Leonardo Arizaga: «Chevron, una minaccia per la rivoluzione ciudadana»

di Geraldina Colotti – il manifesto

Quito, 15mag, 2014.- «La mul­ti­na­zio­nale Che­vron ha pro­vo­cato in Ecua­dor una con­ta­mi­na­zione 30 volte peg­giore di quella pro­dotta dalla Bri­tish petro­leum nel Golfo del Mes­sico tra aprile e set­tem­bre 2010». Così dice al mani­fe­sto Leo­nardo Ari­zaga, vice­mi­ni­stro degli Esteri ecua­do­riano. Ari­zaga è in Ita­lia per un giro di con­fe­renze che hanno al cen­tro la ver­tenza ambien­tale tra le popo­la­zioni indi­gene dell’Amazzonia ecua­do­riana e la mul­ti­na­zio­nale Usa. Rica­pi­tola le tappe della vicenda. Dal ’72 al ’92, durante la rea­liz­za­zione di atti­vità estrat­tive petro­li­fere nella pro­vin­cia di Sucum­bios e Orel­lana, Chevron-Texaco versa 68.140.000 metri cubi di rifiuti tossici.

Nel feb­braio del 2011, dopo 9 anni di litigi, i tri­bu­nali ecua­do­riani legi­fe­rano a favore delle popo­la­zioni col­pite dall’inquinamento, che hanno ini­zial­mente sol­le­vato la que­stione in un tri­bu­nale di New York. La mul­ti­na­zio­nale (la seconda più grande degli Stati uniti) deve pagare 19 mila milioni di dol­lari. Una cifra in seguito ridotta a 9.500 milioni di dol­lari da una suc­ces­siva sen­tenza della Corte nazio­nale di giu­sti­zia dell’Ecuador. «Ma adesso — spiega il vice­mi­ni­stro — è in pieno corso un arbi­trag­gio alla Corte per­ma­nente dell’Aja».

La mul­ti­na­zio­nale ha ini­ziato la bat­ta­glia con­tro il governo dell’Ecuador nel 2009, accu­sando la petro­li­fera sta­tale Petroe­cua­dor di essere l’unica respon­sa­bile dei danni. E il 4 marzo, la giu­dice fede­rale Lewis Kaplan ha accolto la tesi degli avvo­cati di Che­vron, secondo i quali il pro­cesso in Ecua­dor sarebbe stato viziato. «Esi­stono però nume­rosi testi­moni — dice ancora Ari­zaga — che hanno visto e subito cose diverse. La mul­ti­na­zio­nale ha usato tec­no­lo­gie estrat­tive obso­lete e a basso costo, incu­rante della vita delle per­sone e dell’ambiente. Dopo oltre vent’anni, nella zona del lago Agrio l’inquinamento è ben visi­bile e i suoi effetti deva­stanti. I periti sta­tu­ni­tensi, in arrivo nel paese, potranno con­sta­tarlo di per­sona. Le mul­ti­na­zio­nali — aggiunge — sono bene accette per­ché siamo un paese in via di svi­luppo, ma a con­di­zione che rispet­tino le leggi dello stato».

Uno stato che ha scom­messo sulla «revo­lu­cion ciu­da­dana», che ha rine­go­ziato il debito inter­na­zio­nale per dedi­care i soldi e le risorse pub­bli­che «a ridurre ulte­rior­mente la povertà, all’istruzione e allo svi­luppo indu­striale. Oggi — aggiunge il vice­mi­ni­stro — le popo­la­zioni chie­dono che deter­mi­nati pro­getti ven­gono attuati nel posto dove vivono, per­ché sanno che almeno il 30% del gua­da­gno sarà inve­stito per il pro­prio benessere».

Non tutto, però, qua­dra, come nella vicenda del Parco Yasuni, una grande area incon­ta­mi­nata che il governo ha deciso di tri­vel­lare. E ora diversi gruppi di atti­vi­sti hanno rac­colto le firme per un refe­ren­dum che fermi le mac­chine. Il vice­mi­ni­stro ricorda i ten­ta­tivi fatti per anni da Cor­rea, che aveva pro­po­sto alla comu­nità inter­na­zio­nale di com­pen­sare al 50% il valore del petro­lio lasciato sotto il parco, ma senza grandi esiti. «E per que­sto si è deciso, pur con tutte le cau­tele, di sfrut­tare l’1 per 1000 dello Yasuni, onsa­pe­voli che comun­que cer­care il petro­lio ha un costo ambientale».

I risul­tati otte­nuti dal governo pro­gres­si­sta di Cor­rea «che dopo 7 anni ha un gra­di­mento in cre­scita», indi­cano però — secondo il vice­mi­ni­stro — che si può assu­mere il rischio per aumen­tare il benes­sere della popo­la­zione: per­ché l’Ecuador ha sì «la più bassa per­cen­tuale di disoc­cu­pati dell’America latina e il più basso livello di infla­zione, ma una per­sona su 4 sof­fre ancora la fame e il livello delle espor­ta­zioni è rima­sto quello di quarant’anni fa: ancora dipen­dente dal petro­lio bruto e dalla ven­dita delle mate­rie prime. E per que­sto si sta costruendo una raf­fi­ne­ria con l’apporto di Cina e Venezuela».

Per cam­biare le cose, occorre «lavo­rare allo svi­luppo di nuove rela­zioni con­ti­nen­tali», cer­cando di schi­vare le trap­pole del neo­li­be­ri­smo e favo­rendo il dina­mi­smo dei paesi pro­gres­si­sti. E qui il vice­mi­ni­stro loda l’iniziativa della Una­sur nella com­mis­sione di pace in Vene­zuela. Impor­tante, però, è anche poten­ziare le rela­zioni con i part­ner tra­di­zio­nali: gli Usa (dove vive un milione di ecua­do­riani) e la Ue, che ne ospita altrettanti.

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