Jibril, FPLP-CG: «La Siria è il pilastro della resistenza popolare palestinese»

da Al-Mayadeen

Ahmed Jibril, segretario generale del FPLP-CG ha dichiarato che la Siria è la base fondamentale della resistenza e del popolo palestinese, aggiungendo che la cospirazione contro di essa non colpisce solo il governo siriano, ma lo Stato Siriano e la geografia della Siria.

In un’intervista con la catena al- Mayadeen, Jibril ha affermato: «Abbiamo esortato tutte le fazioni palestinesi a proteggere i campi in Siria e a non farsi coinvolgere nel gioco internazionale contro la Siria, per essere fedeli a quello che ha rappresentato in tutta la storia per la causa palestinese».

«La battaglia con il progetto sionista dove continuare con la mobilitazione per recuperare la Palestina», ha sottolineato, precisando che la battaglia non è solo contro il sionismo, ma contro il piano colonialista nella regione.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Altri mercenari nordamericani identificati a Donetsk

da al-Manar

Le società militari private statunitensi continuano a sostenere il regime di Kiev, ha scritto, oggi, il quotidiano Nezavisimaya Gazeta.

Il Quotidiano di Berlino Bild ha rimesso questo tema all’ordine del giorno, dopo essere stato il primo a rivelare la partecipazione di 400 mercenari della società americana Academi alle operazioni militari in Ucraina.

Nuove rivelazioni suggeriscono la natura e la portata delle attività di queste società, che utilizzano il dipartimento di Stato, il Pentagono e altre agenzie americane nelle loro operazioni estere.

Attualmente l’azienda privata – o meglio il servizio di sicurezza – Academi, è guidata dal generale in pensione Craig Nixon.

Quest’ultimo è un esperto in operazioni speciali, essendo stato operativo a Panama, in Somalia, Bosnia e Erzegovina, Afghanistan e Iraq.

Nel consiglio di sorveglianza della società ci sono, inoltre, l’ex segretario della Giustizia dell’amministrazione di George W. Bush, John Ashcroft, l’ ex Ammiraglio Bobby Inman e l’ ex consulente legale della Casa Bianca Jack Regina. Oltre a vari personaggi vicini al Pentagono e ai repubblicani.

Academi, che ha sede a McLean (Virginia), è un vero e proprio consorzio. Il suo fatturato annuo supera il miliardo di dollari. Ha tre campi in North Carolina, Connecticut e California per addestrare combattenti.

Secondo Academi, i clienti sono i governi e le istituzioni private, e la società invia in missione fino a 20.000 persone all’anno.

Informazioni sulla presenza di mercenari in Ucraina è stato rivelato attraverso una fuga di notizie. Inizialmente, Bild ha fatto riferimento alle informazioni ricevute dal BND – i servizi segreti tedeschi – dalla CIA e trasmesse in una riunione a porte chiuse nell’ufficio del cancelliere Angela Merkel.

È evidente che le interferenze militari di tali forze diverge con la linea di Berlino che sostiene i negoziati nella crisi ucraina.

Sarebbe stato troppo rischioso per il quotidiano inventare scoop sui mercenari, soprattutto perché è stata presa senza esitazione da altri media.

Questa rivelazione certamente ha allarmato Academi. Poche ore dopo la pubblicazione dell’articolo di Bild, il Vice Presidente di Academi Susan Kelly, capo della “iniziative strategiche” ha inviato una smentita al sito Zeit Online.

Secondo Kelly, gli uomini della sua azienda non sono presenti in Ucraina e inviarli in loco non è ij programma.

Ma a parte le fonti di informazioni di cui la stampa è in possesso, ci sono anche prove video.

Il britannico Daily Mail ha intervistato, a Londra, l’esperto dell’ Istituto di Studi Politici, Nafiz Amad, sulla possibilità di dedurre da questi video se vi siano soldati mercenari americani.

«Risulta difficile da dire, ma è sicuramente possibile», ha dichiarato l’esperto. Sulla possibilità che possa essere materiale della propaganda russa, ha spiegato: «L’uniforme è quella di mercenari americani e gli uomini sui video non sembrano russi».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Leonardo Arizaga: «Chevron, una minaccia per la rivoluzione ciudadana»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Quito, 15mag, 2014.- «La mul­ti­na­zio­nale Che­vron ha pro­vo­cato in Ecua­dor una con­ta­mi­na­zione 30 volte peg­giore di quella pro­dotta dalla Bri­tish petro­leum nel Golfo del Mes­sico tra aprile e set­tem­bre 2010». Così dice al mani­fe­sto Leo­nardo Ari­zaga, vice­mi­ni­stro degli Esteri ecua­do­riano. Ari­zaga è in Ita­lia per un giro di con­fe­renze che hanno al cen­tro la ver­tenza ambien­tale tra le popo­la­zioni indi­gene dell’Amazzonia ecua­do­riana e la mul­ti­na­zio­nale Usa. Rica­pi­tola le tappe della vicenda. Dal ’72 al ’92, durante la rea­liz­za­zione di atti­vità estrat­tive petro­li­fere nella pro­vin­cia di Sucum­bios e Orel­lana, Chevron-Texaco versa 68.140.000 metri cubi di rifiuti tossici.

Nel feb­braio del 2011, dopo 9 anni di litigi, i tri­bu­nali ecua­do­riani legi­fe­rano a favore delle popo­la­zioni col­pite dall’inquinamento, che hanno ini­zial­mente sol­le­vato la que­stione in un tri­bu­nale di New York. La mul­ti­na­zio­nale (la seconda più grande degli Stati uniti) deve pagare 19 mila milioni di dol­lari. Una cifra in seguito ridotta a 9.500 milioni di dol­lari da una suc­ces­siva sen­tenza della Corte nazio­nale di giu­sti­zia dell’Ecuador. «Ma adesso — spiega il vice­mi­ni­stro — è in pieno corso un arbi­trag­gio alla Corte per­ma­nente dell’Aja».

La mul­ti­na­zio­nale ha ini­ziato la bat­ta­glia con­tro il governo dell’Ecuador nel 2009, accu­sando la petro­li­fera sta­tale Petroe­cua­dor di essere l’unica respon­sa­bile dei danni. E il 4 marzo, la giu­dice fede­rale Lewis Kaplan ha accolto la tesi degli avvo­cati di Che­vron, secondo i quali il pro­cesso in Ecua­dor sarebbe stato viziato. «Esi­stono però nume­rosi testi­moni — dice ancora Ari­zaga — che hanno visto e subito cose diverse. La mul­ti­na­zio­nale ha usato tec­no­lo­gie estrat­tive obso­lete e a basso costo, incu­rante della vita delle per­sone e dell’ambiente. Dopo oltre vent’anni, nella zona del lago Agrio l’inquinamento è ben visi­bile e i suoi effetti deva­stanti. I periti sta­tu­ni­tensi, in arrivo nel paese, potranno con­sta­tarlo di per­sona. Le mul­ti­na­zio­nali — aggiunge — sono bene accette per­ché siamo un paese in via di svi­luppo, ma a con­di­zione che rispet­tino le leggi dello stato».

Uno stato che ha scom­messo sulla «revo­lu­cion ciu­da­dana», che ha rine­go­ziato il debito inter­na­zio­nale per dedi­care i soldi e le risorse pub­bli­che «a ridurre ulte­rior­mente la povertà, all’istruzione e allo svi­luppo indu­striale. Oggi — aggiunge il vice­mi­ni­stro — le popo­la­zioni chie­dono che deter­mi­nati pro­getti ven­gono attuati nel posto dove vivono, per­ché sanno che almeno il 30% del gua­da­gno sarà inve­stito per il pro­prio benessere».

Non tutto, però, qua­dra, come nella vicenda del Parco Yasuni, una grande area incon­ta­mi­nata che il governo ha deciso di tri­vel­lare. E ora diversi gruppi di atti­vi­sti hanno rac­colto le firme per un refe­ren­dum che fermi le mac­chine. Il vice­mi­ni­stro ricorda i ten­ta­tivi fatti per anni da Cor­rea, che aveva pro­po­sto alla comu­nità inter­na­zio­nale di com­pen­sare al 50% il valore del petro­lio lasciato sotto il parco, ma senza grandi esiti. «E per que­sto si è deciso, pur con tutte le cau­tele, di sfrut­tare l’1 per 1000 dello Yasuni, onsa­pe­voli che comun­que cer­care il petro­lio ha un costo ambientale».

I risul­tati otte­nuti dal governo pro­gres­si­sta di Cor­rea «che dopo 7 anni ha un gra­di­mento in cre­scita», indi­cano però — secondo il vice­mi­ni­stro — che si può assu­mere il rischio per aumen­tare il benes­sere della popo­la­zione: per­ché l’Ecuador ha sì «la più bassa per­cen­tuale di disoc­cu­pati dell’America latina e il più basso livello di infla­zione, ma una per­sona su 4 sof­fre ancora la fame e il livello delle espor­ta­zioni è rima­sto quello di quarant’anni fa: ancora dipen­dente dal petro­lio bruto e dalla ven­dita delle mate­rie prime. E per que­sto si sta costruendo una raf­fi­ne­ria con l’apporto di Cina e Venezuela».

Per cam­biare le cose, occorre «lavo­rare allo svi­luppo di nuove rela­zioni con­ti­nen­tali», cer­cando di schi­vare le trap­pole del neo­li­be­ri­smo e favo­rendo il dina­mi­smo dei paesi pro­gres­si­sti. E qui il vice­mi­ni­stro loda l’iniziativa della Una­sur nella com­mis­sione di pace in Vene­zuela. Impor­tante, però, è anche poten­ziare le rela­zioni con i part­ner tra­di­zio­nali: gli Usa (dove vive un milione di ecua­do­riani) e la Ue, che ne ospita altrettanti.

FPLP-CG: «La cosiddetta “primavera araba” è un’estensione della Nakba»

da Sana.Sy

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Commando Generale ha dichiarato che la cosiddetta “primavera araba” è un’estensione della Nakba del 1948, dal momento che si stanno prendendo di mira i campi profughi palestinesi in Siria, in particolare Yarmouk, attraverso le mani e gli strumenti del nemico sionista per cacciare i palestinesi al di fuori della geografia dell’ incubatore politico siriano di resistenza e per cercare di rubare il diritto sacro del popolo palestinese al ritorno.

Il Fronte ha spiegato, in un comunicato per il 66 esimo anniversario della Nakba, che è in atto il tentativo di imporre una nuova realtà politica nell’arena palestinese attraverso negoziati futili e per programmare l’imposizione sionista americana del cosiddetto Stato ebraico, ovvero la traduzione reale della cosiddetta “primavera araba”, che è apparsa nella sua realizzazione attraverso la cospirazione e la guerra globale contro la Siria.

Il FPLP-CG ha evidenziato come l’anniversario della Nakba sia una tappa per mobilitare la volontà popolare in Palestina e ritornare al programma politico del movimento nazionale palestinese attraverso la Resistenza di base militante e la lotta armata.

La dichiarazione del FPLP-CG sottolinea che la scomparsa dell’entità sionista è la necessità strategica storica per la libertà della nazione realizzata con la forza e la volontà della resistenza, le lotte del popolo palestinese e con i suoi sacrifici.

La rinuncia ad un solo centimetro della terra di Palestina è un tradimento del diritto del nostro popolo e la negazione storica dei suoi sacrifici.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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