Il Brasile della ‘Copa’ e l’egemonia USA: il caso Blackwater

di Marco Nieli

Fa discutere nel Brasile della vigilia della Copa do Mundo la decisione governativa di far allenare membri dei Corpi Speciali Anti-Terrorismo brasiliani negli Stati Uniti, nella base privata “d’eccellenza” di Moyock (Carolina del Nord), appartenente alla compagnia di “sicurezza” privata Academi (ex-Blackwater).[1] La base, fornita dei più sofisticati sistemi di simulazione per operazioni di alto profilo di counter-intelligence – si parla di containers attrezzati con gli scenari di guerra più diversi, uno dei quali usato per l’attacco alla casa di Osama Bin Laden – ha visto i 22 poliziotti militari e federali brasiliani, allenati dagli istruttori privati U.S.A. (con termine eufemistico chiamati contractors), secondo un programma congiunto che è costato fino a oggi la modica cifra di 2,2 milioni di dollari. L’allenamento ha avuto per oggetto tecniche di contro-offensiva rivolte agli attacchi terroristici con esplosivi, biologici e chimici, ma anche cibernetici. I Robocop brasiliani dovranno ufficialmente occuparsi di sventare una non meglio precisata minaccia terroristica, ma saranno con ogni probabilità impiegati anche e soprattutto per reprimere il dissenso popolare in piazza durante il mese della Coppa.

Al di là del particolare di non poco conto che la Blackwater è stata impiegata dal governo USA in Iraq e in Afghanistan per servizi di sicurezza “esternalizzati” e con regole di ingaggio a dir poco “auto-referenziali” – costate tra l’altro la vita a 17 civili iracheni nel massacro di Nisour nel 2007 – quello che risulta inaccettabile da parte di molti cittadini brasiliani che ancora scendono in piazza a protestare contro i mondiali è come si possano spendere cifre ingenti di denaro pubblico per mettere in piedi una gigantesca vetrina imprenditoriale-mediatica con il suo corollario di business legato alla sicurezza, che ben poco beneficerà le masse del sotto-proletariato urbano e rurale brasiliano.

Le proteste di massa, pertanto, continuano un po’ in tutte le città brasiliane: lo scorso 15 maggio, il “Comitato Popolare contro la Coppa” ha indetto una giornata di protesta contro i Mondiali a livello internazionale. Partite da São Paulo, dove la Coppa si aprirà il prossimo 12 giugno, le manifestazioni si sono svolte a Rio, Salvador, Santiago del Cile, Buenos Aires, Barcellona, Parigi, Londra e Berlino. A Recife, la concomitanza di uno sciopero della polizia statale, ha fatto sì che si scatenatasse un’ondata di espropri violenti (definiti dalla stampa locale e nazionale saccheggi da parte di facinorosi e pericolosi estremisti) in supermercati e negozi vari. Il governatore del Pernambuco, João Lira Neto, ha chiesto e ottenuto dalla Presidentessa Dilma Rousseff l’invio delle truppe federali per reprimere la rivolta.

Resta il fatto che le parole d’ordine del movimento  di massa catalizzato intorno all’indignazione per le spese faraoniche dei Mondiali risultano alquanto chiare: innanzitutto, libertà di manifestazione ed espressione del dissenso; in secondo luogo, rifiuto totale della Coppa – não vai ter a Copa – poi, rivendicazioni basilari come la diminuzione dei biglietti del trasporto pubblico, il diritto alla casa, a un’istruzione e a una sanità degne e all’aumento del salario minimo. “È attraverso la libertà di manifestazione che esigeremo gli altri diritti. Questo è un diritto basilare, la base della democrazia” ha detto Juliana Machado, membro del Comitato in São Paulo.[2]

A queste parole d’ordine minime, sindacali, per così dire, del Comitato, si sovrappongono le critiche anti-sistema del Movimento Sem Terra (MST) e dei Sem Teto – anche loro in mobilitazione perenne in questo periodo – che vedono giustamente nella scelta di favorire ancora una volta solo i grandi gruppi dell’edilizia e della finanza l’ennesima riprova di come il governo social-democratico di Dilma sia, in ultima istanza, al servizio della macchina capitalistica internazionale.

Con l’aggravante di non riuscire, una buona volta, a rompere i vincoli di natura diplomatico-militare, economica e culturale con lo Zio Sam, il quale da parte sua non chiede di meglio che utilizzare il Brasile come testa di ponte per la sua penetrazione nell’area, in funzione, ovviamente, di accerchiamento del Venezuela chavista.

Il caso Academi  conferma, purtroppo, che il Brasile di Dilma non ha raggiunto ancora la maturità politica sufficiente per anteporre, una volta tanto, gli interessi delle proprie masse a quelli oscuri e torbidi dei gruppi capitalistici, che stanno anche dietro un evento apparentemente così innocuo come i Mondiali di Calcio.

 —

[1] Notizia divulgata dal quotidiano Folha de São Paulo, il giorno 21/04/2014 (articolo di P. Campos Mello)

[2] Citato in “Nuevas protesta en Brasil contra el Mundial” in Pagina 1/2 del 15/05/2014

 

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