Caracas: strategia della tensione

Venezuela. Gruppi di estrema destra e cecchini in azione. Muore Miss Carabobo, ferita martedì, uccisi due operai. Domani opposizione di nuovo in piazza
di Geraldina Colotti – Il Manifesto
20feb2014.- Il cartello dello studente di opposizione dice: «Un presidente che non ha studiato non potrà mai capire gli studenti», alludendo al fatto che Nicolas Maduro è un ex operaio del metro.
Altra notte di ten­sione, in Vene­zuela. Gruppi oltran­zi­sti di oppo­si­zione hanno gui­dato assalti e deva­sta­zioni, in alcuni quar­tieri della capi­tale e in altri stati del paese fede­rale: Tachira, Cara­bobo, Merida… Nello stato di Boli­var (nel sud) un ope­raio che mani­fe­stava in soste­gno al governo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco e altri quat­tro sono rima­sti feriti. A Cara­cas, nel quar­tiere di oppo­si­zione Los Cor­ti­jos, un gruppo armato ha fatto irru­zione nel com­plesso di fab­bri­che recu­pe­rate Tocome ucci­dendo un ope­raio e feren­done diversi altri. È morta anche una ragazza di 21 anni, Gene­sis Car­mona, Miss Turi­smo Cara­bobo, ferita da un pro­iet­tile alla testa durante una mani­fe­sta­zione di oppo­si­zione, mar­tedì scorso. Nello stesso modo, uccisi da cec­chini a bordo di moto di grossa cilin­drata, erano stati ammaz­zati altri tre gio­vani a Cara­cas, il 12 feb­braio: un noto lea­der di quar­tiere (di sini­stra), un ragazzo di destra e un suo parente.
Epi­sodi che, per il governo, indi­cano l’esistenza di un dise­gno desta­bi­liz­zante, denun­ciato già da mesi. A muo­vere le fila delle parti più accese della destra di oppo­si­zione, vi sareb­bero mano­vre Cia, mire dell’estrema destra colom­biana (in pri­mis l’ex pre­si­dente Alvaro Uribe) e mer­ce­nari sem­pre pronti alla biso­gna di chi abbia un por­ta­fo­glio ben gon­fio. Secondo alcuni video resi pub­blici in diverse occa­sioni, i pro­vo­ca­tori avreb­bero rice­vuto circa 3.000 boli­var a testa per diri­gere attac­chi, bru­ciare cas­so­netti e spaz­za­tura e orga­niz­zare «gua­rim­bas». Alla tat­tica della «gua­rimba» è par­ti­co­lar­mente dedito Leo­poldo Lopez, lea­der di Volun­tad popu­lar (uno dei par­titi che com­pon­gono la Mesa de la uni­dad demo­cra­tica — Mud -).
L’idea è quella di orche­strare azioni vio­lente per pro­vo­care una rea­zione «repres­siva» che, a fronte dell’indignazione inter­na­zio­nale, giu­sti­fi­chi un even­tuale inter­vento esterno. Lopez è attual­mente in car­cere. Deve rispon­dere di accuse pesanti per essere stato fil­mato durante gli scon­tri del 12 feb­braio. Quel giorno, al cul­mine di gior­nate di scon­tri in altre parti del paese, nella capi­tale si sono svolte due mani­fe­sta­zioni stu­den­te­sche di segno oppo­sto nella gior­nata della Gio­ventù. Quella dell’opposizione è poi dege­ne­rata in scon­tri. La poli­zia ha avuto la con­se­gna di man­te­nere i nervi saldi, nono­stante stia scon­tando molti feriti e danni. Maduro ha anche dichia­rato che alcuni uomini dell’intelligence boli­va­riana (Sebin) hanno disob­be­dito alle con­se­gne di rima­nere nelle retro­vie. E il cam­bio al ver­tice del Sebin, deciso subito dopo, è stato letto come una con­se­guenza di quelle affer­ma­zioni e anzi un’implicita ammis­sione che non tutto torna nelle forze depu­tate al con­trollo.
Ieri, è stato spic­cato un man­dato anche per il gene­rale a riposo e mem­bro di Volun­tad popu­lar, Anto­nio Rivero, in quanto isti­ga­tore degli scon­tri. L’ex gene­rale è già stato in car­cere nel 2013 per le vio­lenze in piazza Alta­mira, luogo sim­bolo delle pro­te­ste di oppo­si­zione. La magi­stra­tura ha sotto mira anche un suo col­lega di par­tito, Car­los Vec­chio. Lopez si è con­se­gnato alle auto­rità durante una delle ultime mani­fe­sta­zioni con­tro il governo e ieri il giu­dice ha con­fer­mato il fermo per qua­ranta giorni, sulla base di alcune accuse pesanti rima­ste in piedi, in attesa della con­va­lida della Fisca­lia.
La moglie ha con­fer­mato a mezza bocca le affer­ma­zioni del pre­si­dente dell’assemblea Dio­sdado Cabello, che ha accom­pa­gnato per­so­nal­mente in car­cere l’oppositore: esi­ste­reb­bero prove che la Cia non esi­te­rebbe a libe­rarsi del suo ser­vi­tore pur di aumen­tare il livello di scon­tro nel paese. Lopez — ex sin­daco del muni­ci­pio Cha­cao e pre-candidato alla pre­si­denza della repub­blica nono­stante sia inter­detto dai pub­blici uffici per mal­ver­sa­zione fino al 2014 — ha infiam­mato la destra in diverse occa­sioni: durante il colpo di stato con­tro l’allora pre­si­dente Cha­vez, nel 2002, e dopo la vit­to­ria di Maduro su Hen­ri­que Capri­les alle ultime pre­si­den­ziali, il 14 aprile. Ora, però, Capri­les sta cer­cando di rita­gliarsi un altro pro­filo, appog­giando l’ala più mode­rata della Mud, con­tra­ria alle vio­lenze per arri­vare alla «salida», la cam­pa­gna per far fuori Maduro dal governo lan­ciata dai set­tori oltran­zi­sti dell’opposizione. Oltre a Lopez, gui­dano la cam­pa­gna, Maria Corina Machado e il sin­daco della Gran Cara­cas Anto­nio Lede­zma. La Mud non intende però rinun­ciare all’effetto emo­tivo pro­vo­cato dall’arresto di Lopez e ha indetto per domani un’altra gior­nata di pro­te­sta.
Secondo Mau­rice Lemoine, firma di Le Monde diplo­ma­ti­que, non si tratta di una «pri­ma­vera vene­zue­lana» come vor­reb­bero i grandi media pri­vati, den­tro e fuori il paese, ma di una «stra­te­gia della ten­sione» come nel Cile di Allende, basata sugli indubbi pro­blemi esi­stenti nel paese: per libe­rarsi del socia­li­smo boli­va­riano e tor­nare ai fasti del neo­li­be­ri­smo impe­ranti nella IV Repub­blica. Lemoine ricorda che, pro­prio nei luo­ghi in cui più dura­mente è esplosa la pro­te­sta, come nello stato Tachira (alla fron­tiera con la Colom­bia) sono stati seque­strate ton­nel­late di ali­menti e generi di prima neces­sità desti­nati al mer­cato nero den­tro il paese e oltre­fron­tiera.
Un’altra tappa del «golpe suave» ideato da Gene Sharp e visto all’opera sia nella ex Jugo­sla­via che in alcune «pri­ma­vere arabe»: ««gua­rim­bas», cam­pa­gne di denun­cia con­tro «la dit­ta­tura», mani­po­la­zione di certi gruppi mediante alcune crea­zioni ad hoc (vedi Javu, gemel­lato con Otpor), pro­te­ste vio­lente e ope­ra­zioni di guerra psi­co­lo­gica per creare un clima di «ingo­ver­na­bi­lità». La quinta tappa, pre­vede la rinun­cia del pre­si­dente sotto la pres­sione della guerra civile e del discre­dito inter­na­zio­nale. E magari un inter­vento «uma­ni­ta­rio» esterno. Un copione già visto. Alcuni docenti uni­ver­si­tari, atti­vi­sti per i diritti umani e gior­na­li­sti, hanno inviato un cor­poso dos­sier che mostra le mas­sicce mani­po­la­zioni di foto prese da eventi repres­sivi di altri paesi (addi­rit­tura coper­tine di grandi quo­ti­diani) fatti pas­sare per vio­lenze del governo in Vene­zuela.
Maduro, intanto, con­ti­nua a varare le misure eco­no­mi­che pre­vi­ste dal nuovo piano di governo. Adesso, dopo i com­pu­ter agli alunni delle classi popo­lari, arri­vano anche i tablet per gli uni­ver­si­tari. Il Vene­zuela boli­via­riano, dove l’università è gra­tuita, è uno dei paesi con più matri­cole al mondo. «Gli stu­denti pon­gono pro­blemi reali — ha detto il mini­stro degli Interni Miguer Rodri­guez Tor­res — le pro­te­ste sono sin­tomo di buona salute della demo­cra­zia. Ma non diven­te­remo un campo di bat­ta­glia che giu­sti­fi­chi un inter­vento esterno».
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