Brasile, una Coppa senza il popolo

di Geraldina Colotti, 28.5.2014 

Brasile. In Brasile il fischio d’inizio della competizione calcistica lo hanno dato gli indigeni e i «senza tetto», in lotta contro corruzione e privatizzazioni. E ai lacrimogeni della polizia hanno risposto con un fitto lancio di frecce.

Cavalli, frecce e gas lacri­mo­geni. Piazze sem­pre in fer­mento, in Bra­sile, a due set­ti­mane dai Mon­diali di cal­cio. Que­sta volta, a dare il fischio d’inizio sono stati gli indi­geni e gli atti­vi­sti dei movi­menti sociali anti Coppa, scesi in campo per pro­te­stare in diverse città. A Bra­si­lia, la poli­zia a cavallo ha cer­cato di impe­dire ai mani­fe­stanti di rag­giun­gere uno degli stadi prin­ci­pali che acco­glierà la com­pe­ti­zione spor­tiva, il Mané Gar­rin­cha. Ai gas lacri­mo­geni, gli indi­geni – fra loro anche vec­chi e bam­bini — hanno rispo­sto con pie­tre e frecce.

Un poli­ziotto è stato col­pito e por­tato all’ospedale dove gli è stata estratta la frec­cia, ma non è in peri­colo di vita. L’immagine del nugolo di frecce che rag­giunto una moto di poli­zia ha fatto il giro del mondo. Oltre un migliaio gli agenti dei bat­ta­glioni spe­ciali a guar­dia dello stadio.

Tra il 19 e il 23 mag­gio, è arri­vato anche l’Fbi a impar­tire corsi spe­ciali anti-sommossa ai poli­ziotti bra­si­liani. Molte pro­te­ste sono scop­piate a seguito della repres­sione nelle fave­las e il tema della lotta all’impunità è molto pre­sente sugli stri­scioni dei mani­fe­stanti. «Coppa senza popolo, siamo di nuovo in strada», gri­da­vano le asso­cia­zioni di Senza tetto, in lotta con­tro spre­chi, cor­ru­zione e pri­va­tiz­za­zioni. Il Movi­mento dei senza tetto (Mst) è sul piede di guerra per denun­ciare la spe­cu­la­zione immo­bi­liare e le insuf­fi­cienti poli­ti­che abi­ta­tive. Il Bra­sile ha rag­giunto anzi­tempo (prima del 2015) altri due Obiet­tivi dello svi­luppo del mil­len­nio, ridu­cendo la mor­ta­lità infan­tile e quella materna per parto, e già aveva ridotto di dieci punti la povertà estrema, nel 2012.

I movi­menti, però, chie­dono alla pre­si­dente Dilma più con­se­guenza e deci­sione nei pro­grammi sociali pro­messi, anche in vista delle pros­sime ele­zioni pre­si­den­ziali del 5 otto­bre. Dilma, che si can­dida alla rie­le­zione, sta recu­pe­rando con­sensi ma, secondo una recente inchie­sta, anche i suoi avver­sari avanzano.

Se non ottiene la metà più una delle pre­fe­renze, i son­daggi dicono che andrà al bal­lot­tag­gio con il sena­tore social­de­mo­cra­tico Aecio Neves, a cui viene attri­buito il 20% (in cre­scita) nelle inten­zioni di voto, con­tro il 40% di Dilma. A Neves vanno anche le sim­pa­tie dell’ex cam­pione del mondo di cal­cio Ronaldo Naza­rio da Lima, mem­bro del Comi­tato orga­niz­za­tore locale (Col) del Mon­diale 2014.

Ronaldo ha cri­ti­cato il «ritardo nella costru­zione delle opere di infra­strut­tura, gli aero­porti, la mobi­lità urbana», e ha detto di sen­tirsi «insi­curo». A suo dire, «il governo dovrebbe tran­quil­liz­zare gli impren­di­tori», altri­menti, lui che aveva inten­zione di inve­stire quest’anno in Bra­sile, non lo farà. Ronaldo ha «fatto auto­gol con­tro la sua stessa porta», ha ribat­tuto il mini­stro dello Sport, Aldo Rebelo. Anche i mani­fe­stanti hanno gri­dato slo­gan con­tro l’ex cam­pione, accu­sato di spe­cu­la­zioni in vista dei Mondiali.

Gli slo­gan hanno ricor­dato la morte di otto lavo­ra­tori sui can­tieri, denun­ciato l’insicurezza sui luo­ghi di lavoro e nei ter­ri­tori indi­geni e lo sgom­bero di 250.000 per­sone. Indi­geni delle diverse etnie hanno anche mar­ciato sul Con­gresso. Lamen­tano la len­tezza nel pro­cesso di demar­ca­zione della terra, il raz­zi­smo e gli attac­chi dei grandi pro­prie­tari. Secondo la Com­mis­sione pasto­rale della Terra, orga­ni­smo legato all’Episcopato bra­si­liano, l’anno scorso sono stati uccisi 15 mem­bri delle comu­nità indi­gene. Soprat­tutto col­piti gli yano­mami, 5 dei quali sono stati assas­si­nati nello stato di Roraima, ai con­fini col Vene­zuela. Per il governo, nelle pro­te­ste indi­gene c’è anche la mano di chi ha inte­ressi oscuri o corporativi.

E intanto, secondo un recente son­dag­gio dell’Istituo Data­fo­lha, da giu­gno scorso, quando sono scop­piate le pro­te­ste, a oggi, è pro­gres­si­va­mente dimi­nuito il con­senso della popo­la­zione ai mani­fe­stanti: dall’89% al 52%.

«Il Mondiale sfida decisiva, Dilma Rousseff si gioca tutto»

di Geraldina Colotti, il manifesto 
Brasile. Intervista a Silvio Caccia Bava, direttore del Le Monde Diplomatique brasiliano
28mag214.- «Quando abbiamo comin­ciato – dice al mani­fe­sto Sil­vio Cac­cia Bava — c’era una sin­to­nia magni­fica tra movi­menti e par­tito, molti di noi pen­sa­vano che con la vit­to­ria elet­to­rale del 2002 il cam­bia­mento sarebbe stato strut­tu­rato, ma non è andata così. E qual­che anno dopo sono uscito dal Pt». Sil­vio, socio­logo e ana­li­sta poli­tico, è diret­tore di Le Monde diplo­ma­ti­que del Bra­sile, e fa parte dell’Instituto Polis, un orga­ni­smo di Studi, for­ma­zione e assi­stenza nelle poli­ti­che sociali. Il 10 feb­braio del 1980 è stato tra i fon­da­tori del Par­tido dos Tra­ba­lha­do­res (Pt).

La dit­ta­tura mili­tare, salita al potere con il golpe del 1964 e durata fino al 1985, «era nella sua fase finale e doveva affron­tare una forte oppo­si­zione pro­ve­niente dai movi­menti poli­tici e sociali spinti dalla crisi del modello eco­no­mico». Una parte con­si­stente della sini­stra tra­di­zio­nale era stata eli­mi­nata o si era pro­gres­si­va­mente fram­men­tata, e si era così aperto spa­zio per una nuova sini­stra che rap­pre­sen­tasse la classe ope­raia emersa con lo svi­luppo eco­no­mico del post-64. Una nuova mili­tanza che, nello scon­tro diretto con la destra e con il capi­tale, avvertì l’esigenza di un pro­prio par­tito, il Pt, «sorto per supe­rare i limiti delle for­ma­zioni tra­di­zio­nali». Una «felice com­bi­na­zione fra le bat­ta­glie isti­tu­zio­nali e la par­te­ci­pa­zione dei movi­menti e delle lotte sociali, tese a tra­sfor­mare nel pro­fondo la società brasiliana».

Nel Pt con­flui­rono prin­ci­pal­mente tre filoni: la sini­stra orga­niz­zata, il nuovo sin­da­ca­li­smo pro­ta­go­ni­sta dei grandi scio­peri degli anni ’70 e ’80 e i cri­stiani di base, soprat­tutto quelli legati alla Teo­lo­gia della libe­ra­zione. «Allora – rac­conta Sil­vio – lavo­ravo con loro per alfa­be­tiz­zare e orga­niz­zare le comu­nità dei poveri nelle peri­fe­rie di San Paolo e con i gruppi di ope­rai in fab­brica per faci­li­tare la discus­sione con il sin­da­cato uffi­ciale». Far poli­tica, allora, poteva costare caro. «Sono stato inter­ro­gato diverse volte – ricorda Sil­vio – ma per for­tuna non ho subito il car­cere e la tortura».

Il peso della dit­ta­tura segna ancora il pre­sente del Bra­sile a cinquant’anni dal colpo di stato. «Ieri come oggi – dice l’analista -, l’interesse degli Stati uniti per il nostro grande paese è pro­por­zio­nato all’importanza che il Bra­sile rive­ste nel con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano. Gli Usa ave­vano appro­vato il golpe prima che venisse rea­liz­zato. E due pre­si­denti, in carica nel periodo pre­ce­dente il colpo di stato, sono morti in seguito in cir­co­stanze sospette per evi­tare che potes­sero ripre­sen­tarsi come alter­na­tiva. Jusce­lino Kubi­tschek de Oli­veira è rima­sto ucciso in uno strano inci­dente stra­dale nel ’76. E João Gou­lart è molto pro­ba­bil­mente stato ammaz­zato nell’ambito dell’operazione Con­dor, nello stesso anno. La tran­si­zione è stata gui­data dalle stesse élite eco­no­mi­che legate al grande capi­tale inter­na­zio­nale. Ancora oggi, 11 fami­glie, stret­ta­mente vin­co­late al capi­tale finan­zia­rio e agli inte­ressi degli impren­di­tori locali con­trol­lano l’informazione in Bra­sile».

Tra il ’72 e il ’75, la dit­ta­tura mili­tare sca­tenò una feroce repres­sione con­tro la guer­ri­glia dell’Araguaia, nella zona amaz­zo­nica cen­trale: 70 con­ta­dini e oppo­si­tori, molti del Par­tito comu­ni­sta, furono dete­nuti arbi­tra­ria­mente, tor­tu­rati e fatti scom­pa­rire. I fami­liari delle vit­time chie­dono l’apertura degli archivi delle Forze armate e si sono rivolti alla Corte inte­ra­me­ri­cana dei diritti umani (Cidh), un’istanza auto­noma dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa).

Nel 2010, la Cidh ha con­dan­nato lo stato bra­si­liano per quell’episodio e gli ha impo­sto un atto “di pub­blico rico­no­sci­mento» per i fatti di Ara­guaia. Ma, ancora in que­sti giorni, i parenti degli scom­parsi hanno accu­sato lo stato di aver igno­rato la sen­tenza della Cidh: «Nono­stante i grandi pro­gressi otte­nuti, la nostra è ancora una demo­cra­zia fra­gile – hanno dichia­rato alla stampa – è rap­pre­sen­ta­tiva, non è par­te­ci­pa­tiva, altri­menti avrebbe ascol­tato il volere del popolo che l’ha eletta». Spiega Cac­cia Bava: «Nel paese c’è un grosso dibat­tito, la stessa pre­si­denta Dilma Rous­seff, che ha sof­ferto il car­cere durante la dit­ta­tura, ha com­piuto qual­che atto sim­bo­lico. Il pro­blema è la legge d’amnistia, appro­vata nel ’79 e con­fer­mata nel 2010, che impe­di­sce ai giu­dici di pro­ces­sare i repres­sori del regime. E ci sono forti inte­ressi con­ser­va­tori per lasciare le cose come stanno».

La morsa del neo­li­be­ri­smo, che stringe il mondo nella decade degli anni ’80, arriva più tardi in Bra­sile, segnato in que­gli anni da grandi lotte sociali e forte par­te­ci­pa­zione poli­tica. Così, nell’83 nasce la Cen­tral unica de los tra­ba­ja­do­res (Cut) e, nell’84 il Movi­minto de los tra­ba­ja­do­res rura­les sin tierra (Mst). E in quel periodo si con­forma il Con­gresso che por­terà alla costi­tu­zione del 1988, nella quale in parte si riflette quel momento di mobi­li­ta­zione poli­tica. Nell’89, con la prima ele­zione diretta alla pre­si­denza della Repub­blica dagli anni della dit­ta­tura, il can­di­dato Luiz Ina­cio Lula da Silva, pro­po­sto dal Pt e appog­giato al secondo turno da tutte le forze di sini­stra del paese, arriva a un passo della vit­to­ria dal can­di­dato dalla destra, Fer­nando Col­lor de Mello. Il Pt si con­so­lida come prin­ci­pale polo di aggre­ga­zione poli­tica del paese, ma la scon­fitta elet­to­rale favo­ri­sce l’ondata di poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, già in corso nel resto del mondo.

Anche la sini­stra bra­si­liana riflette la crisi del socia­li­smo che por­terà alla dis­so­lu­zione dell’Unione sovie­tica. Il Pt rifor­mula i suoi con­cetti e rica­li­bra in senso mode­rato una nuova stra­te­gia. Nel 2002, porta Lula alla pre­si­denza e alle legi­sla­tive diventa il primo par­tito. Sil­vio non con­di­vide la pro­gres­siva «isti­tu­zio­na­liz­za­zione della poli­tica, l’allontanamento dai movi­menti sociali, la ricerca di mag­gio­ranze, alleanze e media­zioni elet­to­rali a sca­pito dei prin­cipi e dell’organizzazione diretta. Non abbiamo capito – dice – l’influenza che le mul­ti­na­zio­nali hanno su qua­lun­que governo nell’attuale sistema internazionale».

Esce allora dal Pt e si dedica pre­va­len­te­mente al lavoro di Polis. Anima dibat­titi e con­fe­renze sui sog­getti della tra­sfor­ma­zione sociale, scrive ana­lisi sui movi­menti di con­te­sta­zione ai pros­simi Mon­diali di cal­cio del 21 giu­gno, che met­tono alla prova la popo­la­rità di Dilma Rous­seff in vista delle pre­si­den­ziali del 5 otto­bre 2014. «Le con­qui­ste otte­nute in que­sti anni sono inne­ga­bili – pre­cisa Sil­vio – un aumento del sala­rio minimo e del potere d’acquisto dei più poveri, pro­grammi rivolti ai pic­coli pro­dut­tori rurali e alla cre­scita del mer­cato interno, aumento dei posti di lavoro».

Per il governo bra­si­liano, la Coppa del mondo è anche un’opportunità per le pic­cole e medie imprese, che impie­gano grandi quan­tità di mano­do­pera. E, per garan­tire che le con­di­zioni di lavoro, il 15 mag­gio ha lan­ciato la cam­pa­gna nazio­nale di sen­si­bi­liz­za­zione sul lavoro digni­toso. Tut­ta­via, «il gene­rale scol­la­mento tra società e poli­tica che inte­ressa un po’ tutti i paesi s’incontra con la giu­sta cri­tica alle disu­gua­glianze, retag­gio delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste degli anni ’80. Le pri­va­tiz­za­zioni dei ser­vizi pub­blici – dall’elettricità alle tele­co­mu­ni­ca­zioni, ai tra­sporti – hanno tra­sfor­mato la rela­zione tra stato e imprese pri­vate sem­pre più a favore di que­ste ultime, che li hanno acqui­stati a pro­prio van­tag­gio e non certo nell’interesse gene­rale. I gio­vani, gli oltre 3 milioni di per­sone che sono scese in piazza nelle prin­ci­pali città del paese mostrano que­sta situa­zione insop­por­ta­bile e pro­te­stano con­tro la mer­ci­fi­ca­zione della vita. Pro­te­stano anche con­tro l’impunità della poli­zia e la repres­sione nelle favelas».

Il Mon­diale costerà ai con­tri­buenti 11.000 milioni di dol­lari. Costi equi­va­lenti a quelli degli stadi euro­pei, dice il governo, in alcuni casi anche al di sotto. I nuovi stadi pre­vi­sti dalla Fran­cia per il cam­pio­nato euro­peo del 2016, coste­reb­bero ognuno media­mente 850 milioni di reais. In Bra­sile, il costo medio ha rag­giunto 634 milioni di reais. Soldi che andreb­bero spesi per casa e salute, dicono comun­quei Senza tetto e i Senza terra, scesi di nuovo in piazza. Ai primi di mag­gio, il Mst ha occu­pato un ter­reno pri­vato vicino a uno sta­dio della capi­tale insieme a 1.500 fami­glie: per inau­gu­rare la “Coppa del popolo”.

Diversi ana­li­sti denun­ciano, però, anche la mano dei poteri forti nelle ten­sioni in corso, l’azione di set­tori per nulla pro­gres­si­sti. Osserva Cac­cia Bava: «Non ho mai visto le agen­zie di rating inter­na­zio­nali essere così d’accordo nell’attaccare il governo Dilma. Dicono che l’economia va male, men­tre non è vero, è molto dina­mica, come dimo­stra il cre­scente inte­resse degli inve­sti­tori stra­nieri. E però gli impren­di­tori sosten­gono che le cose non vanno bene per cac­ciare il Pt dal governo per­ché, per quante con­ces­sioni abbia fatto al grande capi­tale, ha comun­que attuato una poli­tica di par­ziale ridi­stri­bu­zione delle risorse».

Secondo i dati del governo, gli inve­sti­menti nel set­tore della Sanità nel periodo di pre­pa­ra­zione del Mon­diale sono più che rad­dop­piati, per un totale di 311,6 miliardi di reais. E quelli per l’Istruzione sono quasi tri­pli­cati dal 2007 al 2013, fino a rag­giun­gere i 447 miliardi di reais. «Inol­tre – aggiunge Sil­vio – è stata varata una buona legge per ripren­dere sovra­nità con­tro i giganti di inter­net. Il Bra­sile di Dilma sta costruendo inte­res­santi alleanze poli­ti­che nei diversi bloc­chi regio­nali. E’ al cen­tro di molte ini­zia­tive che mirano a creare un mer­cato uni­fi­cato in Suda­me­rica con una diversa capa­cità di dia­logo con gli altri bloc­chi del mondo multipolare. Ma per il grande capi­tale, gli inve­sti­menti sociali sono in per­dita: il suo obiet­tivo è quello di aprire sem­pre più strade ai mer­cati a pro­prio van­tag­gio e met­tere la mano sulle nostre risorse».

 

Caracas, presentate le intercettazioni sul tentato golpe

di Geraldina Colotti – il manifesto

28mag2014.- “Biso­gna eli­mi­nare que­sta por­che­ria, comin­ciando dalla testa, appro­fit­tando del clima mon­diale con l’Ucraina e ora con la Thai­lan­dia. Prima si fa, meglio è”. Parole di Maria Corina Machado, ex depu­tata vene­zue­lana di estrema destra. Le avrebbe scritte all’ex amba­scia­tore all’Onu Diego Arria, espo­nente del car­tello di oppo­si­zione Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud).Ancora più espli­citi i mes­saggi rivolti da Machado ai nazi­sti del gruppo Juven­tud Activa Vene­zuela Unida (Javu), finan­ziati da Hen­ri­que Salas Romer, eco­no­mi­sta e fon­da­tore del par­tito Proyecto Vene­zuela, ex gover­na­tore dello stato Cara­bobo: “La lobby inter­na­zio­nale è nel suo miglior momento”, avrebbe scritto Machado aiz­zando gli oltran­zi­sti. Il governo vene­zue­lano ha pre­sen­tato le inter­cet­ta­zioni nel corso di una con­fe­renza stampa coor­di­nata ieri sera dal sin­daco del muni­ci­pio Liber­ta­dor, Jorge Rodri­guez. Un’occasione per denun­ciare “il colpo di stato” delle destre durante la quale è emersa una rete di com­pli­cità che include, tra gli altri, il ban­chiere Eli­gio Cedeno, l’avvocato costi­tu­zio­na­li­sta Gustavo Tarre Bir­ceño (della locale Demo­cra­zia cri­stiana) e diplo­ma­tici Usa (in par­ti­co­lare l’ambasciatore in Colom­bia, Kevin Whitaker).Intanto, negli Stati Uniti, 14 depu­tati demo­cra­tici hanno espresso il loro disac­cordo al pro­getto di legge per imporre san­zioni al Vene­zuela. Lo hanno fatto con una let­tera aperta al pre­si­dente Barack Obama prima che si aprisse la discus­sione sul tema alla Camera dei rap­pre­sen­tanti. Il testo che pre­vede di bloc­care i visti e i beni ai fun­zio­nari del governo vene­zue­lano “che hanno vio­lato i diritti umani” è già stato appro­vato dalla Com­mis­sione esteri della camera e del Senato. I 14, gui­dati dal rap­pre­sen­tante per il Michi­gan John Conyers, chie­dono invece a Obama di ripri­sti­nare le rela­zioni bila­te­rali fra i due paesi, con­ge­late da quat­tro anni. Come gesto di disten­sione, il pre­si­dente del Vene­zuela, Nico­las Maduro, si è detto pronto a inviare un nuovo amba­scia­tore, già nomi­nato. Nes­suna rispo­sta, però, da Washing­ton, anche se John Kerry ha recen­te­mente usato toni distensivi.

Le destre vene­zue­lane pre­mono per l’intervento esterno attra­verso i loro fidi a Miami e tuo­nano con­tro “il castro-madurismo”. Nella let­tera a Obama, i depu­tati demo­cra­tici espri­mono invece il loro soste­gno all’azione intra­presa dall’Unione delle nazioni suda­me­ri­cane (Una­sur), che sta mediando nel con­flitto in corso da feb­braio tra governo e oppo­si­zione (42 morti e oltre 800 feriti). Un con­flitto che regi­stra il rifiuto della Mud di pro­se­guire senza prima aver otte­nuto “l’amnistia” per gli arre­stati. Fra que­sti, il com­mis­sa­rio Ivan Simo­no­vis, coin­volto nel colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez del 2002, che ha ini­ziato uno scio­pero della fame.

Il mini­stro degli Esteri, Elias Jaua, ha denun­ciato l’ingerenza degli Stati uniti davanti ai rap­pre­sen­tanti del Movi­mento dei paesi non alli­neati (Mnoal), nel ver­tice che si con­clude oggi in Alge­ria: “Il popolo vene­zue­lano merita di vivere in demo­cra­zia”, ha detto davanti agli 80 dele­gati dei 120 paesi che for­mano l’organismo inter­na­zio­nale. L’anno pros­simo, il sum­mit si terrà a Cara­cas e il Vene­zuela assu­merà la pre­si­denza del Mnoal fino al 2018. Jaua ha pre­sen­tato una denun­cia ana­loga nella riu­nione straor­di­na­ria della Una­sur, che si è tenuta in Ecua­dor lo scorso 22 e 23 maggio.

Stessa cosa intende fare davanti ad altri orga­ni­smi inter­na­zio­nali, molti dei quali sono già in pos­sesso di un cor­poso fasci­colo che docu­menta “il colpo di stato stri­sciante” ad opera della destra vene­zue­lana. Il 14 e il 14 giu­gno par­lerà al G77 + Cina in pro­gramma a Santa Cruz, in Boli­via e davanti alla Comu­nità degli stati lati­noa­me­ri­cani e carai­bili (Celac) che riu­ni­sce 33 paesi lati­no­ca­rai­bili. Oggi, Jaua va a Mosca per incon­trare il suo omo­logo Ser­gei Lavrov, per con­so­li­dare i mec­ca­ni­smi di coo­pe­ra­zione e le rela­zioni poli­ti­che con la Russia.

Dal ver­tice del Mnoal, il pre­si­dente boli­viano Evo Mora­les ha pro­te­stato con­tro “i ten­ta­tivi inva­sori degli imperi” e ha difeso il Vene­zuela socia­li­sta. “Il cam­mino delle san­zioni è un fal­li­mento come lo è stato il blo­queo e la per­se­cu­zione degli Stati uniti con­tro Cuba – ha detto Maduro durante il suo pro­gramma tele­vi­sivo set­ti­ma­nale — spe­riamo che Obama ascolti il cla­more dei popoli e instauri nuove rela­zioni di rispetto, per­ché qua­lun­que san­zione si espor­rebbe al ripu­dio internazionale”.

I rifugiati siriani in Libano votano Assad

da Al Manar

Quello che è successo in Libano spiega meglio perché i cosiddetti “Amici della Siria” stanno lottando per impedire che i siriani esercitino il loro diritto di voto, fino al divieto ai cittadini siriani per farli rimanere a casa.

Perché fin dall’inizio della crisi, le potenze occidentali e le monarchie arabe stanno lavorando attraverso innumerevoli manovre machiavelliche per nascondere il fatto che il presidente siriano ha una notevole popolarità in una buona parte della popolazione siriana. É stata la tattica costante nella loro strategia di rovesciamento, ciò per nascondere questa parte dei siriani, i lealisti!

È stato gravemente danneggiato dalle scene che hanno avuto luogo, a Beirut, ieri mattina.

Infatti, ieri, la capitale libanese ha assistito ad un aumento della massa di profughi siriani all’Ambasciata siriana situata, a Yarzè, a sudest della capitale. La maggior parte che delle arterie stradali erano affollate di auto, mezzi pubblici e pedoni siriani. Ognuno è stato travolto: i media, i libanesi stessi che numerosi non potevano raggiungere i loro posti di lavoro. E le forze di sicurezza in particolare.

Alcuni delle forze di sicureza libanesi sono venuti a fermare gli elettori siriani alle porte dell’ambasciata, minacciando di bloccare la votazione. L’intervento in prima persona dell’ambasciatore siriano in Libano, ha calmato gli animi.

Un membro del blocco parlamentare del Movimento Futuro, che ha chiesto l’anonimato è stato molto franco in un intervento al sito libanese el-Nashra, riconoscendo che la sua squadra politica ha ricevuto uno schiaffo e che s ‘non aspettare di vedere quello che ha visto.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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