Un altro Cile è eleggibile. Parla Camila Vallejo

Foto: awwww que orgullo chemimadre!da dirittiglobali.it

«In Cile ci bat­tiamo per appro­fon­dire la demo­cra­zia, in Vene­zuela gli stu­denti vogliono vio­larla cer­cando di far cadere un pre­si­dente eletto». Così dice al mani­fe­sto Camila Val­lejo, lea­der delle lotte stu­den­te­sche cilene, eletta in par­la­mento con il Par­tito comu­ni­sta. Nel giorno in cui a San­tiago Michelle Bache­let assume la pre­si­denza del Cile.

Qual è il suo nuovo ruolo nel governo e quale pos­si­bi­lità ha di rea­liz­zare gli obbiet­tivi dei suoi elettori?

Sono parte di un pro­getto col­let­tivo che ha obiet­tivi con­di­visi dalla mag­gio­ranza del nostro popolo, e la nostra scom­messa è che tanto dal par­la­mento come dal governo (con la mini­stra del Par­tito comu­ni­sta e il nostro sot­to­se­gre­ta­rio) e insieme al mondo sociale, pos­siamo pro­muo­vere il pro­gramma di tra­sfor­ma­zioni pro­fonde pro­po­sto ai cit­ta­dini dalla nuova mag­gio­ranza. Spin­gendo da que­sti distinti fronti nella stessa dire­zione, è asso­lu­ta­mente pos­si­bile rea­liz­zare i nostri obbiet­tivi. Il mio com­pito è quello di pro­muo­vere una pro­fonda riforma edu­ca­tiva garan­tita dallo stato come un diritto sociale e non come un pri­vi­le­gio per chi ha i mezzi eco­no­mici. Pro­muo­verò una legge che per­metta di farla finita final­mente con il lucro nell’educazione. Inol­tre fac­cio parte delle com­mis­sioni sull’ambiente e per la Scienza e tec­no­lo­gia. In entrambi i campi, il Cile non ha poli­ti­che pub­bli­che serie che mirino a un vero svi­luppo soste­ni­bile e io spero di con­tri­buire a che lo stato abbia un ruolo distinto da quello attuale, in cui tutto viene lasciato all’arbitrio della neces­sità del mer­cato e di una eco­no­mia pre­da­trice che mira solo all’accumulazione e alla cre­scita basata sull’impoverimento. Per me è fon­da­men­tale che nel pro­cesso legi­sla­tivo par­te­cipi la gente e, così come ho pro­messo in cam­pa­gna elet­to­rale, rea­liz­zerò assem­blee perio­di­che per­ché gli abi­tanti del comune la Flo­rida non solo siano al cor­rente del mio lavoro nel Con­gresso, ma anche siano parte nel creare le leggi che pre­sen­tiamo e pos­sano dare un con­tri­buto su quel che viene discusso. Chia­miamo tutto que­sto ren­di­conti pub­blici e spazi di co-legislazione popo­lare. Per il Par­tito comu­ni­sta, quel che più conta è che il Cile abbia una vera demo­cra­zia e per que­sto abbiamo biso­gno di una nuova Costi­tu­zione. Tutto il nostro lavoro in par­la­mento, nel governo e nelle orga­niz­za­zioni sociali mira a com­piere quel che l’indimenticabile com­pa­gno Volo­dia Tei­tel­boim segna­lava come nostro prin­ci­pale com­pito: «Rom­pere i luc­chetti dell’istituzionalità pinochettista».

Quali sono le pos­si­bi­lità di arri­vare a un’Assemblea costituente?

Un’Assemblea costi­tuente, il mec­ca­ni­smo più demo­cra­tico per arri­vare a una nuova Costi­tu­zione, sarà pos­si­bile solo se la cit­ta­di­nanza si batte per que­sto, la nostra isti­tu­zio­na­lità attuale rende impos­si­bile la sua con­vo­ca­zione imme­diata e sarà neces­sa­rio esplo­rare distinte strade per otte­nere che la Carta magna del Cile sia creata dalla gente. Anche se la stessa dit­ta­tura ha richia­mato il ple­bi­scito nella sua costi­tu­zione, non lo ha sta­bi­lito come mec­ca­ni­smo per eser­ci­tare la sovra­nità del popolo. Solo la lotta delle per­sone e un’azione con­se­guente dei rap­pre­sen­tanti nelle isti­tu­zioni ren­de­ranno pos­si­bile rea­liz­zare que­sta aspi­ra­zione che secondo diverse inchie­ste sull’opinione pub­blica è appog­giata dalla immensa mag­gio­ranza dei cileni e delle cilene. All’interno di Nueva Mayo­ria vi sono visioni diverse sul mec­ca­ni­smo, però tutti con­di­vi­diamo l’idea che la nuova Costi­tu­zione debba crearsi con una forma ampia­mente partecipativa.

Che pensa di quel che suc­cede in Vene­zuela? Una certa stampa sostiene che le pro­te­ste degli stu­denti di destra con­tro Maduro siano come quelle che avete fatto voi in Cile.

Il para­gone non ha senso. Noi in Cile ci siamo mobi­li­tati per una edu­ca­zione pub­blica, gra­tuita, di qua­lità, demo­cra­tica e non eli­ta­ria, que­sto in Vene­zuela è già garan­tito, appunto gra­zie alla Rivo­lu­zione boli­va­riana. Le pro­te­ste in Vene­zuela non hanno espresso altra domanda che la neces­sità di farla finita con l’insicurezza e i suoi lea­der vogliono la caduta di que­sto governo. Per que­sto, nel con­te­nuto siamo molto diversi. In Cile ci bat­tiamo per appro­fon­dire la demo­cra­zia, loro chie­dono di vio­larla cer­cando di far cadere un pre­si­dente eletto da poco tempo dalla mag­gio­ranza del popolo vene­zue­lano. I grandi media con­trol­lati dalla Socie­dad inte­ra­me­ri­cana de prensa, che ha legami pro­fondi con la Cia, capo­vol­gono la realtà. Non ci asso­mi­gliamo né nel con­te­nuto né nei metodi di lotta, noi cer­chiamo di costruire una mag­gio­ranza sociale per il cam­bia­mento e non abbiamo mai chie­sto di attac­care vio­len­te­mente le isti­tu­zioni pub­bli­che né i mezzi di comu­ni­ca­zione come fanno loro. Credo che le recenti vio­lenze siano ripro­ve­voli, e anche se mi sem­bra della mas­sima gra­vità che la stampa di destra uti­lizzi imma­gini di repres­sione e di «vio­la­zione dei diritti umani» in Vene­zuela, con­si­dero fon­da­men­tale che si arrivi a rista­bi­lire la pace per evi­tare qua­lun­que colpo di stato nel paese fra­tello: per­ché non sarebbe altro che un golpe con­tro tutto il Lati­noa­me­rica e uno dei suoi più impor­tanti pro­cessi di sovra­nità popo­lare. In que­sto senso saluto l’iniziativa del pre­si­dente Nico­las Maduro di con­vo­care una Con­fe­renza nazio­nale per la pace e di por­tare a ter­mine l’indagine sulle morti avve­nute nel suo paese.

Rispetto all’Alleanza del Paci­fico: pensa che Michelle Bache­let si rivol­gerà all’Alleanza per i popoli della nostra Ame­rica (Alba) o con­ti­nuerà la poli­tica di Piñera insieme a Peña Nieto e agli Usa?

La poli­tica estera del governo Bache­let ha come prin­ci­pio fon­dante la sovra­nità della nazione e il rispetto della sovra­nità degli altri popoli, così come la ricerca di appro­fon­dire l’integrazione del nostro con­ti­nente. Credo sia neces­sa­rio cam­biare l’asse della poli­tica inter­na­zio­nale, che durante gli ultimi governi si è basata solo sullo sta­bi­lire accordi com­mer­ciali. Siamo veri e pro­pri fenici della diplo­ma­zia, è ora di inte­grarci e vederci come popoli fra­telli, non solo come mer­cati. La Celac dev’essere a mio parere il prin­ci­pale spa­zio di inte­gra­zione di cui sia parte il nostro paese. L’Alleanza del Paci­fico è un ten­ta­tivo del Dipar­ti­mento di stato Usa per divi­dere un con­ti­nente in cui pre­do­mi­nano governi che hanno una voca­zione tra­sfor­ma­trice e antim­pe­ria­li­sta. Rispetto all’Alba, non è parte del pro­gramma di Nueva mayo­ria incor­po­rarsi a que­sto mec­ca­ni­smo di inte­gra­zione di governi e popoli che vivono pro­cessi di cam­bia­mento molto più pro­fondi. Tut­ta­via credo che il Cile debba man­te­nere una rela­zione di coo­pe­ra­zione intensa con le nazioni sorelle dell’Alba, così come con il Mer­co­sur e smet­terla di cre­dersi il miglior allievo degli Stati uniti per con­ver­tirsi mag­gior­mente in un buon vicino di quartiere.

Ucraina e Russia: aggressione degli Stati Uniti in stile jugoslavo

Immaginedi Miguel Angel Ferrer – Telesur

Convenzionalmente sono otto i paesi che possono essere considerati potenze: Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia, Canada, Italia, Giappone e Russia. Sono quelle nazioni che formano il noto gruppo del G8, cioè i paesi più industrializzati del mondo.

Ma se si vuol parlare di potenze vere, a questa lista di otto dobbiamo aggiungere la Cina ed eliminare Giappone, Italia, Canada, Inghilterra, Germania e Francia. Quindi, parlando seriamente di potenze, restano solo tre nazioni: Stati Uniti, Russia e Cina.

E questo perché la caratteristica essenziale di una potenza è quella non essere subordinata a qualsiasi altro potere, nessun’altra nazione, o qualsiasi altra entità. E questo non è il caso di Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Giappone e Canada.

Questi sei paesi non possono essere considerati potenze in quanto subordinati agli Stati Uniti. Dobbiamo ricordare che, ad eccezione della Francia, i rimanenti cinque sono occupati da militari degli Stati Uniti? E quanto alla Francia, che di certo non ha truppe statunitensi sul proprio territorio, già dalla lontana epoca del generale Charles de Gaulle, non ha dato alcuna prova concreta di essere libera dalla tutela degli Stati Uniti. Anche durante i mandati del falso socialista Francois Mitterrand e del suo attuale omonimo Hollande.

La questione è molto chiara nel conflitto in corso in Ucraina. Gli Stati Uniti hanno provocato la caduta del presidente Viktor Yanukovich a loro non gradito, al fine di circondare la Russia militarmente. Con la Russia che risponde ospitando lo spodestato Yanukovich, indurendo il suo discorso antistatunitense e spostando truppe nella penisola ucraina, ma russofona, di Crimea, dove è di stanza la Flotta russa del Mar Nero.

Si tratta, come è evidente, di un conflitto che ricorda i tempi della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Dove la potenza americana viene accompagnata dalle sue semipotenze vassalle dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) e da Francia e Giappone schierate dalla sua parte nonostante non siano interessate dalla controversia russo – americana.

E sebbene la Russia adesso non sia più comunista (o socialista), venendo così meno il pretesto della lotta contro il comunismo per aggredirla militarmente e sottometterla al vassallaggio, nella memoria collettiva del popolo russo (e anche del suo governo) vi sono le immagini e i fatti della precedente aggressione imperialista del 1941-1945, da parte della Germania nazista.

Il suo popolo e il suo governo sanno, o si aspettano o temono che prima o poi questa aggressione possa ripetersi. Il rovesciamento di Yanukovych e il successivo sequestro dell’Ucraina (la zona occidentale) da parte degli Stati Uniti è stato il primo e più importante segnale che la temuta aggressione è in fase preparatoria.

Aggressione, in linea di principio, non necessariamente militare. Ma piuttosto un assalto in stile ucraino o simile al modello jugoslavo utilizzato per abbattere e assassinare Slobodan Milosevic e occupare militarmente l’ex Jugoslavia. Accerchiare, domare ed eliminare Vladimir Putin e i leader russi che si oppongono o si opporranno alla dominazione della Russia da parte degli Stati Uniti è il proposito di Washington nel medio termine.

Se le cose stanno così, vedremo presto in Ucraina – almeno per ora solo nella sua parte occidentale – l’installazione di basi militari, di armi atomiche e il dispiegamento di molte truppe statunitensi. E non sarà fatto, ovviamente, con finalità amichevoli, ma come sempre per dominare e sottomettere. La palla è ora dalla parte russa. E la Russia, che ha già iniziato, dovrà pianificare le sue prossime mosse. Dapprima difensive, poi vedremo.

http://www.miguelangelferrer-mentor.com.mx

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Lo sgombero del campo rom di via del Riposo: niente di nuovo sul fronte orientale

di Marco Nieli

Come da copione, martedì scorso (11 marzo), la questione dello sgombero, dalla baraccopoli di via del Riposo, di circa 450 persone di etnia rom rumena, in larga maggioranza spoitorii (=quelli che si lavano) di Călăraşi, moldoveni di Iaşi e Suceava, madjarskaja (di origine ungherese) di Cluj Napoca e turceți di Costanza, è stata “risolta” in maniera sbrigativa da parte dell’istituzione locale, probabilmente con il concorso sostanziale di manovalanza di alcune famiglie camorristiche della zona, come già avvenuto nel 1999 a Scampia e nel 2008 a Ponticelli.

Un’accusa di molestia sessuale nei confronti di una sedicenne napoletana della zona (in alcuni articoli trasformata in accusa di tentato stupro), seguita da una rissa tra Napoletani e Rom, la sassaiola con lancio di bombe carta, l’incendio, l’intervento delle Forze dell’Ordine e la fuga dei presunti “nomadi”, non si sa dove (o meglio, si finge di non saperlo: nelle altre baraccopoli ancora in giro per la città, tipo Barra e Gianturco).

Tutto, ripetiamolo, come da copione, già visto un’infinità di volte negli ultimi 15 anni, tanto che verrebbe quasi voglia di dire: ma ogni tanto, cambiate un po’, inventatevi qual cosina di un po’ più originale, altrimenti rischiate di apparire monotoni.

Sui principali quotidiani locali campioni di disinformazione sistematica sulla questione rom (penso a Il mattino, al Roma, a La repubblica o al Corriere del Mezzogiorno), come già all’epoca dei fatti di Ponticelli nel 2008, nulla deve trapelare di questo sotto-testo che si insinua a tratti tra le pieghe della narrazione ufficiale dei fatti, incentrata intorno alla rivolta spontanea degli autoctoni contro i comportamenti scorretti dei “nomadi”.

Intendiamoci: nessuno intende negare che un insediamento spontaneo e senza infra-strutture (acqua, luce, gas, fogne) di 450 persone possa causare dei disagi in termini di impatto ambientale sui territori in cui insiste, ma bisogna considerare che i primi a subire questi disagi sono i propri abitanti del campo, che, fuggendo da gravi situazioni di marginalizzazione sociale e pauperizzazione in Romania, preferiscono vivere in quelle condizioni di degrado estremo, alle periferie delle nostre società (una volta) opulente, piuttosto che morire letteralmente di inedia al paese loro.


In quanto alle accuse di tentato stupro o di tentata sottrazione di minore, appare quanto meno anomalo che sorgano sempre con una tempistica singolare, quando la tensione su di un determinato territorio segna il punto di massima escalation. Come se servisse cogliere uno spunto qualsiasi, montato e presentato ad hoc come casus belli, come occasione pretestuosa per mettere in scena i poteri forti del territorio, municipalità o camorra (in funzione spesso, ahimè, intercambiabile), che intervengono a sgombrare laddove l’istituzione centrale latita o temporeggia.

Una considerazione, che vado esponendo da tempo in varie sedi e occasioni e che costituisce anche il leit-motiv del mio libro del 2011 “A nuie ce dispiace sul’p’’e zoccole – Dieci anni di pogrom ed emergenze umanitarie tra i Rom di Napoli e della Campania”, sul rapporto tra istituzione e potere camorristico locale, mi sembra a questo punto d’obbligo.

Le amministrazioni del centro-sinistra, a Napoli, si sono contraddistinte storicamente per una sostanziale ambiguità e cedevolezza, sulla questione rom, nei confronti dei poteri forti del territorio, la camorra e i comitati anti-nomadi in primis, monopolizzati spesso dalla destra più becera ma anche da un PD a caccia di consensi elettorali, in frenetica rincorsa delle destre sul terreno scivoloso delle fobie xenofobe.


Il ruolo nella vicenda specifica dell’Amministrazione Centrale, la Giunta De Magistris, conferma questa linea di lettura. Un’amministrazione di centro-sinistra che si era proposta come promotrice di una vera e propria rivoluzione civile e democratica a Napoli, fatte salve tutte le ben note difficoltà di rientro dal deficit ereditate dalle passate gestioni, avrebbe dovuto cogliere le numerose sollecitazioni e istanze poste dalla parte sana della società civile sull’esigenza di riconquista dei territori dagli artigli famelici della camorra (chi si ricorda delle promesse elettorali di re-istallare la legalità dello Stato democratico a Ponticelli, dopo la vittoria totale della camorra nel 2008?).

Presentandosi con un volto apparentemente dialogante e rassicurante, il sindaco De Magistris, il vice-sindaco Sodano e l’Assessore alle Politiche Sociali Gaeta, hanno, invece, attraverso il loro colpevole temporeggiamento e impreparazione, prestato il gioco alla canea xenofoba di via del Riposo, sobillata dai soliti quattro fogliacci cittadini, ben sapendo ed essendo stati informati in tempo sulle conseguenze previste e prevedibili della loro mancanza di decisionismo, in merito alle possibili alternative, tutte da costruire, al respingimento in strada dei 450 Rom.

Si è parlato di aree da attrezzare dove riallocare le comunità in questione, si sono incontrati i Rom in ripetute occasioni, strumentalizzando la loro ingenuità e buona fede nei confronti dei nostri buoni propositi illuminati e democratici, ma alla fine l’esito, già scritto in partenza, ha avuto luogo inesorabilmente ed esattamente come da copione.


L’importante era che si sgombrasse l’area, non contava da parte di chi e a che prezzo (addirittura, questa volta, una ditta locale, tale Edilveloce, aveva offerto alla IV Municipalità, nella persona del Presidente A. Coppola, le ruspe gratis et amore Deo, per rimuovere le casupole dall’area abbandonata “spontaneamente” dai Rom nella notte dell’11 marzo scorso).


Ma, e i diretti interessati? Voglio dire quelle persone, quei volti pieni di espressività e di spessore/dolore umano che avevamo imparato a conoscere dal loro arrivo a Napoli, nel 2002-2003? Quei tanti Cristian Iancu, Silvia Costache, Gheorghe Giorgiu, Lupu Marin e compagnia bella, che fine hanno fatto, i diretti interessati? Qualcuno se l’è forse chiesto e ha tentato di darsi una risposta, per quanto parziale e provvisoria?

Parrebbe comico se non fosse in realtà grottesco e surreale sapere che, oggi, mentre l’Amministrazione Centrale e la Municipalità di Poggioreale scandalosamente litigano, rivendicando l’onere e l’onore di buttare giù la baraccopoli fantasma, i nostri compagni e fratelli Rom, lungi dall’essersi volatilizzati nell’atmosfera, si aggirano come animali braccati nei campetti di Napoli e della provincia, vittime di un respingimento invisibile, meno pubblicizzato di quelli aventi luogo nel canale di Sicilia, ma sicuramente non meno doloroso e tragico nelle sue conseguenze umane e sociali.

Sappiamo già come proseguirà la vicenda: abbiamo già assistito a questo spettacolo. Da domani, cioè da quando l’area comincerà a essere bonificata, di quelle persone con le loro storie umane intense e dolenti, non si parlerà più, come se non fossero mai esistite in quella zona. I defunti del vicino cimitero di Poggioreale hanno più diritto a essere ricordati di queste fugaci apparizioni di vivi senza diritto di cittadinanza sul nostro territorio.


Poi pian piano, nel corso dei prossimi mesi e anni, cominceranno ad arrivare le segnalazioni di altri insediamenti spontanei di “nomadi” venuti da chissà dove, in altri quartieri della città. Lentamente sorgeranno anche lì comitati locali anti-nomadi, che solleciteranno la prossime giunta a intervenire drasticamente, per intervenire a rimuovere la baraccopoli. La Giunta, ovviamente, si farà trovare impreparata, dovrà studiare, prendere tempo, etc. etc. Fino a quando l’escalation di tensione raggiungerà il suo acme e allora si ricorrerà a un nuovo episodio pretestuoso per mettere in atto un nuovo sgombero. Fino ad allora, tuttavia, i sinceri (ma sprovveduti e alquanto auto-referenziali) liberals che governano la città, potranno dormire sonni tranquilli: la patata bollente del campo rom di via del Riposo non costituirà più la pietra d’inciampo per i loro velleitari vagheggiamenti di un’utopia completamente sganciata dalla realtà dei fatti: quella di Napoli città accogliente e capitale dei diritti (che, si badi bene, sono sempre universali: o per tutti o per nessuno).


Intanto, a noi, macabri e tristi uccellacci della distopia realizzata (quella sì, concretamente) sui nostri territori dalle devastazioni dell’affarismo criminale, con l’avallo dell’immonda farsa del teatrino borghese della politica, rimane la magra consolazione di evocare il solito e ormai stra-abusato spettro della falsa coscienza, che corrode sempre più dalla base la nostra volontà e capacità di concepirci come una società “civile” nel vero senso della parola.

 

Luisa Ortega Díaz: «Gli USA finanziano la violenza in Venezuela»


da
TeleSUR

Luisa Ortega Díaz, procuratrice generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha illustrato i piani golpisti contro il governo venezuelano di fronte al Consiglio dei Diritti Umani della ONU a Ginevra.

Ha affermato che gli USA finanziano l’acquisto di sostanze esplosive da parte dell’estrema destra venezuelana  per le loro violenze con il denaro richiesto ai legislatori USA “per difendere i diritti umani”. 

«Costoro hanno chiesto denaro. Indubbiamente per finanziare tali azioni violente che sono state realizzate in Venezuela. Per comprare C-4, una sostanza altamente esplosiva. Fino ad ora è stato sequestrato un chilo di C-4», ha dichiarato la Procuratrice durante il suo incontro al Consiglio dei Diritti Umani della ONU a Ginevra (Svizzera).

Gli USA hanno assunto una posizione di ingerenza contro i processi socialisti in America latina, e i suoi legislatori discutono misure per sanzionare i funzionari pubblici del Venezuela. In questo senso, il capo del Comando Sud degli USA, il generale John F. Kelly ha dichiarato ai media internazionali che in Venezuela si è di fronte ad una “catastrofe”.

Il governo venezuelano ha reiterato in diverse occasioni che l’ingerenza di altre nazioni nelle questioni interne del Venezuela, sono provocate dai mezzi di comunicazione della destra internazionale, che cercano di diffondere la sensazione che nel paesi si violino i diritti umani.

La nazione nordamericana si è anche immischiata nel conflitto interno che sta interessando l’Ucraina, al punto di minacciare con un intervento questa nazione se la Russia difende i suoi interessi territoriali dai possibili attacchi con la popolazione alla frontiera della Crimea (Sud dell’Ucraina).

La procuratrice venezuelana si trova a Ginevra con l’obiettivo di smontare, di fronte alla comunità internazionale, il piano mediatico messo in atto contro il Venezuela ed esporre la reale situazione del tentativo golpista che vive il paese sudamericano contro la sue istituzioni democratiche.

 [Trad. dal castigliano a cura di ALBAinformazione]

I ‘guarimberos’ continuano ad assassinare

di Geraldina Colotti – Il Manifesto

Altre tre per­sone uccise dai cec­chini in Vene­zuela, due civili e un agente della Guar­dia nacio­nal boli­va­riana (Gnb). È suc­cesso a Valen­cia, nello stato Cara­bobo, dove con­ti­nuano le gua­rim­bas di oppo­si­zione: bar­ri­cate di legno, cemento, spaz­za­tura, chiodi a quat­tro punte e trap­pole con fil di ferro steso da un lato all’altro della strada.

Agli incendi e alle deva­sta­zioni, i gruppi oltran­zi­sti ora hanno aggiunto gli omi­cidi mirati, e i morti sono 26. Mer­co­ledì, a un mese dalle pro­te­ste stu­den­te­sche con­tro il governo, esplose il 12 feb­braio, si è avuto un picco di vio­lenza a seguito delle mani­fe­sta­zioni di segno oppo­sto che si sono svolte in tutto il paese.

I foco­lai desta­bi­liz­zanti si sono ridotti di numero, ma gli incap­puc­ciati hanno alzato la posta in alcuni bastioni gover­nati dall’opposizione, quella che ha come unico obiet­tivo la «salida», l’uscita del pre­si­dente Maduro. Una stra­te­gia desta­bi­liz­zante spinta a fondo negli stati in cui gli inte­ressi in gioco sono più forti: nel Tachira, al con­fine con la Colom­bia, fron­tiera di con­trab­bando e mano­vre dei para­mi­li­tari colom­biani. Nel Merida, mag­gior cen­tro uni­ver­si­ta­rio e turi­stico dell’ovest vene­zue­lano. O nel Cara­bobo, sede del prin­ci­pale porto che rifor­ni­sce di ali­menti e pro­dotti il paese e impor­tante snodo auto­stra­dale del centro-nord.

A Cara­cas, le gua­rim­bas o le bat­ti­ture di cas­se­ruole (caze­ro­la­sos) sono esplose nei quar­tieri di classe medio alta, gover­nati dai sin­daci di oppo­si­zione in 4 muni­cipi sui 5 che for­mano la capi­tale. Il ful­cro rimane Cha­cao, e la zona di piazza Alta­mira. Un luogo sim­bolo per l’opposizione, che vi ha impo­stato sem­pre le sue azioni più dure: dalle rivolte di 14 mili­tari con­tro Cha­vez, nel 2002, alle gua­rim­bas del 2004, a quelle odierne. Mer­co­ledì è stata assal­tata e deva­stata la Torre bri­tan­nica, che ospita uffici gover­na­tivi e anche fami­glie in dif­fi­coltà, che aspet­tano l’assegnazione di una casa popolare.

La moto di un GNB è stata incen­diata, ma il mili­tare è riu­scito a sal­varsi. Un albero seco­lare è stato dato alle fiamme e l’immagine degli incap­puc­ciati che si gode­vano lo spet­ta­colo, seduti su una pan­china di fronte, indi­cava la distanza side­rale tra que­sta parte del paese e le Com­mis­sioni per la pace isti­tuite dal governo in tutto il Vene­zuela. «Stanno com­met­tendo un eco­ci­dio in tutto il paese», ha denun­ciato un gruppo di depu­tati in parlamento.

Per con­tra­stare un pro­getto di paese che intacca i pri­vi­legi, le classi domi­nanti si sono affi­date a un con­glo­me­rato esplo­sivo: di gruppi nazi-fascisti o impor­tati come La mano bianca o Javu, che sono l’equivalente locale dei gruppi a guida Cia come Otpor, visto all’opera durante le rivolte nella ex Jugo­sla­via e anche nelle «pri­ma­vere arabe»; di mano­va­lanza cri­mi­nale (pagata con l’equivalente del sala­rio minimo per una set­ti­mana) o «casi­ni­sti» di vario tipo, venuti a sfo­garsi, secondo l’invito degli ideo­lo­ghi delle gua­rimbe. Vi sono, però, anche resi­dui di un gruppo armato degli anni ’60 come Ban­dera Roja che, dopo un ini­ziale appog­gio al cha­vi­smo, ha deciso di cam­biare casacca per pro­blemi di pol­trone: e ora tenta di trarre van­tag­gio dal disor­dine, in un’improbabile larga intesa di segno ever­sivo. Non se la pren­dono con le cli­ni­che pri­vate, ma con le infra­strut­ture medi­che gra­tuite, di cui tutti si ser­vono, gestite dai medici cubani.


Distrug­gono le case popo­lari in costru­zione, le strut­ture del Metro, aggre­di­scono i lavo­ra­tori e i pic­coli com­mer­cianti, bru­ciano i camion di ali­menti e svuo­tano quelli di carburante.


Il 12 marzo, la destra ha cer­cato di nuovo lo scon­tro di piazza tra gli stu­denti del suo campo e quelli cha­vi­sti, che hanno sfi­lato nella capi­tale. La poli­zia ha impe­dito il con­tatto con scudi e lacri­mo­geni. In un incon­tro con gli stu­denti, che non hanno lesi­nato cri­ti­che ma hanno avan­zato pro­po­ste, alla noti­zia di altri morti, Maduro ha però annun­ciato «misure dra­sti­che con­tro tutti quei set­tori che stanno attac­cando il popolo o ammaz­zan­dolo». Intanto, pro­se­guono i lavori delle Com­mis­sioni per la pace, messe in campo in tutto il paese tra governo e opposizione.

Dal Cile, dove si sono riu­niti i 12 mini­stri degli Esteri, l’organismo regio­nale ha riba­dito l’appoggio al governo legit­timo del Vene­zuela, ha respinto minacce e inge­renze esterne, e ha invi­tato al dia­logo «tutti i demo­cra­tici». Pre­cisa, al riguardo, la dichia­ra­zione della pre­si­dente cilena, Michelle Bache­let: «Non appog­gerò mai azioni con­tro un governo legit­timo, eletto demo­cra­ti­ca­mente». Il segre­ta­rio di Stato Usa Kerry, è invece tor­nato a minac­ciare «san­zioni» se il «dia­logo» auspi­cato da Washing­ton fallisce.

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