(VIDEO) La Patria es el Hombre, muchacho!

di Ciro Brescia

Il 12 ottobre del 1492 iniziò il più grande genocidio della storia dell’umanità che ha generato la morte di milioni di aborigeni, la sparizione fisica di centinaia di civilizzazioni, il saccheggio delle loro ricchezze e la distruzione delle loro culture.

Partirono caravelle tornarono portaerei, così si chiama uno dei murales più famosi del muralista Felice Pignataro, ancora oggi, in parte visibile alla periferia di Napoli, in quel di Secondigliano al quadrivio che porta ad Arzano, un murales realizzato il 25 Aprile del 1982, con la BSA, Brigada Salvador Allende, muralisti e migranti cileni in esilio dopo la il golpe militare di Pinochet contro Allende, parte integrante della storia di un Genocidio.

Un genocidio che continua ancora oggi, sotto altre forme e in mille altri modi. Non ha coinvolto solo le popolazioni indigene di quel continente; ha colpito i popoli dell’Africa, i popoli arabi, del medio-oriente, dell’Asia. 

Le classi dominanti europee sono state brave più di tante altre a fare tante cose, in primis a sfruttare minerali e sudore, a saccheggiare metalli e anime, a depredare ricchezze e manodopera, a succhiare il sangue e tentare di asciugare le anime dei popoli del mondo.

In questi cinque e passa secoli, le oligarchie europee, considerate depositarie della ‘civiltà’ – a cominciare da quelle inglesi, francesi, tedesche, a cui poi si aggiungeranno gli USA – grazie a questo saccheggio hanno goduto di queste ricchezze, le hanno utilizzate diffusamente per innalzare principalmente il loro tenore di vita. Il nostro tenore di vita, si è generalmente innalzato; un tenore di vita di cui in qualche misura godiamo tutti, anche i meno ricchi. Avere l’acqua corrente o l’elettricità in casa è considerata la norma; per centinaia di milioni di essere umani, ancora, oggi, in Africa, in Asia, o in America latina, è visto come un lusso.

Intanto come eredità, i nostri avi hanno lasciato loro la fame, la morte, la malattia, il sottosviluppo, l’analfabetismo, la superstizione, l’oppressione, l’ignoranza. I ‘nostri’ governanti sembrano decisi a continuare su questa strada. Fino a quando glielo consentiremo? Come diceva El libertador, un popolo costretto nell’ignoranza è cieco artefice della propria autodistruzione, ci hanno dominato più con l’inganno che con le armi.

Dopo questi cinque secoli, un debito sociale immenso è stato accumulato a favore di questi popoli, un debito che è necessario ricominciare a ripagare.

Un debito a cui dobbiamo contribuire tutti, ognuno con i suoi mezzi, a partire dal nostro modesto sforzo.

Se i nostri fratelli immigrati e le nostre sorelle immigrate cercano la nostra mano, dobbiamo riconoscerli come nostri compagni migranti, come compagne migranti e con loro dobbiamo spezzare il nostro pane; equivarrebbe a cominciare a ripianare quel debito accumulato in secoli di storia. Ma non basta.

Fare questo è necessario, ma è solo il primo passo; dopo aver spezzato insieme il pane, bisogna spezzare insieme le catene bisogna, convincere i nostri governanti a mettere mano alle cause che generano queste tragedie, che costringono a emigrazioni forzate e di massa, tutti noi siamo in qualche misura responsabili, fino alle ultime guerre, come in Libia, o come adesso in Siria. Non siamo stati capaci di fermare i caccia che si alzavano in volo dalle basi militari installate sui nostri territori, non siamo stati capaci di fermare i governi criminali dei nostri paesi, foss’anche solo per questo siamo corresponsabili.

Se i governi dei paesi in cui viviamo non se ne fanno una ragione, ci incorre il dovere di cacciarli, mandare a casa loro ed accogliere chi scappa da guerre, fame, morte e distruzione. Come sosteneva il poeta uruguayano Mario Benedetti, il mio compatriota non è necessariamente chi è nato nei confini del mio stesso paese, ma colui che lotta contro lo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sulla natura, dovunque egli si trovi o dovunque egli sia nato, ed è un traditore della patria chiunque opprima, sfrutti e calpesti la dignità del prossimo, dentro e fuori i suoi confini geografici, che in fin dei conti, sono sempre delle convenzioni, che cambiano, nel tempo e nello spazio, storicamente e geograficamente. 

Patria es Humanidad, diceva el prócer cubano José Martí, La Patria es el Hombre, rispondeva el cantor del pueblo venezuelano Alí Primera.

Quella Patria Umana che Felice Pignataro conosceva bene, e che vogliamo qui ricordare. Il 16 marzo del 2004, il giorno del suo addio, aveva 63 anni, Valeria Parrella scrisse di lui: «Se vi trovate a prendere la Circumvesuviana, o se dovete andare all’ospedale Loreto Mare per una visita, andate a guardare il murale di Felice Pignataro sui muri della scuola elementare delle “case nuove”. Quel murale costituisce uno dei casi rari in cui in una sola opera di un uomo c’è il senso di tutto se stesso; in ciascuna delle sue opere c’è il segno della sua presenza in questo mondo. Andatelo a vedere. Ci sono dipinti i bambini allegri e i capitalisti con le orecchie da maiale. Su un muro di cinta grigio, in una strada con vista su niente, a ridosso delle case nuove, per i bambini delle case nuove, di fronte a un ospedale. Infondo il suo senso è tutto là».

Oggi in quella scuola, il 31° I.C. “Paolo Borsellino”, i bambini napoletani imparano, insieme ai figli dei migranti, a suonare, secondo il sistema delle orchestre e dei cori venezuelani del M° Antonio Abreu, la prima esperienza di questo genere in città e tra le prime in Italia, tessendo le reti della Patria Umana.

¿Por qué me piden cante? 
si me han cortado a tiritas 
todo el azul de mi cielo 
se han caido “toiticas” 
mis estrellas por el suelo 

A mi “crucita” de mayo 
le puse su florecita 
pa’ que me quite este llanto 
que cantando no se quita 

Andale muchacho corriendo 
dale al pisón 
Andale muchacho corriendo 
dale al pisón 

que no pisen tu corazón 
que no pisen tu corazón 
que no pisen tu corazón 
que no pisen tu corazón 

La tristeza de mi pueblo 
será convertida en fuerza 
pa’ que ya no siga enfermo 
de conformismo en el alma 

Andale muchacho corriendo 
dale al pisón 
Andale muchacho corriendo 
dale al pisón 
la Patria es el hombre, muchacho, 
la Patria es el hombre, muchacho 
la Patria es el hombre que no pisen, 
la Patria es el hombre 

Y a Miguel de La Cruz le tocaron 
las viejas aldabas de su queja 
y el amor se le puso doloroso 
como el parto primerizo 
de su negra 
la Patria es el hombre, muchacho, 
la Patria es el hombre, muchacho 
la Patria es el hombre, muchacho, 
la Patria es el hombre, muchacho 

Hace 400 años 
que mi Patria está preñada 
¿quién le ayudará a parir? 
pa’ que se ponga bonita 
que para la Patria muchacho 
que para la Patria muchacho 
que para la Patria muchacho 
que para la Patria muchacho 
que no pisen tu corazón 
que no pisen tu corazón 

En la selva manda el tigre, 
la tintorera en el mar 
y el comisario en la costa 
manda más que un general 

A mi crucita de mayo 
con color de mariposas 
que los hombres de mi Patria 
valgan más que “toa” las cosas 

A mi crucita de mayo 
le puse su florecita 
pa’ que me quite este llanto 
que cantando no se quita 

A mi crucita de mayo 
con color de mariposas 
que los hombres de mi Patria 
valgan más que “toa” las cosas 

la Patria es el hombre, muchacho, 
la Patria es el hombre, muchacho 
la Patria es el hombre, muchacho, 
la Patria es el hombre, muchacho

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