Brasile: lo scontento e il progresso, intervista ad Adalberto Monteiro

Brasile: lo scontento e il progresso, intervista ad Adalberto Monteiro (PCdoB)

di Roberto Capizzi (da ilbecco.it)

Le grandi manifestazioni avvenute negli scorsi mesi in Brasile contro il governo Rousseff e contro gli ingenti investimenti messi in campo per la realizzazione della prossima Coppa del Mondo hanno ricevuto attenzione da parte dei media internazionali e generato anche nel nostro Paese alcune prese di posizione e numerosi quesiti sulla natura e l’operato del PT, al vertice – prima con la Lula e adesso con Dilma Rousseff – dello Stato brasiliano dal 2002. Per comprendere meglio quanto avvenuto abbiamo intervistato Adalberto Monteiro, giornalista e poeta, membro dellaSegreteria nazionale del Partito Comunista del Brasile (PCdoB), Presidente della Fondazione Maurício Grabois ed editore della rivista Princípios.

 

1) Cosa è realmente successo in Brasile? Chi protesta e con quali rivendicazioni?

Il Brasile è stato scosso, a partire dal giugno di quest’anno, da una ondata inedita – almeno negli ultimi venti anni – di manifestazioni di strada che hanno visto protagonisti principalmente giovani studenti delle classi medie. Ad innescarle l’aumento delle tariffe degli autobus nelle città di San Paolo e Porto Alegre. A San Paolo il prezzo del biglietto del bus e della metropolitana aveva subito un aumento da 3,00 a 3,20 real (circa 6 centesimi di euro ndr)
Le prime manifestazioni sono state convocate da una entità giovanile chiamata Movimento Passe Livre (MPL), di sinistra, che sostiene la gratuità del trasporto pubblico. 
Ciò ha fatto si che i mezzi di comunicazione in Brasile, per la maggior parte di destra, abbiano in un primo momento condannato tali manifestazioni. Alcuni di essi hanno espressamente chiesto che venissero represse dalla polizia. Ciò è accaduto il 13 giugno, nella città di San Paolo, dove la polizia comandata dal governatore di destra, Geraldo Alckmin (PSDB), ha caricato con brutalità i manifestanti, ferendone decine e tra essi alcuni giornalisti della grande stampa. 
A partire da questo episodio, i media hanno cambiato la propria posizione condannando la repressione e appoggiando le manifestazioni. La repressione del 13 giugno è stata la “scintilla che ha incendiato la prateria”. Un’ondata nazionale di solidarietà ai manifestanti repressi a San Paolo si è diffusa nel Paese e le proteste si sono estese in circa 400 città in tutto il Brasile. Il 20 giugno, le mobilitazioni hanno raggiunto l’apice con più di un milione di manifestanti, per la maggior parte nella città di Rio de Janeiro.
Messi alle strette da questo movimento di protesta, sindaci e governatori che avevano approvato gli aumenti delle tariffe hanno sospeso gli adeguamenti. Ciò non ha però diminuito la protesta dei giovani che è proseguita. 
Le proteste hanno iniziato ad avere altri obiettivi: sanità, educazione, trasporti urbani e una vasta gamma di rivendicazioni scritte su manifesti individualiE’ emersa anche un’avversione forte per i partiti politici
Settori di destra e di estrema sinistra – capitanati da una classe media con una mentalità formatasi a partire da informazioni dei media antigovernativi – hanno posto un’agenda di rivendicazioni moraliste e generiche contro la corruzione includendo, su questo tema, una condanna verso le spesa pubblica per grandi eventi sportivi come la Coppa delle Confederazioni, che si stava svolgendo in quei giorni, e contro la Coppa del Mondo del 2014 e le Olimpiadi del 2016. 
Movimenti sociali di sinistra, specialmente a guida comunista, erano già riusciti a porre rivendicazioni per più investimenti in istruzione, sanità e infrastrutture urbane. La grande stampa all’opposizione – che ha ricevuto da parte della sinistra l’appellativo Partido da Imprensa Golpista (PIG), in quanto rappresenta la punta di diamante del sistema di opposizione al governo di Dilma – percependo che la maggior parte dei manifestanti non era legata a nessun partito e, valutando come poteva influenzare le proteste, ha lavorato per dirigerle contro il governo federale. 
A partire da questo cambiamento di posizione da parte dei media, gruppi di destra, tra essi anche gruppetti di giovani dichiaratamente di ispirazione fascista, e altri anarchici hanno adottato la tattica Black Bloc, cominciando a infiltrarsi nelle manifestazioni, contrapponendosi ai giovani di sinistra e provocando atti di vandalismo generalizzati. Fino a quel momento, le manifestazioni erano di tutti, non c’erano leader specifici, né sound sistem, ma avevano l’appoggio di sindacalisti, realtà studentesche e in generale di militanti di movimenti sociali. La radicalità e l’ampiezza delle proteste nonché il vasto appoggio popolare hanno sorpreso tutte le forze politiche e lo stesso governo che si è sentito in dovere di dialogare con i manifestanti. 
Il 21 giugno, la Presidentessa Dilma Rousseff è andata in televisione ed ha pronunciato un discorso alla nazione trasmesso da radio e tv. Coerentemente, come capo di un governo nato dalle lotte sociali, disse che era giusto utilizzare la forza delle strade affinché il popolo potesse ottenere maggiori conquiste ed ha proposto un patto nazionale intorno a cinque punti, quattro dei quali in piena sintonia con le richieste dei manifestanti: riforma politica democratica; 50 miliardi di investimenti sulla mobilità urbana, specialmente per il miglioramento del trasporto pubblico e riduzione delle tariffe; destinazione del 100% delle royalties del petrolio per il settore dell’istruzione e per il miglioramento della sanità, attraverso il programma “Più medici” che sta portando medici dall’estero per destinarli all’interno del Paese e nelle periferie delle grandi città al fine di assistere la popolazione più povera. 
A partire da queste iniziative del governo le manifestazioni progressivamente sono rifluite e si sono divise. La sinistra brasiliana ha ritenuto necessario continuare la mobilitazione popolare al fine di far avanzare al governo programmi più audaci ed ha convocato proprie manifestazioni, le quali hanno avuto una minore adesione rispetto alle precedenti. Esempio di queste manifestazioni sono state le mobilitazioni convocate dal coordinamento dei sindacati e da altri movimenti realizzate l’undici luglio. 
La destra, isolata dopo gli atti di vandalismo e violenza, non è più stata in grado di organizzare grandi proteste
Lo scorso 7 settembre, giorno dell’Indipendenza del Brasile, ci sono state manifestazioni in dodici capitali e la sinistra è stata nelle strade con il Grido degli Esclusi (insieme di manifestazioni popolari che si svolgono ogni anno in Brasile durate la settimana di festeggiamenti per l’indipendenza al fine di dare visibilità al problema della povertà ndr); di contro sono comparsi anche i Black Bloc, qui conosciuti col nome di “mascarados”. 
In generale si è trattato di piccole manifestazioni, ma i grandi media hanno dato ampio spazio agli atti di violenza e distruzione operati dai Black Bloc, i quali hanno attaccato banche, edifici pubblici e saccheggiato negozi. L’obiettivo era chiaro: far passare all’opinione pubblica l’immagine di un Paese sotto il dominio del disordine.

2) Quale posizione ha assunto il PCdoB riguardo queste manifestazioni?

Il PCdoB è stato il primo gruppo della sinistra di governo a pronunciarsi sulle manifestazioni di giugno, affermando cheera necessario ascoltare la strada e che il governo avrebbe dovuto rispondere alle rivendicazioni giuste. Di più: è imperativo, nelle strade, contendersi il sentimento, la direzione e il contenuto delle mobilitazioni. Ricordo che la sinistra nasce nelle strade, nelle barricate, nelle giornate di lotta del popolo e dei lavoratori. 
Questa esplosione sociale ha origini e cause diverse; tra esse in particolar modo le seguenti: la grande crisi capitalistica dallo scorso anno ha colpito con maggior forza i Paesi emergenti e, tra essi, il Brasile. La crisi ha inciso nella riduzione della crescita economica del Paese e ciò ha provocato il disattendersi delle aspettative di una società che sta conquistando sempre più diritti
Questo fattore esterno, obiettivamente, potenzia e catalizza dinamiche interne. La pessima qualità della vita nelle città sveglia dal sogno di benessere, di pace, condannando la maggioranza ad un martirio quotidiano: violenza, alti indici di criminalità, mancanza di abitazioni ed un trasporto pubblico disumano, lento e caro. Si sente la mancanza di una riforma urbana che i conservatori hanno bloccano. Questo si somma alle gravi deficienze del servizio pubblico che nella pratica nega o limita diritti essenziali, come sanità, istruzione e sicurezza
Questa “combustione” si è formata nell’ambito di un Paese dove la democrazia si allarga, dove soprattutto la base della piramide sociale vede migliorare la propria condizione di vita, milioni di persone uscite dalla soglia della povertà estrema, milioni che hanno conquistato un lavoro ed un aumento della partecipazione dei salari al reddito nazionale. C’è stata, inoltre, una crescita del livello di coscienza sociale, politica, di milioni di persone, di un popolo disposto a lottare per un Paese di volta in volta migliore: la conquista di diritti genera aspirazione a più diritti
La composizione sociale delle manifestazioni ha avuto differenze, a seconda delle città e delle regioni. Si può però affermare che la maggioranza dei manifestanti appartiene alle classi medie, in particolare si è trattato di giovani e studenti. Va comunque notato che il popolo, i poveri, i lavoratori hanno mostrato simpatia ed una percentuale di questi ha partecipato alle manifestazioni. Queste mobilitazioni rivelano uno scontento delle classi medie che merita di essere investigato e a cui occorre dare risposte. 
Pagano caro per scuole private di dubbia qualità e per piani sanitari deficitari. I grandi media gli vendono l’idea che il miglioramento della vita dei più poveri è realizzato a danno dei loro redditi. 
Chi oggi ha circa vent’anni ne aveva tra gli otto e i dieci quando Lula ha vinto le elezioni del 2002. Molti si riferendosi alla soggettività di questa generazione dicono che, da un lato, è cresciuta sotto il bombardamento dei grandi media che hanno demonizzato il presidente operaio. Dall’altro, di una generazione che si sente, secondo quanto riferiscono, disprezzata. Alcuni manifesti si autodiagnosticavano dicendo: “la generazione coca-cola finalmente si è svegliata”. 
Dunque a quanto sembra, motivazioni generazionali si sono mescolate con l’indignazione contro mali sociali e politici, e ovviamente alla corrosione dei bilanci familiari causata dalla crisi. Si segnala inoltre un’altra causa: innegabilmente vi è una crisi di rappresentanza politica nel Paese. Tra gli slogan delle prime manifestazioni è risuonato: “il popolo unito non ha bisogno di partito”. 
I grandi media gongolanti hanno abbracciato questo discorso e dato ampia copertura – quasi applaudendo – alle azioni dei gruppi fascistoidi che in città come San Paolo e Rio de Janeiro hanno aggredito manifestanti solamente perché questi portavano bandiere dei loro partiti o delle organizzazioni dei lavoratori. Una violenza ostentatamente diretta contro la sinistra
Quest’avversione ed il rifiuto della politica e dei partiti deriva per lo meno da due fattori. Il primo è la presenza di una crisi di rappresentanza del sistema politico-elettorale del Paese. Certamente il popolo non ha motivo di morire di amore per il Congresso Nazionale. I progetti che trattano dei diritti dei lavoratori, della popolazione in generale, non scorrono veloci: si trascinano lenti di commissione in commissione, molte volte senza venire approvati. Gli effetti dannosi del finanziamento privato delle campagne elettorali – causa primaria di buona parte degli scandali di corruzione che hanno coinvolto politici – corrodono l’immagine dei partiti. 
In secondo luogo le manifestazioni rivelano che i grandi media hanno ottenuto il risultato di sedimentare nella coscienza di molti il disamore nei confronti della politica e, nel senso comune, contro la sinistra, demonizzandola. C’è una campagna sistematica contro la sinistra, specialmente contro due organizzazioni: PT e PCdoB. Una pressione conservatrice infesta la società, particolarmente la gioventù, esplorando con abilità i mali dell’attuale sistema politico per distanziarla dalla sinistra, dalla militanza rivoluzionaria. 
Anche se vi erano presenti contraddizioni, le proteste di giugno hanno provocato una nuova situazione politica nel Paese che, se ben guidata, avrebbe potuto portare importanti avanzamenti. Esempio di ciò è il fatto che la riforma della politica, una bandiera storica dei settori progressisti, ha acquisito forza ed è diventata all’ordine del giorno da quando si sono tenute le manifestazioni. E’ necessario approfittare di questo “grido” proveniente dalle strade per avanzare nelle riforme strutturali e democratiche sul terreno della sovrastruttura politica. 
La principale sfida della sinistra, in questo momento, è vincere la scossa politica e ideologica generata dalle manifestazioni, combattendo le manipolazioni e il controllo che i grandi mezzi d’informazione intendono esercitare, smascherando le forze conservatrici che tentano di approfittarsi delle proteste per imporre la propria agenda golpista e reazionaria.
Possiamo affermare che la Presidentessa Dilma Rousseff, a poco a poco ed in un tempo relativamente breve, recupera quel prestigio politico che ha sofferto un colpo a causa delle manipolazioni realizzate dai grandi media. Questo recupero è il risultato dell’atteggiamento democratico e delle misure concrete che ha adottato per rispondere alle richieste provenienti dalle strade. Ma la lotta continua. Solamente nel 2014, nelle elezioni presidenziali, si vedrà chi ha sconfitto chi.

3) Qual’è l’opinione del suo Partito in merito agli importanti investimenti realizzati per lo svolgimento della Coppa del Mondo?

Dal 2003, primo anno del governo Lula, e per la prima volta nella storia della Repubblica, un leader del PCdoB è responsabile del Ministero dello Sport e noi riteniamo anche un nostro merito il fatto che il Brasile ha conquistato l’onore di ospitare grandi eventi sportivi come la Coppa del Mondo 2014 e le Olimpiadi del 2016.
Come sarebbe occorso in qualsiasi altro Paese, il governo brasiliano ha investito in opere di infrastruttura urbana al fine di garantire che gli eventi si svolgano nel miglior modo possibile. La maggior parte di queste opere sono estremamente importanti per queste città e sarebbero state realizzate anche se il Paese non avesse ottenuto lo svolgimento della Coppa del Mondo. Sono opere urbane, finalizzate alla mobilità. Inoltre vi sono investimenti per lo sviluppo dei servizi turistici e del commercio.
Il finanziamento offerto all’iniziativa privata per la costruzione degli stadi è offerto anche per altri settori dell’economia. Nel caso degli stadi, non ci sono risorse a carico del bilancio federale. Vi sono prestiti offerti dal governo, che saranno ripagati.

4) Quali sono le principali iniziative messe in atto dal Ministero dello Sport, al cui vertice vi è Aldo Rebelo del Partito Comunista del Brasile? Come giudicate l’operato del ministro?

Questa è una domanda per la quale sarebbe necessaria una risposta molto lunga, in quanto in dieci anni le iniziative del Ministero dello Sport sono state molteplici e finalizzate a implementare una politica nazionale dello sport ed a far crescere lo sport nel Paese. E non soltanto questo, i comunisti hanno dato un grande contributo in diversi settori, e l’azione politica del PCdoB e delle organizzazioni da esso dirette rappresentano una base fondamentale per mantenere e fare avanzare l’attuale ciclo progressista nel Paese. 
Competenza, onestà, zelo e rigore nell’amministrare la cosa pubblica sono condotte coltivate da tutti i comunisti che esercitano responsabilità di governo. La linea di comportamento nell’amministrazione pubblica è di non voltare mai le spalle al popolo, e governare con la sua partecipazione, rispettare e incentivare le sue lotte e movimenti; governare per dare risposte ai problemi ed alle domande del presente per elevare da subito la qualità di vita della popolazione. Ogni realizzazione è associata al corso ed al percorso tracciati dal suo Programma Socialista.
In particolare nel settore sportivo, il contributo del PCdoB ai governi Lula e Rousseff ha aiutato a promuovere il rafforzamento dello sport in Brasile, mediante una politica nazionale che coinvolge la sua dimensione sociale ed economica attraverso leggi di incentivo, programmi e politiche pubbliche. 
Il Ministero dello Sport si è impegnato in un importante lavoro per far assegnare la Coppa del Mondo 2014 e le Olimpiadi del 2016 al Brasile, e oggi, è responsabile per la preparazione ed il futuro successo di questi grandi eventi
Ovviamente il ministro Aldo Rebelo, quadro dirigente del PCdoB è una delle principali personalità politiche della Repubblica, imprime al suo attuale compito doti che gli sono proprie, come ampiezza di visione politica ed efficienza amministrativa.

5) Quali ritiene siano oggi le principali misure che il governo guidato da Dilma Rousseff dovrebbe prendere?

Le nostre proposte per far avanzare il governo sono strutturate su tre pilastri fondamentali: più democrazia, più sviluppo e progresso sociale. Queste questioni fondamentali sono state lungamente affrontate nelle tesi che stiamo dibattendo nel corso del 13° congresso nazionale del PCdoB e sono fortemente vincolare al Nuovo Progetto Nazionale di Sviluppo
Nella nostra ottica la lotta per la realizzazione di questo Progetto è la strada attraverso la quale, nel caso brasiliano,le forze rivoluzionarie accumulino forze nel cammino per la conquista del socialismo
Tra le molte sfide del presente segnalo la necessità di riforme strutturali, tra queste la democratizzazione dei mezzi di comunicazione, oggi dominati da un oligopolio reazionario, e la riforma politica con cambiamenti profondi e democratizzanti nel sistema della rappresentanza politica e nelle regole elettorali. In questa questione in particolare,segnaliamo il nostro impegno per la fine del finanziamento privato alle campagne elettorali e per l’adozione esclusivamente del finanziamento pubblico. Sosteniamo inoltre la riforma del potere giudiziario e cambiamenti che rendano più equilibrato il sistema tributario, come la tassazione delle grandi fortune e migliore distribuzione delle risorse ripartite tra gli enti federali. Anche l’amministrazione e la struttura dello Stato necessitano di riforme, così come il regime di proprietà della terra. Segnalo inoltre la riforma delle città e le riforme dell’istruzione e della sanità.

Alla radice di tutto ciò vi è però la sfida di dare un nuovo corso all’economia, con un nuovo ciclo di sviluppo economico stimolato principalmente dagli investimenti e non dal consumo. Uno sviluppo ambientalmente sostenibile, avanzato tecnicamente e scientificamente che valorizzi il lavoro e la distribuzione del reddito. Ciò implica, tra le altre misure, la necessità di adottare un nuovo quadro di politica monetaria, dei tassi di cambio e fiscale, spazzando via una volta per tutte i dettami neoliberali ancora presenti nella politica macroeconomica del governo.

6) Nei mezzi di comunicazione si parla insistentemente di un possibile ritorno di Lula come candidato alle prossime elezioni presidenziali. Vi è una qualche possibilità che ciò accada? In merito qual’è l’opinione del PCdoB?

L’ex presidente Lula è, senza alcun dubbio, tra i principali leader politici che il Brasile ha avuto. Il suo governo è considerato da molti analisti come il migliore tra quelli avuti dal Brasile. Il suo contributo alla costruzione di un Brasile più giusto e sovrano è incontestabile. Ciò farà di lui, sempre, un nome destinato ad essere ricordato in qualunque elezione presidenziale.
Ma lo stesso Lula ha smentito qualunque possibilità di una sua partecipazione alle elezioni presidenziali del 2014. La sua candidata è Dilma, che deve essere rieletta con ampio appoggio. Come abbiamo sottolineato, il calo di popolarità della Presidentessa, a seguito delle manifestazioni, si è ora invertito come dimostrano recenti ricerche. Il fatto è che le manifestazioni di giugno hanno scosso la fiducia di alcuni settori di base del governo che, in forma avventata e miope hanno ventilato l’ipotesi di Lula candidato nel 2014. La nostra opinione è che si tratti di un errore politico che contribuisce solamente ai piani dell’opposizione. Il momento adesso è di rafforzare l’autorità e il governo della Presidentessa Dilma. 
Il PCdoB è convinto della necessità di continuare questo ciclo progressista iniziato nel 2003, con una nuova vittoria del popolo nel 2014. Per questo è necessario, attorno ad un programma politico più avanzato, costruire un’alleanza politica ampia, maggiormente guidata dal campo politico della sinistra e dai movimenti sociali.

Lotte sociali e Rock&roll con la Banda Bassotti

Qui di seguito proponiamo una interessante intervista alla Banda Bassotti pubblicata sul periodico brasiliano Brasil de Fato 

di Achille Lollo*

25sett2013 (Roma).- Durante l’estate scorsa, la Banda Bassotti ha indossato le magliette gialle della Revolución Ciudadana dell’Ecuador, suonando in 11 città italiane e di altri sei europee per dare voce alla nuova politica, economica e sociale che vive il paese latinoamericano. L’impegno per la solidarietà internazionale mette in evidenza come questa band pone la politica e, soprattutto, la solidarietà con i popoli in lotta, al di sopra della propria carriera personale.

Nel Teatro a strisce, un ex circo trasformato in “teatro sociale”, nel popolare quartiere di Centocelle, la Bassotti Banda esegue il loro spettacolo insieme con un altro gruppo punk ska, i Gang, per fare un omaggio alla loro storia. In questo quartiere si è formato nel 1981, il primo collettivo di militanti della “Brigada del Lavoro” e poi nel 1987, la formazione musicale della Banda Bassotti.

Alcuni, come Angelo Conti “Sigaro”, oggi hanno i capelli bianchi, che sporgono dal basco in stile FARC. Altri li coprono. Sandokan e David sono calvi. “Picchio”, vocalist, che utilizza un superboné con il quale la testa bianca rimane totalmente nascosta. Gli altri membri del gruppo sono più giovani, ma quando entrano in scena e la musica comincia a volare nell’aria diventano tutti rockers indiavolati come quelli che nel 2007 fecero ‘esplodere’ Villa Ada, dove la Banda Bassotti realizzò l’ultimo show del festival, nonostante i gruppi fascisti tentassero di interrompere lo spettacolo.

In realtà, questa è una delle poche band punks italiane che hanno raggiunto il successo senza svendere il suo potenziale creativo. Le loro canzoni somigliano ai pamphlets (In senso buono) che i comitati di lotta scrivevano durante le occupazioni delle fabbriche. Qui l’intervista con i componenti del gruppo:

Brasil de Fato – Prima di tutto voglio sapere come è nata la banda e perché avete utilizzato lo stesso nome dei personaggi di un fumetto della Walt Disney che si identifica con dei ladri maldestri (Banda Bassotti)?

David Cacchione – Nel 1981, prima di creare la band, che ha suonato nel suo primo spettacolo nel 1987, lavoravamo in una cooperativa di costruzione civile. Così montavamo gratuitamente i palchi per le manifestazioni o spettacoli organizzati da diverse organizzazioni della sinistra alternativa.

A quel tempo eravamo giovincelli, indossavano giacche strette, camice rosse, enormi stivali, pantaloni larghi e berretti verdi. Così, quando abbiamo raggiunto un posto per montare il palco, ci hanno detto “guarda, sono arrivati i Bassotti”. Fu per questo motivo che nel 1987, quando decidemmo di formare il gruppo continuammo con quel nome che, di fatto, ci è stato dato dal movimento.

Gian Paolo Picchiami “Picchio” – Ci tengo a precisare che i berretti erano quelli verdi, alla Fidel, che ha usato la milizia Sandinista!

L’idea di creare una band era una decisione immediata o era un progetto che era già messo in cantiere dal gruppo?

Angelo Conti “Sigaro” – L’idea di suonare ci è venuta in Nicaragua nel 1987, dove io e quattro compagni siamo andati a costruire case e scuole.  Infatti, in Italia, in quell’epoca si viveva un momento di riflusso politico e c’era solo punk-rock, e soprattutto ska-punk. Un tipo di musica che era totalmente diverso dalle melodie del Nicaragua.

Lo ska comunque era un genere di musica di protesta politica. Era la musica dei Clash e The Specials, che criticava il sistema capitalista.

Così, nel 1989, pur non essendo un grande chitarrista, ho iniziato a comporre alcune canzoni che sono state poi scritte con l’aiuto dei compagni della Banda. Nacque, così, un gruppo di 16 persone dove tutti cantavano perché eravamo anche i protagonisti di canzoni che hanno affrontato temi di conflitto sociale e del mondo del lavoro. Il nostro debutto è avvenuto durante l’occupazione di una fabbrica. Successivamente abbiamo suonato sempre in occasione di manifestazioni o scioperi.

Così abbiamo iniziato a ricevere molti inviti per suonare fuori Roma e quindi, nel 1991, abbiamo dovuto fare la prima ristrutturazione seguendo il modello dei gruppi rock tradizionali, con due chitarre, basso, batteria e un cantante. Nel 1992 abbiamo registrato il primo CD “Figli della stessa Rabbia”, con l’etichetta alternativa “Gridalo Forte Records”.

Per cinque anni avete combinato il lavoro nelle costruzioni civili con la musica. Ma nel 1996 questo incanto si è interrotto e la band ha avuto un lungo periodo di silenzio. Nel 2001 la Banda Bassotti è ritornata di nuovo a suonare con una nuova formazione introducendo il sax tenore, il corno e il trombone. Con questo cambiamento la banda ha conquistato una dimensione internazionale?

Angelo Conti “Sigaro” – Ero molto felice dell’idea di introdurre strumenti a fiato, soprattutto perché abbiamo trovato compagni, tra cui un rappresentante della classe dei contadini, che è il nostro “Sandokan” [Michele Fortunato “Sandokan”].

Lui, oltre a suonare il trombone, si è occupato degli arrangiamenti. Quando ci siamo incontrati stava arando la terra con il trattore. Ha subito accettato di abbinare lo stile del gruppo punk ska della Banda Bassotti con la mia esperienza rock, insieme a Stefano Cecchi (Tromba), che ha suonato con me a Ramicce e al Fermin Muguruza Dub Manifest.

Nel 2001 abbiamo realizzato un nuovo arrangiamento musicale in funzione degli strumenti a fiato. Con questa nuova formazione la Banda Bassotti suonò di nuovo a Bilbao, Spagna. E non ha mai smesso.

In che modo la critica politica entra nella musica e come questa critica si fonde con il vostro suono, diventando messaggio per i giovani?

Gian Paolo Picchiami “Picchio” – Chi è che scrive è Angelo. Egli interpreta la realtà della lotta di classe del giorno a giorno secondo il punto di vista di un comunista. 

Angelo Conti “Sigaro” – I testi che ho scritto sono pezzi della nostra storia di lavoratori. Insieme siamo stati sfruttati, insieme eravamo disoccupati e siamo stati sempre insieme per cercare lavoro. La maggior parte dei nostri testi riassumono la realtà delle strade, parlare dei problemi della classe operaia, affrontano i problemi della gioventù, degli immigrati e dell’antifascismo. È chiaro che alla fine, quando il testo diventa armonia, la partecipazione è collettiva. Comunque anche Davide e Pasquale scrivono testi meravigliosi.

L’ascesa vostra nello scenario internazionale è arrivata quando, nel 1994 avete suonato in El Salvador, per la campagna elettorale conclusiva dell’FMLN – Fronte Farabundo Martí di Liberazione Nazionale.

Poi, nel 1995, in Euskadi (Paesi Baschi), insieme a Negu Gorriak (gruppo musicale) il famoso spettacolo a favore di
della libertà di espressione. Come avvenne questo salto?

Gian Paolo Picchiami “Picchio” – Nel 1989 abbiamo incontrato i Cortados, che era una band dei Paesi Baschi che poi si sarebbe chiamata Negu Gorriak. Il rapporto è stato molto intenso, e così, quando è nata la band, abbiamo iniziato a suonare in Spagna con loro. Abbiamo suonato insieme nella piazza di El Salvador e poi, nel 1995, in tutta la Spagna, in occasione del “caso Galindo” [ Il 26 Aprile, 2000, Enrique Rodríguez Galindo è stato condannato a 71 anni di carcere per il rapimento e l’omicidio, nel 1983 di José Antonio Lasa e José Ignacio Zabala, una delle prime azioni dei cosiddetti Gruppi Antiterroristi di Liberazione (GAL )]. Momento in cui siamo stati accanto ai Nego Gorriak realizzando numerosi concerti in Spagna per denunciare quel generale della Guardia Civil, che oltre a torturare i prigionieri politici, ne vendeva gli organi ed è stato coinvolto nel traffico di cocaina e armi. Mi ricordo che la band Negu Gorriak riassunse tutto questo nella canzone Ustalkerria così il generale Galindo, sostenuto dai fascisti spagnoli, avanzò un procedimento penale. Quando la band basca si separò dal suo chitarrista Kaki Arkarazo, si è unito a noi nel 2001, per essere il nostro produttore e tecnico del suono.

Avete avuto problemi con la polizia e le organizzazioni franchiste all’epoca per aver sostenuto la lotta per l’indipendenza del popolo basco?

David Cacchione – Nel 1996 abbiamo avuto diversi problemi con la Guardia Civil temevano il fatto che una band italiana andasse in Spagna per sostenere la lotta del popolo basco. Anche la cosiddetta Associazione delle vittime del terrorismo ha preso posizione sui giornali contro i nostri spettacoli. Ma fu nel 2001 che abbiamo avuto seri problemi con i comandanti della Guardi Civil e la detta associazione, soprattutto per aver suonato con l’ex Negu Gorriak per festeggiare la condanna del generale Galindo. Successivamente, per due anni, la pressione della polizia e dei fascisti era molto forte, a tal punto che in un festival internazionale dovemmo essere annunciati con un altro nome. Tutto questo perché nel CD “Así es mi vida” abbiamo realizzato arrangiamenti rock in tredici canzoni storiche di lotta storica. La bolscevica Fischia il Vento, la popolare basca Lala Yup, che racconta come la Spagna si sbarazzò del successore di Francisco Franco, Carrero Blanco. Non hanno mai digerito Il nostro Lala Yup. Ricordo che per due anni la Guardia Civil ha cercato di boicottare tutti i nostri spettacoli minacciando di ritirare la licenza agli organizzatori. Sfortunatamente riuscirono ad annullare dieci spettacoli in città della Galizia e alla periferia di Madrid, ma in Catalogna, e nei Paesi Baschi e in altre regioni, no!

Nel 2012 avete realizzato uno splendido disco, che ha meritato l’odio dei media mainstream italiani essendo il titolo della copertina “Siamo Guerriglia”. Perché questo titolo?

David Cacchione – Quando abbiamo iniziato a lavorare alle canzoni di questo CD avevano il solo scopo di attaccare il pensiero unico, e così trasmettere ai giovani la certezza che sia possibile rompere il sistema di isolamento creato da coloro che non accettano le regole del sistema di mercato. D’altra parte “Siamo Guerriglia” non è una semplice provocazione; rappresenta il sentimento di resistenza di tutti coloro che lottano contro il sistema di dominio. Con la musica vogliamo riaffermare questo sentimento di lotta vivo e presente.

Gian Paolo Picchiami “Picchio” – Voglio ricordare che abbiamo avuto in Italia la repressione durante il periodo dei cosiddetti anni di piombo, poi è arrivato il riflusso politico dopodiché l’attacco mediatico che ha promosso il consumismo e l’individualismo, successivamente l’epidemia di eroina, poi la crisi economica che ha licenziato milioni di lavoratori, poi è arrivato Berlusconi e la destra al potere. In conclusione, la nostra musica vuol dire no a questo contesto, e i nostri testi sono, infatti, una dichiarazione di guerra contro il pensiero unico. Il Rock della Banda Bassotti mira a conservare la memoria politica ed espandere la solidarietà internazionale e, soprattutto, promuovere lo spirito combattente dei militanti sociali.

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

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