Cuba condanna il sostegno ai gruppi terroristi in Siria

da Sana.sy

Cuba ha ribadito il suo rifiuto all’opzione militare in Siria, rinnovando l’appello per una soluzione pacifica della crisi, rispettando la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Siria.

Il Rappresentante permanente di Cuba presso le Nazioni Unite, Oscar Leon Gonzalez, ha sottolineato il diritto del popolo siriano all’autodeterminazione senza interferenze straniere, denunciando tentativi di alcuni paesi per destabilizzare la Siria, sostenendo i terroristici.

Gonzales ha anche condannato il coinvolgimento dei media nella guerra contro la Siria attraverso l’istigazione e la falsificazione dei fatti, astenendosi dal mettere in luce gli atti di sabotaggio e di terrorismo commessi da gruppi armati nel paese.

L’ambasciatore cubano ha espresso il sostegno del suo paese per risolvere la crisi in Siria pacificamente, affermando il rifiuto di usare il concetto di protezione dei civili per giustificare l’intervento straniero in Siria.

Gonzales ha espresso, infine, il benvenuto di Cuba all’adesione della Siria alla convenzione sulle armi chimiche, sottolineando che Israele è ancora il principale ostacolo nel modo di liberare la regione del Medio Oriente di armi di distruzione di massa .

[Trad. dal Francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Lo Stato delle Comuni: consigli comunali, comuni e democrazia operaia


di Dario Azzellini

Il carattere peculiare di quello che Hugo Chávez chiamava il processo Bolivariano sta nell’aver capito che la trasformazione sociale può essere costruita nei due sensi, “dall’alto” e “dal basso”.

Il Bolivarianismo, o Chavismo, conta fra i suoi partecipanti sia organizzazioni tradizionali che nuovi gruppi autonomi; abbraccia tanto correnti stato-centriche quanto anti-sistemiche. Il processo dunque differisce dagli approcci tradizionali di tipo leninista o socialdemocratico, per entrambi i quali lo stato è l’attore centrale del cambiamento; si differenza anche dagli approcci movimentisti che non concepiscono alcun tipo di ruolo per lo stato in un processo di cambiamento rivoluzionario.

La trasformazione in corso in Venezuela è dunque il prodotto di una tensione fra potere costituente e costituito, laddove il principale attore del cambiamento è quello costituente. Il potere costituente è la legittima capacità creativa collettiva degli esseri umani, espressa nei movimenti e nella base sociale organizzata, per creare qualcosa di nuovo senza che questo debba derivare da qualcosa di già esistente. Nel processo Bolivariano il potere costituito – lo Stato e le sue istituzioni – accompagna la popolazione organizzata; deve essere il facilitatore di processi che partano dal basso, in modo che il potere costituente possa proseguire nei percorsi necessari per cambiare la società.

Questo approccio è stato elaborato in varie occasioni dall’ex presidente Hugo Chávez ed è stato confermato dal suo successore Nicolás Maduro, durante la recente campagna elettorale. È condiviso da settori del Governo e dalla maggioranza dei movimenti organizzati. Sia da parte del Governo che da parte dell’elemento di base del processo Bolivariano, c’è un dichiarato impegno a ridefinire Stato e società partendo dall’interrelazione fra il vertice e la base, e pertanto di mettersi in marcia verso il superamento dei rapporti capitalistici. Sebbene non privo di contraddizioni e conflitti, questo approccio a doppio binario è stato in grado di sostenere e approfondire il processo di trasformazione sociale in Venezuela.

Il potere costituente, essendo inclusivo e tendente all’espansione, è stato il fondamento di ogni rivoluzione, democrazia e repubblica; è il più grande motore della Storia, la più potente e innovativa forza sociale. Storicamente, tuttavia, abbiamo visto poteri costituenti ridotti al silenzio e indeboliti non appena compiuto il loro ruolo di legittimare il potere costituito. In un autentico processo rivoluzionario, quindi, il potere costituente deve mantenere la sua capacità di intervenire e di plasmare il presente, di creare qualcosa di nuovo che non derivi dal vecchio. È questo che definisce una rivoluzione: non l’atto del prendere il potere, ma piuttosto un ampio processo di costruzione del nuovo, un atto di creazione e invenzione. Questa è l’eredità globale del processo Bolivariano. (1) 

In Venezuela, il concetto di potere costituente è sorto alla fine degli anni Ottanta come tratto distintivo di un continuo processo di trasformazione sociale. Il principale slogan delle assemblee di quartiere era «Non vogliamo essere un governo, vogliamo governare». Questa idea, concepita in termini sempre più radicali, è arrivata ad orientare la trasformazione rivoluzionaria, conquistando uno status egemonico nel dibattito post-ideologico degli anni Novanta. (2)

Il processo Bolivariano è cominciato con la rivendicazione di un rafforzamento dei diritti civili e umani, e della costruzione di una “democrazia partecipativa e protagonica” alla ricerca di una “terza via” fra il capitalismo e il socialismo. A partire dalla fine del 2005, però, il Presidente Hugo Chávez ha descritto il socialismo come l’unica alternativa per realizzare il necessario superamento del capitalismo. Le elezioni presidenziali del 2006 furono definite da Chávez una scelta tra il capitalismo e il cammino verso il socialismo. L’inizio dell’era di Chávez presidente ha espanso e rafforzato le possibilità di partecipazione e le strutture consiliari, e ne ha create di nuove. L’idea della partecipazione è stata ufficialmente definita in termini di potere popolare, democrazia rivoluzionaria e socialismo. A causa delle ovvie difficoltà nel definire un percorso ben definito verso il socialismo, o un concetto chiaro di cosa il socialismo possa essere oggi, l’obiettivo è stato definito come “socialismo del ventunesimo secolo”, ed è un progetto tuttora in corso. Il nome serve anche a distinguerlo dai “socialismi reali” del XX secolo. Il processo di ricerca e costruzione è guidato soprattutto da valori come il collettivismo, l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà e la sovranità. Si concreta nella costruzione di assemblee consiliari. (3) 

Nel gennaio 2007 Chávez propose di andare oltre lo stato borghese, costruendo una ‘statualità’ delle comuni. In tal modo raccolse e diede una più ampia applicazione a un’istanza che nasce all’interno delle forze anti-sistemiche. L’idea centrale era quella di formare strutture consiliari di ogni tipo (consigli comunali, comuni e città comunali, per esempio), come strutture di autogestione popolare. Consigli di lavoratori, studenti, contadini, e donne, fra gli altri, avrebbero poi dovuto cooperare e coordinarsi a un livello più alto per sostituire gradualmente lo stato borghese con uno stato delle comuni. Secondo il Piano Nazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale 2007-2013, «dal momento che la sovranità risiede interamente nel popolo, il popolo può dirigere lo stato in prima persona, senza dover delegare la sua sovranità, come fa nella democrazia indiretta o rappresentativa». (4)


Il concetto di separazione fra “società civile” e “società politica”, espresso ad esempio dalle ONG, è dunque respinto. L’enfasi viene messa piuttosto sull’incoraggiare e promuovere il potenziale e la capacità diretta della base popolare di analizzare, decidere, mettere in pratica e valutare tutto quanto è importante per la sua vita. Il potere costituente si incarna nei consigli, nelle istituzioni del potere popolare, e nel concetto fondamentale di stato delle comuni. Come è stato proposto nella riforma costituzionale respinta nel referendum del 2007, il futuro stato comunale deve essere subordinato al potere popolare, che sostituisce la società civile borghese. (5)

Questo riempirebbe il vuoto fra l’economico, il sociale e il politico – tra la società civile e la società politica – che soggiace al capitalismo e allo stato borghese. Allo stesso tempo impedirebbe l’iper-centralizzazione che ha caratterizzato i paesi del “socialismo reale”. (6)

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I consigli comunali sono una struttura non rappresentativa di democrazia diretta e il meccanismo più avanzato di auto-organizzazione a livello locale in Venezuela. Nel 2013 sono stati varati circa 44.000 consigli comunali in tutto il paese. Dal momento che la nuova costituzione del 1999 definiva il Venezuela in quanto «una democrazia partecipativa e protagonica», si erano sperimentati tutta una serie di meccanismi per la partecipazione della popolazione all’amministrazione locale e ai processi decisionali. All’inizio questi erano legati a istituzioni rappresentative locali e integrati nel quadro istituzionale della democrazia rappresentativa. Competendo sullo stesso territorio come istituzioni locali, e dipendendo dai finanziamenti autorizzati da questi organi, le diverse iniziative ebbero scarso successo.

I consigli comunali cominciarono a formarsi nel 2005 come iniziative “dal basso”. In diverse parti del Venezuela, organizzazioni di base promossero autonomamente forme di autogestione locale chiamate “governi locali” o “governi di comunità”. Durante il 2005, un assessorato della giunta comunale di Caracas si concentrò sulla promozione di questa proposta nei quartieri poveri della città. Nel gennaio 2006, Chávez adottò questa iniziativa e cominciò a diffonderla. Nel suo programma televisivo settimanale “Aló Presidente”, Chávez presentò i consigli comunali (consejos comunales) come una specie di “buona pratica”. A questo punto esistevano già circa 5.000 consigli comunali. Nell’aprile 2006 l’Assemblea Nazionale approvò la Legge dei Consigli Comunali, che fu riformata nel 2009 a seguito di un’ampia consultazione di portavoce dei consigli. I consigli comunali nelle aree urbane comprendono fra le 150 e le 400 famiglie; nelle zone rurali, un minimo di 20 famiglie; e nelle zone indigene, almeno 10 famiglie. I consigli costruiscono una struttura non rappresentativa di partecipazione diretta che esiste parallelamente agli organi elettivi rappresentativi del potere costituito.

I consigli comunali sono finanziati direttamente da istituzioni statali di livello nazionale, evitando così possibili interferenze degli organi municipali. La legge non dà a nessun ente l’autorità di accettare o rifiutare le proposte presentate dai consigli. Il rapporto fra i consigli e le autorità costituite non è, tuttavia, sempre armonioso; i conflitti sorgono principalmente a causa della lentezza del potere costituito nel rispondere alle richieste fatte dai consigli e da tentativi di interferenza. I consigli comunali tendono a trascendere la divisione tra società politica e società civile, a rompere la sfera separata del politico (ovvero fra governanti e governati). Così si spiega il fatto che gli analisti liberali, in favore di quella divisione, vedono i consigli comunali sotto una luce negativa, sostenendo che non sono organizzazioni indipendenti della società civile, ma sono piuttosto legate allo Stato. Ma la verità è che si tratta di una struttura parallela attraverso la quale il potere e il controllo sono gradualmente sottratti allo Stato a favore dell’autogoverno. (7)

Ad un livello più alto di autogoverno c’è la possibilità di creare comuni socialiste, attraverso la combinazione di vari consigli comunali su un determinato territorio. I consigli decidono autonomamente sulla geografia di queste comuni. Queste comuni possono sviluppare progetti a medio e lungo termine di maggiore impatto, mentre le decisioni continuano a essere prese nelle assemblee dei consigli comunali. Ad oggi ci sono oltre 200 comuni in costruzione.

Nel contesto della creazione di comuni e città comunali è importante per l’analisi distinguere fra lo spazio politico-amministrativo (assoluto) e quello socio-culturale-economico (relazionale). (8)

Le comuni corrispondono a quest’ultimo; i loro confini con corrispondono necessariamente a spazi politico-amministrativi già esistenti. Mentre questi continuano a esistere, l’istituzionalizzazione dei consigli comunali, delle comuni e delle città comunali sviluppa e plasma lo spazio socio-culturale-economico. Così, l’idea di un’auto-organizzazione non rappresentativa su base locale e consiliare crea una «nuova geometria del potere». Il concetto di potere nella geografia umana, nell’elaborazione di Doreen Massey, è stata tradotta in «pratica politica positiva» a seguito del «riconoscimento dell’esistenza e dell’ampia diffusione, all’interno del Venezuela, di geometrie del potere altamente diseguali, e dunque non democratiche». (9)

Varie comuni possono formare città comunali, con un’amministrazione e una pianificazione che partono “dal basso” se l’intero territorio è organizzato in consigli comunali e comuni. Il meccanismo della costruzione delle comuni e delle città comunali è flessibile; esse definiscono autonomamente i loro obiettivi. E così la costruzione dell’autogoverno comincia da quello che la popolazione stessa considera più importante, necessario od opportuno. Le città comunali che hanno cominciato a formarsi fino ad oggi, per esempio, sono rurali e strutturate intorno all’agricoltura, come la Ciudad Comunal Campesina Socialista Simón Bolívar nello stato meridionale di Apure o la Ciudad Comunal Laberinto nello stato nord-occidentale del Zulia. L’organizzazione e la costruzione di comuni e città comunali è stata più facile nelle zone suburbane e rurali che nelle zone metropolitane, poiché ci sono meno elementi di distrazione e opposizione, e allo stesso tempo gli interessi comuni sono più facili da definire.

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Per quanto riguarda la democratizzazione della proprietà e della gestione dei mezzi di produzione, il Venezuela ha sperimentato una serie di modelli diversi. Tra il 2001 e il 2006, il governo venezuelano – oltre ad asserire il controllo statale sugli aspetti principali dell’industria petrolifera – si è concentrato sulla promozione del modello cooperativo per qualsiasi tipo di azienda, inclusi modelli di cooperative gestite con la partecipazione dello Stato o di imprenditori. La Costituzione del 1999 assegnava un peso speciale alle cooperative. Erano concepite come un contributo a un nuovo equilibrio sociale ed economico, e quindi hanno ricevuto enormi aiuti da parte dello Stato. Le condizioni favorevoli hanno portato a un boom nel numero di cooperative avviate. A metà del 2010, secondo l’istituto nazionale di supervisione delle cooperative Sunacoop, 73.968 cooperative sono state certificate come operative, con un totale stimato di due milioni di membri, anche se alcune persone partecipavano a più di una cooperativa e venivano pertanto contate due volte. (10)

L’idea iniziale che le cooperative avrebbero prodotto automaticamente per la soddisfazione dei bisogni sociali e che la loro solidarietà interna, basata sulla proprietà collettiva, si sarebbe estesa alle loro comunità locali, si dimostrò un errore. La maggior parte delle cooperative continuava a seguire la logica del capitale; concentrandosi sulla massimizzazione delle entrate al netto senza sostenere le comunità circostanti, molte facevano a meno di integrare nuovi membri. (11)

Alla luce di queste esperienze, lo sforzo del governo nel sostenere la creazione di cooperative si orientò verso cooperative controllate e di proprietà delle comunità. In risposta alla serrata del 2002-2003, lo “sciopero degli imprenditori”, che aveva l’intenzione dichiarata di rovesciare il governo Chávez, i lavoratori iniziarono un processo di riappropriazione dei luoghi di lavoro abbandonati dai loro proprietari. All’inizio il governo ha affidato i casi ai tribunali del lavoro, e poi, nel gennaio 2005, ha cominciato gli espropri. A partire dal luglio 2005 il governo ha cominciato a prestare particolare attenzione alla situazione delle imprese chiuse, e da allora centinaia di quelle imprese sono state espropriate. Ma una politica sistematica di espropri nel settore produttivo non è esistita fino al 2007. Le imprese espropriate ufficialmente dovrebbero essere trasformate in “proprietà sociale diretta” sotto il diretto controllo di lavoratori e comunità. In realtà la maggior parte di esse non è gestita da lavoratori e comunità ma da istituzioni statali. Le condizioni di lavoro essenzialmente non sono cambiate, e gli espropri non hanno automaticamente prodotto co-gestione o controllo da parte dei lavoratori.

Il concetto di “proprietà sociale diretta” si dovrebbe applicare anche a centinaia di nuove “fabbriche socialiste” costruite dal governo nel contesto di una più ampia strategia di industrializzazione. I consigli comunali locali selezionano i lavoratori, mentre i professionisti necessari provengono da istituzioni statali e governative. Lo scopo è di trasferire gradualmente la gestione delle fabbriche nelle mani dei lavoratori organizzati e delle comunità. Ma la maggior parte delle istituzioni statali coinvolte fanno poco per organizzare questo processo o preparare i dipendenti, la qual cosa ha generato conflitti sempre maggiori fra lavoratori e istituzioni.

Nel 2007 Chávez ha raccolto l’idea dei “consigli socialisti dei lavoratori”, che veniva già discussa da molti lavoratori a livello di base e da consigli e organizzazioni dei lavoratori già esistenti, tanto che c’era una rete che portava proprio quel nome: Consigli Socialisti dei Lavoratori (CST). Chávez ha presentato il CST come una buona pratica e ha rivolto ai lavoratori l’invito a formare CST sui loro luoghi di lavoro. Nonostante ciò, poiché la maggior parte delle istituzioni erano contrarie ai consigli dei lavoratori, all’inizio si sono formati solo pochi consigli, principalmente in fabbriche recuperate come la fabbrica di valvole Inveval, o la fabbrica di tubi idraulici Inefa.

Una crescente pressione dal basso ha spinto diverse istituzioni governative a cominciare ad accettare o perfino promuovere la creazione di consigli di lavoratori in posti di lavoro gestiti dalle istituzioni, anche senza il beneficio di una legge in vigore sui consigli dei lavoratori. Ma mentre da una parte la maggior parte delle istituzioni ha provato a impedire la costituzione di consigli dei lavoratori nei luoghi di lavoro, in altre imprese, tra cui quelle gestite dallo Stato, le istituzioni spesso hanno cercato di assumere la guida e costituire esse stesse dei CST. Questa mossa ha rappresentato un tentativo di distorcere lo scopo dei consigli e ridurli a un’autorità rappresentativa che affrontasse questioni relative al lavoro e al salario all’interno della burocrazia governativa. Di conseguenza, il CST si è trasformato in un altro luogo di lotta per il controllo dei lavoratori. (12)

Il tentativo di maggior successo di democratizzare la proprietà e la gestione dei mezzi di produzione è il modello delle Imprese di Proprietà Sociale Comunale (EPSC), promosse per creare unità di produzione locali e imprese di servizi alla comunità. Le EPSC sono proprietà collettiva delle comunità, che decidono la struttura organizzativa delle imprese, i lavoratori che ne fanno parte e l’uso che si farà dei profitti. Le imprese e istituzioni governative promuovono le imprese comunali dal 2009, e dal 2013 diverse EPSC sono state costituite. La maggior parte appartengono al settore dei servizi alla comunità, come il trasporto pubblico, o sono impegnate nella produzione e lavorazione del cibo. La compagnia petrolifera statale, PDVSA, ha messo su una distribuzione locale di gas liquidi chiamata Gas Comunal. (13)

Dal 2007, la capacità riformatrice del Governo si è scontrata sempre di più con i limiti inerenti allo stato borghese e al sistema capitalista. I movimenti e le iniziative per l’autogestione e l’autogoverno, pensate per superare lo stato borghese e le sue istituzioni, con l’obiettivo di sostituirlo con uno stato comunale basato sul potere popolare, sono cresciuti. L’allargamento della partecipazione diretta di base porta un aumento dei conflitti fra lo Stato e la sua base popolare (specialmente nella sfera della produzione) come anche all’interno dello stesso Stato, che diventa un luogo di conflitto di classe. Non sorprende che l’approfondimento delle trasformazioni sociali moltiplichi i punti di scontro fra strategie top down e bottom up. Ma allo stesso tempo, grazie all’estensione del lavoro delle istituzioni statali insieme al consolidamento e alle maggiori risorse del processo Bolivariano, le istituzioni statali sono state in genere rafforzate e si sono maggiormente burocratizzate. Le istituzioni del potere costituito puntano al controllo dei processi sociali e alla riproduzione di se stesse. Dal momento che le istituzioni del potere costituito rafforzano e al contempo limitano il potere costituente, il processo di trasformazione è molto complesso e contraddittorio.

Le istituzioni, così come molti individui che le dirigono, seguono una logica inerente di perpetuazione ed espansione del loro potere e controllo istituzionale, per assicurare la sopravvivenza dell’istituzione. O, come spiega Tamara Esis, un’attivista appartenente a un consejo comunal di Caracas, in una intervista personale, «Queste brave persone che si sono già messe comode nei loro uffici non sono disposte a rinunciare ai loro benefici, vivono sui bisogni della gente. È come avere una piccola azienda, capisci?».

Questa tendenza viene rafforzata in tempi di profondi cambiamenti strutturali, quando l’utilità e l’esistenza di qualsiasi istituzione è messa in discussione nel contesto della trasformazione.

In effetti il Ministero delle Comuni risulta essere uno dei maggiori ostacoli alla costruzione delle comuni e la maggior parte delle comuni in costruzione si lamentano del Ministero. Solo la crescente organizzazione “dal basso”, specialmente la rete auto-organizzata di attivisti che mette insieme circa 70 comuni è riuscita a fare sufficiente pressione sul Ministero delle Comuni perché questo modificasse le sue politiche alla fine del 2011. Hanno costretto il ministero a registrare circa 20 comuni. In cambio le Comuni hanno dovuto avviare il registro, perché il Ministero delle Comuni non solo non aveva registrato neanche una comune nei primi tre anni della sua esistenza, ma un anno dopo che la legge sulle comuni era stata promulgata non aveva creato neanche una procedura ufficiale per la registrazione delle comuni.

Nonostante tutto, le strategie “dall’alto verso il basso” e “dal basso verso l’alto” si sono mantenute nello stesso processo di trasformazione per 14 anni e il rapporto conflittuale tra potere costituente e costituito è stato il motore del processo bolivariano. Nel suo piano di governo per il periodo 2013-2019, presentato durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2012, Chávez ha affermato chiaramente «Non dobbiamo ingannarci: la formazione socioeconomica che prevale tuttora in Venezuela è di carattere capitalista e rentista». (14)

Per proseguire verso il socialismo, Chávez ha sottolineato la necessità di avanzare nella costruzione di consigli comunali, comuni e città comunali, e nello «sviluppo della proprietà sociale dei fattori e mezzi di produzione basilari e strategici». (15)

Il suo successore, Nicolás Maduro, si è impegnato a sviluppare il programma, e uno degli slogan centrali dei movimenti che hanno sostenuto la sua campagna elettorale è stato «comuna o nada».

1. Antonio Negri, Il Potere Costituente (Carnago: Sugarco Edizioni, 1992), 382.

2. Roland Denis, Los fabricantes de la rebelión (Caracas: Primera Linea, 2001), 65.

3. Ministerio del Poder Popular para la Comunicación y la Información, Líneas generales del Plan de Desarrollo Económico y Social de la Nación 2007-2013, (Caracas: MinCI, 2007), 30.

4. MinCI, Líneas generales, 30.

5. Asamblea Nacional Dirección General de Investigación y Desarrollo Legislativo, Ejes Fundamentales del Proyecto de Reforma Constitucional. Consolidación del Nuevo Estado, (Caracas: AN-DGIDL, 2007).

6. Hugo Chávez, El Poder Popular (Caracas: Ministerio de Comunicación e Información, 2008), 38.

7. Dario Azzellini, Partizipation, Arbeiterkontrolle und die Commune, (Hamburg: VSA, 2010).

8. David Harvey, Space as a keyword, in David Harvey. A Critical Reader, ed. Noel Castree and Derek Gregory, (Malden: Blackwell, 2006).

9. Doree Massey, Concepts of space and power in theory and in political practice, Doc. Anàl. Geogr 55 (2009): 20.

10. Interview with Juan Carlos Baute. Presidente de Sunacoop, accessed January 16, 2009, sunacoop.gob.ve/noticias_detalle.php?id=1361.

11. Dario Azzellini, From Cooperatives to Enterprises of Direct Social Property in the Venezuelan Process, in Cooperatives and Socialism. A View from Cuba, ed. Camila Piñeiro Harnecker, (Basingstoke: Palgrave Macmillan, 2012): 259-278; Dario Azzellini, Economía solidaria en Venezuela: Del apoyo al cooperativismo tradicional a la construcción de ciclos comunales, in A Economia Solidária na América Latina: realidades nacionais e políticas públicas, ed. Sidney Lianza and Flávio Chedid Henriques, (Rio de Janeiro: Pró Reitoria de Extensão UFRJ, 2012): 147-160.

12. Dario Azzellini, De la Cogestión al Control Obrero. Lucha de clases al interior del proceso bolivariano, (PhD diss., Benemérita Universidad Autónoma de Puebla, 2012), 183-196.

13. Aurelio Gil Beróes, Los Consejos Comunales deberán funcionar como bujías de la economía socialista, accessed January 4, 2010, rebelion.org/noticia.php?id=98094.

14. Aurelio Gil Beróes, Los Consejos Comunales deberán funcionar como bujías de la economía socialista, accessed January 4, 2010, rebelion.org/noticia.php?id=98094.

15. Propuesta del Candidato, Chávez, 7.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

Roma, 22 ottobre: La Siria degli altri

sir

 

La Siria degli altri, voci che non si ascoltano in una guerra imposta 

20 ottobre a Milano: togliamoci le catene della vergogna!

IMPARIAMO A STARE INSIEME
Domenica 20 ottobre, parco Trotter. Milano. Vi aspettiamo!

Maduro: «dobbiamo demolire le vecchie strutture dello Stato borghese»

Nos metieron en la cabeza que la democracia es la libertad de empresa de la burguesía para decir lo que le dé la gana en sus medios / Es necesario construir una nueva sociedad que debe surgir de una nueva prácticada aporrea.org

17 ottobre 2013. – Il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, ha affermato che il paese sta entrando in una fase in cui bisogna demolire le vecchie strutture dello Stato borghese, accelerare la transizione verso una nuova società.

Questo lo ha spiegato, a continuazione del Governo di Efficienza di Strada (Gobierno de la Eficiencia en la Calle), in un incontro per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, nella comunità di Gramoven, Catia, Caracas.

Ha esortato a demolire i vecchi e falsi paradigmi della società borghese, dell’economia e della falsa democrazia borghese.

«Ci hanno messo in testa che la democrazia in un paese è libertà di impresa della borghesia per dire tutto quello che le pare e piace attraverso i suoi mezzi di comunicazione, questa è la loro prima condizione perché ci sia democrazia; è questione di libertà di impresa e non di espressione, che siano loro i padroni di tutte le emittenti televisive, in tutti i paesi del mondo» ha affermato.

Ha insistito sulla necessità di costruire «una nuova società che deve sorgere da una nuova pratica, da un nuovo modo di relazionarsi, da una nuova situazione, e poiché una società umana, della donna e dell’uomo nuovi sorge da noi, non sorge dal nulla, tutto questo si forgia, si costruisce gradualmente nei valori del lavoro».

Il capo di Stato ha sottolineato la necessità di dare vita a una società del lavoro, una cultura del lavoro, in risposta alla concezione borghese secondo cui le grandi masse, i poveri sono degli inetti.

Per seminare questo nuovo concetto di lavoro, il Presidente Maduro ha proposto di insegnare ai nostri bambini, fin da tenera età, a dar valore al lavoro in casa, nella comunità, «quello della produzione economica, il lavoro volontario per aiutare la comunità, il lavoro liberatore, non un lavoro qualsiasi, la disciplina nel lavoro, che ci guidi verso un altro valore fondamentale: una nuova economia» ha dichiarato.

Il Presidente Maduro ha ricordato che il Venezuela è avanzato verso un nuovo modello sociale, per garantire salute, istruzione, alimentazione, alloggi, perché abbiamo il petrolio e perché il Comandante Chávez «ha catturato la rendita petrolifera e l’ha distribuita, trasformandola in istruzione, alimentazione, alloggi e salute».

«Il sostegno di un modello sociale egalitario, dove tutti abbiano diritto all’istruzione pubblica e gratuita, diritto all’assistenza sanitaria gratuita, a un alloggio. La base di questo è un’economia potente, diversificata, produttiva e indipendente».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo]

(VIDEO) I sogni arrivano come la pioggia

 da blog.chavez.org.ve

Trascrizione tratta dal documentario: Los sueños llegan como la lluvia. Riflessioni di Hugo Chávez Frías. 

C’è una riflessione che recita così: «Mi aspetto molto dal tempo. Il tempo. Mi aspetto molto dal tempo. Il suo immenso ventre contiene più speranze che avvenimenti trascorsi»Questo pensiero di Simón Bolívar si potrebbe riassumere in queste poche parole, nella frase iniziale. Mi aspetto molto dal tempo.

Credo che mai e poi mai abbia perso ne perderò il mio amore, le mie radici e la mia presenza fisica nel popolo che si trova qui a Sabaneta.

Il ricordo per dir così più remoto che ho di mio padre: un uomo molto giovane che arrivava spedito verso casa su una bicicletta e quando era già vicino toglieva la gamba da uno dei pedali e giungeva poggiato sull’altra. Frenava e in un baleno posava la bicicletta al suo posto. Per tutta la vita mio padre è stato un uomo molto energico, lo ammiravo e lo ammiro moltissimo come genitore. È di origini afrodiscendenti, nero. Mia madre invece è bionda, capelli gialli, llanera, nata e cresciuta come si suole dire. Allora mio padre arrivava ed io uscivo per andargli incontro. Papà, papà cosa mi hai portato! Ricordo l’abbraccio, mi sollevava e mi lanciava per aria per riafferrarmi immediatamente con forza. Un uomo robusto mio padre.

Avevo tre mamme: mamma Elena che mi ha partorito, mamma Rosa, la nonna e mamma Sara, Sara Moreno, non la dimenticherò mai. Era una donna molto bella che viveva di fronte alla casa vecchia che si trova nella strada che oggi ha per nome Antonio María Bayón, a Sabaneta, e fu lì che arrivò Sara Moreno da non si sa dove. E ricordo che era molto bella e le dicevo che anche lei era mia madre, che io avevo tre mamme. Ricordo che tutti i giorni prima di recarmi a scuola Sara Moreno mi preparava una ciotola bella grande di avena. Non andavo via dalla sua casa senza aver prima consumato la mia ciotola di avena.

Era davvero molto giovane e molto bella. Aveva un marito che arrivava la sera e credo che mi ero innamorato di Sara, perché sentivo invidia per il marito. Non l’ho mai raccontato a nessuno, lo sto confessando adesso per la prima volta nella mia vita, io ero un bambino. Ma lei mi abbracciava, mi addormentava e mi faceva da mangiare. Sara Moreno era la mia terza mamma.

Mia madre ha sempre rappresentato una fortezza per me; piena d’amore, lavoratrice instancabile e anche maestra. E, osservate attentamente, seguendo l’esempio di mio padre, lei frequentò dei corsi. Di sicuro mio padre l’aveva spronata fino a quando non ottenne il diploma di maestra, questo è successo dopo, cioè quando aveva partorito tutti noi.

Ricordo di essere andato a vedere mia madre in un’aula, mentre insegnava. Lei si dedicava principalmente all’alfabetizzazione, all’educazione degli adulti e mi piaceva aiutarla molto in questo mestiere. Ho partecipato insieme a mia madre al piano di alfabetizzazione degli anni ’60, lei era la mia guida con un libro che s’intitolava Abajo Cadenas: ala, pala, tapara, maraca… di modo che mia madre ha insegnato me a insegnare agli altri. È stata quella una esperienza molto bella.

Hugo de los Reyes Chávez era maestro elementare, inoltre lo ricordo molto esigente; una volta comprò una enciclopedia autodittatica, Quillet, credo fosse francese; io mi tuffai completamente in questa meraviglia che era questa enciclopedia. Credo che in giro ci deve essere ancora qualche libro; erano quattro volumi. E io leggevo, leggevo e leggevo… credo di aver letto di storia universale, geometria, di ortografia, ed inoltre era molto buona, poiché era autodidattica.

[Helena Frías de Chávez: Certo, non erano abituati ad avere libri così grandi, pieni di tante cose, quindi si mise anima e corpo in questa enciclopedia.]

Hugo Chávez:

Lì apparve tutto un capitolo sulla cultura e un corso per dipingere, come disegnare, prima, come iniziare, come si deve collocare il pittore, non ho un lapis in mano, però, con il lapis si misura la proporzione o con il dito. Quella ragazza che sta lì, per esempio, uno può misurarla così, e se quindi voglio ritrarre te, allora devo cercare la proporzione, plasmarla sulla tela. Ricordo di aver fatto con una pianta, un ramo di Guayaba, un cavalletto, perché nell’enciclopedia appariva un cavalletto.

Quindi mi è bastato tagliare un ramo di un guayabo, e farne un cavalletto. Bene dicevo che feci questo sogno, quello di essere pittore, ricordo che presi la cosa seriamente, con dedizione. Questa infanzia fu così, felice, piena di cose, bella, piena di colori, di sogni. Poco tempo fa stavo leggendo alcuni discorsi di Martin Luther King. Un discorso dove egli disse: “I have a dream”, “io ho un sogno”, quando leggo questa espressione non posso evitare di ricordare i sogni, che mi hanno invaso fin da bambino. Un giorno mio padre portò con lui da Barinas un allenatore, Tin Tan López; lo chiamavano tutti Tin Tan, come quel famoso attore Messicano di quegli anni, Tin Tan. Tin Tan López era uno straordinario giocatore di baseball. Lo portarono dalla città affinché, essendo allenatore, preparasse la squadra del paese. Portarono Tin Tan a vivere nella casa dove vivevamo noi; non era la casa vecchia, la casa vecchia crollò un inverno.

Ad un certo punto Tin Tan ci ha sorpreso, perché vedendoci giocare con la palla di gomma nel patio, si unì a noi per giocare. Ci portò come regalo un paio di guanti vecchi ed usati, ma buoni. Quando io vidi quei guanti di baseball, di quelli che usavano i grandi, mi sono sentito al settimo cielo. Ed alcune mazze rotte, che tu ci mettevi il chiodo e lo scotch ed diventavano buoni per giocare, ed una palla, noi la chiamavamo “la palla di Wilson”, quella dura per giocare, Wilson era la marca, ma la chiamavano tutti “la palla di Wilson”. Tin Tan allora, cominciò ad insegnarci come si gioca a baseball. Disegnò il terreno di gioco, ci mostrò come il battitore si deve posizionare, come ci si deve posizionare con il gomito qui, e con l’altro gomito qua per poter battere, come si deve guardare il lanciatore, aspettare la retta che passa di qui, non colpire né troppo in alto, né troppo in basso.

Come concentrarsi nel gioco, da lì viene la passione per il baseball, una passione infinita. Molto grande, soprattutto perché era diventata un altro sogno, dopo il sogno che ho raccontato di diventare pittore. Io ascoltavo le partite del Magallanes quasi tutte le notti, quando annunciavano “domani gioca El Látigo Chávez“, per me era il massimo.

Me lo immaginavo perché non vedevo la televisione, non avevamo la televisione. Era il mio idolo, El Látigo Chávez. Fu in quegli anni che arrivò alla Serie A, aveva 21 anni! Lanciava, alzando il braccio destro come una frusta e aveva un tiro ad effetto straordinario quel ragazzo! Era già arrivato alla Serie A con I Giganti di San Francisco, El Látigo Chávez, 1968, 1969. Un giorno del 1969 era di domenica, una domenica di marzo, la nonna se ne andò nel Patio, rimasi solo, mangiando ed ascoltando musica. Radio Barinas, musica llanera. All’improvviso, ultima ora, notizia, ancora adesso mi viene voglia di piangere, quando lo ricordo. Piansi molto. Sentii che il mondo era finito. Ultima ora, era un 16 di marzo, domenica del 1969. Ultima ora, incidente aereo in Maracaibo. Un aereo con destinazione Stati Uniti, tutti morti, fra questi El Látigo Chávez.

Così che ho iniziato a dipingere, studiavo pittura e avevo imparato a dipingere i visi. In una occasione ho dipinto il viso di El Látigo Chávez e lo avevo affisso vicino al letto. Inventai una preghiera spontanea e tutte le notti pregavo e alla fine del Padre Nostro che stai nei cieli, aggiungevo: «Mio Dio aiutami, Látigo Chávez ovunque ti trovi ti giuro che sarò come te». E questa idea diventò un grande motore che prese a muoversi, muovevo cielo e terra perché volevo essere come El Látigo Chávez.

Allora cominciarono ad accadere molte cose frutto della volontà che sorse dal dolore. Il pomeriggio, una volta finite le lezioni, invece di giocare davanti a scuola a chapita, a baseball con i tappi delle bottiglie o con la palla di gomma, iniziai ad avvicinarmi allo stadio La Carolina e riflettevo mentre camminavo che il gioco non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mio padre mi chiese: «Hugo quale studio universitario vuoi intraprendere?», gli rispondo: «Mi piace ingegneria papà». «Va bene, andremo a Mérida e parleremo con qualcuno».

Mio padre e mia madre… L’educazione era sempre presente, l’educazione, l’esempio, non lo dimenticherò mai. E disse: «Va bene, andiamo a vedere se puoi entrare, andremo a parlare con Ángel Chávez», uno zio che era professore dell’ULA.

Ed io tra me e me, «Mérida? A Mérida non giocano baseball. Lì si gioca calcio. Dio mio a Mérida io non ci vado». E sapete cosa ho fatto? Un giorno si presentò, non lo dimenticherò mai, un ufficiale al liceo per darci una conferenza sulla scuola militare. Ci obbligarono tutti ad andare. Io non volevo perché uno vedeva i militari come qualcosa di lontano.

Dunque in poche parole, l’8 agosto 1971, entro alla Scuola Militare, che allora aveva cambiato il nome per quello di Accademia Militare, in un gruppo di 375 ragazzi, compresi alcuni stranieri, un gruppo composto di ragazzi panamensi e dominicani.

Ma la mia fissa era quella del gioco del baseball. Stavo sempre allerta per sapere quando avremo iniziato ad allenarci e dopo breve tempo cominciammo a giocare baseball. Il nostro manager era José Antonio Casanova, una leggenda. Era stato manager della squadra di Caracas per molti anni, short stop dei campionati nazionali, dei campioni mondiali del 1941. E l’allenatore di lancio e battitori era Benítez Redondo, Héctor Benítez Redondo, un mancino anche lui del campionato nazionale, un’altra stella degli anni ’40, ’50. Erano i nostri allenatori.

Mi dissi: «Perfetto. Questa è la strada, quando questi signori mi conosceranno per bene, avrò modo di entrare in contatto con i professionisti del baseball». Mi sembrava tutto così semplice.

Ah, ma in seguito mi sono visto addosso un’uniforme, un fucile, un poligono, l’ordine chiuso, le marce, le corse mattutine, lo studio della scienza militare e quello delle scienze generali. Ma tutto sommato mi è piaciuto, mi è piaciuto il cortile e mi è piaciuto Bolívar che stava laggiù in fondo. E il pensiero grande dove si leggeva: Chi abbandona tutto per diventare utile alla Patria non perde nulla e guadagna tutto quanto le ha dedicato.

Mi sono sentito come un pesce nel’’acqua. Era come se avessi scoperto l’essenza o una sua parte della vita, la mia vera vocazione. E pian piano il sogno, e così termino questa riflessione, cominciò a trasfigurarsi.

Arrivò finalmente l’8 novembre e quel giorno cessammo di essere aspiranti cadetti per diventare cadetti. Per la prima volta indossammo le uniformi azzurre, i guanti bianchi e arrivò il generale Osorio, il nostro direttore, che ci diede la daga da cadetto, l’arma. Ci concessero un permesso di libera uscita per due giorni, perché durante quei tre mesi ci era stato vietato di uscire. Era come se uno in qualche maniera era obbligato a pagare un onere che in quel caso ho provato anche come mio per poi cancellarlo, insomma, era qualcosa di spirituale che mi obbligava a fare questa scelta.

Sono uscito dalla caserma a piedi passando per El Valle, Conejo Blanco.

La prima cosa che feci fu di domandare qual era la strada del Cimitero Generale del Sud, perché avevo letto che El Látigo Chávez era sepolto in quel posto. Stavo andando lì perché sentivo dentro di me un nodo, come se fosse un debito che con il tempo si era andato formando, il giuramento che feci, la preghiera che avevo composto, cose che stavo dimenticando. E ora volevo essere un soldato, mi sentivo già soldato e stavo male per questa scelta. Di modo che sono arrivato alla tomba, avvistai la cripta, Isaías Látigo Chávez, morì il 16 marzo del 1969. Ma soprattutto oltre a pregare sono andato a chiedere perdono. Mi misi a parlare con la pietra sepolcrale con lo spirito che aleggiava in quell’ambiente. Parlavo con me stesso, o meglio, dicevo qualcosa come: «Perdonami, perdonami Isaías. Non farò più quella strada. Ora sono un soldato». E quando sono uscito dal cimitero, mi sentivo affrancato.

Ho formato parte e formo parte di quella prima ondata di ragazzi entrati all’Accademia Militare, la vecchia Scuola Militare trasformata in accademia con percorso universitario. Avevamo già con noi il diploma di scuola superiore. Per la prima volta nella storia militare venezuelana entravano all’Accademia Militare i diplomati delle scuole superiori e iniziammo a studiare per laurearci in Scienze Militari con percorso universitario.

Ma al di là di tutto quello che ho potuto imparare dalla filosofia, dalla guerra, dalla storia economica, dalla storia militare, dalla geopolitica, dalla strategia e dalla tattica e da tutte le altre discipline, compresa la scienza militare, la cosa più importante che ho imparato in quella carissima Accademia Militare è stata quella di amare in modo viscerale e infinito la mia Patria. E non solo amarla a parole, ma ho imparato realmente ad amarla.

Quando ho prestato giuramento il 7 luglio 1975 con la mia sciabola da sottotenente nel cortile d’onore dell’Accademia Militare, quando ho sfilato la sciabola per prestare giuramento, l’ho fatto convinto: «Giuro davanti a Dio e alla bandiera di difendere la Patria fino a perdere per lei la vita». Sono convinto che non basta difenderla, ma anche amarla. Perché per difenderla fino a perdere la vita è fondamentale che si ami. Chi non ama questa Patria… La Patria è, principalmente, come sostiene Alí Primera, l’uomo, l’essere umano: La Patria è l’uomo, ragazzo!

«Da ormai quattrocento anni la mia Patria è incinta – diceva Alí Primera – chi la aiuterà a partorire perché diventi bella?». Bisogna amarla, sentirla, adorarla per poterla difendere. Allora quel 7 luglio 1975 giurai di difendere la Patria a spada tratta, amandola e difendendola anche con la mia vita.

Erano due nonni. Uno di loro, un Chávez, la cui memoria si era persa nel tempo. Alcuni sostenevano che era un mascalzone perché abbandonò la moglie per correre dietro al Caporale Zamora, ma queste cose non le capivamo. A volte pensavo: «Mio nonno era un mascalzone, quel Chávez, se n’è andato con Zamora e non è tornato mai più, lasciando soli moglie e bambini».

Io immagino che quel nonno Chávez, che nessuno sa dire dove è andato a finire, sia stato uno di quelli che hanno seppellito Zamora. L’altro ricordo che viene fuori dalla memoria, così come germogliano quelle erbacce dopo la pioggia, è il ricordo dell’altro nonno. Un ricordo più vicino, così vicino che uno lo percepisce come presente, così vicino che sembra che germogli di nuovo. È il ricordo di Maisanta, l’ultimo uomo a cavallo.

Ebbene un nonno da parte dei Chávez, di mio padre, di mia nonna, remoto, che se n’è andato per seguire Zamora, in altre parole, per seguire la Patria, il sogno. Un altro più vicino tra noi, molto più vicino che lo percepisco, Pedro Pérez Delgado, l’ultimo uomo a cavallo, che ha seguito il sogno, che non era un mascalzone né un assassino. Lasciò mio nonno piccolo insieme a Claudina e allo zio Rafael. Ma non perché fosse un mascalzone. Ma va! Non perché era un assassino. Era un soldato rivoluzionario e anche lui inseguì il sogno.

E oggi non serbo alcun rancore. Non ho mai avuto due nonni mascalzoni. Ho avuto due nonni rivoluzionari. E anche a me è toccata una parte, sapete? Da parte di quei due nonni ho ereditato qualcosa, perché nel corso di questa vita ho vissuto tante cose, ma all’interno di questo flusso una sola si contraddistingue, immagino che sia stata la stessa situazione che ha vissuto Chávez quando decise di seguire il Caporale Zamora per i sentieri di La Marqueseña. E quel Pedro Pérez Delgado, il bisnonno che se n’è andato per le pianure dell’Apure, ribellatosi contro Gómez.

Immagino quello che hanno dovuto sentire quando si separarono dalle loro mogli e bambini piccoli, la baracca, il bestiame, il cane, il gatto, l’amaca e il caffè mattutino. In poche parole il proprio nido che abbandonarono per non tornare mai più.

Ti assicuro che anche a me è toccata una parte, perché non dimenticherò mai quella notte.

Era febbraio, come questi giorni più o meno. C’era un cielo luminoso, l’estate non era ancora arrivata. Ed era il 1992 e dopo un percorso personale più o meno lungo, toccò anche a me. Mi successe lo stesso, una mattina all’alba di un giorno quando mi rivolsi a una donna, la nera Nancy, per dirle: «Nera parto, non so se tornerò». È la cosa più dura che a uno le possa capitare e non gliela auguro a nessuno. Aprire la porta della stanza dei bambini e vederli lì, a Rosa Virginia che aveva 12 anni, con il suo capello color bruciacchiato, che riposava, tutta infagottata. E Maria Gabriela con i capelli e la faccia da india, è un’india, aveva 9 anni, coperta, con un ventilatore acceso. E là, in un angolo, Huguito, il biondo paffuto, sicuramente stavano sognando. Huguito aveva 7 anni.

Congedarsi dai propri figli, baciarli senza fare rumore per non svegliarli, benedire tutti e tre e addio. Non so se vi rivedrò.

Anch’io ho dovuto rivivere quella vecchia storia, li ho lasciati piccoli ma non in quanto mascalzone, bensì perché patriota. Seguendo la bandiera di quel Bolívar, di quel Zamora, di quel Chávez e di quel Maisanta. Toccò anche a me.

Ricordo il carcere come una scuola, anche se ci sono stati momenti dolorosi, personalmente il carcere non l’ho vissuto in modo doloroso, anche se ci sono stati, ma quei dolori sono stati assorbiti dall’amore, dalla fede, dall’ottimismo, dal lavoro, un lavoro permanente.

Dunque qual è stato il momento doloroso di cui parlo? I primi giorni sono stati terribili e lì ho attraversato varie fasi. Ricordo che i primi giorni si caratterizzarono da una solitudine tremenda rinchiuso in una cella che si trovava in uno scantinato molto freddo, perché l’aria condizionata era accesa durante tutto il giorno e non sapevo che ora fosse. Su per giù calcolavo l’ora quando mi arrivava il cibo. Ma non c’era un orologio, non c’era tempo, non c’era spazio. I primi giorni, le prime ore, mi sentivo come un morto. Lì dove mi trovavo, sembrava un sepolcro. Così che quei giorni sono stati molto dolorosi; l’assenza dei figli, dei genitori, della propria moglie, la solitudine, era come la morte. Mi sentivo come un morto.

Ma pian piano cominciai a resuscitare. Ricordo che il secondo o terzo giorno arrivò un sacerdote con la sua tonaca bianca. Era il sacerdote della prigione militare. C’era una telecamera che ci stava riprendendo e lui lo sapeva, così che con molta abilità si dispose di spalle alla telecamera e mi disse alcune cose a bassa voce. Tra le altre cose mi fece sapere che là fuori c’era un’onda, un’onda d’amore, un fuoco divino disse. Quel sacerdote è morto. Era il padre Torres, non lo scorderò mai perché mi disse «là fuori c’è un fuoco divino, Comandante, un amore molto grande che si è scatenato».

Mi lesse alcuni versetti della Bibbia e me li lasciò scritti su un foglietto di carta: «Trama l’empio contro il giusto, l’arco rende teso, mira con la freccia, l’arco si spezzerà e la freccia gli si conficcherà nel proprio cuore».

In realtà non mi sono mai sentito in prigione o disperato perché volevo uscire da lì. No. Mi sentivo addirittura preparato per restarci 20 anni se era necessario. Qual è il problema? Mi domandavo. Perché consideravo la mia condizione come una tappa necessaria, ero interessato a giocare un ruolo all’interno di un processo.

Ma ero ben conscio che bisognava spingere il vento e il sole, come recita un poeta. Bisognava definire meglio l’ideologia e seminare coscienza. In carcere memorizzai la consegna di Samuel Robinson, Simón Rodríguez, quella che afferma: «La forza materiale risiede nella massa e la forza morale nel movimento della massa». Ed io ci ho aggiunto una terza consegna: e la forza trasformatrice si trova nella massa cosciente in movimento accelerato.

Credo che dovessi passare per l’esperienza del carcere senza ricordarlo con dolore. Piuttosto ricordo il carcere come il luogo dove dio ci ha consentito, e in particolare a me, di temprare l’anima, irrobustire la coscienza, lo spirito, rinvigorire l’ideologia bolivariana mediante lo studio, il dibattito, entrare in contatto con le molteplici correnti politiche e sociali del paese.

Di modo che una volta trascorsi due anni, due mesi e qualche giorno che sono uscito da quel carcere, ricordo di avere guardato il sole vicino ai monoliti di Fuerte Tiuna, nei pressi de Los Próceres.

Sono uscito e accresciuto in tutti i sensi. Avevo sconfitto i dolori, i dispiaceri e ringrazio dio per avermi consentito di attraversare questo percorso per poco più di due anni in un carcere che è diventato una scuola, perché è stato un carcere di coscienza, di dignità.

Raccontavo agli amici che una volta mi fecero visita in prigione: «Ascoltate, se Chávez è diventato un mito, voglio essere io ad aiutare a distruggerlo. Perché al paese non serve un mito o una leggenda. Quello che serve al paese è una rivoluzione e le rivoluzioni non si fanno con i miti e tanto meno con le leggende».

Poco tempo fa mi è arrivato un altro sogno come la pioggia, perché è così che arrivano i sogni, come la pioggia. Così mi è arrivato il sogno di essere il pittore di quel libro. Mi era arrivato il sogno di diventare El Látigo Chávez, mi era sopraggiunto una domenica come una raffica di vento, non lo dimenticherò mai. E dopo mi era arrivato quello di diventare soldato, anche questo come la pioggia.

Ora mi è arrivato un altro sogno, mi trovavo all’angolo di una strada di paese. Tornavamo dopo un atto nel quale c’era molta gente. Io volevo riposare sulla riva del mare. Precisamente eravamo a Margarita. E quindi stavamo andando lì quando il sole tramontava. Attraversiamo un angolo di strada, a riposare un po’ da soli, senza la carovana di macchine e di persone che sono solite seguirci, su una macchina qualsiasi. E sto lì che osservo, osservo, osservo ogni angolo e ogni casa che passiamo, cerco di osservare tutto. E all’improvviso gli dico al ragazzo, al compagno che guida: «fermati qui!» perché avevo visto dei bambini che giocavano a baseball con una palla di gomma. Mi ricordo che dissi anche che era bello vedere giocare delle bambine, la parità. Delle bambine molto affiatate che correvano con impegno. Allora ho visto seduto su una sedia un anziano con i capelli bianchi che osservava i bambini mentre giocavano a palla e teneva seduta sulle gambe una bambina. Dissi, «Ecco, quello sono io. Questo è il mio ultimo sogno».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

«Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili.» (Bertolt Brecht, poeta e drammaturgo)

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4 novembre: sosteniamo la Rivoluzione Cittadina dell’Ecuador!

L’incontro previsto per il 25 ottobre è stato spostato in occasione della venuta del Ministro Ricardo Patiño

Lunedì 4 novembre. Sosteniamo la Rivoluzione Cittadina dell’Ecuador!

Sovranità, Partecipazione, Democrazia, Diritti!

Dalle 18,oo a Torbellamonaca

El “Che”ntro Sociale – Largo Mengaroni, 11, Roma

[Si ringrazia Edgar Galiano per la segnalazione]

Giordani: «Oggi il dollaro è la merce a più buon mercato in Venezuela»

di Jorge Giordani

«Le regalie sono terminate, che riguardino la benzina, l’elettricità o le case ben rifinite. Non è la prima volta che lo dico: ho consegnato al Presidente Hugo Chávez documenti con tutti questi approcci», ha commentato il Ministro del Potere Popolare per la Pianificazione Jorge Giordani in una conversazione con il Correo de Orinoco.
«Senza quel vulcano che è stato Hugo Chávez, il PSUV deve costruire una leadership collettiva ed avanzare verso una posizione egemonica», ha sostenuto il titolare della Pianificazione. Sebbene la maggioranza della popolazione non abbia mai visto un biglietto verde, la domanda che salta immediatamente alla mente del giornalista di fronte ad un Ministro del Gabinetto Economico è: «come si attesterà il bolívar rispetto al dollaro, e quale schema di cambio sta elaborando l’esecutivo per far fronte alla distorsione generata dalla parità del mercato parallelo?».
«La merce più a buon mercato in questo momento è il dollaro. Gli si può applicare il comprare a buon mercato e vendere a caro prezzo», ha risposto a voce bassa il titolare della Pianificazione. In tono riflessivo, dopo una pausa, ha assicurato che alcuni settori pretendono di mantenere questo tipo di circolo vizioso: comprare a buon mercato e vendere a caro prezzo, riferendosi ai dollari concessi dalla Commissione di Amministrazione delle Valute (Cadivi), sebbene eviti di menzionarla. Il problema non è lo schema di cambio, ma il comportamento di alcuni agenti economici. Porta come esempio di queste distorsioni coloro che importano merci di ogni tipo a buon mercato da oltre frontiera e poi rivendono a caro prezzo: «Ci sono alcuni che vorrebbero mantenere questa situazione. Abbiamo analizzato la questione molte volte in consiglio dei Ministri», ha sottolineato.
IL POPOLO CAPISCE
Di fronte all’argomentazione che una misura come l’aumento del prezzo della valuta è impopolare perché colpisce il portafogli della popolazione, Giordani ha detto che «il popolo capisce queste cose». Inoltre, esistono meccanismi per evitare un impatto sui prezzi di beni e servizi, come i sussidi incrociati, ha sostenuto. L’esecutivo già sta applicando sussidi in bolívar ad alcuni alimenti affinché le imprese non aumentino i prezzi. «Se qui si imponesse di nuovo il neoliberismo, sicuramente li porrebbe a prezzi internazionali, ma il popolo venezuelano già si è espresso contro di tale sistema ed è stato precursore di ciò che sta vivendo l’Europa», ha puntualizzato. «Anche in questo Caracas ha lanciato l’allerta: noi non nascondiamo questo sistema, sebbene 30 anni dopo ancora insistano», ha dichiarato riferendosi all’opposizione.
«Non hanno capito che se si ripresentano con questo schema di proposte, il popolo non lo appoggerà. In questi 14 anni la gente ha studiato di più, ha una salute migliore, ha un tetto, come minimo. Mi ricordo bene delle cinque C di Caldera: ¿Caramba, Caldera, Cuando Comeremos Carne?». Il Ministro ha parlato delle linee guida che contraddistingueranno il Governo del presidente Nicolás Maduro, perché le misure specifiche saranno annunciate dal Presidente a tempo debito. Sceglie la linea della prudenza e di evitare la fretta nel momento nel prendere decisioni in materia economica, anche se l’azione è continua, anzi non ha pause. «La guerra è guerra e noi la stiamo combattendo. Il settore privato ha i suoi spazi, ma con un tasso di profitto ragionevole. Conosco a memoria le storielle che vogliono imporci. Io sono il cattivo della situazione», ha affermato scherzando.
IL REDDITO PRESUNTO
Giordani si è guadagnato il soprannome di “monaco dell’economia”, e quando sente questa frase ride. «A tutte quelle persone che mi vedono in quel modo, ora che si insiste sul tema della corruzione, dovremmo applicare il meccanismo del presunto reddito. Da parte mia sono tranquillo. A proposito, sento storielle come quella delle Ferrari. Ho la stessa auto da 15 anni e vivo nella stessa casa», ha sostenuto. Per dimostrare il reddito presunto, ha spiegato il Ministro, si deve dimostrare da dove derivano quelle entrate straordinarie distinte dallo stipendio. «Questo l’ho ereditato, questo l’ho vinto con la lotteria. Il presidente Maduro ha detto che il meccanismo di reddito presunto va applicato sia al giallo che al rosso. Che mi controllino pure, ho vissuto tutta la mia vita così e lavoro abbastanza!» ha esclamato, e ha ricordato l’esempio di vita di Jacinto Convit, medico e ricercatore, che è stato onorato di recente. «Ricordo ancora quando il dottor Convit ha detto: “colui che non ha un progetto non vive, io ho un progetto per i prossimi 200 anni”. Quel progetto è lì e il nostro è quello di Chávez, anche per 200 anni e più», ha rimarcato il Ministro, dispiaciuto di non aver potuto partecipare al tributo reso al grande scienziato venezuelano.
Il Ministro ha fatto appello alla grande onestà del medico venezuelano, per ricordare il contenuto morale del progetto politico bolivariano, ed ha insistito sul fatto che tutti gli obiettivi economici dovrebbe essere soggetti a quelli politici. «Questo senso politico ha posto l’uomo al di sopra di qualsiasi interesse economico», ha asserito. Non ha sottovalutato la questione economica e ha assicurato che ci sono state conquiste importanti come la registrazione di un aumento della produzione di patate, pomodori, peperoni e cipolle lo scorso anno. Ma, come ha detto, questo non vuol dire che tutto è risolto, perché sorgono difficoltà come la stagionalità e i problemi nella distribuzione. Da qui nascono poi i problemi di accaparramento, scarsità e aumento dei prezzi.
CORREGGERE IL MODELLO
Il Ministro per la Pianificazione è del parere che sia necessario dare una svolta al modello, ma ha detto che rettificare, correggere ciò che non funziona non significa che si stia per tornare al precedente sistema, quello neoliberista. «Il modello neoliberista è fallito, le ricette del Fondo Monetario Internazionale applicate nei paesi europei hanno causato un disastro sociale ed economico. L’instabilità nei paesi del sud è la prova che le cose non vanno bene nel Vecchio Continente», ha sottolineato.
Lo sforzo di proseguire nella costruzione del socialismo, ora che il «gigante Hugo Chávez ci ha lasciato, richiede il controllo da parte del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) che, a sua volta, dovrebbe essere in grado di costruire una leadership collettiva» ha sottolineato. Lavorare in questa direzione significherà evitare, secondo Giordani, il crollo elettorale del partito; in caso contrario, la gente volterà le spalle al PSUV. Inoltre, è necessario continuare a dare risposte immediate al popolo per annullare il debito sociale accumulato, già sono stati investiti più di 550 miliardi di dollari, e per continuare ad investire si dovrebbe avere un piano che sia necessariamente praticabile. «Il percorso che abbiamo scelto è quello che stiamo percorrendo e forse, a volte, è il più difficile e complesso. Senza quel vulcano che era Hugo Chávez, non ci resta che continuare a costruire questa egemonia secondo quanto ci ha lasciato, e per andare avanti è necessaria una leadership collettiva, in caso contrario, il processo andrà verso il fallimento», ha rimarcato il Ministro.
Il Ministro per la Pianificazione basa le sue argomentazioni sul pensiero del filosofo e  tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, Antonio Gramsci, il quale sosteneva che l’egemonia politica è fondamentale ed è necessaria perché un processo sia irreversibile. Nel caso di quello Bolivariano si dovrebbe portare a compimento l’eredità del presidente Chávez, ha dichiarato il Ministro. Ha avvertito che il pacchetto di misure che si sta gestendo non significa un passo indietro. Lì sta l’irreversibilità di questo processo. Quando si consolidano la leadership collettiva, l’egemonia popolare con i piccoli e medi produttori e, naturalmente, con la Forza Armata Nazionale Bolivariana e col Partito Socialista, sarà quel gruppo che guiderà il processo. «Questa è una condizione necessaria perché il processo si consolidi», ha affermato.
LA FORZA DEL PARTITO
Il PSUV deve essere l’avanguardia di questo processo per cambiare il modello di sviluppo, ma per raggiungere questo obiettivo si dovrebbe ottenere l’egemonia politica, ha insistito il leader socialista. «Il Partito Comunista cinese ha 80 milioni di militanti e guarda tutto quello che hanno fatto dopo Mao, Deng Xiaoping, e quelli che sono venuti dopo. Ogni personaggio ha una propria personalità e le sue posizioni, ma quando si lavora in gruppo la leadership collettiva dovrebbe raggiungere gli obiettivi in modo efficiente», ha detto. Il presidente Nicolás Maduro ha prodotto un documento scritto che ha presentato al momento della richiesta della Legge Abilitante davanti all’Assemblea Nazionale. «Questo lavoro dovrebbe essere studiato dai socialisti», ha raccomandato.
«L’intellettuale cubano José Martí ha detto che il modo migliore di dire è fare. Il discorso deve tradursi in azione», ha sottolineato il Ministro. Nella conversazione, Giordani ha posto il problema di alcune questioni che sono state dibattute e per le quali è necessario trovare delle risposte, come ad esempio l’accumulazione di capitale in un’economia in cui il petrolio è la principale fonte di valuta. Dal 1982 si è registrata una tendenza al ribasso degli investimenti privati ed è lo Stato che guida il dinamismo dell’economia. Ha inoltre precisato che «Il problema fondamentale di questo paese è la distribuzione dei proventi del petrolio. Il merito di Chávez è stato quello di introitarli e distribuirli».
SERRARE LE FILA DAVANTI ALL’AVVERSARIO
L’opposizione e la borghesia venezuelana spingono per avere parte di quei proventi; per questo la lotta è data in questi termini: se si dà spazio all’avversario, avverte Giordani, si corre il rischio di perdere la potenza egemone e l’irreversibilità del processo viene troncata. «I nemici della Rivoluzione continuano il loro gioco. Al momento di stabilire il dialogo va considerato che ci troviamo di fronte il peggio della politica che è esistita nella democrazia venezuelana. L’ho detto in maniera metaforica. Io consiglio sempre ai due Roberto di dettare loro un corso di letteratura perché possano capire. Essi sono l’estrema destra fascista con le sue contraddizioni», ha asserito. Giordani ha detto che le contraddizioni non esistono solo all’esterno ma anche all’interno, nel chavismo, e lì sta «la capacità che dobbiamo avere di collettivizzare la leadership. Perché i nemici esterni sono reali. Ci isolano e ci destabilizzano».
«Hanno i loro proconsoli nel campo di battaglia e se uno lascia fare, possiamo perdere». Tuttavia, non ha disconosciuto il diritto dell’opposizione venezuelana di esprimere le proprie posizioni e punti di vista. «Questo fa parte del gioco politico», ha poi affermato.
MANTENERE LA PIANIFICAZIONE
Per quanto riguarda il piano che il presidente Maduro ha presentato all’Assemblea nazionale, ha chiarito che in questo, come nella legge Abilitante, ci sono una serie di proposte che spetta al Primo Mandatario rendere note. Stiamo anche lavorando sul bilancio. Su quest’ultimo ha affermato che coloro che si aspettano una stima di prezzo elevato a barile per l’esercizio finanziario del 2014, lo fanno perché pensano con la mentalità affarista. Quello che succede è che l’economia venezuelana è dollarizzata, ha lamentato, anche se chi stampa i dollari non è la Banca Centrale del Venezuela, ma la Federal Reserve. Nonostante i fattori che influenzano l’andamento dell’economia, non vuole dare giudizi sull’andamento del Prodotto Interno Lordo (PIL), preferisce attendere i risultati del terzo trimestre dell’istituto emettitore.
IL SOCIALISMO È LAVORO
Il leader del PSUV ha chiesto di mantenere ciò che è stato raggiunto e di «rafforzare il socialismo. Non si deve perdere di vista questo, se si vuole consolidare e far progredire questo processo. Questa è la mia convinzione politica: costruire una leadership politica collettiva», ha ribadito. Il socialismo è lavoro e perciò la gente dovrebbe farlo per poter ricevere una remunerazione, ha osservato Giordani, che si è guadagnato la reputazione di dirigente inflessibile nei negoziati con i sindacati e restio a concedere bonus. Quando era Ministro della Pianificazione e delle Finanze ha ordinato di sospendere i 14 bonus che prima si davano agli operai e agli impiegati. «I fondi statali, non sono miei e quindi cerco di farne il miglior uso possibile e produrli. Tutti vogliono le entrate pubbliche e nessuno le produce», ha dichiarato. Il suo ritorno al Ministero del Potere Popolare per la Pianificazione lo fa sentire al suo posto.
«Ho dedicato 40 anni alla pianificazione e continuerò a farlo, pensando a cosa fare nei prossimi 50 anni. Ci sono cose che maturano col tempo», ha commentato. Giordani ha assicurato che l’aver unificato i Ministeri della Pianificazione e delle Finanze per le sue ambizioni personali di possedere i due portafogli è una falsità. «Questo è stato deciso quando il presidente Hugo Chávez assegnò all’allora Ministro Alí Rodríguez Araque il compito di assumere l’ufficio dell’Energia Elettrica. È stata una soluzione immediata del Primo Mandatario», ha detto.
LE BASI GRAMSCIANE
Jorge Giordani è tra coloro che pensano che il PSUV non sta inventando nulla, se non la realizzazione di un processo in linea con la peculiarità della realtà in Venezuela. I fondamenti teorici del potere egemonico che propone hanno i loro antecedenti nella loro vicinanza al pensiero di Antonio Gramsci. Quando arrivò in Italia, nel 1959, non conosceva il suo lavoro: «È stato in quel viaggio che ho cominciato a scoprire le basi della sua proposta» e da allora è stato un sostenitore del suo lavoro. «Sono stati anni di profonda riflessione», ha ricordato. Quando è salito al Governo per la seconda volta, nel 2008, il filosofo italiano Giorgio Baratta, uno dei fondatori dell’International Gramsci Society, lo ha invitato di nuovo in Italia per conoscere in profondità quel mondo. È stato il filosofo italiano recentemente scomparso, che ha scritto il prologo del suo libro su Gramsci, che gli ha permesso di stabilire un contatto con gli intellettuali gramsciani. Queste esperienze hanno ribadito l’importanza del concetto di egemonia.
«Non c’è dubbio che si tratta di un concetto molto potente. L’intellettuale organico gramsciano è il partito e per promuovere la trasformazione della società deve avere una egemonia che si ottiene con l’unione delle classi sfruttate», ha esposto. Quel libro è stato menzionato dal presidente Chávez in diverse occasioni, l’ultima il 20 Ottobre 2012, nell’ultimo consiglio dei Ministri, quando ha annunciato el golpe de timón, il cambio di direzione.
[Trad. dal castigliano di Flavia Castelli – Si ringranzia Leonardo Landi per la segnalazione]

(VIDEO) Chávez el Gigante Invicto

La Transizione Bolivariana al Socialismo

di Natura Avventura Edizioniimage010

Si sono svolti a Caracas (Venezuela), nei giorni 8 e 9 ottobre 2013, le presentazioni dei libri “La Transizione Bolivariana al Socialismo” e “Chávez per sempre!”.

Si è sviluppato un intenso dibattito alla presenza di docenti universitari venezuelani, studenti, sindacalisti, dirigenti di partito, militanti e al quale hanno partecipato, alcuni autori come il Ministro della Pianificazione Jorge Giordani, gli ex Ministri Marlene Cordova e Hector Navarro, quest’ultimo è stato Ministro della Repubblica Bolivariana per oltre 14 anni ed ora importante dirigente del PSUV, Carmen Bohorquez, anche lei ex Vice Ministro ed ora Coordinatrice Internazionale della Rete in Difesa dell’Umanità.

Partendo dalla presentazione dei libri, si è potuto dibattere sui temi della prospettiva della pianificazione e transizione socialista e su come continuare a rafforzare la rivoluzione di Chávez e del popolo Bolivariano. Nei dibattiti si sono affrontati anche i temi politici e sociali del nostro paese, con particolare riferimento anche allo sciopero generale del 18 ottobre e della manifestazione del 19 ottobre a Roma.

Le attività sono continuate anche nella giornata del 10 ottobre con un incontro con gli economisti del Banco Centrale del Venezuela e con la presentazione del nuovo libro scientifico di Luciano Vasapollo “Tratado de metodo de analisis de los sistemas economicos” edito dal Banco Centrale del Venezuela (BCV), svolta nella libreria centrale della BCV, con introduzione e presentazione da parte del direttore centrale del BCV, José Felix Rivas e del Ministro della pianificazione Jorge Giordani, a cui è seguita una conferenza del prof. Vasapollo. La cerimonia è stata voluta dalla BCV, con la presenza di vari dirigenti e Presidenti di varie istituzioni bancarie e culturali venezuelane, Rettori di varie università e rappresentanti del Governo. Le attività del 10 ottobre sono continuate nel pomeriggio con una conferenza all’Università Bolivarina del Venezuela (UBV) e dove, anche in questa occasione, sono stati presentati i libri “La Transizione Bolivariana al Socialismo e “Chávez per sempre!”. Anche in questo caso un’aula colma di professori, studenti e militanti dove la Ministra per le risorse strategiche per lo sviluppo integrale Yadira Cordova, insieme al Rettore e Prorettore della UBV, hanno voluto evidenziare l’importanza di tutti gli autori, della casa editrice Natura Avventura Edizioni e del Centro Studi CESTES per aver realizzato libri così importanti, che possono far conoscere anche ai giovani militanti italiani le conquiste della rivoluzione socialista bolivariana e il pensiero e l’azione del Presidente Chávez. La giornata si è conclusa con un emozionante e coinvolgente concerto di musiche e canzoni, venezuelane e indigene, proposte da un meraviglioso gruppo di studenti della scuola di musica della UBV.

Roma 11 ottobre 2013

Ufficio Stampa di
Natura Avventura Edizioni
tel. 0683505505

Il Premio Sakharov ed «il diritto al terrorismo»

Huber Matos (sinistra), Guillermo Fariñas e Luis Posada Carriles (destra)Diamo spazio qui di seguito alla lettera aperta di Vincenzo Basile (Capítulo Cubano) al Parlamento Europeo sul caso del premio Sakharov assegnato al cosiddetto “dissidente” Guillermo Fariñas, nella foto qui a lato con Huber Matos (sulla sinistra) e Luis Posada Carriles (destra).
 
Stimati deputati e deputate del Parlamento Europeo,
 
mi dirigo a tutti voi per esprimervi la mia più profonda costernazione circa un fatto che si è verificato recentemente nell’assemblea della quale tutti voi siete membri; un’assemblea di una comunità forgiata e fortificata nel corso degli anni sulle ceneri dei fascismi e di due guerre fratricide; un’assemblea parte di una Unione che si ispira ai valori della pace tra i popoli.
Permettetemi di fare una breve ma necessaria introduzione, per poi esporre la ragione puntuale che mi ha spinto a dirigermi a tutti voi con questa missiva.
 
Lo scorso 6 ottobre 2013, il popolo della Repubblica di Cuba ha ricordato il trentasettesimo anniversario di un attentato, noto nella repubblica caraibica come Crimine di Barbados, contro un aereo civile della compagnia Cubana de Aviación, che costò la vita a 73 persone innocenti.
 
Questo ignobile atto di terrore – che tutti voi, membri di una Unione creata per promuovere la pace e la fratellanza, sicuramente ripudierete con veemenza – fu solo uno di una lista di feroci attacchi che nel corso dei decenni sono stati realizzati, con l’assurda giustificazione della libertà e della democrazia, contro il popolo della Repubblica di Cuba, e che hanno causato migliaia di morti e mutilati.
 
Uno dei più tristemente noti organizzatori di questi attentati è sicuramente Luis Posada Carriles, conosciuto come il Bin Laden delle Americhe, terrorista internazionale di origine cubano ed ex-agente della CIA – oggi considerato eroe patriottico dai membri più estremisti dalla potente lobby cubano-americana radicata nel sud della Florida (Stati Uniti d’America) – che grazie alla protezione del governo statunitense gode di assoluta libertà e impunità, nonostante gli innumerevoli crimini commessi durante gli ultimi sei decenni.
 
Tra i vari aberranti crimini commessi, documenti declassificati dell’intelligence statunitense confermano che Luis Posada Carriles fu l’organizzatore, insieme a Orlando Bosch, del citato attentato contro il volo della Cubana de Aviación ed è stato inoltre dimostrato che promosse una serie di esplosioni che si produssero all’Avana (Cuba) tra l’agosto e il settembre del 1997, in una dei quali, il 4 settembre, perse la vita il giovane italiano Fabio Di Celmo.
 
Fatta questa breve precisazione, voglio ricordarvi che lo scorso 4 luglio 2013, tutti voi -in nome del Parlamento Europeo, e in questo modo anche in nome dei cittadini dell’Unione europea, vale a dire anche in mio nome- avete conferito il Premio Sakharov per la libertà di pensiero al cosiddetto dissidente cubano Guillermo Fariñas. E in quella occasione, il Vice Presidente del Parlamento Europeo, Gianni Pittella, nel consegnare il premio a Farinas concluse con queste parole il suo discorso: «Signor Fariñas ( … ) lei fa la storia del diritto inalienabile al rispetto della dignità e delle libertà».
Guillermo Fariñas è conosciuto in tutto il mondo occidentale grazie ai suoi numerosi scioperi della fame per chiedere alle autorità di Cuba la liberazione di alcuni detenuti cubani, che alcuni consideravano prigionieri di coscienza, sui quali preferisco non esprimere la mia opinione. Ma qualcosa che forse è meno noto di questo pacifico combattente per la libertà, di questo Gandhi dell’emisfero occidentale, è che alcuni mesi prima di ritirare il prestigioso premio, viaggiò negli Stati Uniti e lì, tra molti altri, incontrò e fu immortalato in una fotografia con lo stesso terrorista Luis Posada Carriles, e rese omaggio alla tomba di un altro terrorista, Jorge Mas Canosa, fondatore della Fondazione Nazionale Cubano Americana, un’organizzazione che per anni ha sostenuto e promosso le azioni violente di Carriles per tutta l’America Latina.
 
Alla luce di tutto ciò, come cittadino europeo e italiano, mi sono sorte alcune preoccupazioni e domande che ora vi esporrò, con l’assoluta convinzione che sono preoccupazioni che assalirebbero qualunque altro cittadino adeguatamente informato sui fatti, a prescindere dalla particolare ideologia politica che ogni individuo può professare.
 
Considerando che lo scopo del riconoscimento del Premio Sakharov per la libertà di pensiero è «riconoscere l’impegno di personalità di spicco distintesi nella lotta contro l’intolleranza, il fanatismo e l’oppressione» e che sono «simboli del coraggio necessario per difendere i diritti dell’uomo e la libertà di espressione», facendo cenno al quinto paragrafo dell’articolo 3 del Trattato sull’Unione Europea (TUE) il quale sancisce testualmente che l’Unione «contribuisce alla pace, alla sicurezza, (…) alla solidarietà e al rispetto reciproco tra i popoli, (…) alla tutela dei diritti umani (…) e alla rigorosa osservanza e allo sviluppo del diritto internazionale, in particolare al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite», e al primo paragrafo dell’articolo 21 dello stesso Trattato il quale stabilisce che «l’azione dell’Unione sulla scena internazionale si fonda sui principi che ne hanno informato la creazione, lo sviluppo e l’allargamento e che essa si prefigge di promuovere nel resto del mondo: democrazia, Stato di diritto, universalità e indivisibilità dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità umana, principi di uguaglianza e di solidarietà e rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale», e ricordando in generale i più alti valori e principi che ispirarono i nostri padri fondatori quando diedero vita a quella comunità che oggi è un’Unione, vi chiedo:
 
Sostenere moralmente o difendere l’azione terroristica e rendere omaggio ai suoi promotori ed esecutori, può e deve essere considerato parte essenziale delle libertà fondamentali di espressione e di coscienza difese dal premio Sakharov? Vale a dire, il Premio Sakharov riconosce e sostiene il diritto di essere coscientemente a favore del terrorismo?
 
Può esistere coerenza tra tutti i citati nobili propositi dell’Unione Europea e il sostegno, anche se solo morale, all’azione terroristica e ai suoi patrocinatori?
 
Nel caso di una più che probabile risposta negativa alle precedenti domande, dovremmo quindi giungere alla conclusione, riconoscendo questo premio a un simile individuo, che i valori in cui crediamo e i principi sui quali si fonda l’Unione, e il Diritto internazionale nella sua generalità, sono liberamente derogabili e utilizzabili per portare avanti determinate e ben definite strategie politiche?
 
Non nutro false aspettative circa un possibile annullamento della consegna del Premio Sakharov a Guillermo Fariñas, anche se sarebbe un atto di coerenza -giuridica, morale e umana- che questa assemblea dovrebbe almeno prendere in considerazione. In ogni caso, pur consapevole del fatto che questa lettera non può avere alcun effetto reale sugli eventi futuri, come cittadino europeo e italiano, ho avvertito la necessità di esprimere ai miei rappresentanti all’Unione la mia più profonda preoccupazione per questa inumana aberrazione, e dichiarare quindi la mia completa dissociazione.
 
I miei rispetti,
Vincenzo Basile 
Un cittadino estremamente preoccupato per l’uso politico di una così prestigiosa istituzione
 
P.S. A titolo puramente informativo vorrei, in quanto italiano, ricordare all’onorevole Vice Presidente Gianni Pittella -che tante parole di elogio spese per Fariñas- che la storia di Luis Posada Carriles non è del tutto sconosciuta nel mondo politico italiano, dato che nel 2007 il Parlamento del nostro paese -nel totale silenzio mediatico- approvò un ordine del giorno con il quale chiedeva al governo di prendere i provvedimenti necessari per sollecitare l’estradizione in Italia di Luis Posada Carriles, nel caso in cui il procedimento penale in corso presso la Procura della Repubblica di Roma avesse portato ad un’incriminazione nei suoi confronti per l’attentato terroristico a L’Avana in cui perse la vita Fabio Di Celmo.

Caramelle al cianuro e l’economia venezuelana

Pubblichiamo qui di seguito un interessante articolo segnalato e tradotto da Vincenzo Paglione, utile nel dibattito sulle scelte economico-finanziarie in atto in Venezuela. 

di Simón Andrés Zúñiga (*)

Fonte: www.rebelion.org

Senza ombra di dubbio la dollarizzazione e la flessibilità dei cambi sono proposte contro il popolo lavoratore e caramelle di cianuro per la rivoluzione chavista. Alcune voci interessate provenienti dall’impero e altre del luogo che poi si trasformano in cassa di risonanza, incatenano gli acquirenti ingenui a questi palliativi tossici. Quello che più chiama l’attenzione è che la scelta della flessibilità del mercato cambiario proviene dal Ministero delle Finanze che propone di riaprire il mercato dello scambio delle valute con nuove regole.

In precedenza avevamo segnalato le due proposte che sono state presentate come «alternative per una soluzione» di fronte all’inclemente attacco cambiario che sta subendo l’economia venezuelana: la dollarizzazione e la flessibilità (1). La dollarizzazione è stata proposta tradizionalmente dagli economisti ultramonetaristi e, per tanto, è destinata a eliminare la capacità sovrana di fare politica economica, uniformandoci ai mandati della banca centrale dell’impero americano (cosiddetta Federal Reserve); inoltre contribuirà efficacemente con l’obiettivo di smantellare il processo politico chavista, ponendo nel ridicolo le proposte rivoluzionarie d’integrazione economica latinoamericana stimolate da Chávez.

La dollarizzazione non risolve alle sue radici il problema dell’inflazione. In Argentina, durante il mandato di Carlos Saúl Menem, l’illusione monetaria di bassa inflazione e persino di deflazione si tenne in piedi fin quando durò. Ma i lavoratori e i settori medi videro come gran parte delle loro famiglie entrò a formare parte dei poveri e dei nuovi poveri.

Il professor Luis Salas è stato ben preciso nella sua critica sulla carica ideologica (manipolatrice) del concetto di “inflazione” (2). Gli argentini sperimentarono sulla loro pelle come in un’inflazione da una cifra (di sotto il 10%) durante il periodo della convertibilità valutaria (1 peso = 1 dollaro), i lavoratori non potevano raggiungere il costo del paniere di base, una parte della classe media entrava nella categoria dei “nuovi poveri”, mentre il capitale finanziario danzava nell’accumulazione sfrenata e in una violenta fuga di capitali.

La flessibilità fondata sul mercato cambiario delle valute e la libera fluttuazione

Nel contesto odierno il confronto politico in cui i settori economici dominanti del capitale stanno mettendo alle strette al Governo con lo scopo di strappargli il controllo della rendita petrolifera, mediante un attacco speculativo, la scelta messa in mostra dal Ministero delle Finanze tende, inevitabilmente, a trasformarsi in una pozione mortale.

La flessibilità della politica di cambio, fondata nella fluttuazione dei tassi d’interesse in un mercato imprigionato dal capitale finanziario, può essere un rimedio che, piuttosto di alleviare la malattia, la aggraverà. Il principale soggetto colpito in modo diretto sarà la classe lavoratrice, cioè quelli che non detengono il potere di adeguare il salario né quello di adeguare i prezzi dei beni secondo le loro necessità.

Simultaneamente il secondo soggetto colpito sarà il governo, giacché vedrà ridotto in modo accelerato l’appoggio delle masse, già duramente colpite da dieci mesi di elevati rialzi dei prezzi (3). Nonostante l’aumento del salario minimo, l’attacco speculativo della borghesia e le politiche dei prezzi “controllati” stanno polverizzando le entrate familiari di quei lavoratori che hanno come unica fonte d’ingressi gli stipendi e i salari per la riproduzione della propria vita materiale. Il quadro della tensione sociale si aggrava ulteriormente con la strategia programmata di privazione dei rifornimenti da parte della borghesia, agevolata dall’inefficienza della burocrazia statale.

Il mercato cambiario delle valute è la soluzione?

 

Il governo confida che la strategia dell’esperto ministro delle finanze, imperniata nella riapertura del mercato dello scambio delle valute, dominerà il potere del mercato nero e così bloccherà l’incremento del gap cambiario.

La tesi che sta dietro a questa mossa parte dal presupposto che siccome non ce l’hai fatta a tenere testa al nemico, lo legalizzi e lo organizzi sotto la tua tutela. Per questa ragione risorgeranno le agenzie di scambio valuta che il comandante Chávez aveva fatto chiudere. In quell’occasione furono proibite perché stavano giocando al gioco della speculazione come dei bambini innocenti. Ad esempio, si afferma che alcune di queste agenzie, mediante l’utilizzo di un particolare software, si accordavano e innalzavano artificialmente i tassi d’interesse dello scambio della valuta.

Inoltre il ministro ha dichiarato che, in un primo momento, il mercato dello scambio delle valute sarà guidato dai grandi gruppi bancari privati. Per tanto non è ancora molto chiaro se sarà un “mercato” ben circoscritto il luogo dove opereranno le banche private e le agenzie di scambio delle valute.

Poi, facendo affidamento nelle forze della domanda e dell’offerta di dollari che somministreranno PDVSA (Petróleos de Venezuela Sociedad Anónima) e, la Banca Centrale, i tassi di libero scambio (non sarà più parallelo) si stabilizzerà a un prezzo accettato da tutti. Il governo confida ciecamente che il settore privato (grandi offerenti di dollari) si avvicinerà per offrire e richiedere al prezzo che considera appropriato.

Sembra che i componenti della pozione magica sono tutti ben dosati per fornire una cura all’attuale sofferenza e, speriamo che così sia, anche se la storia recente ci lascia con molti dubbi.

Una pozione che può essere un rimedio o un veleno

Secondo Wikipedia «Nelle leggende, le pozioni magiche sono bevande che servono per guarire, per stregare o per avvelenare. I maghi, gli stregoni e le streghe sono quelli che preparano le pozioni con l’ausilio della magia e la miscela di alcune sostanze (4)».

Esiste un insieme d’incognite sulle limitazioni che dovrà affrontare lo schema cambiario suggerito per quel che concerne la sua capacità, il prezzo speculativo del dollaro e l’agevolazione dell’accesso a quelli che realmente ne hanno bisogno per un uso effettivamente produttivo e non speculativo. Tra queste limitazioni possiamo evidenziare le seguenti:

  1. La poca liquidità delle riserve internazionali

La principale restrizione che presenterà il mercato cambiario della valuta, così come qualsiasi altro sistema di scambio (compresi CADIVI –Comisión de Administración de Divisas- e SICAD –Sistema Complementario para la Adquisición de Divisas), è quella di incappare con i bassi livelli di liquidità di cui dispone la Banca Centrale del Venezuela (BCV). Secondo la versione della società di studi econometrici, la BCV sta sfiorando i livelli critici delle riserve a disposizione (circa 1.000 milioni di dollari) (5). Se consideriamo che questi economisti di destra abbiano degli infiltrati nella BCV, questa informazione può avere un elevato livello di veridicità.

Negli ultimi tre anni, cioè da quando l’attuale ministro delle finanze ha presieduto la BCV, le riserve internazionali hanno subito una scesa in picchiata, mentre le riserve operative si sono mantenute a livelli critici. Ciò ha fatto collassare CADIVI e bloccare il SITME (Sistema de Transacciones con Títulos Valores en Moneda), mettendo nel ridicolo il SICAD che è dovuto ricorrere ai valori della BCV.

PDVSA ha annunciato che il mercato cambiario sarà alimentato con la propria partecipazione e con i dollari apportati dalle compagnie straniere associate all’attività petrolifera. Questa soluzione potrebbe essere una forma per alleviare la scarsità di dollari della BCV, tuttavia bisogna avere ben chiaro che quei dollari si venderanno a un prezzo superiore.

Per avere un potere effettivo su un mercato che funzionerà con la filosofia della fluttuazione, è necessario avere una forte capacità d’iniezione di dollari, perché altrimenti il prezzo della valuta tenderà ad avvicinarsi al valore corrente del mercato parallelo.

L’inflazione non diminuirà: perché, anche se il prezzo di scambio del dollaro colpirà la speculazione di prezzi d’innumerevoli beni, esiste una proporzione di beni che sono fissati a un tasso cambiario minore. Il mercato cambiario legalizzerà un tasso di cambio superiore e il processo di alienazione di tutti i prezzi raggiungerà quello della maggioranza dei prezzi dell’intera economia.

  1. Partecipazione di agenti interessati a interrompere il processo. Conflitto d’interessi e la lotta distributiva

Alla banca gli fu consentito di operare liberamente nel SITME. Tutti accusano la BCV come principale responsabile della deviazione di 20.000 milioni di dollari in società incaricate nell’acquisto di concessioni dell’amministrazione pubblica al fine di influenzare a proprio favore l’assegnazione di un appalto. Nel frattempo la banca privata tace in attesa di uscire immune di fronte a quest’accusa. Ma risulta che chi aveva il potere di fare delle assegnazioni era appunto la banca.

Con il procedere del mercato cambiario, oltre a reintrodurre le agenzie di cambio, si consentirà alle banche private di operare con la stessa impunità con la quale hanno partecipato negli ultimi anni nell’appropriazione e nella fuga della rendita petrolifera? Come si può evitare che le funzioni d’intermediazione della banca non entrino in conflitto d’interessi con le funzioni delle agenzie cambiarie della stessa banca?

Attualmente la banca ha una partecipazione attiva nel mercato parallelo, contribuendo all’offensiva cambiaria. Una delle forme di questa offensiva si svolge mediante i crediti in bolívares. Gran parte dei crediti che la banca sta assegnando attualmente è utilizzata da persone favorite per l’acquisto di dollari a CADIVI e nel SICAD e rivenderli poi nel mercato parallelo.

Mentre esista una banca privata come quella attuale e mentre questa non si sottoponga a un effettivo controllo da parte dello Stato, questo sarà il principale ostacolo per il raggiungimento della transizione verso il socialismo.

  1. L’incompatibilità tra l’esistenza del controllo cambiario e il mercato dello scambio delle valute

Un’altra contraddizione che genera il funzionamento del mercato dello scambio della valuta è l’esistenza parallela del controllo del cambio. In questo momento una parte della domanda di dollari che passa attraverso CADIVI proviene da alcuni delinquenti che li pagano 6,30 bolívares fuertes per poi rivenderli al prezzo del mercato parallelo. In altre parole sei volte di più di quello che costa. Con il mercato parallelo legalizzato si legittimerebbe questo processo speculativo delittuoso. Da questo punto di vista il mercato dello scambio della valuta può trasformarsi nella maggiore operazione di legalizzazione della fuga di capitali.

La pressione esercitata da questi speculatori su CADIVI, colpisce su tre fronti le persone e le aziende che realmente necessitano di dollari. In primo luogo, ritardano l’approvazione delle valute necessarie affinché l’economia reale continui a funzionare. In secondo luogo, scoraggia ogni tipo d’investimento produttivo, creando una piega rentista – speculativa e dissuasiva per gli sforzi di chi vuole investire nella produzione di beni e servizi, perché meno redditizio di quello del mercato parallelo. E in terzo luogo, l’inflazione che genera la manipolazione fittizia del dollaro parallelo, colpisce le entrate familiari e per tanto la capacità di acquisto. Le aziende vedranno restringersi sempre di più il proprio mercato di fronte alla contrazione della domanda. Ciò presenta un ciclo d’inflazione, caduta della domanda e distruzione della capacità produttiva.

L’attuale consiglio direttivo di CADIVI sta facendo sforzi per diminuire l’esecuzione di pratiche improprie ed illegali. Sono svariate le azioni legali intraprese da quando il presidente Maduro ha annunciato un nuovo orientamento. Secondo gli arresti effettuati negli ultimi cinque mesi, non si può avere idea di come operavano queste mafie nel corso degli ultimi sette anni. L’indignazione ci invade quando si prende coscienza che questi meccanismi si svolgevano con la totale impunità.

Ma a parte questa pulizia, il controllo cambiario richiede due cose: 1) la semplificazione delle transazioni che hanno facilitato l’azione d’intermediari senza scrupoli; 2) concedere la liquidità necessaria al fine di affrontare i ritardi nella somministrazione di valuta verso quelli che realmente la necessitano.

Nel primo caso il presidente Nicolás Maduro ha annunciato la semplificazione e lo snellimento del sistema, il che fa pensare di avere imboccato la via giusta. È evidente che CADIVI si era trasformato in una torre di gabelle che ha alimentato due mostri: il mercato parallelo e la corruzione. Ma il semplice fatto che alcuni concludano che bisogna eliminarlo per sostituirlo con i meccanismi di mercato, è un grande errore.

Il controllo cambiario può essere recuperabile e deve esserlo dal fossato dove è stato gettato dagli alleati fattuali del capitale finanziario. Ciò può diventare possibile e necessario. Mediante la semplificazione delle transazioni e migliorando i meccanismi informatici di controllo previo e posteriore, contemporaneamente si eviterà la morte del controllo del cambio e quella della proposta economica chavista.

Per migliorare in modo sostanziale l’amministrazione cambiaria basta introdurre un sistema integrato dove si possono controllare online i conti correnti dei richiedenti, il livello delle entrate, la situazione fiscale, le transazioni nelle dogane e i registri di uscita ed entrata dal paese.

Il ministro ha anche affermato che il controllo cambiario non sarà eliminato, ma la realtà è un’altra: il SITME, i conti strutturati, le emissioni di buoni in dollari (PDVSA e governo), il SICAD sono la claudicazione de facto del controllo cambiario. Sono ormai otto anni da quando si sono iniziate a minare le colonne del controllo cambiario. Il SITME, la corruzione e l’inefficienza hanno allestito il suo supplizio.

Non bisogna dimenticare che il controllo cambiario della valuta era stato creato per strappare alla borghesia il potere di appropriazione del dollaro, evitare la fuga all’estero e utilizzare il tasso cambiario come principale fonte del suo modello di accumulazione di capitale (6).

Tuttavia bisogna stare ben vigili perché la strategia del mercato cambiario può essere stata pensata deliberatamente per infliggere l’eutanasia al controllo cambiario della valuta e far sparire CADIVI. In questo momento PDVSA non rifornisce in modo sufficiente la BCV con dollari e la BCV si vede limitata a offrire pochi dollari a CADIVI. Pertanto non si soddisfano in modo adeguato le richieste in corso. Se PDVSA apportasse dollari al mercato cambiario, ciò aggraverebbe la situazione della liquidità delle riserve internazionali della BCV, per tanto la quota di CADIVI sarà sempre più piccola o si manterrà costante.

Dalla riflessione appena fatta si desume un elemento importante: perché PDVSA venderà adesso i dollari al mercato cambiario se al momento sta vendendo pochi dollari alla BCV?… Una delle risposte più logiche è che PDVSA ne trarrà beneficio con un dollaro più alto, ossia avrà a disposizione una maggiore quantità di bolívares per ogni dollaro venduto che non con i bolívares che ottiene vendendo i dollari alla BCV. Ma questa è un’arma molto affilata e a doppio taglio. Questo vantaggio finirà per colpire quelli che vivono con un’entrata fissa.

La tendenza manifestata dall’industria petrolifera a favorire le svalutazioni è un problema di carattere genetico che si è manifestato con maggiore forza nella Quarta Repubblica, sviamento tipico della sua condizione di esportatore. Nel decennio del 1990 e, in particolare, sotto il governo di Caldera, la PDVSA di Luis Giusti e di Ramón Espinoza (personaggi del mondo del petrolio), tramava insieme alla Banca Centrale sul modo di giustificare le svalutazioni che risolvevano i loro problemi di cassa. Di modo che PDVSA pagava le imposte al governo con i bolívares insanguinati ottenuti dalla svalutazione.

Facciamo fatica a credere che l’odierna PDVSA si stia comportando premeditatamente nella stessa maniera. PDVSA è il secondo bastione che la borghesia vuole recuperare, dopo aver parzialmente smontato il controllo cambiario della valuta. È importante che l’attuale dirigenza di PDVSA prenda coscienza che la difesa della sovranità dell’industria comprende la tutela del bolívar nonché il controllo cambiario in opposizione alla strategia della borghesia finanziaria che vuole recuperare il controllo tanto del luogo dove si genera la rendita (PDVSA) quanto dei meccanismi che consentono di distribuire la rendita petrolifera (il controllo cambiario e i tassi di cambio).

  1. La flessibilità cambiaria non solo NON risolverà il problema ma lo aggraverà

Il precedente mercato di scambio di valute guidato dalle agenzie di cambio, insieme all’emissione senza controllo di buoni in dollari, oltre all’utilizzo di meccanismi di sovrafatturazione, è stato una delle vene aperte dell’economia venezuelana che ha contribuito alla fuga di dollari e alla speculazione cambiaria. Fu per questa ragione che Chávez autorizzò che fossero controllate e successivamente chiuse.

Gli attori coinvolti in questo affare hanno già a disposizione un loro prontuario, ora gli si sta dando l’opportunità affinché facciano ritorno non più come colpevoli bensì come salvatori.

Il ministro Merentes pensa che per il solo fatto di aiutare lo scorpione ad attraversare il fiume, questo non lo pungerà. È nella natura dei giocatori d’azzardo delle agenzie di cambio e della banca privata offrirsi come cavalcavia per la fuga di capitali e la speculazione. È nella loro natura la speculazione così come è nella natura dello scorpione infondere il veleno tossico anche a chi lo aiuta ad attraversare il fiume.

Il mercato dello scambio di valute può avere successo nella stabilizzazione del tasso di cambio parallelo se si compiono le condizioni: a) Sufficiente liquidità in dollari; b) Un’altissima regolazione e vigilanza delle agenzie di cambio e delle banche coinvolte; c) I meccanismi di controllo previo e controllo successivo annunciato dal presidente Maduro alcuni mesi fa.

Tuttavia anche se si riuscirà ad ottenere l’equilibrio o la stabilità con un valore del dollaro (che sarà alto) non solo finirà per consolidare una cinghia di trasmissione che consentirà la fuga di capitali come già accennato, ma il prezzo che si allineerà al ribasso sarà quello del salario dei lavoratori.

Qualsiasi politica basata sulla fluttuazione o lo scorrimento fondato “nell’ingenua” credenza dei meccanismi del libero mercato, in ogni caso danneggerà i lavoratori.

In termini pratici lo slittamento del tasso di cambio vuol dire una riduzione del costo di riproduzione della forza-lavoro che pagano i capitalisti, di conseguenza costituisce una forma per aumentare il plusvalore assoluto. Certamente un economista formale, educato all’ideologia dell’economia neoclassica, difenderà a spada tratta la libera fluttuazione del capitale perché in questa maniera l’economia (in realtà l’imprenditore capitalista) detiene la sua competitività internazionale. Ma questo tipo di ragionamento precisamente cela il meccanismo per cui la svalutazione e l’aumento dei prezzi rappresentano due momenti della contesa distributiva tra capitale e lavoro.

La svalutazione beneficia anche quelli che hanno entrate o risorse liquide in dollari. Ogni volta che c’è una svalutazione, gli esportatori privati avranno una maggiore quantità di bolívares; il flusso di denaro nelle casse di PDVSA riceverà una quantità di bolívares addizionali per pagare le tasse al fisco nazionale, corrispondere le remunerazioni dei lavoratori, pagare gli investimenti del settore. La banca privata avrà a disposizione più bolívares che si rispecchierà nei suoi utili. Lo stesso accade con la banca pubblica, dove le proprie tesorerie celebrano le entrate addizionali che ricevono per motivo della svalutazione; la Banca Centrale dovrà barcamenarsi per migliorare le proprie finanze. Le svalutazioni per alcuni costituiscono un banchetto, ma per altri un boccone amaro, cioè per i perdenti: tutti quelli che lavorano e dell’economia nel suo insieme. Quello che individualmente sembra buono, diventa dannoso nel complesso. La cultura della svalutazione rappresenta il trionfo dell’egoismo sull’interesse nazionale, il soffocamento della Patria di fronte alla voracità del profitto e della speculazione di chi detiene quella quota di potere economico sufficiente per influire sul prezzo del dollaro.

Nel nostro caso le svalutazioni annunciate dal governo erano accompagnate dall’aumento dei salari minimi e dalle entrate familiari spalleggiate dalle missioni. Ciò consentiva un certo compenso. Tuttavia le svalutazioni che si sono eseguite ultimamente tanto dal governo (47%) quanto dalla borghesia (530%) hanno scatenato una spirale di aumenti di prezzi che sta polverizzando le entrate delle famiglie lavoratrici.

Ci troviamo in uno scenario simile a quello di febbraio, gli attacchi speculativi hanno messo alle strette al governo che non ha saputo prendere decisioni in tempo e l’hanno obbligato a dover svalutare, persino quando non c’erano le condizioni finanziarie che giustificassero questa svalutazione.

L’attuale presidente della BCV, l’economista Eudomar Tovar, con l’incarico di vicepresidente di questa istituzione, ha dichiarato una settimana prima della svalutazione che «Non ci sono le condizioni per applicare una misura cambiaria. Abbiamo chiuso la nostra bilancia dei pagamenti con un surplus, ci stiamo irrobustendo, e continueremo a lavorare affinché anche la nostra economia s’irrobustisca» (7).

L’attuale presidente della BCV, in quell’occasione aveva ragione (una settimana prima della svalutazione dell’8 febbraio), ma si è imposta una decisione che è diventata il maggiore errore politico, oltre che economico, del chavismo. Attualmente sta accadendo lo stesso, il governo guida quantità di dollari tale da affrontare questa congiuntura avversa (8), ma si è attardato nella presa delle decisioni e il dollaro parallelo si è sistemato sulla soglia che farà sì che il prezzo del mercato delle permute favorisca i possessori di dollari e freghi i lavoratori. Alcuni biscazzieri gialli e rossi si stanno intanto sfregando le mani per partecipare a questo banchetto.

Note

 

(1) Vedi http://www.aporrea.org/tiburon/a173951.html

(2) Vedi la serie di articoli di Luis Salas, dal titolo “Es la inflación el principal problema de la economía venezolana”…http://surversion.wordpress.com/2013/05/05/es-la-inflacion-el-principal-problema-de-la-economia-venezolana-reflexiones-de-economia-politica-en-torno-a-un-problema-muy-mal-planteado-primera-parte/

(3) Dal mese di ottobre dell’anno scorso si è accelerato un attacco speculativo nei confronti del tasso di cambio che ha avviato un processo di scatto dei prezzi che si mantiene fino ad ora (settembre 2013).

(4) Vedi http://es.wikipedia.org/wiki/Poci%C3%B3n

(5) Vedi http://www.elmundo.com.ve/noticias/economia/politicas-publicas/econometrica–mercado-permuta-sera-restringido-y-l.aspx

(6) Condivido in pieno l’approccio che assicura che l’attuale problema cambiario si deve analizzare dalla prospettiva della lotta distributiva tra capitale, che cerca di appropriarsi (privatizzare) la rendita petrolifera e collocarla all’estero. Il documento pubblicato questa settimana da “Marea Socialista” rappresenta una lezione di pedagogia su come analizzare un problema economico dalla prospettiva degli interessi del popolo lavoratore chavista. Raccomando la sua lettura in www.aporrea.org/trabajadores/a173971.html

(7) Vedi http://www.elmundo.com.ve/noticias/economia/banca/el-bcv-aseguro-que-no-habra-devaluacion.aspx#ixzz2g3gRuGhj

(8) Vedi http://www.rebelion.org/noticia.php?id=173679&titular=venezuela-no-tiene-problemas-de-reservas-l%EDquidas-ratifica-bloomberg-

(*) Simón Andrés Zúñiga è economista venezuelano e forma parte del collettivo Sociedad de Economía Política Radical.

[Trad. dal castigliano per AlbaInFormazione di Vincenzo Paglione]

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