lo scenario della povertà e delle differenze sociali in Italia.

[Trad. dal portoghese per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”, testata per il quale è stato scritto il presente articolo. 

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