I media esaltano il ruolo dei 20enni in piazza ma i dati dicono altro

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Secondo il rac­conto domi­nante sui media, a mani­fe­stare in Vene­zuela vi sareb­bero migliaia di gio­vani tra i 15 e i 29 anni, “indi­gnati” per l’inflazione, l’insicurezza o la pre­sunta assenza di demo­cra­zia, inter­preti del sen­ti­mento pre­va­lente nella popo­la­zione.

Gio­vani che chie­dono un futuro migliore ani­mati da tutte le con­no­ta­zioni posi­tive di chi si affac­cia alla vita: ribel­lione, gene­ro­sità, voglia di libertà. A fron­teg­giarli, un governo demo­niz­zato fino al grottesco.

Su dove penda la bilan­cia del let­tore, è facile imma­gi­nare. Ma osser­viamo meglio i dati reali, scrive su Publico Ale­jan­dro Fierro, mem­bro del Cen­tro de estu­dios poli­ti­cos y socia­les (Ceps). Se que­sto è lo sce­na­rio, come ha fatto il cha­vi­smo a vin­cere 18 ele­zioni su 19 a par­tire dal 1998 in un paese in cui il 60% della popo­la­zione ha meno di trent’anni? Ele­zioni – fa notare l’analista – veri­fi­cate da capi di stato di segno avverso, come il colom­biano Manuel San­tos (che oggi rumo­reg­gia in appog­gio al suo campo), il cileno Seba­stian Pinera o il mes­si­cano Pena Nieto. Per­sino la dele­ga­zione del par­la­mento spa­gnolo ha con­si­de­rato valida la vit­to­ria (di misura) di Nico­las Maduro su Hen­ri­que Capri­les il 14 aprile del 2013: Par­tito popo­lare incluso.

Fierro sin­te­tizza anche i risul­tati di una pode­rosa inchie­sta, la II Encue­sta nacio­nal de la Juven­tud: il primo stu­dio da vent’anni a que­sta parte su un set­tore della popo­la­zione che ha poco in comune con le gene­ra­zioni pre­ce­denti, visto i cam­bia­menti enormi inter­ve­nuti nelle ultime decadi. Le 10.000 inter­vi­ste a per­sone tra i 15 e i 29 anni, rea­liz­zate in tutto il Vene­zuela, for­ni­scono un’immagine molto lon­tana da quella di una gio­ventù fru­strata e pes­si­mi­sta, stanca per la man­canza di oppor­tu­nità e di libertà.

Risulta invece che il 90% crede che con i suoi titoli acca­de­mici (il Vene­zuela è fra i paesi con il più alto numero di matri­cole uni­ver­si­ta­rie al mondo) può aspi­rare «a un impiego migliore da quello che ha», un 98% dichiara che con­ti­nua a stu­diare (gra­tui­ta­mente) per­ché pensa che così potrà sce­gliere il lavoro migliore. «Para­go­nate que­sti dati con quelli della Spa­gna – dice l’analista – in cui esi­ste il 56% di disoc­cu­pa­zione gio­va­nile e cen­ti­naia di migliaia di uni­ver­si­tari si chie­dono a cosa sono ser­viti tanti anni di stu­dio». E che dire dell’Italia, dei costi per stu­diare e della fuga dei cervelli?

L’inchiesta rivela che solo il 13% degli inter­vi­stati afferma di voler andar­sene dal Vene­zuela. Il 77% vi si trova bene e, al 60% con­si­dera che il sistema socia­li­sta è il migliore pos­si­bile, a fronte di un 21% che pre­fe­ri­sce il capi­ta­li­smo.

A chi rispon­dono allora i gio­vani delle «gua­rim­bas» vene­zue­lani? Alla loro classe sociale di appar­te­nenza: media o medio alta e al ceto impren­di­to­riale che con­ti­nua ad avere un gigan­te­sco potere. Gio­vani pre­va­len­te­mente di pelle bianca (il 20% in un paese carat­te­riz­zato da grande mesco­lanza) che pro­ven­gono dai quar­tieri ric­chi di Cara­cas, ada­giati in un raz­zi­smo ini­ziato cin­que secoli fa.

Olio sull’asfalto e fil di ferro teso per bloc­care le strade alle moto. E’ l’ultima tro­vata dei gruppi oltran­zi­sti che ani­mano le pro­te­ste in Vene­zuela, e che hanno pro­vo­cato due morti e due feriti gravi. Nello stato Lara, è invece stato ucciso un mani­fe­stante cha­vi­sta, fra­tello di un depu­tato del Par­tito socia­li­sta unito del Vene­zuela (Psuv).

Il pre­ce­dente bilan­cio for­nito dal governo era di 8 vit­time, 137 feriti e 24 per­sone arre­state. La mag­gior parte dei fer­mati non si trova die­tro le sbarre, ma è sot­to­po­sta a misure di sor­ve­glianza, come atte­sta il quo­ti­diano di oppo­si­zione El Uni­ver­sal.

La lista dei cada­veri rischia però di allun­garsi col per­du­rare delle pro­te­ste vio­lente che chie­dono «la salida» (l’uscita) dal governo del pre­si­dente Nico­las Maduro. Una cam­pa­gna lan­ciata da Leo­poldo Lopez, Maria Corina Machado e Anto­nio Lede­zma. Tre diri­genti della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud), insof­fe­renti della via demo­cra­tica che con­sen­ti­rebbe loro di rac­co­gliere le firme e indire un refe­ren­dum revo­ca­to­rio alla metà del man­dato pre­si­den­ziale. Lopez è un poli­tico di destra (Volun­tad popu­lar) ina­bi­li­tato per mal­ver­sa­zione, con­dan­nato e poi amni­stiato per atti­vità cospi­ra­tive durante il golpe con­tro Cha­vez del 2002, quand’era sin­daco di Cha­cao. Attual­mente è in car­cere con l’accusa di aver isti­gato le vio­lenze di piazza del 12 feb­braio, come già aveva fatto per quelle post-elettorali dell’aprile scorso, che por­ta­rono alla morte di 11 mili­tanti chavisti.

Allora aveva a fianco il sodale di sem­pre, il due volte can­di­dato della Mud alle pre­si­den­ziali, Hen­ri­que Capri­les Radon­ski, gover­na­tore del ricco stato Miranda: che però ora si sta smar­cando dalla via vio­lenta, insieme a parte dell’opposizione.

L’intera Mud ha comun­que indetto la mani­fe­sta­zione di ieri per chie­dere la libe­ra­zione di Lopez: che si è svolta senza inci­denti, fino al momento per noi di andare in stampa.

La Defen­so­ria del pueblo

Intanto, infu­ria la pole­mica poli­tica e media­tica tra chi vuol met­tere all’angolo il governo socia­li­sta e chi ne difende l’operato. Al cen­tro, le respon­sa­bi­lità sui morti di piazza e le denunce di tor­ture pre­sen­tate da uno stu­dente di oppo­si­zione, che ha soste­nuto – non davanti al suo avvo­cato, ma in seconda bat­tuta – di essere stato vio­len­tato con un fucile. Il Vene­zuela di oggi è molto diverso da quello che, nella IV Repub­blica, «risol­veva» i pro­blemi della delin­quenza con il «madru­go­nazo», i rastrel­la­menti all’alba nei quar­tieri popo­lari com­piuti dagli squa­droni di poli­zia (gli stessi coin­volti nei prin­ci­pali fatti cri­mi­nali del paese).

La costi­tu­zione varata nel ’99 con­tem­pla un lungo elenco di diritti (a par­tire da quelli eco­no­mici) e un isti­tuto deter­mi­nante, la Defen­so­ria del pue­blo, ora diretto da Gabriela Rami­rez, garan­ti­sta sti­mata a livello inter­na­zio­nale. Nean­che la poli­zia poli­tica è più quella della IV Repub­blica. Allora, nelle demo­cra­zie dell’alternanza tra cen­tro­de­stra e cen­tro­si­ni­stra, molto apprez­zate da Washing­ton e dall’Europa, vi erano cen­tri di deten­zione clan­de­stini, in cui tor­tu­ra­vano gli uomini del piano Con­dor e della Cia come l’anticastrista Luis Posada Car­ri­les. Prima ancora che nelle dit­ta­ture cilena e argen­tina degli anni ’70, è in Vene­zuela che vi sono state le prime scom­parse di oppo­si­tori poli­tici. La Com­mis­sione con­tro l’oblio ha rie­su­mato corpi e ritro­vato luo­ghi in base alle testi­mo­nianze dei soprav­vis­suti. Alcuni fun­zio­nari di allora sono sotto inchiesta.

Scuola di pacifismo

Il governo boli­va­riano ha man­dato a scuola di paci­fi­smo e di diritti umani forze dell’ordine e corpi mili­tari, ha creato una poli­zia nazio­nale che non esi­steva in un paese fede­rale com­po­sto da 25 stati. Nei feudi della destra, le poli­zie rispon­dono però soprat­tutto alle auto­rità locali. E non tutto è stato boni­fi­cato, come emerge dalle vicende di piazza di que­sti giorni. Chi ha spa­rato – con la stessa pistola ma in luo­ghi diversi – al noto lea­der dei col­let­tivi di quar­tiere «Juan­cho» Mon­toya e a due ragazzi di destra? Maduro ha affer­mato che alcuni fun­zio­nari della poli­zia poli­tica, il Sebin, «non hanno ubbi­dito agli ordini» e che sono sotto inchie­sta. E qual­che gene­rale a riposo è sotto sorveglianza.

Un uomo si è sca­gliato con la mac­china con­tro la rap­pre­sen­tanza con­so­lare nell’isola di Aruba (a nord del Vene­zuela), dipen­dente dai Paesi bassi, e Maduro ha con­vo­cato l’ambasciatore olan­dese. Il gover­na­tore dello stato Cara­bobo, Fran­ci­sco Ame­liach, ha detto di aver sco­perto esplo­sivi a 150 metri dalla casa della moglie e del figlio. E il pro­iet­tile che ha ucciso la gio­vane modella nella zona risulta pro­ve­nire dalle fila di oppo­si­zione con cui la ragazza manifestava.

Esperti di guerre mediatiche

«Esperti di guerra psi­co­lo­gica e media­tica sono arri­vati nel paese per orche­strare un piano vio­lento: secondo un copione det­tato da John Kerry», ha detto la gio­vane mini­stra per la comu­ni­ca­zione Delcy Rodri­guez. E Maduro ha revo­cato il per­messo a due gior­na­li­ste della Cnn spa­gnola, aper­ta­mente schie­rate con l’opposizione fin dal golpe del 2002. Poi ha invi­tato Kerry, che ha pro­te­stato per «l’inaccettabile vio­lenza», a istau­rare un «dia­logo all’altezza» e ha rispe­dito al mit­tente le «inge­renze» della Ue e del pre­si­dente colom­biano Manuel Santos.

Maduro ha incon­trato i diri­genti di oppo­si­zione subito dopo l’ampia vit­to­ria alle comu­nali dell’8 dicem­bre (il 76% dei muni­cipi). La sini­stra più mar­xi­sta del cha­vi­smo, lo invita però a non accet­tare pol­pette avve­le­nate dalla Mud, che con una lin­gua parla di paci­fi­smo e con l’altra cospira.

Su apor​rea​.org, lo sto­rico Vla­di­mir Aco­sta, docente all’Università cen­trale, offre un’altra pro­spet­tiva. Le chia­mate ecu­me­ni­che non ser­vono, dice, essere gio­vani è una con­di­zione non un merito.

Gli stu­denti di destra non sono «mani­po­lati», ma mili­tanti che rispon­dono a pre­cisi inte­ressi di classe e seguono i loro diri­genti, come fanno i ragazzi di sini­stra. «Il vec­chio arma­men­ta­rio della destra fasci­sta e machi­sta – afferma – si rin­nova e si tra­manda attra­verso que­sti gio­vani che vi si rico­no­scono». Quindi, meglio assu­mersi la respon­sa­bi­lità del con­flitto e met­ter fine «all’impunità di chi com­mette gravi reati».

Aco­sta dis­sente dalla dina­mica messa in moto da Cha­vez dopo il golpe del 2002, quando tornò al governo con il cro­ce­fisso in una mano e la costi­tu­zione nell’altra. E così – ricorda – «nel 2007, men­tre la destra in piazza ci spa­rava pal­lot­tole, noi rispon­de­vamo get­tando rose. E stiamo con­ti­nuando sulla stessa strada».

Que­sto, però, non ha impe­dito allora ai grandi media di tuo­nare con­tro il «dit­ta­tore» Cha­vez (ricon­fer­mato dalle urne fino a poco prima di morire, il 5 marzo scorso). Così come gli atteg­gia­menti con­ci­lianti di Maduro non stanno impe­dendo oggi i tito­loni con­tro il governo insop­por­ta­bile di un ex ope­raio del metro.

Lo scopo delle destre

La destra estrema e il vec­chio con­so­cia­ti­vi­smo lan­ciano un mes­sag­gio con­ver­gente: se non si può spaz­zare via que­sto «socia­li­smo boli­va­riano», che almeno lo si zavorri, in modo da ren­dere iner­ziali le spinte più avan­zate verso l’autogestione ope­raia e lo stato comu­nale. «Non ci sie­de­remo mai al tavolo con l’opposizione per nego­ziare i diritti del popolo vene­zue­lano, potremmo farlo solo per lavo­rare insieme per il bene delle comu­nità, per esem­pio dando forza al Piano di pace e paci­fi­ca­zione con­tro il cri­mine», ha detto il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua. Intanto, la destra ha salu­tato con favore la nuova riforma del sistema cam­bia­rio varata in que­sti giorni dal governo: «Con­sen­tirà final­mente di pagare il grande debito che l’Esecutivo ha con le imprese», ha scritto El Uni­ver­sal.

Sostiene invece Manuel Suther­land, espo­nente della Aso­cia­cion Lati­noa­me­ri­cana de Eco­no­mia Poli­tica Mar­xi­sta (Alem): a par­tire dal con­trollo dei cambi, isti­tuito nel 2003, l’imprenditoria pri­vata «ha impor­tato 317.000 milioni di dol­lari, oltre tre Piani Mar­shall, e il risul­tato è la tre­menda scar­sità dei pro­dotti e la loro pes­sima qua­lità: per­ché la ten­denza natu­rale del capi­tale è quella di accu­mu­lare capi­tale e lasciare il paese in miseria».

La guerra economica

Il Vene­zuela ha scon­tato da allora una fuga di capi­tali per circa 150.000 milioni di dol­lari, più o meno pari al 43% del Pil dell’anno 2010. «Que­sto favo­ri­sce la sva­lu­ta­zione della moneta e un raf­for­za­mento delle quo­tiz­za­zioni spe­cu­la­tive del cosid­detto dol­laro paral­lelo, che si vende 15 volte più caro del dol­laro uffi­ciale».

Un dol­laro uti­liz­zato da tutti i com­mer­cianti per fis­sare i prezzi dei pro­dotti, ecce­zion fatta per i pochi rego­lati. Coloro che rice­vono dol­lari uffi­ciali non hanno nes­sun incen­tivo a por­tare merci nel paese, «pre­fe­ri­scono deviare gli acqui­sti e appro­priarsi ille­gal­mente dei dol­lari che in seguito potranno ven­dere con un gua­da­gno del 1500% esen­tasse nel mer­cato paral­lelo». Que­sto pro­voca penu­ria, impen­nata dei prezzi, caduta della qua­lità dei beni e dei ser­vizi e tutti i pro­blemi della cosid­detta «guerra eco­no­mica» Anche l’economista Jac­ques Sapir, la cui ana­lisi pub­bli­che­remo sul Diplo di marzo (www​.medelu​.org), indi­vi­dua il cuore del pro­blema nel diva­rio — cre­scente dal 2010 e diven­tato esplo­sivo dall’autunno del 2012 — fra il livello del tasso di cam­bio uffi­ciale (o nomi­nale) e il tasso di cam­bio reale. Uno scarto che ha ori­gini strut­tu­rali nella poli­tica del cre­dito «impo­sta dalla crisi e neces­sa­ria allo svi­luppo del paese». E ne ha altre con­giun­tu­rali legate soprat­tutto al finan­zia­mento dell’impresa petro­li­fera di stato Pdvsa da parte della Banca cen­trale: neces­sa­rio per­ché “Pdvsa doveva ven­dere i pro­venti al tasso uffi­ciale, ma si vedeva costretta a pagare for­ni­tori che le fat­tu­ra­vano ser­vizi e pro­dotti sulla base del tasso di cam­bio reale”.

I pro­venti del petro­lio, inca­me­rati dallo stato mediante Pdvsa, hanno con­sen­tito una con­si­stente ridi­stri­bu­zione delle risorse a favore degli strati popo­lari.

«Non per­met­te­remo al fasci­smo, che ha mostrato i suoi denti da latte nel golpe del 2002 e ora ha grosse zanne, di ripor­tare la mise­ria e l’esclusione», ha detto ieri la mini­stra degli affari Peni­ten­ziari, Iris Varela, durante la grande mar­cia delle donne cha­vi­ste a favore del governo che si è svolta nella capitale.

La Strategia del golpe blando

di Enrique Orellana (Somos iglesia de Chile)

Il cosiddetto “golpe blando” o “golpe morbido” è una strategia di “azione non violenta” ideata dal politologo e scrittore americano Gene Sharp, verso la fine dello scorso secolo e si è estesa durante l’ultimo decennio dell’attuale.

In una opportunità Sharp indicò che «la natura della guerra del XXI secolo è cambiata (…) Noi combattiamo con armi psicologiche, sociali, economiche e politiche».

Sotto questo aspetto Sharp segnala che «nei Governi, se i soggetti non obbediscono, i leader non hanno potere. Queste sono le armi che attualmente si usano per abbattere i Governi senza ricorrere alle armi convenzionali».

Per lo scrittore americano, in questo momento le guerre che si combattono “corpo a corpo” non sono efficaci e, inoltre, implicano enormi costi economici e di spostamento. Un esempio di ciò sono le costosissime operazioni militari degli Stati Uniti in paesi quali l’Iraq e l’Afganistan che si sono protratte per più di un decennio.

Per tale motivo Sharp scommette su una serie di misure che mirano all’indebolimento del governo con l’obiettivi di realizzare la frattura istituzionale, «come stanno cercando di fare in Venezuela», secondo il presidente ecuadoriano Rafael Correa, tra altri esperti.

L’autore del polemico saggio dal titolo Dalla dittatura alla democrazia, nel quale si descrivono 198 metodi per abbattere i Governi mediante “golpe morbidi”, considera che la strategia si possa eseguire in cinque passi che l’agenzia di stampa Russia Today (RT) ha compilato:

  1. La prima tappa consiste nel promuovere azioni non violente per generare e promuovere un clima di malessere nella società. Tra queste azioni si possono annoverare le accuse di corruzione, potenziamento degli intrighi o divulgazione di rumors.
  2. La seconda tappa consiste nello sviluppare campagne per la «difesa della libertà di stampa e dei diritti umani», accompagnate da accuse di totalitarismo contro il Governo in carica.
  3. La terza tappa si fonda nella lotta attiva per le rivendicazioni politiche e sociali e nella manipolazione delle masse affinché intraprendano manifestazioni e proteste violente, minacciando le istituzioni.
  4. La quarta tappa si basa sull’esecuzione di operazioni di guerra psicologica e di destabilizzazione del Governo, creando un clima di “ingovernabilità”.
  5. La quinta e ultima tappa ha come scopo costringere alla rinuncia il Presidente di turno, mediante sommosse stradali per il controllo delle istituzioni, mantenendo nel frattempo alta la pressione nella strada. Parallelamente si prepara il terreno per un intervento militare, mentre si sviluppa una guerra civile prolungata con isolamento internazionale del paese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione – Si ringrazia Rosa Schiano per la indicazione della vignetta.]

 

Lettera aperta di Giulio Santosuosso al direttore di “La Repubblica”

Lettera aperta di Giulio Santosuosso al direttore di “La Repubblica”

Apprezzato direttore,

mi perdoni se il mio italiano non é perfetto, ma vivo in Venezuela da 45 anni e non scrivo quasi mai in italiano.

Per presentarmi, le dico solo che prima di venirmene a Venezuela, ero assistente del prof. Lucio Lombardo Radice nell’Università La Sapienza.

Sono scrittore, editore (http://www.editorialgalac.com/) ed articolista.

Le dico, con molta tristezza, che leggendo Repubblica (cosa che faccio tutti i giorni) mi da molta tristezza perché non riconosco il giornale che apparve approssimativamente 40 anni fa.

Le notizie che pubblicate sul Venezuela sono totalmente false, e l’opposto della verità.

Quello che distingue alla rivoluzione bolivariana è precisamente che è la prima volta nella storia del pianeta che una rivoluzione è fatta basandosi sull’amore e non sull’odio. Io addirittura scrissi articoli sul giornale criticando la troppa gentilezza del presidente Chávez, quando chiamava al dialogo l’opposizione che faceva colpi di stato… L’errore più grande che fece fu perdonare tutti i golpisti del 2002.

Mandi a Venezuela un giornalista serio (e non quell’analfabeta funzionale di Ciai, che deve essere nipote di Mussolini…) e io lo porto a intervistare la Venezuela reale, sia chavisti che oppositori.

Realmente non riesco a capire che è successo a questo giornale, che una volta io giudicavo il miglior giornale italiano.

Una possibile ipotesi è che siete uno dei tanti sintomi della morte di occidente (un libro che dichiaro di lettura obbligatoria è The twiligth of american culture, al quale dico sempre che bisognerebbe cambiare il titolo per The twilight of occidental culture).

Un’altra ipotesi è che state in mano al sionismo, da quando De Benedetti entrò nel giornale.

Per favore, ricapitolate, riassumente la verità come obbligazione di un giornalismo serio. 

Saluti,

Giulio Santosuosso

La menzogna: strumento principe della propaganda fascista contro il Venezuela

da avn.info.ve

Caracas, 20feb2014, AVN.- La menzogna è il principale strumento della strategia di propaganda dell’ultradestra venezuelana. Persegue la vittimizzazione presentando come pacifici i gruppi fascisti che ricercano la caduta del governo costituzionale e persino la morte del Presidente della Repubblica, Nicolás Maduro, eletto da circa dieci mesi dalla maggioranza popolare, che disconoscono e rifiutano.

Tutto è diretto alla creazione di un racconto basato sui «giovani sognatori» che affrontano uno «Stato potente ed oppressivo», senza includere nel racconto i finanziamenti degli USA, l’addestramento da parte di gruppi specializzati nella esportazione dei colpi di Stato, il carattere fascista delle organizzazioni coinvolte con la violenza e il sostegno del potere economico e delle transnazionali della comunicazione.

Alla stessa maniera dell’aprile del 2002, quando fu sconfitto per 48 ore il Comandante Hugo Chávez, ancora una volta il carattere principale della sceneggiatura se lo aggiudica la menzogna, non c’è spazio per la verità. La falsità si esprime in diverse forme: la violenza la si chiama pace e le azioni violente si chiamano proteste pacifiche.

Risulta interessante enumerare a grandi linee ed alcune delle bugie che sono diffuse e posizionate come matrice di opinione per promuovere un altro colpo di Stato contro la Rivoluzione Bolivariana. In questo senso, il 19 febbraio passato affermava il Cancelliere Elías Jaua che, per continuare nella direzione chavista di costruire il socialismo, «durante i 10 mesi di Governo di Nicolás Maduro non si è avuto un solo giorno, una sola settimana, un solo mese dove non si sia tentato portare al Governo a una situazione di destabilizzazione che giustifichi la sua sconfitta».

Sono proteste

Le proteste sono caratterizzate da richieste ed obiettivi specifici, un’agenda di richieste per la soluzione immediata delle problematiche sociali. Queste sono azioni violente, convocate con un solo slogan: «La salida», in riferimento al loro colpo di Stato contro il presidente Maduro. Eventualmente ricorrono a temi sentiti da parte dei venezuelani nonché sfruttati costantemente da parte della propaganda delle organizzazioni di opposizione e attraverso i media privati come l’insicurezza, l’inflazione e la difficoltà di acquisire alcuni beni di prima necessità.

Si protesta per l’insicurezza dando fuoco ai mezzi delle forze dell’ordine, distruggendo la sede del Ministerio Público. Si lamentano per la scarsità nell’approviggionamento dando fuoco ai veicoli della Rete pubblica di vendita e distribuzione come il Mercal e il Pdval.

Nuovamente, l’appello alla pace del Governo Nazionale e la maggioranza del popolo venezuelano – che affronta una durissima guerra economica caratterizzata dall’accaparramento e della speculazione – è omesso e i gruppi di assalto continuano a rifiutare il dialogo generando caos nelle zone dove l’antichavismo governa o ottiene più voti, come nella zona est della Città Capitale.

Sono gli studenti a protestare

La convocazione alle azioni di strada non proviene dal movimento studentesco, anche e vi partecipano alcuni studenti, la mobilitazione è promossa dal partito politico dell’ultradestra Voluntad Popular.

Non vi è alcun dubbio che studenti vi abbiano preso parte, ma ciò che caratterizza queste manifestazioni non è il movimento studentesco bensì i sostenitori della destra venezuelana, tra questi si fanno notare i gruppi addestrati all’estero per generare la violenza.

Repressione e tortura

La falsità delle repressioni si evidenza nel fatto che – di fronte all’assenza di questa – la destra si è trovata nella necessità di importare foto dei violenti scontri di piazza avvenuti altrove, come in Egitto, in Brasile, in Grecia, in Siria ed in Cile, e l’ha diffusa attraverso i social network ed altri media come «dimostrazione della repressione statale”, a questo scopo hanno potuto contare con il lancio di queste immagini di network interazionali come ABC, Tal Cual, El Nacional e El Mercurio ed altri.

A differenza del terrorismo di Stato, che ha imperato per 40 anni durante la IV Repubblica, quando sono stati assassinati, fatti sparire e torturati circa 3.000 persone, nella Rivoluzione Bolivariana ha prevalso il rispetto dei diritti umani.

Anche quando le azioni volente di strada mascherate da protesta hanno incluso la distruzione alle proprietà pubbliche e private: danni alle sedi del Ministerio Público, alla Dirección Ejecutiva de la Magistratura (DEM), del Ministerio de Transporte Terrestre, alle stazioni della Metro di Caracas, delle banche Venezuela e Provincial, le case dei governatori degli Stati Táchira e Aragua, l’incendio delle pattuglie del Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminalísticas (Cicpc), appartamenti e veicoli di persone in particolare, tra gli altri, i corpi di sicurezza statali hanno agito in accordo alla Costituzione e alle leggi vigenti. Non esiste alcun elemento che dimostri il contrario.

Rispetto alle ipotesi di tortura dei manifestanti, persino la conosciuta ONG Programa Venezuelano de Educación-Acción en Derechos Humanos (Provea) -finanziata dagli USA – conferma l’assenza di casi di tortura.

I manifestanti sono pacifici

Le distruzioni, registrate in video ed immagini, con pietre, bombe molotov, fatti violenti che hanno generato morti e feriti, fanno sì che questo argomento cada di per se stesso.

Il motivo della mobilitazione è violento: far cadere un governo democraticamente eletto, in base a richieste generali come il miglioramento della sicurezza dei cittadini.

D’altra parte, si esprime un chiaro rifiuto al dialogo con il Governo Nazionale, poiché lo disconoscono e non lo rispettano.

Sono stati violati diritti fondamentali come la libera circolazione e la sana convivenza. Persino il sindaco oppositore di Chacao (Est di Caracas), Ramón Muchacho, ha denunciato che «da diversi giorni, gli abitanti di questo municipio soffrono per il fumo dovuto all’incendio di qualsiasi tipo di cose nelle strade».

Questo giovedì 20 febbraio, i gruppi violenti hanno impedito la circolazione dei venezuelani che volevano raggiungere il cimitero dell’Est, a Caracas, per partecipare alla sepoltura del cantautore venezuelano, Simón Díaz.

Non c’è libertà di espressione

Questa menzogna è ripetuta migliaia di volte – in maniera contraddittoria – gridata di fronte alle telecamere delle televisioni, delle agenzie e di altri media pubblici e privati, nazionali ed internazionali.

Nei social network la chiamata alla violenza e alla morte del presidente è espressa senza problemi, foto e commenti circolano liberamente sui muri virtuali e concreti.

Le agenzie internazionali coprono tutte le manifestazioni, i media nazionali anche, il principale canale dello Stato, Venezolana de Televisión (VTV), è assediato da giorni, pietre, spari, espressioni di disprezzo sono scagliate contro la sede di Caracas.

La libertà di espressione e la libertà politica, raggiungono il loro climax nelle strade di fronte alle guardie e ai poliziotti insultandoli e aggredendoli al passaggio di «una manifestazione pacifica».

Come nel 2002, i media sono attori politici e cassa di risonanza del colpo di Stato. Il titolo de El Nacional il passato martedì 11 febbraio è stato: «Rimarremo nelle strade fino alla caduta del governo». Molto simile a quello pubblicato l’11 aprile del 2002, in una versione straordinaria del giornale, dove si diceva: «La battaglia finale sarà a Miraflores”.

Inoltre, il titolo principale di questo giornale il 13 di febbraio, dopo la violenze che hanno causato due morti delle vicinanze della Fiscalía, è stato: «Manifestazione per la pace è stata attaccata da violenti».

I media internazionali non restano indietro, questo 19 di febbraio, El País di Spagna ha dedicato la foto centrale della sua prima pagina a Leopoldo López nella quale si descrive che «fu preso dalla polizia dalla mano dei suoi seguaci”, quando aveva accordato giorni prima con le autorità la sua volontà di consegnarsi alla giustizia. Si manipola, si mente.

La violenza conviene al Governo

Conviene ad un governo la distruzione delle istallazioni pubbliche e l’alterazione dell’ordine? La destra denuncia che le violenze sono generate da gruppi infiltrati del chavismo; però, quando i violenti sono fermati ed arrestati si esige subito la loro liberazione, altra contraddizione che evidenzia la menzogna.

L’appello alla violenza si può constatare nelle espressioni della destra in tutte le reti sociali e nell’appoggio che gli offrono i partiti ed i governanti di questa ideologia, convocando nelle strade la gente con una richiesta anticostituzionale: la dimissione immediata del governo democraticamente eletto.

Il governo del presidente Nicolás Maduro ha insistito nella chiamata alla pace, ha attivato il Plan de pacificación nacional e promuove il Movimiento por la Vida y la Paz, iniziative alle quali hanno aderito diversi settori della vita nazionale, inclusi sindaci e governatori oppositori, che si sono riuniti con l’esecutivo.

Altro aspetto evidente è che la violenza avviene nelle zone dove l’opposizione ottiene maggiore appoggio, a Caracas le guarimbas avvengono nell’Est della città. I settori popolari non partecipano a questi gruppi di assalto.

Ana Navea AVN 20/02/2014 16:02
[Si ringrazia Mario Neri per la segnalazione – Trad. a cura di ALBAinformazione]

Caracas: la MUD di nuovo in piazza

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

21feb2014.- «Se vogliono con­ti­nuare a bat­tere sulle pen­tole, gli con­si­glio di com­prarne una di acciaio per­ché la rivo­lu­zione durerà ancora molti anni». Così il pre­si­dente vene­zue­lano Nico­las Maduro ha com­men­tato il per­si­stere dei «cace­ro­la­zos» da parte dell’opposizione. Nei quar­tieri bene all’est della capi­tale Cara­cas, le bat­ti­ture di pen­tole fanno da colonna sonora alle deva­sta­zioni messe in atto dai set­tori oltran­zi­sti della pro­te­sta, ini­ziata lo scorso 12 feb­braio: cas­so­netti e pneu­ma­tici bru­ciati, auto­bus e metro­po­li­tane deva­state, bloc­chi stra­dali, scon­tri not­turni con la poli­zia, che risponde con lacri­mo­geni. Bilan­cio: 8 morti, 137 feriti e 80 fermi.

«Ma la gente tran­quilla comin­cia ad averne abba­stanza della puzza di fumo, delle moto potenti che scor­raz­zano e magari spa­rano — dice al mani­fe­sto Rodrigo, un abi­tante di Los Cor­ti­jos, quar­tiere pre­va­len­te­mente di oppo­si­zione – l’altra sera, un gruppo che orga­niz­zava una veglia di pre­ghiera sotto le fine­stre non ha gra­dito l’arrivo di una tren­tina di gio­vani con spran­ghe come quelli che hanno asse­diato la Tv nazio­nale qui vicina». Di giorno, gruppi di stu­denti – sem­pre meno nume­rosi – mani­fe­stano vestiti di bianco mostrando fiori dello stesso colore e car­telli con­tro «la dit­ta­tura cubano-venezuelana» e la «repres­sione». Di notte, le bande pro­vo­cano incendi e devastazioni.

La situa­zione sem­bra più cao­tica in alcune grandi città di pro­vin­cia come Mara­caibo, San Cri­sto­bal o Valen­cia. Nel Tachira, ai con­fini della Colom­bia, il governo ha inviato gruppi di para­ca­du­ti­sti denun­ciando l’entrata di para­mi­li­tari. Nel Zulia, ieri sono state seque­strate 60 ton­nel­late di ali­menti e arti­coli per l’igine per­so­nale e 40 vei­coli desti­nati al mer­cato nero. L’ennesimo capi­tolo della «guerra eco­no­mica», secondo il governo, che ha anche mostrato cen­ti­naia di moto di grossa cilin­drata, seque­strate durante le pro­te­ste e ora messe all’asta. Maduro ha nuo­va­mente fatto appello al «popolo cosciente e orga­niz­zato», annun­ciando l’istituzione di «com­mando popo­lari anti­golpe in ogni fab­brica, in ogni cen­tro di lavoro, in ogni quar­tiere, in ogni uni­ver­sità».

«È in corso un ten­ta­tivo di desta­bi­liz­za­zione vio­lenta del paese — ha dichia­rato Igna­cio Ramo­net, diret­tore del Diplo spa­gnolo — Una pic­cola mino­ranza, in base a una pro­te­sta stu­den­te­sta senza vere riven­di­ca­zioni e appog­giata dai grandi media ha sca­te­nato una serie di vio­lenze che hanno pro­vo­cato morti, feriti e danni. Il Vene­zuela — ha con­ti­nuato — non è nuovo a que­ste crisi, pro­vo­cate dall’opposizione interna con appoggi esterni».

Una crisi che fa leva su pro­blemi reali — insi­cu­rezza e alta infla­zione — ma che mostra anche due visioni oppo­ste per affron­tarla, due pro­getti di paese. L’uno, quello del socia­li­smo boli­va­riano, basato sulla redi­stri­bu­zione della ren­dita petro­li­fera a favore delle classi non abbienti e sulla sovra­nità del paese rispetto al grande capi­tale mul­ti­na­zio­nale. L’altro, quello della Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud), che vor­rebbe un ritorno al neo­li­be­ri­smo e alle pri­va­tiz­za­zioni e al modello di gestione della IV Repub­blica. Certa stampa parla di «pri­ma­vere lati­noa­me­ri­cane» con­tro pre­sunte dit­ta­ture dei governi pro­gres­si­sti: dimen­ti­cando che, pur con tutti i suoi pro­blemi, il Vene­zuela non è il Cile di Pinera, in cui gli stu­denti hanno dovuto pro­te­stare per l’istruzione gra­tuita e con­tro le pri­va­tiz­za­zioni. Con­tro Maduro, le parti s’invertono: a scen­dere in piazza sono pre­va­len­te­mente stu­denti delle scuole pri­vate, il cui basso livello — hanno fatto notare alcuni pro­fes­sori — è evi­dente dal loro modo di scri­vere i mes­saggi con­tro «la dit­ta­tura vene­cu­bana». Il Vene­zuela non è nean­che il Bra­sile, dove gli stu­denti hanno pro­te­stato con­tro il caro tra­sporti e con­tro la repres­sione nelle fave­las. Quanto alla «dit­ta­tura», basta andare in una qua­lun­que edi­cola del paese per vedere a quale colore appar­tenga la mag­gio­ranza della stampa, oppure sof­fer­marsi sui risul­tati delle urne delle ultime 18 ele­zioni.

Quella che si sta gio­cando in Vene­zuela è una par­tita per la rap­pre­sen­tanza e per i ruoli all’interno della liti­gio­sis­sima Mud, che vor­rebbe pen­sio­nare Hen­ri­que Capri­les, ma non è del tutto con­vinta da Leo­poldo Lopez, il «duro» di Volun­tad popu­lar, ora agli arre­sti con l’accusa di aver diretto le vio­lenze di piazza. A soste­nerlo da vicino, Maria Corina Machado e Anto­nio Lede­zma, ani­ma­tori della cam­pa­gna per la «salida» (l’uscita) di Maduro dal governo con ogni mezzo, che oggi saranno di nuovo in piazza. Molti, però, si sono dis­so­ciati dalla via vio­lenta: a par­tire da Capri­les, che ha invece rilan­ciato la vec­chia tat­tica del «dividi et impera» all’interno del cha­vi­smo accu­sando Dio­sdado Cabello (pre­si­dente dell’assemblea) di essere die­tro ai cec­chini che hanno ucciso dei mani­fe­stanti in piazza: per far le scarpe a Maduro. «Gli si è ful­mi­nato il cer­vello», ha ribat­tuto quest’ultimo a Capri­les. E un gruppo di asso­cia­zioni e par­la­men­tari ha chie­sto per la terza volta al par­la­mento di togliere l’immunità a Machado, accu­sata di pren­dere ordini da Washington.

 

Chi controlla l’informazione internazionale del circuito oggi dominante?

di Manuel Pineda

I fascisti in Venezuela, insieme ai loro utili idioti, continuano a tirare la corda, rischiando che si rompa.

Costoro, che i “media civilizzati” come il Grupo PRISA o la CNN chiamano “la opposizione” stanno collocando fil di ferro nelle strade, all’altezza del collo dei motociclisti: in questo modo hanno decapitato un ragazzo di un quartiere operaio che circolava con la sua motocicletta per le strade di una urbanizzazione di classe media.
Non contenti, hanno anche aggredito la famiglia del ragazzo quando si sono recati sul posto, provocando in questo modo lo scontro tra il quartiere operaio e la zona ‘sifrina’.
Allo stesso modo hanno ucciso ieri una donna a Mérida.
Il Popolo Venezuelano sta oggi di nuovo chiamando a scendere nelle strade al fine di dissuadere “l’opposizione” fascista nei suoi intenti ad andare oltre, questo popolo sta agendo in maniera responsabile e molto disciplinata, nonostante ciò, i media internazionali continuano a raccontare il loro film, sotto dettatura dell’impero.
Se la corda continua ad essere tesa è possibile che si rompa, ed è quindi possibile che non dovranno più ricorrere a ridicoli montaggi fotografici. Questo popolo sa difendere i suoi interessi, e lo farà, costi quel che costi.
 __
Qui una raccolta di immagini estrapolate e decontestualizzate (albaciudad.org) e per manipolare l’informazione del circuito oggi dominante e gettare discredito sul Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana 
[Si ringrazia per la segnalazione la UNADIKUM International Brigades] 

Caracas: strategia della tensione

Venezuela. Gruppi di estrema destra e cecchini in azione. Muore Miss Carabobo, ferita martedì, uccisi due operai. Domani opposizione di nuovo in piazza
di Geraldina Colotti – Il Manifesto
20feb2014.- Il cartello dello studente di opposizione dice: «Un presidente che non ha studiato non potrà mai capire gli studenti», alludendo al fatto che Nicolas Maduro è un ex operaio del metro.
Altra notte di ten­sione, in Vene­zuela. Gruppi oltran­zi­sti di oppo­si­zione hanno gui­dato assalti e deva­sta­zioni, in alcuni quar­tieri della capi­tale e in altri stati del paese fede­rale: Tachira, Cara­bobo, Merida… Nello stato di Boli­var (nel sud) un ope­raio che mani­fe­stava in soste­gno al governo è stato ucciso a colpi di arma da fuoco e altri quat­tro sono rima­sti feriti. A Cara­cas, nel quar­tiere di oppo­si­zione Los Cor­ti­jos, un gruppo armato ha fatto irru­zione nel com­plesso di fab­bri­che recu­pe­rate Tocome ucci­dendo un ope­raio e feren­done diversi altri. È morta anche una ragazza di 21 anni, Gene­sis Car­mona, Miss Turi­smo Cara­bobo, ferita da un pro­iet­tile alla testa durante una mani­fe­sta­zione di oppo­si­zione, mar­tedì scorso. Nello stesso modo, uccisi da cec­chini a bordo di moto di grossa cilin­drata, erano stati ammaz­zati altri tre gio­vani a Cara­cas, il 12 feb­braio: un noto lea­der di quar­tiere (di sini­stra), un ragazzo di destra e un suo parente.
Epi­sodi che, per il governo, indi­cano l’esistenza di un dise­gno desta­bi­liz­zante, denun­ciato già da mesi. A muo­vere le fila delle parti più accese della destra di oppo­si­zione, vi sareb­bero mano­vre Cia, mire dell’estrema destra colom­biana (in pri­mis l’ex pre­si­dente Alvaro Uribe) e mer­ce­nari sem­pre pronti alla biso­gna di chi abbia un por­ta­fo­glio ben gon­fio. Secondo alcuni video resi pub­blici in diverse occa­sioni, i pro­vo­ca­tori avreb­bero rice­vuto circa 3.000 boli­var a testa per diri­gere attac­chi, bru­ciare cas­so­netti e spaz­za­tura e orga­niz­zare «gua­rim­bas». Alla tat­tica della «gua­rimba» è par­ti­co­lar­mente dedito Leo­poldo Lopez, lea­der di Volun­tad popu­lar (uno dei par­titi che com­pon­gono la Mesa de la uni­dad demo­cra­tica — Mud -).
L’idea è quella di orche­strare azioni vio­lente per pro­vo­care una rea­zione «repres­siva» che, a fronte dell’indignazione inter­na­zio­nale, giu­sti­fi­chi un even­tuale inter­vento esterno. Lopez è attual­mente in car­cere. Deve rispon­dere di accuse pesanti per essere stato fil­mato durante gli scon­tri del 12 feb­braio. Quel giorno, al cul­mine di gior­nate di scon­tri in altre parti del paese, nella capi­tale si sono svolte due mani­fe­sta­zioni stu­den­te­sche di segno oppo­sto nella gior­nata della Gio­ventù. Quella dell’opposizione è poi dege­ne­rata in scon­tri. La poli­zia ha avuto la con­se­gna di man­te­nere i nervi saldi, nono­stante stia scon­tando molti feriti e danni. Maduro ha anche dichia­rato che alcuni uomini dell’intelligence boli­va­riana (Sebin) hanno disob­be­dito alle con­se­gne di rima­nere nelle retro­vie. E il cam­bio al ver­tice del Sebin, deciso subito dopo, è stato letto come una con­se­guenza di quelle affer­ma­zioni e anzi un’implicita ammis­sione che non tutto torna nelle forze depu­tate al con­trollo.
Ieri, è stato spic­cato un man­dato anche per il gene­rale a riposo e mem­bro di Volun­tad popu­lar, Anto­nio Rivero, in quanto isti­ga­tore degli scon­tri. L’ex gene­rale è già stato in car­cere nel 2013 per le vio­lenze in piazza Alta­mira, luogo sim­bolo delle pro­te­ste di oppo­si­zione. La magi­stra­tura ha sotto mira anche un suo col­lega di par­tito, Car­los Vec­chio. Lopez si è con­se­gnato alle auto­rità durante una delle ultime mani­fe­sta­zioni con­tro il governo e ieri il giu­dice ha con­fer­mato il fermo per qua­ranta giorni, sulla base di alcune accuse pesanti rima­ste in piedi, in attesa della con­va­lida della Fisca­lia.
La moglie ha con­fer­mato a mezza bocca le affer­ma­zioni del pre­si­dente dell’assemblea Dio­sdado Cabello, che ha accom­pa­gnato per­so­nal­mente in car­cere l’oppositore: esi­ste­reb­bero prove che la Cia non esi­te­rebbe a libe­rarsi del suo ser­vi­tore pur di aumen­tare il livello di scon­tro nel paese. Lopez — ex sin­daco del muni­ci­pio Cha­cao e pre-candidato alla pre­si­denza della repub­blica nono­stante sia inter­detto dai pub­blici uffici per mal­ver­sa­zione fino al 2014 — ha infiam­mato la destra in diverse occa­sioni: durante il colpo di stato con­tro l’allora pre­si­dente Cha­vez, nel 2002, e dopo la vit­to­ria di Maduro su Hen­ri­que Capri­les alle ultime pre­si­den­ziali, il 14 aprile. Ora, però, Capri­les sta cer­cando di rita­gliarsi un altro pro­filo, appog­giando l’ala più mode­rata della Mud, con­tra­ria alle vio­lenze per arri­vare alla «salida», la cam­pa­gna per far fuori Maduro dal governo lan­ciata dai set­tori oltran­zi­sti dell’opposizione. Oltre a Lopez, gui­dano la cam­pa­gna, Maria Corina Machado e il sin­daco della Gran Cara­cas Anto­nio Lede­zma. La Mud non intende però rinun­ciare all’effetto emo­tivo pro­vo­cato dall’arresto di Lopez e ha indetto per domani un’altra gior­nata di pro­te­sta.
Secondo Mau­rice Lemoine, firma di Le Monde diplo­ma­ti­que, non si tratta di una «pri­ma­vera vene­zue­lana» come vor­reb­bero i grandi media pri­vati, den­tro e fuori il paese, ma di una «stra­te­gia della ten­sione» come nel Cile di Allende, basata sugli indubbi pro­blemi esi­stenti nel paese: per libe­rarsi del socia­li­smo boli­va­riano e tor­nare ai fasti del neo­li­be­ri­smo impe­ranti nella IV Repub­blica. Lemoine ricorda che, pro­prio nei luo­ghi in cui più dura­mente è esplosa la pro­te­sta, come nello stato Tachira (alla fron­tiera con la Colom­bia) sono stati seque­strate ton­nel­late di ali­menti e generi di prima neces­sità desti­nati al mer­cato nero den­tro il paese e oltre­fron­tiera.
Un’altra tappa del «golpe suave» ideato da Gene Sharp e visto all’opera sia nella ex Jugo­sla­via che in alcune «pri­ma­vere arabe»: ««gua­rim­bas», cam­pa­gne di denun­cia con­tro «la dit­ta­tura», mani­po­la­zione di certi gruppi mediante alcune crea­zioni ad hoc (vedi Javu, gemel­lato con Otpor), pro­te­ste vio­lente e ope­ra­zioni di guerra psi­co­lo­gica per creare un clima di «ingo­ver­na­bi­lità». La quinta tappa, pre­vede la rinun­cia del pre­si­dente sotto la pres­sione della guerra civile e del discre­dito inter­na­zio­nale. E magari un inter­vento «uma­ni­ta­rio» esterno. Un copione già visto. Alcuni docenti uni­ver­si­tari, atti­vi­sti per i diritti umani e gior­na­li­sti, hanno inviato un cor­poso dos­sier che mostra le mas­sicce mani­po­la­zioni di foto prese da eventi repres­sivi di altri paesi (addi­rit­tura coper­tine di grandi quo­ti­diani) fatti pas­sare per vio­lenze del governo in Vene­zuela.
Maduro, intanto, con­ti­nua a varare le misure eco­no­mi­che pre­vi­ste dal nuovo piano di governo. Adesso, dopo i com­pu­ter agli alunni delle classi popo­lari, arri­vano anche i tablet per gli uni­ver­si­tari. Il Vene­zuela boli­via­riano, dove l’università è gra­tuita, è uno dei paesi con più matri­cole al mondo. «Gli stu­denti pon­gono pro­blemi reali — ha detto il mini­stro degli Interni Miguer Rodri­guez Tor­res — le pro­te­ste sono sin­tomo di buona salute della demo­cra­zia. Ma non diven­te­remo un campo di bat­ta­glia che giu­sti­fi­chi un inter­vento esterno».

Democrazia Virtuale Vs Democrazia Reale: un confronto Società Civile-Istituzioni sul caso Rom

di Marco Nieli

Un gran numero di partecipanti, tra cui diverse famiglie rom degli insediamenti di via del Riposo e di Barra, esponenti delle associazioni, del Movimento 5 Stelle e della società civile napoletana ha preso parte all’iniziativa di assemblea-dibattito pubblico tenutasi ieri 19 febbraio presso i locali del Centro Culturale “La Città del Sole” di Napoli.

In rappresentanza della Giunta, è intervenuta l’assessore alle Politiche Sociali Gaeta; assenti, invece, il Sindaco e il vice-sindaco, nonché l’Assessore al Patrimonio Sandro Fucito.

L’occasione è stata messa in piedi allo scopo di tallonare le istituzioni della Giunta de Magistris sulla questione dell’ordinanza sindacale del 29 gennaio scorso, che prevede in maniera alquanto ambigua -“orwelliana”- il così definito «accompagnamento fuori dal campo» di via del Riposo di circa 430 Rom rumeni di Calaraşi e Iaşi, fatti salvi i casi di comprovata «indigenza e/o bisogno». Criterio, questo, che andrebbe esteso secondo noi a tutti gli abitanti dell’insediamento, i quali fuggono situazioni di grave esclusione sociale e discriminazione nel loro paese e certamente non hanno alternative abitative e/o lavorative rispetto al soffrire i disagi della vita in una bidonville, seppure ai margini delle nostre (una volta, almeno) opulente società dei consumi.

Nella fatiscente baraccopoli di cui sopra, mancano le condizioni minime di vivibilità: dall’acqua corrente alla luce elettrica, per non parlare dall’emergenza sanitaria rappresentata dalla vicinanza di discariche a cielo aperto che alimentano la proliferazione di ratti e parassiti vari. Sui numerosi interrogativi e dubbi espressi da padre Alex Zanotelli, dai Rom stessi, dallo scrivente, dall’editore Manes, da Jamal Quaddarah della CGIL e dalla Consigliera Comunale Simona Molisso, l’Assessore ha fornito formali rassicurazioni sul fatto che il Comune non intende sgombrare in malo modo la suddetta comunità (come, invece, ha continuato a fare in modo diretto o indiretto negli ultimi dieci anni al Frullone, alla Sanità, a Ponticelli, alla Marinella, etc.) ma che invece sta lavorando a un piano di ri-allocazione in un’area segreta, area che andrebbe attrezzata alla bisogna per una prima accoglienza con fornitura di acqua, luce e un minimo di infrastrutture.

In ogni caso, il percorso di ri-allocazione dovrà essere concordato con i diretti interessati dall’intervento istituzionale, per non riprodurre soluzioni ancora una volta dettate dall’emergenza e del tutto inadeguate, indegne e irrispettose degli standards richiesti dall’UE per l’accoglienza dei Rom e Sinti sui nostri territori. A questo proposito, la proiezione del video Terra promessa (di L. Romano e M. Leombruno) sui Rom bosniaci di Giugliano trasferiti nell’area altamente contaminata di Masseria del Pozzo ha costituito un monito a non ripetere gli incredibili errori di un passato anche recente ma a cercare di guardare avanti, utilizzando al meglio l’enorme patrimonio di know-how socio-urbanistico ed architettonico che si è accumulato negli ultimi anni, in riferimento alla necessità di superare la politica di ghettizzazione portata avanti con i commissariamenti (decreto “Emergenza nomadi” del 2008-2009) e di inserire in casa i Rom, per permettere una reale integrazione sociale degli stessi.

In ogni caso, dovrebbe essere oggi abbastanza metabolizzata anche da parte dell’istituzione locale l’evidenza che gli sgomberi senza alternativa, oltre che condannati dall’Europa (ricorso dell’ERRC contro l’Italia in merito a ripetute violazioni della Carta Sociale Europea), sono perfettamente inutili, in quanto che i Rom sgombrati dai campi di Ponticelli dalla camorra nel 2008, insistono oggi in buona misura nel campo di via del Riposo nel 2014.

A conclusione dell’incontro, si è voluto presentare un esempio di buona pratica da seguire, quello della Gran Misión Vivienda Venezuela, citata anche dal Plan Patria 2013-2019, che si è posta come obiettivo la realizzazione di 3 milioni di nuove case da assegnare a refugiados o baraccati dei principali insediamenti urbani venezuelani entro l’anno 2019.

Si tratta di un modello diverso di democrazia, protagonica e partecipativa, dove gli impegni assunti dalla legislazione nazionale e da quella locale si realizzano con interventi puntuali e concreti, volti ad assicurare percorsi di dignificazione umana e sociale degli strati sociali più esclusi e derelitti. Siamo fermamente convinti che, se anche la città di Napoli si decidesse una buona volta a mettere in pratica i tanto decantati percorsi di democrazia partecipata e di priorità assegnata ai “beni comuni” -magari partendo una buona volta dagli ultimi tra gli ultimi, Rom e Napoletani delle fasce più deboli – sicuramente avremmo tutti da guadagnare in termini di qualità collettiva della vita, di sicurezza e di benessere sociale diffuso. L’iniziativa di ieri con i Rom è stata un buona ri-partenza in questa direzione e, sebbene molta strada resti ancora da fare collettivamente, siamo fiduciosi che, incalzando opportunamente le istituzioni locali, si riesca a passare sempre più dal piano virtuale delle delibere e delle ordinanze a quello reale e tangibile dei diritti assicurati per tutti indistintamente.

(Foto) I fascisti sparano contro mobilitazione operaia: sei feriti

da aporrea.org

19feb2014. Nella città di Guayana una manifestazione operaia del settore metalmeccanico è scesa in piazza a difesa del processo rivoluzionario ed è stata presa di mira da franco-tiratori.

Alla fine della manifestazione gli operai sono stati attaccati a colpi di arma da fuoco.

Sei manifestanti sono risultati feriti da colpi di arma da fuoco. I manifestanti si sono diretti verso Plaza Hugo Chávez (Plaza del Hierro), occupata da alcuni giorni da gruppi controrivoluzionari.

Gli obiettivi di Putin: rompere l’isolamento e avere più visibilità geopolitica


di Achille Lollo

Il presidente russo Vladimir Putin è arrivato a Bruxelles per dare “un nuovo tono” al 32° vertice che, ogni sei mesi, si svolge tra l’UE e la Russia allo scopo di valutare l’evoluzione delle relazioni politiche ed economiche tra i due blocchi. Relazioni che, dal 2012, registrano il più basso livello di comprensione e di accordo, soprattutto in campo internazionale: in primo luogo, a causa del coinvolgimento della Russia nella difesa dei governi di Siria, Iran, Venezuela e Ucraina; in secondo luogo, per la critica mossa da Putin al ruolo degli Stati Uniti in relazione al “… monopolio del loro dominio nelle relazioni internazionali e all’uso eccessivo della forza militare“; infine, per aver respinto l’interventismo della NATO che, secondo il presidente russo, “… in Kosovo, così come in Libia, ha agito violando il diritto internazionale, oltre a promuovere la corsa agli armamenti…

La presenza del Presidente Putin a Bruxelles, al lato del suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov, è stata decisiva per gettare le basi, con il Presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso e il presidente del Consiglio d’Europa, Herman van Rompuy, di un nuovo equilibrio politico e diplomatico tra l’UE e la Russia, in seguito alla rottura da parte del Ministro degli Affari Esteri dell’Unione Europea, Catherine Ashton, che aveva apertamente assunto la posizione degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Nel frattempo, dopo aver firmato i comunicati congiunti grazie ai quali le relazioni tra la Russia e l’Unione Europea sono tornate alla normalità, il presidente Putin, di fronte ai giornalisti, non ha mancato di criticare i ministri dei paesi europei che hanno aderito alla linea dettata dal segretario degli Stati Uniti d’America, John Kerry. Quindi, rompendo la diplomazia dei mezzi sorrisi e delle strette di mano, Vladimir Putin ha dichiarato: “…La Russia non è interessata a decidere quale forza politica governerà l’Ucraina. Siamo solo interessati a sapere che tipo di politica economica sarà attuato, visto che abbiamo firmato accordi per la fornitura di gas a prezzi preferenziali e per un prestito di 15 miliardi di euro...”. Poi ha attaccato direttamente il Ministro Catherine Ashton, sottolineando “…come avrebbe reagito l’UE se il nostro Ministro degli Esteri fosse andato in Grecia a fare appelli contro l’Unione Europea? …“. Dichiarazioni forti, per chi sostiene che non ci sono più problemi tra la Russia e l’Unione Europea!

Di fatto, in occasione della recente Conferenza sulla Siria “Ginevra II” e nel Forum Mondiale dell’Economia a Davos, è emersa l’evidenza che la Casa Bianca e il suo fedele scudiero britannico pretendono di imporre alla Russia un rigido isolamento diplomatico e politico, per limitare le aspirazioni economiche e, soprattutto, le ambizioni geostrategiche dei “siloviki”[1] del Cremlino.

Una prospettiva che le “eccellenze” della Casa Bianca e del Downstreet mantengono in piedi, dal momento che non perdonano a Vladimir Putin tre importanti questioni: 1) essere riuscito a far fallire il progetto del mega-gasdotto “Nabucco”, che gli Stati Uniti pretendevano di costruire dalla Turchia per terminare con la dipendenza europea del gas russo; 2) avere vinto la guerra nell’Ossezia del sud e in Cecenia (2008); 3) avere creato un sistema di mutua sicurezza in Asia Centrale, riunendo, con il Trattato di Cooperazione di Shangai (2001) la Russia, la Cina, il Kazakistan, il Kirgistan, il Tadjikistan e l’Uzbekistan.

È in quest’ambito che i media occidentali – interpretando le posizioni della Casa Bianca – desqualificano quotidianamente Putin chiamandolo “…il nuovo dittatore russo…”, per avere spezzato il potere politico e finanziario degli oligarchi Mikhail Khodorkovskij e Boris Berezovskij – benemeriti associati dei conglomerati finanziari statunitensi, che oggi i tabloids occidentali considerano “i nuovi dissidenti della Russia” -, e per aver firmato un decreto-legge omofobo che commina pesanti condanne per la propaganda e le manifestazioni gay.

Tuttavia, il principale argomento delle cancellerie europee contro il presidente russo Putin è in relazione con la decisione che Putin ha preso nel 2008, quando ha rifiutato la “protezione geo-strategica ” della NATO. In quanto a ciò, i banchieri statunitensi ed europei fanno pressione sui loro governi a causa delle riforme istituzionali, economiche e fiscali che Putin ha introdotto in Russia, grazie alle quali le lobbies transnazionali hanno perso la loro influenza sulla Duma (il Parlamento), consentendo alla Russia di raggiungere la stabilità economica, nonostante la crisi del 2008. Riforme che, negli ultimi cinque anni, hanno corretto la gestione disastrosa di Boris Eltsin, imponendo un nuovo concetto di Nazione, oltre a rafforzare l’autorità dello Stato e la sua autonomia politica ed economica. Per questo, il Presidente Putin è accusato di ricorrere all’autoritarismo e di volere riportare in auge lo “statalismo dell’URSS”.

Tutto il mondo sa che il ritorno del capitalismo in Russia, sotto la direzione di Boris Eltsin, ha rappresentato un grande affare per le transnazionali e i banchieri dell’Occidente, dal momento che i programmi di privatizzazione effettivamente hanno promosso la formazione di una nuova borghesia speculativa e consumistica – nota come “l’oligarchia” – che ha cercato di costruirsi un’ampia rappresentanza politica nella Duma (Parlamento) per esercitare un controllo effettivo nelle istituzioni e, in questo modo, legittimare l’appropriazione dei settori produttivi dello Stato, oltre a bloccare  il sistema di controllo fiscale delle entrate.

 . Un contesto che presto si è trasformato in una lotta pericolosa per il potere politico che il gruppo guidato da Putin e maggioritario nel partito “Russia Unita” ha vinto, scommettendo tutto sulla ricostruzione dello Stato e sulla regolamentazione delle anomalie create dal mercato. Anche così, solo nel terzo mandato, il governo di Putin è riuscito a definire: a) le nuove regole per i contratti internazionali, al fine di evitare la fuga di capitali, che nel 2013 ha raggiunto il valore di 400 miliardi di dollari; b) il codice di condotta per attirare gli investitori stranieri,  in modo da fra diventare la Russia il 20° paese al mondo con le migliori opportunità di business (nel 2001 era al 92°); c) creare un mercato di esportazione di raggio regionale, dal momento che il settore automobilistico è cresciuto al 76 %, gli investimenti per le infra-strutture industriali sono aumentati del 125 % e la produzione agricola ha praticamente raddoppiato i raccolti. Di conseguenza, anche il salario minimo è aumentato da $ 80 (circa 163 reais) a 640 (circa 1300 reais). Questo spiega perché nell’ultimo sondaggio condotto dal Centro Levada in Russia, il 68 % dei Russi, oggi, voterebbe per Putin di nuovo .

 

La visibilità geo-politica

Le Olimpiadi di Inverno – che si realizzeranno a Sochi dal 7 al 23 febbraio – saranno l’evento sul quale il governo russo ha scommesso tutto per rompere l’isolamento politico e conquistare una visibilità geo-politica di portata mondiale, visto che più di 1.000 giornalisti sono stati accreditati per documentare l’evento sportivo, come asnche la realtà socio-economica del paese.

Per questo, a partire dal mese di ottobre, nella città di Volgograd (l’antica Stalingrado) gli ultimi militanti jihadisti dell’“Emirato della Cecenia” hanno realizzato quattro attentati, provocando la morte di 34 persone e tentando, così, di bloccare le Olimpiadi. Il mandante degli attentati è il leader fondamentalista islamico Doku Umarov, fondatore del gruppo armato Imarat Kavkaz, i cui militanti, nella stragrande maggioranza, erano fuggiti in Siria, arruolandosi nelle brigate jihadiste di Aleppo. È chiaro che gli illimitati finanziamenti che l’“Emiro della Cecenia” ha ricevuto dall’Arabia Saudita e dal Qatar, permettono, ancora, l’alimentazione di una rete di terroristi sguinzagliati su differenti territori della regione caucasica, propriamente la Cecenia, l’Inguscetia, il Dagestan, l’Ossetia del Nord, la Karacaj-Circassia e la Cabardino-Balcaria. Per questo, il Ministero degli Interni della Russia ha mobilizzato a Sochi circa 64.000 poliziotti, per impedire nuovi attentati durante le Olimpiadi di Inverno.

Eppure, al di là delle bombe degli jihadisti di Doku Umarov e delle proclamazioni separatiste di Akmed Zakaiev (rifugiato politico a Londra), quello che potrà rovinare la festa olimpica a Sochi saranno i baci dei/delle atlete omosessuali di fronte alle videocamere delle TV. Al di là di ciò, i fotografi e gli operatori delle TV sperano di potere inquadrare i corpi nudi delle militanti del gruppo FEMEN, che hanno promesso di esserci a Sochi, per manifestare la loro solidarietà con le Pussy Riot, Maria Alekhina e Nadejda Tolokonnikova, alle quali il presidente Vladimir Putin ha concesso la grazia insieme all’ex-oligarca Mikhaïl Khodorkovski. Misure di clemenza che Putin ha preso per evitare che gli scandalosi tabloids della Gran Bretagna e degli USA ritornino a bombardare la Russia con reportages sull’imprigionamento delle Pussy Riot e dell’antico padrone dell’impresa petrolifera Yukos.

È stato di questo clima che il Ministero dell’Interno si è approfittato di un ritardo nel rinnovo del visto di soggiorno per decretare l’espulsione del giornalista statunitense David Setter, 66 anni, che stava accreditato a Moscou da parte del Wall Street Journal e dal Financial Times. In realtà, Setter è uno dei principali consulenti della Radio Free Europe/Radio Liberty, (l’emittente finanziata dal Congresso degli USA dagli anni cinquanta) che, oggi, è la principale voce delle campagne denigratorie contro il presidente Putin e la Russia.

Un’espulsione che ha pesato abbastanza nella decisione del Comitato Olimpico degli USA di disertare i festeggiamenti per l’apertura delle Olimpiadi Invernali, inviando al proprio posto un gruppo di omosessuali la cui sfilata peggiorerà ancora di più le relazioni diplomatiche tra gli USA e la Russia. Posizione che ha diviso i Comitati Olimpici, con una minoranza formata dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dalla Svezia e dall’Olanda che hanno dato il loro appoggio incondizionato alle manifestazioni contro le leggi omofobiche, mentre la maggioranza ha dichiarato che preferisce non interferire nella politica interna della Russia, che per questo evento ha investito circa 50 miliardi di dollari.

In questo scenario è difficile dire se la Russia di Vladimir Putin riuscirà a raggiungere una nuova visibilità geo-politica. Eppure, è evidente che tutto quello che sta succedendo è, in realtà, “una seconda guerra fredda in sordina”, che  gli Stati Uniti e la Gran Bretagna promuovono contro la Russia e contro tutti quelli che minacciano i loro plani di espansione.

 

*Giornalista italiano, corrispondente del “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli] 

 


[1]I silovikos sono gli uomini di fiducia del presidente Vladimir Putin, in gran parte antichi ufficiali delle Forze Armate o dei servizi segreti (il vecchio Kgb e il nuovo Fsb).

Leopoldo López: la nuova figura al servizio degli Stati Uniti

Immagineit.cubadebate.cu – Il leader politico venezuelano Leopoldo López, con alle spalle una lunga storia da golpista sin dal 1999, si erige oggi come fedele rappresentante della destra al servizio degli interessi degli Stati Uniti.

Attuale Coordinatore Nazionale dell’organizzazione d’opposizione «Voluntad Popular», si presenta come leader di un gruppo che promuove «un conciliante messaggio di pace, benessere e progresso, che s’impegna per la costruzione di un’alternativa per il paese dove i diritti sono per tutti i venezuelani».

López, indicato come responsabile degli atti di violenza scatenati nei giorni scorsi da gruppi fascisti, un comportamento lontano nella pratica dagli argomenti che promuove, è da martedì a disposizione delle autorità.

Nella sua storia, l’ex sindaco del comune di Chacao ha studiato presso la Kennedy School of Government, dell’Università di Harvard, sito che è di particolare interesse per la Central Intelligence Agency (CIA).

Mentre in precedenza ha studiato presso il Kenyon College, nello stato dell’Ohio, dove la CIA ha inserito alcuni suoi elementi tra gli insegnanti, il cui compito è quello di individuare tra gli studenti, quelli che possono essere utili alla propria causa.

Una volta fatto ritorno in Venezuela si è legato all’International Republican Institute (IRI) del Partito Repubblicano statunitense, che gli ha concesso tutto il suo supporto strategico e finanziario.

A questo proposito, dal 2002 ha condotto frequenti viaggi presso la sede dell’IRI a Washington per sostenere incontri con funzionari del governo di George W. Bush.

L’11 aprile del 2002 si trovava in testa alla marcia dell’opposizione golpista diretta al Palacio de Miraflores, che provocò la morte di decine di persone, oltre al sequestro del presidente Hugo Chávez.

Una volta terminato il suo mandato come sindaco di Chacao, è stato interdetto a causa della malversazione delle risorse pubbliche che erano a sua disposizione.

[Trad. dal castigliano di Fabrizio Verde]

(FOTO) La risposta popolare contro l’imperialismo e le prove di fascismo

L’Associazione Nazionale delle Reti e delle Organizzazioni Sociali ITALIA (ANROS – ITALIA) denuncia con fermezza i crimini dell’imperialismo e i tentativi di destabilizzazione della Rivoluzione Bolivariana del Venezuela.

Oggi più che mai è necessario schierarsi dalla parte della Rivoluzione Bolivariana e del Governo costituzionalmente eletto del Presidente Nicolás Maduro, nel segno della continuità del Comandante Eterno Hugo Chávez Frías!

I tentativi di mobilitazione reazionaria, le prove di fascismo messe in atto da gruppi eversori e contrari alla volontà popolare e addestrati, foraggiati e sostenuti dal sionismo e dalla CIA, non passeranno!

Invitiamo tutte le Reti e le Organizzazioni Sociali in Italia a mobilitarsi e a sostenere gli sforzi delle organizzazioni popolari venezuelane per far rispettare il responso popolare delle urne; il popolo venezuelano ha dato il suo indiscutibile sostegno alla continuità della Rivoluzione Bolivariana ed oggi è nelle piazze a dimostrazione del proprio amore e della propria indiscutibile ed irriducibile volontà nella continuazione ed approfondimento del processo rivoluzionario. 

Con Chávez e Bolívar ¡Viviriemos y Venceremos!

ANROS – ITALIA

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: