Le minacce dell’estrema destra non spezzano la “Coalizione per l’austerità”

di Achille Lollo

 

ELEZIONI – Con una participazione molto differenziata (18% in Croazia e 57% in Italia), i risultati permettono alla coalizione dei partiti conservatori europei di formare, ancora una volta, con i social-democrati della coalizione europea del centro-sinistra una “grande coalizione” per dare continuità all’austerità disegnata dal Banco Centrale. Secondo le previsioni e, specialmente, d’accordo con le proposte dei leaders dei partiti che hanno partecipato alle elezioni europee del 25 maggio, il nuovo Parlamento dell’Unione Europea avrebbe dovuto, finalmente, decretare la fine dei programmi di austerità messi a punto dal Banco Centrale Europeo (BCE) e il rifiuto della guida della tedesca Angela Merkel. In tutti i partiti – escludendo i conservatori tedeschi fedeli alle rigide regole fissate dalla Merkel – si respirava un’aria di cambiamento, dal momento che tutti i candidati scommettevano, per esempio, sulla fine o la modifica delle regole assassine della Spending Review o del Fiscal Compact – regole che, in Italia, per esempio, hanno inchiodato gli Italiani sulla croce dei tagli di bilancio fino al 2020, per un totale di 285 miliardi di euro. In Grecia, il programma di austerità è stato ancora più drastico e duraturo. Per questo, in questa elezione, la sinistra radicale, guidata da Aléxis Tsipras, ha ottenuto il 26,8% dei suffragi, mentre la caduta del partito conservatore Nuova-Democrazia ha favorito la crescita della destra fascista (Alba Dorata), che ha registrato un sorprendente 9,2%. Purtroppo per loro, le previsioni non sono state confermate, dal momento che i partiti dell’estrema-destra europea non possiedono una rappresentanza parlamentare a Bruxelles capace di promuovere la mediazione sugli effetti brutali dell’austerità – di modo che il successo dei partiti della destra xenofoba, razzista e anti-europea servirà appena a fomentare nuove brighe politiche nei rispettivi paesi, ottenendo, così, eventualmente, la realizzazione delle elezioni anticipate.

 

Il caso limite in Francia?

 

Il principale terremoto elettorale si è registrato in Francia, dove il PS – partito socialista riformista di François Hollande – pur essendo al governo e avendo condiviso interamente i programmi di austerità finanziaria della BCE, ha sofferto una disastrosa débâcle, nel passare dal 51,9% delle elezioni presidenziali del 2012 al miserabile 14,7% in queste elezioni europee. È stato in questo contesto che Marine Le Pen, figlia del carismatico leader della destra fascista francese e fondatore del Front National – dopo aver opportunamente messo a tacere l’eredità del fascismo paterno, per assumere la bandiera razzista in favore dell’espulsione degli immigranti e della uscita della Francia dal Sistema Monetario Europeo (Euro) –, ha preso il 26,2% dei suffragi elettorali, trasformando il Front National nel primo partito politico della Francia. Di fatto, sull’onda di questo risultato, Marine Le Pen e i conservatori/gollisti dell’Unione per il Movimento Popolare (UMP) – che con il 20,3% adesso sono il secondo partito francese – esigono che il presidente François Hollande chiuda la legislatura, fissando nuove elezioni a settembre di quest’anno. È evidente che è ancora presto per dire se il presidente e il suo governo avranno la capacità di resistere alle pressioni del Front National e della UMP. In quest’ambito, non possiamo dimenticare che il successo della leader dei post-fascisti francesi ha molto a che vedere con il voto di protesta della classe media e, soprattutto, dei lavoratori, sempre più angosciati con la complicata situazione socio-economica. Un voto che penalizza il governo del PS per aver fatto molto poco per impedire l’esplosione della disoccupazione giovanile, la chiusura di interi settori industriali e l’ampliamento della degradazione nelle periferie suburbane delle metropoli. Frattanto, l’impressione degli analisti è che la vittoria di Marine Le Pen, in quanto donna dell’ estrema-destra e l’affermazione in ambito europeo di un partito come il Front National che, nonostante la riverniciata moderata continua a essere un partito post-fascista, non sia un caso limitato alla Francia. Di fatto, in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea, la destra fascista o post-fascista, xenofoba o razzista, anti-euro o addirittura neo-nazista, è cresciuta abbastanza in quest’elezione. In primo luogo, per aver saputo esplorare la crisi di valori politici e ideologici che la sinistra riformista e anche la social-democrazia hanno alimentato negli ultimi 20 anni. In secondo luogo, perché con la fine dello “Stato del Benessere Sociale” e l’affermazione delle complessità socio-economiche della “società di mercato”, basata soprattutto sulla pratica della concorrenza e del consumismo, la conseguenza più immediata è stata la crisi di rappresentanza politica e la mancanza di fiducia degli elettori – in particolare dei giovani – nei partiti che si alternavano al potere in paesi come la Francia, l’Olanda, il Belgio, la Gran Bretagna, la Danimarca, la Germania, l’Ungheria, l’Austria, l’Italia e la Grecia. Per questo, in Francia si è avuto un fenomeno elettorale abbastanza emblematico, con i combattivi elettori della famosa classe operaia, che, nel passato, sempre ha votato per i comunisti del PCF e per i socialisti del PS. Di fatto, quando molti settori di questa importante componente popolare hanno scoperto che i due partiti della sinistra riformista erano stati cooptati dal potere, hanno smesso di andare a votare o hanno cominciato a dare le loro preferenze al nemico giurato della sinistra riformista, cioè, ai fascisti del Front National. Può sembrare qualcosa di assurdo tipico della politica francese, ma negli ultimi anni, il Front National, come anche molti partiti della nuova estrema destra europea, sono riusciti ad assorbire il voto di interi settori di lavoratori danneggiati dalla disoccupazione e di una parte della classe media, in vista della promessa di espellere gli immigranti africani e arabi, oltre a quella di dare un impiego ai giovani. Tutti questi elementi, sommati alla continua de-politicizzazione che i partiti riformisti e i sindacati hanno promosso in seno ai settori popolari, hanno creato un nuovo scenario politico, che ha favorito l’estrema destra francese. D’altro canto, in seguito alla caduta del Muro di Berlino, l’urgenza da parte della NATO e della CIA di creare forze antagoniste nelle antiche repubbliche socialiste, nel momento in cui questi paesi aderivano all’Unione Europea, ha permesso la riorganizzazione delle antiche cellule naziste, che in pochi anni si sono trasformate in partiti, occupando importanti spazi politici. Di fatto, in queste elezioni europee, il partito neo-nazista tedesco, la NDP, è riuscito a entrare nel Parlamento Europeo, eleggendo un deputato; mentre in Ungheria il partito fascista Jobbik è diventato la seconda forza politica del paese, grazie alla complicità del primo ministro Orban.

 

La favola del PD italiano

 

La campagna elettorale ha mostrato chiaramente che tutti i “grandi media” e anche il giornale indipendente di sinistra Il Manifesto erano dalla parte della classe politica, interamente mobilizzata contro il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Praticamente, dal PD di Matteo Renzi fino al microscopico “Fratelli D’Italia” della post-fascista Giorgia Meloni, passando per Forza Italia di Silvio Berlusconi, tutti sono stati virtualmente uniti per impedire al M5S di vincere questa elezione e dunque iniziare una discussione sulla reale consistenza ed efficacia dell’attuale sistema parlamentare europeo. Chi più ha investito nel confronto con il Movimento di Beppe Grillo – che in realtà è ancora un movimento senza nomenclatura e apparato burocratico partitico – è stato il PD del primo ministro Matteo Renzi. Di fatto, per impedire la pre-annunciata migrazione di 10 milioni di voti operai, Matteo Renzi ha firmato un Decreto Legge nel quale è previsto che tutti i lavoratori con contratto di lavoro stabilizzato avessero un “bonus di crescita” del valore di 80 euro, che il governo s’impegna a pagare durante tre anni, già a partire dal salario di maggio, pagato il giorno 28. Cioè, tre giorni dopo le elezioni. Allo stesso tempo, Grillo, per recuperare gli elettori di sinistra e del PD cooptati con il bonus di 80 euro, inaspriva ancora di più il dibattito, arrivando a evocare la “questione morale e la lotta contro la corruzione”, che è stata il grande cavallo di battaglia del leader del PCI, Enrico Berlinguer, poco prima della sua morte. Questo è stato un errore mediatico di grandi dimensioni che è costato al Movimento 5 Stelle una vittoria quasi sicura in queste elezioni, visto che i media hanno cominciato a presentare Beppe Grillo come un potenziale dittatore comunista, che aspirava a tirannizzare la classe media, i pensionati e, soprattutto, i commercianti e i piccoli imprenditori. Allo stesso tempo, i candidati del PD, nel dialogare preferenzialmente con gli imprenditori, ammonivano che con la vittoria del M5S, l’Italia sarebbe rimasta più povera della Grecia. Al di là di questo, la de-qualificazione e la frammentazione dei partiti della destra hanno permesso al PD di presentarsi come l’unico partito capace di rappresentare l’Italia nell’Unione Europea e, così, garantire i necessari flussi di investimento e l’aiuto finanziario. Per dovere di cronaca, bisogna ricordare che negli ultimi dieci giorni di campagna elettorale, le Borse Valori europee, con la paura della vittoria del M5S, hanno cominciato a declassificare i titoli del debito esterno italiano, mentre lo spread del debito esterno ritornava a salire – una situazione che ha determinato il panico in molti settori della popolazione. Molti analisti, oggi, riconoscono che i media, le banche e, soprattutto, la classe politica sono riusciti a propagare negli elettori la paura per quello che potrebbe accadere in futuro, nel caso che il M5S di Grillo vincesse. Per questo, la partecipazione nelle urne è stata massiccia (57%), come anche il pronunciamento a favore del PD di Renzi, che ha vinto con un’eccezionale 40,2%, mentre il Movimento 5 Stelle si è imposto, con il 22,8%, come secondo partito. Un altro elemento determinante in queste elezioni è stato il perfetto stile comunicativo di Renzi, che, di fatto, ha incantato gli elettori, soprattutto i 10 milioni di moderati che nelle elezioni del 2012 avevano votato per i partiti della destra (Forza Italia e Lega), credendo nelle promesse semplicistiche di Silvio Berlusconi e di Ugo Bossi. Questa volta è stato il nuovo PD di Renzi a vincere, scommettendo sulla speranza e nelle promessa di realizzare, da qui a settembre, le riforme della Costituzione, della Giustizia, del sistema tributario, del sistema elettorale, della normativa sul lavoro, del Senato, delle Province e, logicamente, la sburocratizzazione del sistema amministrativo centrale e regionale – riforme che, nel Parlamento, il primo ministro potrà realizzare soltanto con l’aiuto del partito di Berlusconi. In quanto a questo, come segretario generale del PD, Renzi dovrà ingaggiare una guerra interna intensa per scompaginare definitivamente l’opposizione formata dalla vecchia guardia dell’ex-PCI (D’Alema, Bersani, Civita, Veltroni etc.), che ancora controlla il 40% dell’apparato partitico.

 

La grande coalizione

 

L’eccezionale vittoria del PD di Renzi, che, in Italia, governa con una maggioranza formata dai partiti di destra (NPD e UDC), più l’appoggio esterno di Forza Italia di Berlusconi, sarà determinante per stabilire la conservazione di un equilibrio politico tra la maggioranza conservatrice e l’opposizione del centro-sinistra, che in quest’ambito sarà il nuovo alleato del fronte conservatore. Per realizzare questo, la coalizione partitica europea di centro-sinistra, il “PSE” (Partito Socialista Europeo, che in realtà dovrebbe chiamarsi social-democratico, visto che di socialista non ha più nulla) dovrà integrare la “Grande Coalizione Europea” e lavorare insieme con il Partito Popolare Europeo (PPE), che è la formazione dei partiti conservatori europei. Una soluzione mega-partitica che permetterà alla tedesca Angela Merkel e alla BCE di dare continuità ai programmi di austerità e dettare la linea politica attraverso la nomina del conservatore lussemburghese Jean Claude Junker alla presidenza del Parlamento Europeo. Già per Martin Schulz, il candidato della social-democrazia tedesca (SPD) e del PSE, si sta preparando la poltrona della Commissione Europea – una soluzione alternativa che, in realtà, non riguarda l’Unione Europea, dal momento che sembra nulla cambierà o nulla disturberà il progetto politico e economico della UE, che sempre sarà articolato da politici conservatori.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente del Brasil de Fato in Italia, editore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Appello internazionale a sostegno di Podemos

A pochi giorni dalle ultime elezioni europee del 25 maggio 2014, come firmatari di questo manifesto, vogliamo diffondere la dirompente entrata nel panorama politico spagnolo dell’iniziativa “Podemos”, che ha ottenuto in poco piú di quattro mesi di esistenza un impressionante sostegno popolare dell’8% dei sufragi, diventando la terza forza politica in 20 delle 40 principali cittá del paese. Davanti al paesaggio desolato che le politiche di austerità hanno dipinto nel Sud d’Europa, è incoraggiante il sorgere di alternative disposte a lottare per la democrazia, i diritti sociali e la sovranità popolare. Ancora più incoraggiante è il fatto che queste alternative provino, contemporaneamente, a fare politica attraverso formule innovative, aldilà del ricatto che condanna tali paesi a dipendere dalle misure di austerità dettate dall’elite politica e finanziaria dell’Unione Europea.

Podemos è riuscito a raccogliere l’eredità del ciclo di mobilitazioni popolari che, dal 2011, sono sorte in tutto il pianeta, per rivendicare una democrazia degna di questo nome. Lo ha fatto favorendo la partecipazione della cittadinanza attraverso primarie aperte e la redazione di un programma partecipativo, grazie alla costituzione di circoli di appoggio e assemblee popolari, rinunciando al finanziamento attraverso prestiti bancari e adottando un fermo compromesso con la revocabilità delle cariche e la limitazione degli stipendi.

Il programma politico di Podemos, costruito in maniera partecipativa da migliaia di cittadini, è riuscito a materializzare il desiderio condiviso da milioni di persone nel mondo in un progetto politico concreto: la frattura con la logica neoliberale dell’austericidio e la dittatura del debito; la distribuzione equitativa del lavoro e della ricchezza; la democratizzazione di tutte le istanze della vita pubblica; la fine della corruzione e dell’impunità che hanno trasformato il sogno europeo di uguaglianza, libertà e fraternità nell’incubo di una società ingiusta, disuguale, oligarchica e cinica.

Come hanno dimostrato queste ultime elezioni, la disaffezione e il disagio che provocano le politiche imposte dalla Troika, sono un terreno fertile per il ritorno e la crescita della xenofobia e del fascismo. Urge, quindi, che la speranza germinata con Podemos si estenda a tutti i paesi: la resistenza di un popolo che si rifiuta di accettare l’assoggettamento passivo e rivendica per sé quel potere che, nella sua essenza, appartiene solo a lui: la democrazia, la capacità di decidere tra tutti ciò che é di tutti.

Manifestiamo, per questo, il nostro sostegno a questa iniziativa e al suo metodo aperto e partecipativo, con la speranza che il suo impegno sia fruttifero e si sparga in modo inarrestabile in tanti luoghi dell’Europa e del mondo.

Gilbert Achcar
Jorge Alemán
Cinzia Arruzza
Étienne Balibar
Brenna Bhandar
Wendy Brown
Bruno Bosteels
Hisham Bustani
Judith Butler
Fathi Chamkhi
Noam Chomsky
Mike Davis
Erri De Luca
Costas Douzinas
Eduardo Galeano
Michael Hardt
Srećko Horvat
Robert Hullot-Kentor
Sadri Khiari
Naomi Klein
Chantal Mouffe
Aristeidis Mpaltas
Yasser Munif
Antonio Negri
Jacques Rancière
Leticia Sabsay
Mixalis Spourdalakis
Nicos Theotocas
Alberto Toscano
Slavoj Žižek

L’Alleanza bolivariana (ALBA), l’Italia e il futuro del mondo

di Alessandro Di Battista*

Ieri in Commissione esteri siamo riusciti a far passare una nostra risoluzione che impegna il governo a “rafforzare i rapporti politici, culturali, diplomatici ed economici” con l’ALBA (l’Alleanza Bolivariana per le Americhe).

L’ALBA è un sistema di cooperazione tra paesi promossa in alternativa all’ALCA (l’Area di Libero Commercio voluta dagli Stati Uniti e dalla loro intelligence).

Fanno parte dell’ALBA Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador e altri paesi che, di fronte allo strapotere del FMI (vero strozzino internazionale), hanno deciso di “fare gruppo” e garantirsi reciproci aiuti (petrolio in cambio di formazione medica – carne in cambio di gas etc etc).

Quali sono i due paesi che hanno dato maggiore impulso all’ALBA? Il Venezuela di Chávez e la Cuba dei Castro, due paesi socialisti.

Noi valutiamo con estrema positività questo coordinamento tra paesi latino-americani soprattutto per la motivazione principale: smettere di essere sudditi degli USA. Siamo per questo marxisti? Siamo di sinistra? Assolutamente no! Magari oggi qualche giornale ci definirà comunisti 2.0, forse gli stessi giornali che ci hanno dato dei fascisti.

Il M5S nasce per costruire sovranità. Sovranità politica, alimentare, monetaria, energetica. Quella sovranità persa in America Latina per colpa di trattati calati dall’alto, di ingerenze da parte della CIA, per colpa del transgenico della Monsanto o delle basi USA dove, oltretutto, si violano i diritti umani.

Io considero essenzialmente la perdita di sovranità il vero “nemico”. E’ scandaloso il modo in cui la TROIKA ha commissariato di fatto uno stato sovrano come la Grecia bloccando ogni tentativo di referendum popolare sulla permanenza in Europa.

La TROIKA (Commissione Europea, BCE e FMI) sta utilizzando il ricatto del debito (un debito che non abbiamo contratto noi cittadini) per creare un vero e proprio colonialismo in Europa. Lo stesso identico meccanismo che USA, Banco Mondiale e FMI (sempre il FMI) ha utilizzato per colonizzare l’America Latina.

* Commissione affari esteri Camera M5S

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ATTO CAMERA

RISOLUZIONE IN COMMISSIONE CONCLUSIVA DI DIBATTITO 8/00063

Dati di presentazione dell’atto

Legislatura: 17
Seduta di annuncio: del 11/06/2014

Risoluzione conclusiva di dibattito su

Atto numero: 7/00234

Firmatari

Primo firmatario: DI BATTISTA ALESSANDRO
Gruppo: MOVIMENTO 5 STELLE
Data firma: 11/06/2014

Elenco dei co-firmatari dell’atto
Nominativo co-firmatario Gruppo Data firma
DI STEFANO MANLIO MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014
SPADONI MARIA EDERA MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014
SIBILIA CARLO MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014
GRANDE MARTA MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014
SCAGLIUSI EMANUELE MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014
TACCONI ALESSIO MISTO-ALTRE COMPONENTI DEL GRUPPO 11/06/2014
DEL GROSSO DANIELE MOVIMENTO 5 STELLE 11/06/2014

Commissione assegnataria

Commissione: III COMMISSIONE (AFFARI ESTERI E COMUNITARI)

Stato iter: 

CONCLUSO il 11/06/2014

Fasi iter:

COLLEGA (RISCON) IL 11/06/2014
APPROVATO IL 11/06/2014
CONCLUSO IL 11/06/2014

Atto Camera

Risoluzione conclusiva 8-00063

presentato da

DI BATTISTA Alessandro

testo di

Mercoledì 11 giugno 2014 in Commissione III (Affari esteri)

7-00234 Di Battista: Sulle relazioni con l’ALBA (Alianza Bolivariana para América Latina y el Caribe).

NUOVA FORMULAZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE

La III Commissione,
premesso che:
l’ALBA, l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) è un sistema di cooperazione politica, sociale ed economica tra i Paesi dell’America Latina e i Paesi caraibici, promossa a partire dal 2004 dal Venezuela e da Cuba in alternativa all’ALCA (Area di libero commercio delle Americhe) voluta dagli Stati Uniti;
l’Alleanza bolivariana per le Americhe è un modello d’integrazione dei popoli dei Caraibi e dell’America Latina, i quali condividono spazi geografici, vincoli storici e culturali, necessità e potenzialità comuni;
si tratta, dunque, di uno schema d’integrazione basato sui principi di cooperazione e solidarietà, che nasce come alternativa al modello neoliberale, il quale non ha fatto altro che acuire le asimmetrie strutturali e favorire l’accumulazione delle ricchezze a minoranze privilegiate a scapito del benessere dei popoli;
l’ALBA è basata sulla creazione di meccanismi finalizzati alla creazione di vantaggi cooperativi fra le nazioni che permettano di compensare le asimmetrie (sociali, tecnologiche, economiche, sanitarie, e altro) esistenti tra i paesi dell’emisfero;
nella proposta dell’ALBA hanno importanza fondamentale i diritti umani, del lavoro e delle donne, la difesa dell’ambiente nonché la lotta contro le politiche protezionistiche;
i Paesi appartenenti all’Alba, inoltre, perseguono l’obiettivo di eliminare gli ostacoli all’integrazione impegnandosi a fronteggiare: la povertà della maggioranza della popolazione, le profonde diseguaglianze e asimmetrie tra i paesi, gli interscambi e relazioni non paritarie nelle relazioni internazionali, il peso di un debito impossibile da pagare, l’imposizione della politica di risanamento strutturale del FMI e della Banca mondiale, gli ostacoli all’accesso all’informazione, alla conoscenza e alla tecnologia, la monopolizzazione dei mass media;
la Conferenza Italia-America Latina e Caraibi, tenutasi a Roma il 12 dicembre 2013, ha confermato come l’Italia sia impegnata affinché l’America latina diventi una grande area di benessere e prosperità saldamente legata all’Unione europea e in particolare a quei Paesi, come il nostro, che guardano con naturale simpatia e interesse allo sviluppo della regione, facendo riferimento, tra le varie realtà di cooperazione e integrazione che stanno nascendo in America Latina e nei Caraibi, anche all’ALBA,

impegna il Governo:

a intensificare e rafforzare i rapporti politici, culturali, diplomatici ed economici con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, in particolare con i Paesi appartenenti alla menzionata ALBA nel quadro della tradizionale attenzione per tutti i processi di integrazione in atto nel sub Continente;
a porre, quale obiettivo prioritario della politica estera italiana, quello del rafforzamento delle relazioni con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi;
a favorire, sostenere e accelerare il rafforzamento e il consolidamento delle relazioni con i Paesi dell’America Latina e dei Caraibi anche nelle diverse sedi europee e sovranazionali.
(8-00063) «Di Battista, Manlio Di Stefano, Spadoni, Sibilia, Grande, Scagliusi, Tacconi, Del Grosso».

 

(FOTO) A Napoli il primo spazio verde dedicato a Hugo Chávez

Un’iniziativa nata dal “basso”. Nel senso proprio del “basso” napoletano, di quelle abitazioni popolari che stanno al piano strada e di quei piccoli commercianti e che hanno lì “la bottega”, come quella de El Kubri di Emanuele, di Ciccio del bar dell’Orientale che ha offerto da mangiare e da bere ai presenti, ma soprattutto del pescatore Francescomaria Primerano, Cooperativa “Maremare”, di Pino De Stasio, del Bar Settebello Palazzo Filomarino, che ha trovato l’appoggio e il sostegno del presidente della Seconda Municipalità di Napoli, Francesco Chirico. Un’iniziativa povera e improvvisata, se si vuole, ma fatta con il cuore, e di chi nel cuore del Comandate Eterno si è riconosciuto e si è ritrovato. En Chávez nos encontramos tod@s!

Primo incontro italiano di solidarietà con la Rivoluzione bolivariana

Causa minacce di sgombero del Lucernario Occupato (a cui va tutta la nostra solidarietà) l’incontro di domenica 29 giugno è spostato al

Centro Sociale SCUP 

Via Nola 5 Roma

 

VENEZUELA SOCIALISTA SE RESPETA!

Primo Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana

 

Domenica 29 giugno 2014

Dalle 09:00 alle 18:00 ore

Centro Sociale SCUP 

Via Nola 5 Roma

 

Albassociazione/AlianzaPaís-Italia/Amig@s MST-Italia/ANROS/Associazione di Amicizia Italia-Cuba (Roma-Ravenna-Parma)/Associazione Italia- Nicaragua. Circolo Leonel Rugama/Associazione LiberaRete/Associazione Nazionale Nuova Colombia/ CARC/Casa dei Popoli/Casa del Popolo di Torpignattara/Centro Sociale  Spartaco/ Centro di Iniziativa Popolare Alessandrino/Centro Studi Antonio Gramsci/CESTES centro studi USB/CIRCinternazionale/Circolo Bolivariano Alessio Martelli/Circolo Bolivariano Hugo Chavez/CORTOCIRCUITO/Fronte della Gioventù Comunista/J-PSUV-Italia/Marx XXI/ MAS-Bolivia en Roma/Militant/ Partito Comunista/ PDCI /Piattaforma Comunista/Rete dei Comunisti/Rete in Difesa dell’Umanità/Rete No War/Rifondazione Comunista/SuramericAlba/(n)PCI/

 

International Migrants Alliance/Lega Immigrati albanesi “Iliaria”/Misil (movimento integrazione sviluppo italo latinoamericano/Associazione “I Blu”/Fronte di liberazione del popolo.JVP (Sri Lanka)/Associazione Umangat-Migrante/Comitato Immigrati in Italia/Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia

CONTROPIANO/Il Manifesto/Le Monde Diplomatique/LiberaTV/

Radio Città Aperta/Rivista Nuestra America/Web Sibia-Liria

Associazione sportiva Quartograd

Associazione di Amicizia San Marino-Cuba/Associazione Galego-Bolivariana Hugo Chávez / Comando Electoral Hugo Chávez–España/CUBADEBATE/Movimiento América Libre y Socialista para Europa/Círculo Bolivariano “La Puebla” de Euskal Herria/Asociación Euskadi-Cuba/Plataforma Comunicacional Somos Sin Banderas/RESOLVER-Red de Solidaridad con Venezuela Revolucionaria-Suecia

 

Mondiali di calcio: ovunque ma non in Brasile?

socratesdi Gennaro Carotenuto

Girano e gireranno articoli e commenti sprezzanti e/o indignati tendenti a sostenere che il Brasile sia inadeguato a ospitare i Campionati del mondo di calcio. Addirittura rimbalzano sui social network foto-bufala e articoli contriti con fiumi di sangue che documenterebbero presunti massacri di bambini di strada orditi dal governo di Dilma Rousseff per ripulire le strade e dare una buona immagine del paese ai turisti.

A ciò si aggiungono denunce ragionevoli e condivisibili (ma generiche e spesso dai numeri amplificati) sui morti nei cantieri degli stadi, sui costi esorbitanti e sul giro di corruzione legato al grande evento. Sono critiche sensate soprattutto quando sono documentate e non ciclostilate da Facebook. Lo sono molto meno quando tali critiche attribuiscono i problemi all’indolenza o alla corruttela congenita di uno stereotipato paese del Sud del mondo. Viene veicolata la convinzione, molto di sinistra (ma anche questa poco o affatto documentata), che gli investimenti -o sprechi- per la Coppa sarebbero stati stornati da programmi sociali. Sono quelli stessi che spesso vengono criticati come clientelari, ma che sono stati decisivi per permettere a decine di milioni di brasiliani di migliorare la loro condizione durante i tre mandati di governi di centro-sinistra di Lula prima e di Dilma ora.

Non è vero che i progetti d’inclusione sociale siano stati tagliati per i mondiali. È semmai discutibile l’ingente investimento pubblico nella Coppa sul modello di Italia ’90: soldi pubblici, profitti privati. Era un crinale difficile da percorrere diversamente per un paese che ha basato la propria trasformazione sulla non belligeranza dei mercati. Centrifugato tutto ciò nella naturale solidarietà che il complesso disinformativo-industriale inietta per le proteste altrui (v. alla voce Venezuela), salvo definire terroristi i nostri studenti e lavoratori precari ogni volta che scendono in piazza, in molti concludono che sia inaccettabile che un paese con le disuguaglianze e le contraddizioni del Brasile organizzi eventi come un mondiale di calcio.

Non sarà chi scrive a difendere la logica dei grandi eventi, e i cortocircuiti di interessi privati che tali manifestazioni comportano, né è questa la sede per discutere dell’industria capitalista dell’intrattenimento sportivo. Tali grandi eventi, pur criticabili, esistono e, a meno che non si pensi che gli unici paesi abilitati ad ospitarli a turno siano la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, bisogna fare i conti con la materialità del capitale culturale e simbolico messo in moto in questi casi rispetto alla perfettibilità della natura umana. Rigiocare dopo 64 anni i mondiali nel paese che simboleggia il calcio più di ogni altro, nel momento storico nel quale questo finalmente s’incammina a realizzare il proprio “destino manifesto” di potenza globale, rappresenta il sovvertimento di gerarchie mentali consolidate. Il Brasile è un grande paese moderno, una potenza che guarda al resto del mondo in maniera più solidale di quanto non facciano le altre, come ha testimoniato mettendosi alla testa della lotta contro l’ALCA, e che non sarebbe stato certo migliore se i mondiali non li avesse organizzati.

Non sono i mondiali ad incidere sui problemi dello sviluppo, sull’agroindustria, sulle miniere a cielo aperto, sulla pedofilia legata alla prostituzione minorile e su altre mille contraddizioni di un paese come il Brasile ma non è giusto dire che vi saranno bambini brasiliani che non mangeranno per colpa dei mondiali. Giova in questo ricordare che, fuor da complottismi, alcune proteste (come quella dei trasporti a San Paolo, capace di gettare nel caos la grande metropoli) appaiono sospette di eterodirezione a secondi fini e che in ballo c’è il passaggio elettorale del 5 ottobre, quando le destre contano di spodestare Dilma Rousseff e il Partito dei Lavoratori per riportare il paese nella palude del neoliberismo duro e puro. Sarebbe questo allora a privare di pane, salute ed educazione milioni di brasiliani.

Alla maniera di come possono esserlo i grandi eventi simbolici, il mondiale in Brasile è quindi sovversivo rispetto a gabbie, colonialismi mentali e gerarchie. Da destra e da sinistra, ogni dettaglio sarà osservato criticamente e rinfacciato ad un paese impegnato nell’impresa di uscire da un destino di marginalità nel quale era stato relegato dal sistema mondo coloniale e post-coloniale e che invece, all’alba del XXI secolo, si è saputo ritrovare al centro di un mondo multipolare.

I Mondiali di Calcio in Brasile (e nel 2016 i giochi olimpici) fotografano tale mondo multipolare uscito dalla gabbia della centralità dell’Occidente, generata dalla vittoria nella guerra fredda e dal neoliberismo trionfante e rapidamente avvizzito sul delirio neoconservatore e sull’esplosione di tante realtà diverse nel mondo che non si sentono più seconde ai cosiddetti paesi centrali. Dopo le Olimpiadi in Cina e i mondiali di calcio in Sud Africa, il Brasile è il terzo membro dei Brics (poi toccherà alla Russia, resta per ora fuori l’India) ad ospitare uno dei due più popolari eventi sportivi mondiali. Ci piacciono questi paesi? Non ci piacciono? Sono perfetti? Sono meglio o peggio di noi? Hanno titolo per ospitare un grande evento o dobbiamo paternalisticamente dettar loro altre priorità? Ciò ricorda il periodico ridicolo dibattito se un’impresa privata come la “SSC Napoli” possa acquistare Hasse Jeppson, Beppe Savoldi o Diego Maradona, operando in una città dove, secondo informatissimi critici, non vi sarebbero né l’Università né le fogne.

Nessuno meglio del Brasile, un grande, complicatissimo paese di 200 milioni di abitanti, può rappresentare il fronte progressista di questo mondo multipolare che è sotto i nostri occhi. Nessuno come il Brasile, con tutte le contraddizioni, nell’ultimo decennio ha fatto di più per ridurre (se speravate di vederle annullare siete ingenui o in malafede) disuguaglianze e ingiustizie plurisecolari, con 50 milioni di persone uscite dalla povertà negli ultimi anni e con livelli d’indigenza ai minimi storici. Ora questi ex-poveri alzano l’assicella delle loro esigenze, criticando governi ai quali devono molto. Bene che lo facciano, vedremo chi saprà dare risposte sfondando un nuovo tetto di cristallo per questo grande paese.

Sulla terribile violenza che da molti anni caratterizza l’America latina, soprattutto a causa del narco, possiamo indignarci finché vogliamo. Sicuramente i governi integrazionisti, il Venezuela oltre al Brasile, non si sono distinti in questi anni per i successi contro la violenza ma neanche si sono registrati picchi da guerra civile come in Messico o in Honduras. In Brasile gli squadroni della morte che fanno “pulizia sociale” esistono da decenni, agli ordini soprattutto di interessi privati che utilizzano la corruzione dei corpi di polizia a tali fini. Non li ha scoperti un giornalista danese nel 2014 ed è falso e tendenzioso affermare che dietro l’assassinio di tanti “meninos de rua” (due al giorno in media nella sola San Paolo) vi sia dietro il governo di Dilma Rousseff. Anche rispetto alle inefficienze, queste sono create ad arte innanzitutto dalle imprese appaltatrici, che ricattano il governo creando ritardi per poter spillare aumenti rispetto ai contratti originali. Del resto, chi legge in italiano, avrà sentito parlare di appalti per la Salerno-Reggio Calabria, o per l’Expo di Milano, il Mose di Venezia e sa come vanno codeste cose. In merito le parole di Pelé, da una vita uomo-immagine di tutte le destre, dittatura militare compresa, e riportate con grande risalto dai media internazionali, proprio non sono meritevoli di credito.

Si potrebbe continuare a lungo. Il Brasile non è certo una società perfetta (chi lo è?) e i mondiali di calcio sono anche catalizzatori di problemi che come tali vanno denunciati e devono essere oggetto di critica sociale. Quello che non è tollerabile è il giudizio astratto, tipico di una visione occidentalista del mondo, che, di fronte alla denuncia spesso male o affatto documentata se non falsa e tendenziosa, trae la conclusione paternalistica e conservatrice che certuni non sarebbero adatti, perché culturalmente impreparati o indegni, a ricoprire determinati oneri e onori. Io sto con il Brasile.

La congiura mediatica contro Caracas

di Geraldina Colotti – il manifesto

7giu2014.- «La situa­zione in Vene­zuela non è molto lon­tana da quella che portò al rove­scia­mento di Sal­va­dor Allende nel Cile del 1973». Così si è espresso il gior­na­li­sta Mau­rice Lemoine, firma sto­rica diLe Monde diplo­ma­ti­que, al Forum inter­na­zio­nale Con­giura media­tica con­tro il Vene­zuela che si sta tenendo a Cara­cas. Un’iniziativa per denun­ciare «l’aggressione senza pre­ce­denti» subita dal governo socia­li­sta, ma anche per riflet­tere sui limiti, gli eccessi o gli errori del sistema di comu­ni­ca­zione bolivariano.

Prima con Cha­vez e poi con Maduro, gli allarmi lan­ciati dalla lea­der­ship boli­va­riana circa inge­renze e piani di golpe s’infrangono nel ven­tre molle dei grandi media, che tuo­nano con­tro un sistema «para­noico e fal­li­men­tare». Basta get­tare uno sguardo alle edi­cole, per vedere la realtà di un «lati­fondo media­tico» ancora in mano al set­tore pri­vato. Eppure, nono­stante 15 anni di con­senso, san­cito da innu­me­re­voli ele­zioni, quello cha­vi­sta resta per i media «un regime dittatoriale».

E per­sino certi sin­daci di oppo­si­zione che lan­ciano molo­tov con un pas­sa­mon­ta­gna in testa diven­tano «paci­fici mani­fe­stanti» per­se­gui­tati da un «regime» che non ammette dis­senso. Al Forum ha par­te­ci­pato anche il gene­rale Vla­di­mir Padrino Lopez, che per­se­gue i respon­sa­bili della «guerra eco­no­mica». L’ultimo ritro­va­mento nello stato di Por­tu­guesa: 20 ton­nel­late di riso sot­tratte al mer­cato interno e desti­nato al con­trab­bando. Per nascon­derle, una nuova tec­nica: sot­ter­rarle dopo averle coperte con mate­riale iso­lante. Per domani, un sin­da­cato cor­po­ra­tivo dei tra­sporti, gestito dall’opposizione, ha annun­ciato uno scio­pero a oltranza nel Tachira, che pur gover­nato a sini­stra, con­tiene alcuni bastioni di oppo­si­zione, da cui sono par­tite le pro­te­ste violente.

Il governo ha recen­te­mente denun­ciato una trama ever­siva dell’estrema destra locale intrec­ciata alle pro­te­ste vio­lente dell’opposizione, in corso dallo scorso 12 feb­braio. Finora i morti sono 42 i feriti 873. La Pro­cura gene­rale ha emesso alcuni ordini di com­pa­ri­zione per figure poli­ti­che, impren­di­tori e diplo­ma­tici. Fra que­sti, la ex depu­tata Maria Corina Machado, che ha respingo le accuse, ma ha dichia­rato che si pre­sen­terà a giu­di­zio. «Non vede l’ora di farsi arre­stare per con­fer­mare il suo ruolo di vit­tima per­se­gui­tata dal regime», ha dichia­rato giorni fa il pre­si­dente dell’Assemblea Dio­sdado Cabello.

Dopo le ele­zioni comu­nali dell’8 dicem­bre scorso, che l’opposizione avrebbe voluto tra­sfor­mare in un ple­bi­scito con­tro il cha­vi­smo e che invece si sono con­cluse con una inne­ga­bile disfatta, nella Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) si è aperto uno scon­tro per la lea­der­ship. L’ala oltran­zi­sta, capi­ta­nata da Leo­poldo Lopez, Maria Corina Machado e dal sin­daco della Gran Cara­cas Anto­nio Lede­zma, ha cer­cato di pren­dere il soprav­vento, lasciando di lato il con­te­stato (e per­dente) Hen­ri­que Capri­les Radon­ski. I 4 hanno lan­ciato la cam­pa­gna per la cac­ciata di Maduro dal governo, con vio­lenze che hanno por­tato in car­cere Lopez come man­dante. Il tri­bu­nale ha deciso che dovrà aspet­tare il pro­cesso (forse ad ago­sto) die­tro le sbarre.

Machado e i suoi hanno con­vo­cato per oggi una mani­fe­sta­zione a Cha­caito. E a New York è com­parso Car­los Vec­chio, il numero due del par­tito di Lopez (Volun­tad popu­lar), ricer­cato per le vio­lenze e dichia­ra­tosi «per­se­gui­tato poli­tico». Oggi, la mag­gio­ranza dei vene­zue­lani rispon­derà cele­brando la Festa dell’ambiente, men­tre sta comin­ciando la discus­sione sulla nuova legge sul primo impiego: «lon­tana – ha detto Maduro – dalla con­ce­zione capi­ta­li­sta che con­si­dera i gio­vani e le gio­vani schiavi del precariato».

(VIDEO) Podemos si incunea nel sistema spagnolo

di Ciro Brescia

Alle ultime elezioni europee una nuova forza politica si impone in Spagna, si tratta di Podemos, il cui volto visibile è quello del giovane (classe 1978) professore dell’Università Complutense di Madrid, Pablo Iglesias Turrión, scrittore e presentatore televisivo.

I suoi avversari politici più accesi, tanto del PP quanto del PSOE, l’hanno qualificato con una grande quantità di epiteti e accusato di essere connivente di crimini, o presunti tali, più o meno indicibili, tacciandolo di essere, a seconda dei casi e delle convenienze, un seguace di Hitler, un pupazzo in mano agli iraniani, un populista, un antisistema, un bolivariano, un terrorista, un capellone fuori tempo massimo, un bolscevico redivivo, la longa manus della dittatura castro-comunista che prova ad infiltrasi nel Regno Spagnolo.

Podemos nasce 4 mesi fa circa, dalla proposta di attivisti e militanti internazionalisti, legati all’Università Complutense di Madrid come Juan Carlos Monedero, professore di Scienze politiche. Monedero con ogni probabilità è l’europeo che meglio conosce la realtà della Rivoluzione bolivariana essendo stato dal 2005 al 2010 consigliere politico del Governo venezuelano, dello stesso Presidente Chávez, del Ministero della Pianificazione diretto da Jorge Giordani e del CIM (Centro Internazionale Miranda) diretto da Luis Bonilla.

Podemos non ha avuto la pretesa di rappresentare il movimento degli Indignados, delle mobilitazioni del 15M, ma si è proposto come uno strumento ulteriore al servizio delle mobilitazioni popolari e ne ha raccolto ampiamente il consenso, lavorando, gramscianamente, sul senso comune espresso da queste mobilitazioni: «Non è questione di destra o sinistra, è questione di democrazia o dittatura», «La casta dei politici ha subito una prima batosta con queste elezioni», questo il tono delle dichiarazioni di Pablo Iglesias in questi mesi.

Gli accademici di Podemos, a differenza degli accademici progressisti tradizionali non storcono il naso di fronte alle espressioni del comune “buon senso”, non tacciano di “populismo” e con sussiego le forme espressive di chi spontaneamente si indigna di fronte alla crisi in corso, non prendono sotto gamba la necessità di costruire “un senso comune” più avanzato, più cosciente, e sembrano aver capito che per farlo, è necessario costruire “connessione sentimentale” con le larghe masse, non solo limitarsi al discorso politico, ma capendo che anche ciò che non è apparentemente “politico” va valorizzato, a partire dalla rete dei movimenti sociali e delle organizzazioni popolari.

Secondo Juan Carlos Monedero, i popoli dello Stato spagnolo stanno vivendo un processo simile a quello sperimentato in America latina e in Venezuela un paio di decenni fa; il neoliberismo scatenato ha prodotto un disastro sociale fatto di privatizzazioni, svendite del patrimonio pubblico, perdita di sovranità popolare, frantumazione sociale, segnato da marginalizzazione, disoccupazione e povertà crescenti e l’esperienza del Venezuela bolivariano è di grande aiuto quale “exit strategy”; può essere disegnata oggi un’Europa per mettere freno alle logiche perverse del dominio dell’odierno capitalismo.

Monedero accusa la sinistra spagnola di essersi «fatta regime», cosa che non riguarda solo il PSOE, sempre più difficilmente distinguibile dal PP, con il quale ormai da tempo fa sistema in una sorta di bipartitismo in salsa iberica, che riguarda, almeno in una certa misura, anche la stessa IU (Izquierda Unida), di cui lo stesso Monedero ha esperienza diretta. C’è bisogno, quindi, di rompere concretamente questo consociativismo che, in tutta evidenza, approfondisce in questi giorni la sua crisi con le dimissioni del Re Juan Carlos che abdica, spingendo il movimento popolare, chiedendo il referendum per dare la parola ai popoli dello Stato spagnolo, e fare in questo modo decidere loro se intendono continuare a mantenere in piedi il regno e la famiglia reale o finalmente instaurare la terza repubblica.

Non è un caso che le dimissioni del Re sono state presentate dopo il risultato elettorale delle europee che hanno visto ulteriormente comprimersi il consenso per il PP ed il PSOE e conquistare un risultato non di poco conto per la nuova formazione. Podemos intende che le mobilitazioni di piazza sono necessarie ma non sufficienti, che i popoli hanno bisogno di comprendere nella pratica la necessità di organizzarsi e costruire insieme una direzione mettendo in tensione e a sistema le spinte che provengono dall’alto e quelle dal basso, in un progressivo e dinamico equilibrio che per sua natura non può prescindere da contraddizioni e confronti permanenti e che ciò che conta è far avanzare la risultante di queste forze.  Il contributo di questa forza politica può apportare non poco alla costruzione di una nuova Europa dei popoli in lotta per liberarsi dai dogmi del liberismo e in prospettiva di una autentica alternativa di sistema. 

 

Le opposizioni bloccano il dialogo con il governo venezuelano

di  Geraldina Colotti, il manifesto

Venezuela. Processo in carcere per Leopoldo López

5giu2014.- Leo­poldo López aspet­terà il pro­cesso in car­cere. Ieri mat­tina all’alba, a Cara­cas, dopo vari rin­vii si è con­clusa l’udienza pre­li­mi­nare che ha esa­mi­nato i suoi capi d’imputazione. Il lea­der di Volun­tad popu­lar (Vp) è accu­sato di asso­cia­zione a delin­quere e di isti­ga­zione alle vio­lenze di piazza che hanno finora pro­vo­cato 42 morti. Rischia 10 anni.

La giu­dice Adriana López, con altri tre magi­strati, ha deciso di riman­dare alla pri­gione mili­tare di Ramo verde (nello stato di Miranda) il diri­gente di Vp, ade­rente al car­tello dell’opposizione vene­zue­lana Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud). Tutti gli appi­gli uti­liz­zati da un col­le­gio di 15 avvo­cati difen­sori non sono bastati a con­vin­cere la corte dell’innocenza del loro assi­stito e di quella di altri cin­que impu­tati. Alla let­tura del dispo­si­tivo, alcuni impu­tati hanno insul­tato i giudici.

Lopez, 43 anni, è dete­nuto dal 18 feb­braio, a seguito delle pro­te­ste vio­lente con­tro il governo di Nicolás Maduro, scop­piate il 12. Insieme alla ex depu­tata Maria Corina Machado e al sin­daco della Gran Cara­cas Anto­nio Lede­zma, ha gui­dato gli oltran­zi­sti nella cam­pa­gna per «la salida»: l’espulsione di Maduro a furor di piazza. I quat­tro hanno appog­giato aper­ta­mente le «gua­rim­bas», bar­ri­cate di chiodi, fil di ferro e spaz­za­tura data alle fiamme, ancora spo­ra­di­ca­mente in piedi in alcune zone agiate del paese.

La data del pro­cesso non è ancora stata fis­sata. Hen­ri­que Capri­les, il lea­der dalla Mud che pur ha inteso smar­carsi dall’oltranzismo del suo antico sodale, ha accu­sato i giu­dici di par­zia­lità. Intanto, sono stati emessi ordini di com­pa­ri­zione per alcune figure dell’opposizione, accu­sate di aver ordito un piano desta­bi­liz­zante teso a ucci­dere Maduro con la com­pli­cità di «alti fun­zio­nari di governi stra­nieri». Tra que­sti, Machado, l’ex diri­gente della petro­li­fera di stato Pdvsa, Pedro Burelli, l’ex amba­scia­tore Diego Arria e l’avvocato Ricardo Koesling.

Durante la 44ma Assem­blea gene­rale dell’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) che si è con­clusa ieri ad Asun­cion, in Para­guay, il mini­stro degli Esteri Elias Jaua ha denun­ciato gli attac­chi interni ed esterni al suo governo.

Ha illu­strato gli impor­tanti pro­gressi otte­nuti in campo sociale ed eco­no­mico, a van­tag­gio di tutti i vene­zue­lani: «Abbiamo ridotto la povertà estrema dal 26% al 6% del 2012, com­piendo in anti­cipo le Mete del mil­len­nio – ha detto – abbiamo demo­cra­tiz­zato l’accesso all’istruzione uni­ver­si­ta­ria, la sanità gra­tuita, aumen­tato il sala­rio, dimi­nuito la disoc­cu­pa­zione. I diritti sociali sono diritti umani come quelli civili e poli­tici. Ali­men­ta­zione, salute, cul­tura, sono diritti ina­lie­na­bili dei popoli».

L’Osa, che ha discusso di inclu­sione sociale ma anche di riven­di­ca­zioni regio­nali come quella dell’Argentina sulle isole Mal­vi­nas, ha con­fer­mato l’appoggio al pro­cesso di dia­logo tra governo boli­va­riano e oppo­si­zione. Il dia­logo è fermo per­ché la Mud chiede la libe­ra­zione dei dete­nuti: come l’ex com­mis­sa­rio Simo­no­vis – rite­nuto col­pe­vole per i morti di piazza durante il golpe con­tro Chávez del 2002 – a cui la corte ha rifiu­tato la libertà per malattia.

L’ex vicepresidente Rangel denuncia: «Mercenari centroamericani stanno penetrando nel paese»

Immaginedi Fabrizio Verde

Spirano ancora forte i venti golpisti sul Venezuela. L’ultradestra venezuelana, evidentemente, non ha alcuna intenzione di dialogare, ne tantomeno rispettare la volontà popolare e, dunque con ogni mezzo cerca di rovesciare il legittimo governo presieduto da Nicolàs Maduro.

Dopo le violente proteste che non hanno sortito l’effetto sperato, ossia ricreare a Caracas quanto avvenuto a Kiev dove un governo democraticamente eletto è stato rimpiazzato da una giunta filonazista sponsorizzata dalla Nato, l’opposizione punta di nuovo forte sul golpismo aperto.

Secondo la denuncia di José Vicente Rangel – giornalista e già vicepresidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela dal 2002 al 2007 – stanno penetrando in Venezuela terroristi mercenari provenienti dal Centroamerica.

«Tra le azioni previste per il mese di giugno – denuncia l’esperto giornalista durante il programma ‘José Vicente Hoy’ trasmesso da Telesur – in funzione del golpe continuo, vi è la partecipazione di mercenari centroamericani provenienti da Guatemala, El Salvador e Messico, che stanno entrando nel paese per eseguire azioni di sabotaggio in connessione con bande organizzate».

Rangel ha poi aggiunto che l’estrema destra, in questa fase, cerca di riorganizzare le proprie forze al fine di continuare ad attuare quelle azioni di tipo violento e terroristico, che si succedono in Venezuela dallo scorso mese di febbraio.

A coordinare questa operazione di stampo terroristico – informa infine Rangel – vi sarebbe un importante imprenditore, proprietario di grossi centri commerciali, che da Panama si starebbe occupando di coordinare e finanziare il piano destabilizzatore.

Il governo e la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB) sono al corrente del piano destabilizzatore e pronti a mettere in campo tutte quelle misure necessarie a sventarlo. Oltre a poter contare su di un ampio appoggio popolare, unito a una forte solidarietà internazionale.

La denuncia di Rangel, rende noto quello che si configura come l’ultimo di una lunga serie di piani terroristici volti a far piombare il Venezuela nel caos. Piani cruenti, che prevedono spargimento di sangue e l’assassinio dei massimi esponenti della Repubblica Bolivariana come Maduro e Cabello, a cui si vorrebbe far subentrare una giunta militare come recentemente accaduto in Thailandia.

Ad alimentare queste operazioni, come dimostrato e comprovato dall’ex vicepresidente Jorge Rodriguez, sono i soliti noti: il Dipartimento di Stato nordamericano e l’ambasciatore Usa in Colombia. Il loro obiettivo, sempre il medesimo: eliminare un governo considerato «scomodo», non allineato, oltre che ovviamente poter mettere le mani sulle ingenti risorse petrolifere di cui dispone il Venezuela.

La Bolivia si oppone a un intervento militare in Siria

da HispanTv

Il presidente della Camera dei Deputati della Bolivia, Marcelo Elio Chavez, ha espresso la forte opposizione del suo paese a qualsiasi intervento militare in Siria.

Parlando alla Seconda Conferenza dei Presidenti delle Commissioni Sicurezza Nazionale dei paesi “Amici della Siria”, tenutasi a Teheran, Elio ha difeso mezzi politici per risolvere il conflitto siriano.

«Ho partecipato a questa conferenza a nome del Presidente (Bolivia) Evo Morales, che ha sempre rifiutato un intervento militare in Siria», ha dichiarato.

Il titolare boliviano ha sottolineato le posizioni anti- imperialiste di La Paz che «sostiene la sovranità e l’integrità territoriale dei paesi che sono diventati il fulcro delle potenze mondiali».

Elio ha voluto che i paesi che partecipano alla conferenza di “Amici della Siria” mantengano la partnership per ribadire il proprio sostegno alla creazione della pace nel mondo.

La Seconda Conferenza dei Presidenti delle Commissioni Sicurezza Nazionale dei paesi “Amici della Siria”, alla quale hanno partecipato 31 paesi, si è conclusa oggi dopo l’emissione di una dichiarazione comune.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Come Hezbollah ha creato la sua capacità di dissuasione

da Al Manar.com

In questi giorni per il 14esimo anniversario dell’espulsione della occupazione israeliana dal Libano meridionale, uno sguardo all’ evoluzione della Resistenza indica che Hezbollah ha accumulato una grande esperienza sia in termini di armamento, formazione e costruzione di attrezzature militari in grado di effettuare una serie di operazioni che sono state assegnate. In questo senso, l’aspetto più importante è la costruzione di un deterrente per evitare che il nemico israeliano pensi ad un nuovo attacco contro il Libano e il suo territorio.

Dal 1982 fino ad oggi, Hezbollah e la Resistenza Islamica hanno svolto attività quotidiane che non si limitano al lato militare, ma superano tutti gli aspetti della vita dei combattenti della resistenza, delle loro famiglie e sostenitori. In questo senso, Hezbollah ha costruito una società e una cultura della resistenza.

Hezbollah ha creato un combattente credente con i più alti standard etici, dimostrando eccezionale impegno e disciplina in interazione con le decisioni e piani della leadership. Pertanto, il miglior sistema di comando e controllo dipende dall’impegno o meno della ricezione di ordini nella sua forma tradizionale, come negli eserciti tradizionali creati. In questo senso, i militanti di Hezbollah ricevono una formazione e programmi educativi di natura religiosa o ideologica e non vi è alcuna distinzione fra combattenti e capi militari.

Sono tutti fattori chiave che spiegano la successione di vittorie della resistenza. Pur sapendo questi aspetti, i nemici non sono (o saranno) in grado di trovare un modo per impedire questi successi Resistenza.

Assistenza Sociale

La Resistenza ha fornito servizi per molti anni a grandi aree del Sud del Libano, nella valle del Bekaa e nella capitale, Beirut, attraverso società che forniscono gli aiuti alla popolazione che rafforzano la resistenza. Una di queste istituzioni, Jihad al Bina, ha svolto un ruolo importante nella ricostruzione del Libano dopo la guerra del luglio del 2006. Un’altra è l’Organizzazione della Sanità islamica, che dispone di 47 uffici dislocati in tutto il Libano e offre aiuti a chi ha problemi di salute. L’associazione di beneficenza islamica si occupa della logistica degli orfani e del sostegno alle famiglie dei detenuti. La Fondazione dei Martiri si occupa anche delle esigenze delle famiglie dei caduti.

La Fondazione islamica per l’Educazione si occupa della costruzione e ricostruzione di scuole e università, mentre l’Aqah Fondation gestisce la concessione di prestiti senza interessi. L’Associazione di appoggio alla Resistenza islamica raccoglie donazioni per la Resistenza.

Attenzione all’addestramento

La capacità militare della Resistenza dipende, in primo luogo, da armi leggere e medie, dagli esplosivi e dalla loro organizzazione che si basa sulla mimetizzazione e sul non conoscersi nella operazioni contro le pattuglie a piedi e le cellule nemiche meccanizzate. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno svolto un ruolo importante nella preparazione e formazione dei combattenti della Resistenza Islamica.

Nei primi anni della Resistenza, dal 1982, gli esplosivi sono stati utilizzati nelle battaglie contro l’occupazione israeliana nel sud del Libano. Poi sono stati utilizzati i missili anticarro A-3 Sagger. Più tardi nella guerra del 2006, sono stati impiegati i più recenti tipi di missili anticarro. Nel frattempo, la resistenza ha acquisito ampie capacità di monitoraggio sui metodi e le armi del nemico israeliano ed ha elaborato piani di lotta per settori specifici, comprese montagne e valli, città e strade.

La formazione comprende anche l’uso di tutti i tipi di armi moderne, l’arte del camuffamento e del travestimento, il raggiungimento dell’effetto sorpresa nelle operazioni militari, rimanendo in uno stato di solitudine per lunghi periodi, in interazione con i combattenti e gli altri membri del movimento nel mantenimento della riservatezza.

L’importanza dell’educazione religiosa è molto importante e alimenta il desiderio del martirio tra i combattenti e la fiducia a Dio, al fine di raggiungere un livello morale e spirituale elevato.

Armi sofisticate

Hezbollah dispone di sistemi di armamento sofisticati paragonabili a quelli di qualsiasi esercito del mondo. Dispone, inoltre, di sistemi per guerrainformatica, più una comunicazione di rete criptata wireless terrestre. Quest’ultima è la più sicura per quanto riguarda la maggiore difficoltà del nemico nell’ intercettarla.

La Resistenza ha lanciarazzi, missili anticarro e altri missili di vario tipo e capacità. Per quanto riguarda i missili, sono inclusi gli anticarro russi, Kornet ( gittata oltre 5 km), che è considerato il più capace e avanzato nel mondo e ha ottenuto ottimi risultati nella distruzione dei carri armati Merkava-4, l’orgoglio militare israeliano, nella guerra del 2006. Hezbollah avrebbe anche modernizzato, in Iran, i missili cinesi Jintao (3800 metri) e il missile degli Stati Uniti Javelin (1.800 metri). A questo va aggiunto RGP-29 lanciagranate.

Il principale deterrente contro Israele sono i missili. Hezbollah ha, secondo fonti israeliane e occidentali, migliaia di missili a corto, medio e lungo raggio (tra cui, l’ultimo tipo, i Fajr-3 e 5). Ha anche missili anti-aerei Igla e Strela, recentemente migliorati.

La Resistenza ha ottenuto centinaia di droni che possono essere utilizzati in missioni di sorveglianza e ricognizione, ma anche di attacco. Alcuni di loro possono, secondo fonti occidentali, trasportare fino a 50 kg di esplosivi e missili.

In tema navale, è stata ipotizzata l’esistenza di mini-sommergibili, attrezzati per ospitare uno o due uomini e possono effettuare ricognizione e attacco missilistico. Si è parlato anche di alcuni mezzi piccoli motoscafi dotati di siluri e missili anti-nave.

Tuttavia, questo è solo uno schema generale in base alle stime israeliane e occidentali. Nessuno può prevedere che tipo di armi e tattiche impiegherà la Resistenza se si arriverà in un futuro conflitto. Durante il conflitto in Siria, Hezbollah ha conseguito un notevole sviluppo nella sua esperienza di combattimento e nella gestione di nuove armi e tattiche, cosa che agli israeliani preoccupa molto.

Il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Nasrallah ha promesso sorprese, la forma e il contenuto non può essere previsto, nel caso in cui Israele effettuasse una nuova aggressione contro il Libano. Alcuni analisti israeliani hanno sostenuto che, con lo sviluppo della lotta in Siria, Hezbollah potrebbe essere distribuito in parti del Golan siriano occupato contro la linea con le forze israeliane. Tuttavia, questo potrebbe essere realizzato attraverso nuove formazioni di resistenza siriana addestrati da Hezbollah. Questo, di sicuro, è uno degli effetti indesiderati per coloro che hanno pianificato la guerra contro la Siria.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

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