L’ignoranza del dogmatismo dell’ultra-sinistra

Riproduciamo qui di seguito una traduzione all’italiano del “Análisis de Entorno Situacional Político” di Néstor Francia, analisi politica periodica della Rivoluzione bolivariana, perché la riteniamo importante per comprendere la contingenza in sviluppo e la necessità di costruira una strategia chiara per affrontarla. 

Analisi della situazione politica. Martedì 22 aprile 2014

–          L’opposizione di “sinistra”

–          La ribellione “anti Maduro”

–          Mettendo Denis al suo posto

–          L’ignoranza del dogmatismo dell’ultra-sinistra

–          Le contraddizione nello scenario

–          Camminante, non c’è cammino…

–          L’estinzione dello stato borghese

–         Chávez e “il tavolo delle negoziazioni e accordi”

 

Continuiamo ad analizzare la situazione che si è sviluppata dai fatti più recenti e che marcano e marcheranno lo scenario politico ancora per un po’ di tempo. Ieri parlavamo della “delimitazione, già aperta, di alcuni settori ‘ultras’ che iniziano a configurare un’opposizione di ‘sinistra’ al governo Maduro”. Ricordiamo la nostra previsione su che questo sarebbe successo dopo l’addio fisico di Hugo Chávez. L’avanzamento dei fatti ci ha dato ragione.

La cuspide della ribellione anti – Maduro del dogmatismo dell’ultra-sinistra viene rappresentata in un articolo di Roland Denis, intitolato “Chi è disposto?”, pubblicato su Aporrea.org, dove il giornalista si apre completamente ad un dipo di opposizione contro Maduro (ed anche contro il Chavismo, in nome del quale pretende parlare), quando dice, tra altri spropositi, che “vedendo con tutta chiarezza come si stabiliscono questi patti traditori nei dialoghi paralleli politici ed economici che hanno già concordato la strada per mettere fine con la nostra allegria e il nostro esempio al mondo… Non c’è nessuno che mandi a quel grandissimo paese Nicolás Maduro, eccellentissimo presidente eletto grazie al nostro sforzo fuori dal comune e vittorioso?” Bene, noi ci prenderemo la responsabilità, non di mandare a quel paese Roland Denis (non è nel nostro stile, se si tratta di Compagni), se non di metterlo a suo posto, insieme a tutta la sinistra dogmatica ed anti-Maduro (antichavista).

 

Il grande problema del dogmatismo dell’ultra-sinistra in Venezuela è che non hanno la minima idea dei fatti fondamentali che condizionano e caratterizzano la situazione attuale della lotta di classe a livello mondiale ed interno. Non ci possiamo dilungare molto nei nostri commenti, così che saremo schematici:

 

–          La contraddizione principale nella lotta di classe mondiale attualmente è quella che consiste tra l’imperialismo ed i suoi alleati da un lato e i popoli lavoratori e i suoi alleati dall’altro. A questa grande contraddizione si subordinano tutte le altre, o per lo meno, questo è quello che fanno i rivoluzionari.

 

–          Nell’alleanza antimperialista partecipano senza dubbio settori della borghesia di quasi tutti i paesi, incluso Cina, Russia, Brasile, Argentina, Ecuador, Bolivia, Uruguay, Venezuela ed altri che scommettono sulla multipolarità, uno dei grandi concetti che impose Hugo Chávez al mondo.

 

–          La contraddizione tra capitalismo e socialismo è alla base di questa contraddizione principale, ma non è possibile risolverla definitivamente oggi, né domani, ma dopodomani. Cioè, si tratta di una definizione che si darà dopo aver percorso un lungo e contorto cammino che è ancora agli inizi. Una delle cose che si dimostrò nel XX secolo, è che il socialismo non si può stabilire per decreto, per desiderio o per volontariato. È una difficile costruzione in una strada di esperimenti ed errori, di pratica costante, dove le barriere teoriche sono importanti ma secondarie rispetto alla dura realtà: o impariamo ad essere creativi o sbagliamo.
–          Il capitalismo è ancora molto forte e domina ovunque, tanto sul piano socioeconomico quanto nel culturale. Si richiede molta creatività, intelligenza, flessibilità per avanzare nell’ardua costruzione delle forze reali che mirano alla trasformazione: “Caminante no hay camino, se hace camino al andar” (Viandante non c’è il sentiero, il sentiero si apre camminando – Antonio Machado).

 

–          Venezuela è un paese capitalista, senza alcun dubbio. Lo è per il sistema socioeconomico imperante e per le condizioni culturali: la cultura capitalista si annida ancora con una forza non indifferente nella coscienza dei cittadini, anche di quelli che votano per Chávez e si dichiarano socialisti.

 

–          In questo paese capitalista, c’è un Governo popolare ed antimperialista. Pieno di difetti, errori, incongruenze, lo disse Chávez più di una volta. Sono altri tipi di contraddizioni che non si risolveranno né oggi, né domani.

 

La disperazione dell’ultra-sinistra non cambierà questa situazione nell’immediato solo con i suoi desideri utopici, con il suo infantile scalciare né i suoi “sproloqui di sinistra”, come  Mao Tse Tung definiva la retorica di questo settore, tanto antico come conosciuto. La lotta contro il burocratismo, la corruzione, il verticalismo presente nella Rivoluzione Bolivariana richiede ugualmente “creatività, intelligenza, flessibilità per avanzare nell’ardua costruzione delle forze reali che mirano alla trasformazione”.

 

La sconfitta di queste tare non passerà per il cammino impaziente del dogmatismo di ultra-sinistra, ma dalla persistenza nel lento e difficile sviluppo del Potere Popolare. Qui vogliamo inserire una dichiarazione offerta ieri dal Vicepresidente Arreaza: “Ogni giorno costruiamo più Potere Popolare, ogni giorno ci sono più Comunas. Ci sono già 605 comunas in Venezuela e contiamo di arrivare a 3.000… Concentrare il potere nello Stato: l’errore del socialismo che emerse in Europa nel XX secolo. Lenin diede tutto il potere ai Soviet, che erano come i nostri consigli comunali, le nostre comuni, pero dopo si spostò e si concentrò il potere in un’elite parassitaria dello Stato che frustrò l’esperienza socialista”. La ragione è chiara: lo Stato che è ovunque è lo Stato borghese. Però i governi popolari hanno bisogno di questo Stato caduco per poter governare. Tale Stato borghese, non si può eliminare per decreto. Marx pensò che questa struttura ereditata dal passato si sarebbe estinta.

 

Ciò succederà in un processo prolungato dove si rafforzi lentamente e poco per volta l’unica cosa che può sostituire lo Stato borghese: il potere del popolo organizzato, in una società socialista che sicuramente non vedremo noi, probabilmente neanche i nostri figli e forse, i nostri nipoti. Parafrasando un racconto popolare cinese, siamo dei “tonti” (appartentemente non tanto “accorti” nè “chiari” come quelli di ultra sinistra dogmatici) che stiamo abbattendo una montagna con uno scalpello ed un martello. Adesso manca: pazienza e ancora pazienza, costanza ed ancora costanza, lavoro ed ancora lavoro.

 

Abbiamo già dimostrato in un’analisi precedente come grandi rivoluzionari storici fecero diverse alleanze e perfino patti con settori della borghesia, in funzione di conservare la salute delle rivoluzioni. Anche Chávez (abbiamo parlato della sua riunione con Cisneros, dove senza alcun dubbio ci furono accordi tattici e taciti). Ricordiamo ora le politiche di dialogo anticipate da Chávez, soprattutto il così chiamato “Tavolo di negoziazione ed accordi” (Che nome! Chissà come sarebbe stato attaccato Maduro se l’avesse usato lui oggi!) convocato da lo stesso Chávez con la supervisione dell’OEA, Centro Carter e PNUD (oggi abbiamo l’UNASUR).

Raccomandiamo la lettura completa dell’accordo principale di allora, firmato da José Vicente Rangel, Timoteo Zambrano, Roy Chaderton Matos, Alejandro Armas, Maria Cristina Iglesias, Manuel Cova, Ronald Blanco La Cruz, Americo Martin, Nicolás Maduro ed Eduardo Lapi, facilmente rintracciabili su internet.

Aggiungiamo qui solo il primo punto dell’accordo: “I sottoscritti membri del Tavolo di Negoziazione ed Accordi, rappresentanti del Governo Nazionale e delle forze politiche e sociali che lo appoggiano, così come delle organizzazioni politiche e della società civile che conformano la Coordinazione Democratica, sottoscriviamo il presente Accordo con spirito di tolleranza per contribuire all’invigorimento del clima di pace nel paese. In questo senso, reiteriamo i principi e i meccanismi che ci hanno portato a questo tavolo, che constano nella Sintesi Operativa accordata dalle parti al momento del loro insediamento, così come la nostra convinzione di trovare una soluzione costituzionale, pacifica, democratica ed elettorale”.

 

In quel momento, Chávez riuscì a distendere il clima politico del paese dopo i fatti del 2002 e 2003, e generò così un grande trionfo della Costituzione che si riflesse nel referendum democratico del 2004 che venne vinto dalla Rivoluzione con un ampio margine. Oggi, Maduro lavora, con una tattica corretta, cercando di isolare la destra ultra-radicale e creare le condizioni che permettano abbordare, in migliori condizioni, i compiti attinenti, tra le altre cose, all’economica, il problema che più preoccupa in questo momento i Venezuelani. I dogmatici dell’ultra-sinistra, però, dicono di parlare in nome di Chávez, dimenticando quel riferimento storico.

 

Resta molto da dire sullo scenario politico attuale del Venezuela.

In questo senso, tratteremo di procedere nella prossima analisi.

[Trad. dal castigliano di Martina Tabacchini]

Per la pace e la democrazia, contro il fascismo e la guerra nel cuore dell’Europa

Immagine Odessa napolinowardi Gianmarco Pisa, Istituto Italiano di Ricerca per la Pace  –  Rete Corpi Civili di Pace

Si è trattato di una iniziativa politicamente e culturalmente molto significativa, capace di unire forze politiche e sociali su una piattaforma unitaria e parole d’ordine, come si sarebbe detto una volta, ampiamente condivise e, soprattutto, in grado di rappresentare una presenza pubblica, concreta e visibile, in azione contro la minaccia di guerra e destabilizzazione che i nuovi venti del fascismo e dell’imperialismo stanno portando, drammaticamente, nel cuore stesso del continente europeo.

Con questo spirito si è svolto il presidio antifascista sotto il Consolato Ucraino a Napoli, lo scorso venerdì 9 maggio, per l’intera mattinata, dalle 10.30 alle 14.30, un presidio che a buona ragione si potrebbe definire “non usuale”, lontano da quella connotazione tradizionale di una presenza di piazza puramente testimoniale, assai simile invece ad un vero “spazio aperto”, ricco di bandiere, di slogan e di contenuti, grazie al quale una piazza algida e funzionale, come quella del Centro Direzionale di Napoli, si è trasformata in un luogo di incontro e di informazione con i cittadini e le cittadine, animato da un volantinaggio itinerante, arricchito da continui dialoghi con le persone, accompagnato da immagini e suoni che hanno fatto da sfondo, nell’ampia piazza, alla bella rassegna.

Tra i motivi del successo, per nulla scontato, dell’iniziativa, il fatto di essere auto-organizzata, da attivisti della galassia antimperialista partenopea, e quindi aperta alla partecipazione di tutti quanti si riconoscessero nella piattaforma e nelle parole d’ordine; e, conseguentemente, il fatto di essere concepita come un luogo plurale, senza pretese di egemonia tra i soggetti promotori e, finalmente, con la possibilità e la libertà di portare ciascuno il proprio simbolo e la propria bandiera e, tutti insieme, le bandiere delle realtà e degli stati che rappresentano luoghi significativi dell’opposizione all’imperialismo atlantico, oggi la minaccia più grave per la democrazia in Europa e il responsabile più grande della guerra in Ucraina.

Non a caso, l’iniziativa ha visto la partecipazione di oltre sessanta attivisti, provenienti dalle esperienze di solidarietà internazionale e dei Corpi Civili di Pace, della lotta contro l’imperialismo e contro la guerra, della Rete Nowar di Napoli e della Associazione ALBA, del Comitato BDS Campania e dei collettivi, fino alle realtà politiche organizzate, che hanno stretto in un abbraccio quei cittadini ucraini che si sono uniti al presidio, partecipando attivamente al suo svolgimento, per condividere il proprio orrore per le violenze perpetrate dalla giunta golpista di Kiev, specie nell’Est e nel Sud del Paese, e per rivendicare il proprio attaccamento alla democrazia e per la pace.

Il presidio ha rappresentato anche una risposta immediata e concreta alla tragedia del massacro di Odessa. Lo scorso 2 maggio, all’indomani della Giornata dei Lavoratori, a Odessa, 112 vittime innocenti, in gran parte lavoratori, sindacalisti, comunisti, sono morti per mano di gruppi di estrema destra, che hanno messo a ferro e fuoco il Palazzo dei Sindacati. Da oltre una settimana, la giunta golpista sostenuta dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea ha messo sotto assedio Slaviansk, nel Donetsk, inviando i carri armati contro il proprio popolo, che da settimane reclama diritti e auto-determinazione, in un Paese sconvolto e vessato dalle violenze fasciste di Pravj Sektor e Svoboda.

Violando palesemente il diritto e la giustizia internazionale, le cancellerie europee si sono affrettate a riconoscere e finanziare un governo illegittimo, imposto dai paramilitari di piazza Maidan, e composto da ministri che si richiamano apertamente all’ideologia nazista, sostenuti da settori reazionari ed oligarchi corrotti. In nome della “sovranità” ed “integrità territoriale” dell’Ucraina, l’UE, in primis la Germania, gli USA e la NATO mirano a inglobare il Paese nella propria sfera di affari e stringere d’assedio la Russia, minacciata nel suo confine occidentale dall’espansionismo della NATO, e i cittadini russofoni, aggrediti e uccisi in veri e propri pogrom. Per questo il presidio ha voluto tenere alta l’attenzione sul ritorno del fascismo e della guerra nel cuore dell’Europa.

Il presidio, infine, si è “aggiornato” con la promessa, per tutto il movimento napoletano antifascista ed antimperialista, di continuare la mobilitazione per l’Ucraina Antifascista anche in altre città italiane. Il 13 maggio la mobilitazione continua a Roma con un presidio presso la sede della UE.

Il piano della FAO contro la fame nel mondo porterà il nome di Hugo Chávez

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La Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite (FAO, per il suo acronimo in inglese) a Caracas ha annunciato il 7 aprile ultimo scorso, che il piano per l’eradicazione della fame che propone questa agenzia sarà dedicato a Hugo Chávez Frías, in onore del leader della Rivoluzione Bolivariana; il modo migliore per onorare la memoria di colui che è stato tanto lungimirante in relazione a questo tema.

 «Questa è la migliore maniera che abbiamo per omaggiare quest’uomo che è stato così lungimirante su questo argomento. Ha anticipato di 10 anni il resto dei leader mondiali e lo reso effettivo», ha dichiarato il direttore regionale di tale organizzazione, Raúl Benítez, durante un’intervista al programma Cruce de Palabras, che trasmette Telesur.

Ha spiegato che attualmente l’organizzazione progredisce in attuazione ad un programma che permette l’accesso al cibo per i settori più svantaggiati. L’eliminazione della fame in America Latina e nei Caraibi è diventato il più grande impegno della FAO.

Raúl Benítez ha evidenziato l’integrazione e l’importanza che hanno dato i governi progressisti ai piani per combattere la fame nella regione.

Ha descritto come positivo il fatto che l’America Latina è la regione con i più alti livelli in materia di lotta contro la fame. Inoltre ha dichiarato che molto resta da fare, «lavoreremo per costruire una cultura alimentare che dipenda non solo da un governo, ma dalle famiglie», ha affermato Benítez.

Ha rivelato che circa 840 milioni di persone soffrono la fame nel mondo, una cifra che a suo parere, è allarmante e sventurata per la popolazione mondiale. Tuttavia, ha dichiarato che in America Latina e nei Caraibi si produce cibo per circa 750 milioni di persone.

«Il cibo è disponibile, ma non tutti ne hanno accesso», ha fatto sapere il direttore regionale della FAO. Ha sottolineato che, nonostante gli sforzi e la dedizione delle organizzazioni di tutto il mondo, ad oggi ci sono circa 47.000 persone in America Latina che vanno a letto senza mangiare.

Haiti rimane il paese con i livelli di povertà più problematici nella regione, un fatto che, secondo le sue stesse parole, si deve  ai problemi che hanno dovuto affrontare da diversi anni.

«Ci auguriamo che il popolo haitiano possa migliorare la propria situazione, grazie all’integrazione della Comunità dell’America Latina e dei Caraibi (CELAC), la Comunità dei Caraibi (CARICOM), il Mercato comune del Sud (Mercosur) e Petrocaribe».

Ha dichiarato che il Nicaragua è il paese che più ha avanzato nella lotta contro la fame, registrando meno del 20 per cento della popolazione che vive in povertà.

A metà del 2013, il direttore generale della FAO, José Graziano da Silva si è congratulato con il Venezuela e altri 15 paesi per aver raggiunto con successo gli obiettivi per sradicare la fame e così continua ad avanzare.

Secondo i dati della FAO, tra il 1990 e il 1992, il Venezuela ha registrato il 13,5 per cento della sua popolazione con problemi legati all’insufficienza alimentare, mentre tra il 2007 e il 2012 questa cifra era pari a solo il 5 per cento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

 

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