ALBA, maestra contro le guerre: una breve storia

e8b8c-logo_alba_tcpdi Marinella Correggia

Sommario. Breve storia di come i paesi dell’Alba (Alleanza bolivariana per la nostra America) e in particolare Venezuela e Cuba costituiscono un gruppo di Stati “Amici della pace” che si contrappongono agli “Amici della guerra” (fra i quali spicca l’Italia, con altri membri Nato e le petromonarchie…). L’Onu – se non fosse dominato da poche potenze – dovrebbe nominare l’Alba “Negoziatore speciale nei conflitti”

 

«Non vi è sviluppo senza pace. Bandiamo per sempre l’uso della forza e la minaccia dell’uso della forza nella regione» ha dichiarato il 29 gennaio 2014 il presidente cubano Raul Castro, a conclusione del Secondo vertice dei 33 paesi della Celac (Comunità degli Stati dell’America latina e dei Caraibi) che, con la Dichiarazione dell’Avana, facendola finita con una politica di divisioni fomentata dagli Usa, pone la solidarietà come base per l’integrazione e si impegna a fare della regione una «zona di pace, che usa il dialogo e il diritto internazionale, non i conflitti armati, per risolvere i contenziosi».

 

Mentre altri blocchi di paesi si distinguono per essere “amici della guerra”, e delle destabilizzazioni per fini geopolitici, o per ignavia, Cuba e gli altri paesi dell’Alleanza Alba hanno una consolidata storia di militanza contro l’incubo della guerra. Opporvisi è un «dovere internazionalista».  Cuba non ha mai creduto ai pretesti della «guerra giusta», dell’«intervento umanitario», più recentemente chiamato «responsabilità di proteggere», veicolati dai governi egemoni e dalla «dittatura mediatica» (definizione del Comandante) per occultare davanti alle rispettive opinioni pubbliche motivazioni ben meno nobili.

A partire dalla sua prima elezione nel 1998, il presidente venezuelano Hugo Chávez si unisce all’asse della pace, seguito poi dai successivi membri dell’Alba, e in particolare dal Nicaragua e dalla Bolivia. Nel frattempo lo stesso Movimento dei paesi non allineati, e l’Urss, poi Russia, mantenevano un atteggiamento altalenante e incerto.

Non hanno mai vinto un premio Nobel per la pace, i paesi dell’Alba potrebbero essere nominati dalla «comunità internazionale» un «pool di pronto intervento per la pace». E legittimamente, di fronte agli esiti orrendi degli interventi «umanitari» potrebbero dire: «Ve l’avevamo detto». Ma ecco una cronologia.

29 novembre 1990, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva la risoluzione 678 che autorizza gli stati membri a usare  «tutti i mezzi necessari» per ottenere che l’Iraq si ritiri dal Kuwait che ha occupato. L’ultimatum è fissato per il 15 gennaio 1991. E’ in pratica l’autorizzazione legale alla cosiddetta «operazione di polizia internazionale». I membri non permanenti del Consiglio, africani, latinoamericani e asiatici, sono oggetto di un massiccio acquisto di voti da parte soprattutto degli Usa. Solo due paesi osano votare no: Cuba e Yemen. Per ritorsione, l’Arabia Saudita espelle tutti i lavoratori yemeniti, mentre Usa e Banca mondiale cancellano i programmi di aiuto. La Cina si astiene. Anche l’Unione sovietica di Gorbaciov vota a favore. L’ultimo a cercare di mediare, con un viaggio in extremis a Baghdad, è il presidente nicaraguense Daniel Ortega. Niente da fare, il mondo è sordo. La guerra inizia a suon di bombe nella notte fra il 16 e il 17 gennaio: uno spartiacque nella storia moderna. Una guerra devastante, che uccide decine di migliaia di civili, centinaia di migliaia di militari iracheni e distrugge le infrastrutture del paese.

Iraq embargo, 1991-2003. L’Iraq distrutto dai bombardamenti è stretto nella morsa dell’embargo. Manca tutto. In un ospedale di Baghdad, sparute (e inutili) delegazioni di pacifisti si vedono accogliere, con un certo stupore, da un medico cubano di origine palestinese, Anuar, che a costo zero per l’Iraq, aiuta i colleghi locali nell’emergenza del dopoguerra. Anni dopo, l’internazionalismo di Cuba viaggerà con le sue brigate mediche, mandate negli epicentri del bisogno. Nell’agosto 2000, il neopresidente venezuelano Hugo Chávez, in visita nei paesi arabi dell’Opec, va in Iraq, il primo presidente a visitare il paese dal 1991, Si attira gli strali degli Usa perché… non ha chiesto il consenso del Comitato per le sanzioni che si occupa dell’oil for food. Una visita di rottura in un paese piegato.

Jugoslavia 1999. Sul quotidiano Granma, il 25 marzo 1999 – la guerra della Nato contro la Serbia è iniziata da pochi giorni, senza il consenso dell’Onu  – Cuba condanna la «ingiustificata aggressione contro la Jugoslavia, capeggiata dagli Stati uniti». Pochi giorni dopo Fidel Castro invita quelli che chiama «jugoslavi» (ma ormai il paese è smembrato da un pezzo) a «resistere, resistere e resistere». Lo ricorderà anni dopo nel suo articolo Le guerre illegali dell’impero (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2007/10/01/las-guerras-ilegales-imperio/) parlando di un «unipolarismo oltraggioso, sostenuto da un impero guerrafondaio, che si erge a polizia mondiale»Il 21 febbraio 2008, Hugo Chávez spiega che il Venezuela non riconoscerà un Kosovo indipendente, al quale l’Occidente applaude, avvertendo che la separazione dalla Serbia peggiorerà la situazione nei Balcani e sarà un pericoloso precedente: una secessione nata da una guerra Nato.

Afghanistan 2001. Il 23 settembre 2001 Fidel Castro avverte che attacchi militari Usa sull’Afghanistan potrebbero avere conseguenze catastrofiche e  dichiara l’opposizione di Cuba sia alla guerra che al terrorismo. In vari discorsi, dichiarazioni e documenti dell’epoca (raccolti nel libretto pubblicato all’Avana Cuba: contra le terrorismo y contra la guerra),  il presidente il 22 settembre avvertiva che la tragedia dell’11 settembre non doveva essere servire «a iniziare irresponsabilmente  che con il singolare e strano titolo ‘Giustizia infinita’ potrebbe convertirsi in una mattanza di altrettanti innocenti»e commentava nei dettagli le parole pronunciate poco prima da Bush («Useremo qualunque arma di guerra (…), guerra di civiltà (…) Dio non è neutrale»Per Castro, era «l’idea di una dittatura militare mondiale, senza legge», mentre una soluzione pacifica era ancora possibile e che l’Assemblea dell’Onu poteva condurre questa lotta al terrorismo, senza bombe. Ricordava anche che «già si contano le vittime: milioni di persone che fuggono»Pochi giorni dopo iniziano i bombardamenti Usa sulle capanne afghane. E Fidel Castro in un editoriale scrive: «una guerra delle tecnologie più sofisticate contro gli analfabeti; dei più ricchi contro i più poveri; degli ex colonizzatori contro i colonizzati; dichi si considera portatore di civiltà contro i barbari»Una guerra  «a favore del terrorismo, che diventerà più difficile da sradicare».  Guerra infinita: anni dopo, nel 2009, Fidel spiega che il ritiro del premio Nobel per la pace da parte di Barack Obama è stato un «atto cinico» visto il continuo impegno di guerra in Afghanistan «noncurante delle vittime»,  e visto che gli Usa sono «una super potenza imperiale con centinaia di basi militari dispiegate in tutto il mondo e duecento anni di interventi bellici» (http://it.cubadebate.cu/fidel-riflessioni/2009/12/09/obama-non-era-obbligato-ad-un-atto-cinico/). 

Iraq 2003. Alla vigilia della nuova guerra annunciata, quasi tutti gli ambasciatori e relativi staff fuggono di gran carriera. Non i cubani.  L’ambasciatore e parte dello staff rimangono là, sotto le bombe anglo-statunitensi con l’aiuto italiano. Per lo sparuto gruppo dei pacifisti internazionali dell’Iraq Peace Team, quell’ambasciata è un’isola di pace, dove si prende un caffè preparato dal vice ambasciatore e si inveisce contro chi bombarda. L’ambasciatore Ernesto Gomez Abascal lascia il paese in aprile, all’arrivo dei marines. L’ambasciata chiude, mentre quelle occidentali riaprono: «Non riconosciamo gli occupanti». Oltre dieci anni dopo, quell’ambasciatore di fronte alla guerra mediatica che colpisce il Venezuela ricorda che al tempo i media si piegarono alla campagna di menzogne alla quale si fece ricorso prima dell’invasione. Solo dopo troppo tardi alcuni di loro fecero autocritica. E comunque oggi i dirigenti politici e soprattutto le grandi potenze, pianificano l’inizio delle ostilità proprio ricorrendo a istituzioni specializzate in guerre mediatiche.

Per il vicepresidente venezuelano José Vicente Rangel, la guerra è «il collasso dell’intelligenza e dell’immaginazione e il conflitto crea una situazione molto particolare e molto inquietante nel mondo (…) il diritto alla pace non può essere subordinato a quello che alcuni considerano un diritto alla guerra».

Il 3 agosto 2006, Chávez rompe le già parziali relazioni diplomatiche con Israele espellendo l’incaricato d’affari in segno di protesta contro la guerra al Libano.

Libia, 2011. Il caso libico vede il Venezuela, Cuba e gli altri paesi dell’Alba protagonisti di uno sforzo negoziale per bloccare la guerra della Nato e impegnate a dire molti no a livello dell’Onu. Fidel Castro dedica molte delle sue «reflexiones del compañero Fidel» alla Libia fin dai primissimi giorni (il 21 febbraio). Sottolineando la necessità di indagini più rigorose rispetto al diluvio di notizie di ogni tipo, centrate sull’eccidio di migliaia di manifestanti pacifici (che si scoprirà poi non avvenuto), egli spiega che al governo degli Usa e alla Nato non interessa affatto la pace nel paese nordafricano e avverte che la guerra è imminente. A Ginevra, Cuba è membro di turno del Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Il 25 febbraio, si dissocia dalla richiesta da parte del Consiglio stesso di sospendere la Libia, anch’essa membro di turno.  Cuba – come il Venezuela che non è però membro di turno del Consiglio – dice no anche alla risoluzione senza precedenti dell’Assemblea generale, che il 1 marzo sospende la Libia dal Consiglio per i diritti umani. Cuba sostiene una «risoluzione sovrana e pacifica del conflitto, senza alcun intervento esterno, tanto più se militare, che porterebbe migliaia di morti». Nelle stesse ore,  il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez interviene all’Onu a Ginevra sull’ipocrisia delle potenze, chiedendosi cosa deciderà Consiglio di Sicurezza (che il 26 febbraio ha imposto sanzioni alla Libia) rispetto a chi ha ucciso oltre un milione di civili in Iraq e Afghanistan; e chiede al Consiglio per i diritti umani se sarebbe pronto a sospendere gli stati che scatenano guerre, o mandano in giro droni, o che somministrano aiuti a paesi che violano i diritti dei popoli, come in Palestina.

Il 3 marzo (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2011/03/03/la-guerra-inevitable-de-la-otan/) Fidel Castro chiede al mondo di sostenere la proposta negoziale per la Libia avanzata dal presidente venezuelano Hugo Chávez, appoggiata ufficialmente dai paesi dell’Alba: «Il presidente bolivariano sta facendo uno sforzo encomiabile per trovare una soluzione che eviti l’intervento della Nato in Libia. Le sue possibilità di successo saranno maggiori se egli otterrà l’appoggio di un ampio movimento di opinione a favore dell’idea, prima che si verifichi l’intervento armato e non dopo, per evitare che i popoli debbano veder ripetere altrove l’atroce esperienza dell’Iraq».

La proposta dell’Alba rispetto alla Libia (paese nel quale proprio nel 2011 doveva svolgersi un incontro afro-latinoamericano) è stata elaborata fin dagli inizi di marzo: “Formare una Commissione internazionale per la pace e l’integrità della Libia” (http://aporrea.org/venezuelaexterior/n176027.html). Hugo Chávez ha seguito alla lettera il diritto internazionale che chiede prima di tutto di negoziare (“un anno di negoziati è meglio di un giorno di guerra” disse Alex Langer): “Il governo libico ha accettato la proposta dell’Alba di inviare una commissione internazionale per la verifica dei fatti e la mediazione fra le parti; anzi, il governo libico ha chiesto una missione della stessa Onu”.  Dice il presidente bolivariano: «In Libia dobbiamo mostrare come la comunità internazionale dovrebbe lavorare nel XXI secolo: un gruppo di nazioni che si assume la responsabilità di sfide globali. E’ questo l’obiettivo stesso delle Nazioni Unite. Dunque ogni nazione qui presente deve essere orgogliosa di essere riuscita a salvare vite innocenti in Libia e di aver aiutato il popolo libico. E’ la cosa giusta da fare». Chávez sostiene che «gli Stati Uniti – seminatori di guerre nel mondo – e i paesi occidentali fomentano le guerre civili fra i popoli, bombardano, distruggono e poi si appropriano del paese che a loro conviene». Secondo il Psuv (Partito socialista del Venezuela) e il presidente, il Medio Oriente è panorama di due fenomeni ben differenti l’uno dall’altro: da un lato delle vere rivolte popolari (Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein) contro monarchi e presidenti autoritari amici dell’occidente, dall’altro delle operazioni politico-militari finalizzate ad attuare un cambio di regime e spacciate per «protezioni dei civili e dei diritti umani» attraverso un’opera di santificazione degli oppositori e di demonizzazione dei governi di Libia e Siria (http://barbarameoevoli.wordpress.com/2012/06/04/chavez-e-psuv-in-libia-e-siria-non-vi-e-stata-una-primavera-araba/)

Il 4 marzo a Caracas il Consiglio Politico dell’Alba-Tcp appoggia ufficialmente l’iniziativa per evitare l’aggressione e «trovare una soluzione pacifica al conflitto armato in corso (…) rifiutando qualunque tipo di intervento della Nato o di potenze straniere così come tutte le intenzioni di approfittare opportunisticamente della tragica situazione per giustificare una guerra di conquista verso le risorse energetiche e idriche che sono patrimonio del popolo libico e non possono essere utilizzate per soddisfare la voracità del sistema capitalista. L’Alba si appella all’opinione pubblica internazionale e ai movimenti sociali del mondo perché si mobilitino in risposta ai piani bellici e intervisti in Libia». Il 20 marzo, 40 partiti della sinistra latinoamericana riuniti per una conferenza appoggiano la proposta dell’Alba. In Italia la redazione della rivista ALBAinformazione rilancia l’appello ai movimenti sociali e all’opinione pubblica, in nome “della vita, della sovranità e dell’autodeterminazione del popolo libico”. La sinistra occidentale, cioè dei paesi destinati a bombardare, non aiuta l’Alba. Rimane più che muta.

Che sarebbe successo se i paesi latinoamericani  fossero riusciti a trascinare la titubante Unione Africana, formata da 52 stati, e poi i membri non occidentali di turno al Consiglio di Sicurezza fra i quali Cina e Russia, dotate di diritto di veto? Una specie di attivissimo cartello allargato di non allineati avrebbe isolato nel Consiglio di Sicurezza e fuori Francia, Usa e Gran Bretagna impedendo un attacco della Nato gendarme internazionale. I media non avrebbero potuto ignorare le azioni popolari di massa né un negoziato condotto da un centinaio di stati (da Antigua e Barbuda alla Cina!), e corredato da “pezze giustificative”: la prova, portata dalla commissione internazionale, che non esisteva il “massacro di civili libici” da parte del governo, e le prove che esistevano interessi egoistici molto forti a favore dell’intervento militare.  

Nel corso dei bombardamenti Nato, è Rolando Segura, giornalista cubano della venezuelana Telesur, uno fra i pochi che a Tripoli si discosta dall’esaltazione mediatica della guerra e della «rivoluzione. E mentre cadono le bombe Fidel definisce le operazioni Nato «un crimine mostruoso», e l’operato aggressivo della Nato nel mondo un«genocidio» (http://www.cubadebate.cu/reflexiones-fidel/2011/10/24/el-papel-genocida-de-la-otan/). Il presidente boliviano Evo Morales chiede che Obama restituisca il premio Nobel. E invece, sarà un altro partecipante alla guerra in Libia, l’Unione europea, a essere insignita. Nel 2012. 

Per tutto il periodo della guerra Nato, a Tripoli le ambasciate di Cuba e del Venezuela rimangono aperte, con gli ambasciatori presenti. Settembre 2011, mentre gli alleati locali della Nato stanno vincendo in Libia, il presidente Hugo Chávez commenta duramente i fatti chiedendo una commissione internazionale di indagine sui crimini di guerra.

Siria 2011-2013.  All’ ingerenza anche armata nella crisi siriana, trasformata così in una guerra devastante, Cuba, Venezuela, Bolivia e  Nicaragua hanno detto no in sede Onu in molte circostanze, quasi in solitudine, sia all’Assemblea dell’Onu sia al Consiglio dei diritti umani. Come faceva notare Chávez: «La tattica è la stessa usata per la Libia: infiltrare terroristi e mercenari con l’obiettivo di destabilizzare il paese, generare violenza, sangue e morti e far cadere il governo inviso agli Stati Uniti»; e mentre Europa e Usa imponevano sanzioni al paese, il Venezuela mandava carburante (come agli statunitensi poveri e a molti paesi…).   Se a New York i paesi contrari a risoluzioni bellicose e interventiste in più occasioni sono stati solo una dozzina (insieme all’Alba, pochi Stati del Sud e poi Russia Cina e Iran), al Consiglio di Ginevra quando Cuba prima e Venezuela poi sono stati membri di turno (dal 2014 lo sono entrambi), hanno votato in perfetta solitudine salvo qualche astenuto contro risoluzioni e rapporti sulla Siria, come quelli della Commissione Coi pieni di notizie non verificate, o provenienti da fonti non neutrali rispetto alle responsabilità. Senza timore di essere additati a nemici del demonio (come ha fatto ad esempio Human Rights Watch nel suo rapporto di dicembre 20’13 sul Venezuela).

Non viene accettata la proposta dell’Iran di inserire il paese bolivariano nel quartetto di potenze regionali che malamente si consultano sulla Siria (Egitto, Iran, Arabia Saudita, Iraq).

All’apice della propaganda internazionale, nel giugno 2012, l’ambasciatore di Cuba a Ginevra  dopo il massacro di Houla dichiara: « (…)  Il più elementare senso di giustizia deve impedire che si attribuiscano responsabilità a partire da semplici insinuazioni di parti interessate a promuovere la destabilizzazione e l’intervento militare straniero in Siria, per i quali i paesi della Nato dedicano notevoli risorse, finanziando e armando un’opposizione che soddisfi le loro ansie di cambio di regime in questo paese (…). La condotta di alcuni membri della Nato nella regione dell’Africa del Nord e del Medio Oriente, i loro ingiustificabili bombardamenti, i crimini contro i civili indifesi e il silenzio complice di fronte alle azioni d’Israele contro il popolo palestinese, sostengono le tesi che non è precisamente la promozione e la protezione dei diritti umani la legittima motivazione del dibattito che oggi ci occupa».

Evo Morales, presidente della Bolivia, durante il suo discorso all’assemblea dell’Onu (http://actualidad.rt.com/actualidad/view/106798-morales-onu-bolivia-siria) propone la creazione di un tribunale dei popoli «per giudicare il presidente Obama per delitti contro l’umanità» e il cambio della sede dell’Onu «il cambio della sede dell’Onu visto che gli Stati uniti sono rifugio di corrotti, terroristi e delinquenti». Aggiungendo che «le democrazie non fanno guerra» e che «il terrorismo si combatte con le politiche sociali, non con le basi militari».

A proposito: nel settembre 2009 l’Ecuador ha sfrattato quella statunitense di Manta.

Nell’estate 2013, come riporta  Le Monde diplomatique del mese di agosto, Evo Morales sequestrato per alcune ore in Europa con il suo aereo lancia una filippica contro le nazioni oligarchiche, monarchiche e gerarchiche: «Il marchio indelebile dell’imperialismo – militare o economico – ha sfigurato l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Siria. Alcuni di questi paesi sono stati invasi perché li si sospettava di detenere armi di distruzione di massa o di ospitare organizzazioni terroriste. Paesi nei quali migliaia di esseri umani sono stati uccisi, senza che la Corte penale internazionale abbia intentato il minimo processo».

Alla fine di agosto in seguito all’attacco con le armi chimiche a Ghouta (è sempre più chiaro che la responsabilità grava su gruppi armati antigovernativi), davanti all’imminente guerra in Siria, Fidel Castro avverte del «genocidio contro i popoli arabi» che Usa e alleati si stanno preparando a compiere, con «menzogne, manipolazioni mediatiche e una prolungata impunità già viste nelle operazioni in Kosovo, Iraq, Afghanistan e Libia».

Cuba propone una riunione straordinaria dell’Assemblea generale dell’Onu per fermare la guerra di Obama & C. In un comunicato ufficiale, il ministro degli esteri Bruno Rodriguez Parrilla chiede al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di «tener fede al mandato di tutela della pace, frenando un intervento militare che minaccia la pace e la sicurezza internazionale in questa regione del mondo». Ma dall’altro, «anche l’Assemblea generale dell’Onu ha la responsabilità di fermare le aggressioni, soprattutto quando si prevede che il Consiglio di Sicurezza, dominato dagli Usa, non possa decidere in tal senso. L’Assemblea deve riunirsi con urgenza. Il Segretario generale dell’Onu deve rispondere all’immensa responsabilità che gli compete rispetto alla pace e deve attivarsi immediatamente». Nel 1956 l’Assemblea generale costrinse Francia, Regno unito e Israele a ritirarsi da canale di Suez. E anche durante la crisi coreana l’Assemblea si riunì d’urgenza.

Il governo di Cuba chiede ai governi e ai popoli la massima mobilitazione contro gli intenti bellicosi di Barack Obama il quale «non dà spazio ad alcuna soluzione politica, non presenta prove, viola il diritto internazionale e si prepara a provocare più morte e distruzione». Sarà l’accordo sullo smantellamento dell’armamento nucleare a creare una scappatoia per Obama.

Pace, diritto umano! Nel giugno 2013 il Consiglio per i diritti umani dell’Onu, con sede a Ginevra, approva un documento favorevole alla codificazione internazionale del diritto alla pace, finora non riconosciuto. La pace come diritto umano. La proposta, boicottata dall’Unione Europea e dagli Usa, è stata presentata da Cuba a nome della Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac), come primo atto presso l’Onu da parte del nuovo blocco. Il Venezuela, dal 2013 membro di turno del Consiglio per i diritti umani, lavora da tempo insieme a Cuba per questo progetto.

Venezuela, 26 febbraio 2014.  In piena crisi generata dalle violente proteste degli “studenti” nei quartieri ricchi, il presidente Nicolás Maduro inaugura una inedita Conferencia de Paz, che diventa permanente e si propone allo stesso tempo di realizzare Conferencias de Paz regionali. Fra le proposte viene approvata una “Commissione per la Verità”, per ricercare i responsabili degli assassini a partire dal 12 febbraio del 2014. Del resto il governo bolivariano ha mandato a scuola di pacifismo e diritti umani forze dell’ordine e corpi militari.

 

Washington: l’unica città dove i ‘guarimberos’ raccolgono ampio sostegno

di Mark Weisbrot – The Guardian/AVN

Caracas, 22mar2014.- La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una «campagna di terrore».

Le immagini forgiano la realtà, ciò che danno alla televisione, i video e perfino le fotografie un potere con il quale possono scavare profondamente nella mente delle persone, senza che nemmeno esse se ne rendano conto. Pensavo di essere immune ai ripetitivi ritratti del Venezuela come Stato fallito nel mezzo di una ribellione popolare. Ma non ero preparato per quello che ho visto a Caracas questo mese: perché poco della vita quotidiana sembrava essere coinvolto nelle proteste, la normalità che regna nella grande maggioranza della città. Anche io ero stato ingannato dall’immagine mediatica.

Grandi media hanno riportato che i poveri in Venezuela non si sono uniti alle proteste della opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non si tratta solo del fatto che i poveri non si sono uniti alle manifestazioni di protesta – a Caracas, sono quasi tutti a non essersi uniti, eccetto in poche aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti scatenano in battaglie notturne con le forze della sicurezza, lanciano pietre e bombe molotov e scappano dal gas lacrimogeno.

Camminando dal quartiere della classe lavoratrice Sabana Grande fino al centro della città, non ci sono segnali che il Venezuela sia sul bordo di una “crisi” che richieda l’intervento della Organizzazione degli Stati Americani (OSA), nonostante ciò che afferma John Kerry. Anche la Metro lavora molto bene, pur se non ho potuto scendere alla stazione di Altamira, dove i ‘ribelli’ avevano organizzato la propria base di operazioni fino a quando questa settimana non sono stati sgomberati.

Sono riuscito a vedere le barricate la prima volta a Los Palos Grandes, un’area di classe alta dove i manifestanti, qui sì, hanno sostegno ed i vicini inveiscono contro chiunque cerchi di rimuovere le barricate – cosa rischiosa da fare (almeno quattro persone probabilmente sono morte per colpi di arma da fuoco per averci provato). Ma anche qui, sulle barricate, la vita era piuttosto normale, se non fosse per il traffico intenso. Il fine settimana, Parque del Este era pieno di famiglie e di gente impegnata a fare jogging sudando per il gran caldo, 32 gradi centigradi – prima di Chávez, si pagava per entrare e gli abitanti, secondo quello che mi è stato riferito, erano piuttosto infastiditi perché ai più poveri era permesso entrare gratis. I ristoranti la notte continuano ad essere pieni.

Viaggiare aiuta a verificare la realtà un po’ di più, ovviamente, ed io ho visitato Caracas principalmente per recuperare informazioni sulle questioni economiche. Sono venuto piuttosto scettico rispetto a quanto si racconta, di ciò che quotidianamente viene riportato nei media, relativamente al fatto che la mancanza di approvvigionamento dei prodotti fondamentali fosse la causa delle proteste. La gente alla quale la mancanza di reperibilità dei prodotti alimentari crea maggiori problemi, ovviamente, sono i più poveri e le classi lavoratrici. Ma gli abitanti di Los Palos Grandes e Altamira, dove ho visto vere proteste, hanno la servitù che fa la fila per loro allo scopo di rimediare quello di cui hanno bisogno ed hanno introiti e spazi per accumulare alcuni stock.

Questa gente non sta certo soffrendo – le cose per loro vanno molto bene. I loro guadagni sono non poco aumentati da quando il governo di Chávez ha preso il controllo dell’industria petrolifera un decennio fa. Hanno persino un notevole appoggio da parte del governo: chiunque abbia carte di credito (non certo i poveri ed i milioni di lavoratori) ha diritto a 3.000 dollari l’anno, ad un tasso di cambio sussidiato. Dopodiché, possono vendere i dollari sei volte più cari di quanto li hanno pagati, la qual cosa significa un sussidio annuale multimilionario in dollari per i privilegiati – nonostante ciò costoro sono proprio quelli che ingrossano le truppe di base della sedizione.

La natura di classe di questa lotta è sempre stata cruda ed irrefutabile, oggi più che mai. Camminando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per il primo anniversario della morte di Chávez, il 5 marzo, si vedeva un mare di venezuelani lavoratori, decine di migliaia. Non avevano vestiti di lusso né scarpe da 300 dollari. Palese contrasto con gli scontenti di Los Palos Grandes, che vanno in giro con fuoristrada Grand Cherokee da 40 mila dollari con su scritto sui parabrezza lo slogan del momento: SOS VENEZUELA.

Per quanto si riferisce al Venezuela, John Kerry sa bene da che lato della guerra di classe stare. La settimana scorsa, proprio quando ero in partenza, il Segretario di Stato degli USA ha incrementato la sua scarica di retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolás Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il suo popolo”. Kerry ha anche minacciato di appellarsi alla Carta Democratica Interamericana dell’OSA contra il Venezuela, e ha minacciato di applicare sanzioni.

Farsi forza sulla Carta Democratica contro il Venezuela equivale quasi a minacciare Vladimir Putin con un voto dell’ONU sulla secessione della Crimea. Forse Kerry non se n’è reso conto, ma solo pochi giorni prima della sua minaccia, la OSA ha votato una risoluzione che Washington ha avanzato contro il Venezuela e gli ha voltato le spalle, esprimendo la “solidarietà” dell’organismo regionale al governo di Maduro. Ventinove paesi hanno approvato e solo i governi di destra di Panamá e Canadá hanno sostenuto gli USA.

L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA applica di fronte «all’interruzione incostituzionale dell’ordine democratico di uno Stato membro» (come il golpe militare del 2009 in Honduras, il quale Washington ha aiutato a legittimare, o il golpe militare del 2002 in Venezuela, che ha contato con l’appoggio anche maggiore del governo USA). Dopo questo recente voto, la OSA potrebbe invocare la Carta Democratica a maggior ragione contro il governo degli USA, per la morti di cui sono responsabili i suoi droni ai danni di cittadini statunitensi senza alcun processo, invece che contro il Venezuela.

La retorica della «campagna del terrore» di Kerry è allo stesso modo separata dalla realtà  e come era da aspettarsi ha provocato una risposta equivalente del Cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry un “assassino”. Questa è la verità sulle accuse mosse da Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, risulta che ci sono stati più vittime a causa dei manifestanti che per mano delle forze di sicurezza. Secondo i dati riportati dal CEPR (Centro de Investigación en Economía y Política) durante gli ultimi mesi, oltre a coloro che sono stati assassinati nel tentativo di rimuovere le barricate approntate dai manifestanti, si sospetta che almeno sette persone sono morte a causa degli ostacoli frapposti dai manifestanti – includendo in questa lista un motociclista decapitato con un filo d’acciaio collocato di traverso sulla strada  – e cinque ufficiali della Guardia Nacional sono stati assassinati.

Rispetto alla violenza esercitata da parte di corpi di sicurezza, si presume che tre persone potrebbero essere morte a causa dell’intervento della Guardia Nacional o altre forze di sicurezza – inclusi due manifestanti ed un attivista che appoggiava il governo. Alcuni accusano il governo per altri tre morti per mano di civili armati; in un paese con una media di oltre 65 omicidi al giorno* è probabile che questa gente agisca per proprio conto.

Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, incluso per alcuni degli omicidi. Questa non è una «campagna di terrore».

Allo stesso tempo, è difficile trovare una denuncia seria sulla violenza tra i più importanti leaders della opposizione. Secondo i dati dei sondaggi, le proteste sono rigettate in gran misura in Venezuela, anche se dall’estero sono più accettate quando sono presentate come “proteste pacifiche” da gente come Kerry. I sondaggi suggeriscono persino che la maggioranza dei venezuelani vedono queste proteste per quello che sono: un intento di far cadere un governo eletto.

La politica interna della posizione di Kerry è piuttosto semplice. Da un lato, ha la lobby cubano-americana della destra in Florida ed il suoi alleati neo-conservatori gridano a favore dell’abbattimento del governo. A sinistra dell’estrema destra, bhé, non c’è nulla. A questa Casa Bianca le importa molto poco dell’America Latina e non ci sono conseguenze elettorali per far sì che la maggioranza dei governi dell’emisfero provi molestia per Washington.

Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela collasserà e che ciò porterà a che alcuni Venezuelani non ricchi contro il governo nelle strade. Ma la situazione economica in realtà si sta stabilizzando – l’inflazione mensile si è abbassata a febbraio ed il dollaro del mercato parallelo è drasticamente diminuito di fronte alle notizie che il governo sta introducendo un nuovo tasso di cambio funzionale al mercato. I buoni sovrani del Venezuela hanno registrato un rendimento del 11,5% dall’11 febbraio (il giorno che sono iniziate le proteste) al 13 marzo, il più alto rendimento secondo l’indice dei buoni dei mercati emergenti di Bloomberg. Verosimilmente le difficoltà di approvvigionamento si ridurranno via via nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Come è ovvio, questo è esattamente il principale problema dell’opposizione: le prossime elezioni ci saranno tra un anno e mezzo e per quella data, i problemi economici e l’inflazione che sono aumenti tanto negli ultimi 15 mesi si saranno alleviati. In tal senso, è probabile che l’opposizione perderà le elezioni legislative, così come ha perso quasi tutte le elezione negli ultimi 15 anni. La loro attuale strategia insurrezionale, però, non sta aiutando la loro causa: sembra che le proteste abbiano avuto come risultato la divisione dell’opposizione ed hanno favorito l’unità dei chavisti.

L’unico posto dove l’opposizione ha raccolto un ampio sostengo pare essere Washington.

* Secondo l’articolo di Luis Britto García, “La violencia en Venezuela”, le cifre sulla questione sicurezza provengono dalla Encuesta Nacional de Victimización y Percepción de Seguridad Ciudadana 2009, (Caracas, mayo 2010) realizzata dall’INE, che tra altre incongruenze “ha percepito” che quell’anno 21.132 omicidi sono stati causa solo di 19.113 vittime, cosa che ha portato ad un esorbitante tasso “percepito” di 75,08 omicidi ogni 100.000 abitanti. Il Ministro del Potere Popolare per la Giustizia e la Pace, Rodríguez Torres ha dichiarato che al 28 dicembre 2013 il tasso reale era di 39 ogni 100.000 abitanti (AFP). Per un miglior approfondimento del fenomeno si consiglia anche Dario Azzellini: http://www.aporrea.org/actualidad/a183626.html
http://www.azzellini.net/es/node/235

[Si ringrazia il Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci” di Caracas per la segnalazione. Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia – testo tradotto dall’inglese a cura di AVN]

Napoli: Gnisci Bruno, premio Nobel per la pace elogia la Rivoluzione Bolivariana

web

Carlos Abreu, Marnoglia Hernandez Groeneveldt e Francisco Gnisci Bruno

da TeleSUR

«Mi congratulo con il Venezuela in quanto è l’unico paese che attualmente si batte per un mondo di pace», ha affermato Gnisci Bruno* sul processo avviato dal Comandate Hugo Chávez.

Napoli, 16mar2014.- Lo psicologo infantile italiano-argetino, Francisco Bruno Gnisci, Premio Nobel per la Pace nel 1985 e Premio Unesco per l’Educazione alla Pace, ha espresso la sua solidarietà al governo bolivariano e alla costruzione del socialismo nel XXI secolo, su base pacifica.

Presso la sede del Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli (Italia), Bruno Gnisci ha illustrato un’analisi scientifica spiegando le caratteristiche del processo in Venezuela.

Ha affermato che è necessario che le differenze non portino alla violenza, poiché la pace è la poesia della convivenza.

Con la presenza del responsabile generale ad interim del Consolato, Carlos Abreu Colmenares e la Console di seconda, Marnoglia Hernández Groeneveledt, il premio Nobel, ha sottolineato che l’unico modo per affrontare le contraddizioni e le azioni violente dell’opposizione, è quello di aprire un dialogo di pace e di rispetto delle differenze.

Ha manifestato la propria disponibilità a partecipare alla Conferenza Nazionale per la Pace, convocata dal presidente Nicolás Maduro e a diffondere ai media europei, i fatti che si stanno verificando nella nazione caraibica.

«Mi congratulo con il Venezuela in quanto è l’unico paese dove si sta combattendo per un mondo di pace», ha espresso il premio Nobel.

* nel 1985 era vice-presidente dell’Associazione Internazionale dei medici per la prevenzione della guerra nucleare che vince il nobel della Pace 

[Trad. dal castigliano a cura di ALBAinformazione]

Il volto violento della protesta venezuelana

di Fabrizio Verde – lantidiplomatico.it

Immagine
Violenza, agguati, devastazione, saccheggi. Dietro la cortina fumogena dell’informazione edulcorata mainstream, si può riuscire a scorgere il vero volto della «protesta» venezuelana. Non formata da  normali studenti e semplici cittadini esasperati da scarsità di prodotti alimentari e repressione, ma bensì da soggetti armati di tutto punto, diretti dal partito di estrema destra Voluntad Popular. Il cui unico obiettivo è quello di ottenere la salida, ossia, l’uscita di scena del legittimo presidente Maduro. Adottando una strategia ormai apertamente golpista.
 
Per comprendere meglio il fenomeno possiamo ricorrere alle parole rilasciate dal ministro degli Interni venezuelano Miguel Rodriguez Torres, a Geraldina Colotti de «Il Manifesto». Secondo le dichiarazioni dell’esponente di governo bolivariano, per far luce sul fenomeno «guarimberos» bisogna prima fare un passo indietro e ricordare quando «ancora c’era il Comandante e furono arrestati 150 paramilitari nella tenuta di Robert Alonso, un cubano-venezuelano che ora è a Miami. È lui l’ideologo della ‘guarimba’, connesso a una rete di fascisti a livello internazionale e locale: da Alvaro Uribe in Colombia a Otto Reis negli Usa, a Leopoldo Lopez o alla grande amica di George Bush, Maria Corina Machado che gira le università a infiammare i nostri ragazzi contro ‘la dittatura cubana in Venezuela’ e poi si camuffa da pacifista». 
 
Il ministro inoltre rivela dell’addestramento ricevuto da chi guida le violenze: «I leader studenteschi di questa protesta violenta sono stati in un campo di addestramento paramilitare che si è tenuto in Messico nel 2010 e che, in codice, era ‘la festa messicana’. C’era gente di Otpor (l’attuale Canvas), gemellata coi nazifascisti locali di Javu, a insegnare le tecniche di Gene Sharp per il «golpe suave». C’erano alcuni attuali sindaci di opposizione. Javu nasce per opera dell’ex governatore dello stato Carabobo, Salas Romer, puro prodotto dell’oligarchia, che ha fatto fortuna come imprenditore all’ombra di Leopoldo Lopez». 
 
La denuncia del ministro Torres trova conferme nell’intervento davanti al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu di Luisa Ortega Díaz, Procuratrice Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, che ha illustrato i piani golpisti contro il legittimo governo venezuelano. 
 
Di fronte al Consiglio riunito in quel di Ginevra, la procuratrice ha denunciato che gli Stati Uniti finanziano l’acquisto di sostanze esplosive da parte dell’estrema destra venezuelana, attraverso fondi che vengono elargiti allo scopo di difendere i diritti umani. «Costoro hanno chiesto denaro – ha affermato Luisa Ortega Díaz riferendosi alla destra venezuelana, secondo quanto riportato dall’emittente satellitare Telesur – per finanziare le azioni violente che sono state realizzate in Venezuela. Per acquistare C-4 una sostanza altamente esplosiva. Fino a ora è stato sequestrato oltre un chilo di C-4». 
 
Una prova ulteriore che ad animare le violente proteste vi sono persone con una preparazione quantomeno paramilitare, necessaria nel maneggiare un esplosivo al plastico com il C-4. Utilizzato ampiamente dai militari statunitensi durante gli anni della guerra in Vietnam. Circostanza che bene rende l’idea della potenza di questo esplosivo. 
 
I gruppi violenti hanno inoltre provveduto alla creazione di vere e proprie «fabbriche» di armi improprie utilizzate nelle giornate di guerriglia urbana. Nella giornata di ieri, la Guardia Nazionale Bolivariana ha scoperto e sequestrato materiale esplosivo, 841 miguelitos e 273 bottiglie molotov.  
 
L’ingente flusso di denaro, che giunge all’opposizione attraverso l’agenzia Usaid – come confermano svariati cablo resti noti da Wikileaks – viene inoltre impiegato per ingaggiare manovalanza proveniente dalle fila della criminalità organizzata: secondo i risultati di un’inchiesta, ogni mercenario ingaggiato dal partito Voluntad Popular, viene retribuito con la somma di 5000 Bolivar a settimana.
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