In Palestina c’è una rivolta popolare

dilma

Intervista a Marcelo Buzzeto, docente e membro del settore Relazioni Internazionali del MST (Movimento Sem Terra)

A cura di J. Coutinho Jr, J. F. Neto e M. Silva

da Brasil de fato, 7-13 agosto 2014, p. 14-15

In un’intervista per Brasil de fato, Marcelo Buzzeto, membro del Settore Relazioni Internazionali del MST e dottore in scienze politiche, ha analizzato l’origine del conflitto e la posizione attuale del Brasile in questo scenario.

B. d. F.: Qual è l’origine degli attacchi di Israele alla Palestina?

Per capire quello che sta succedendo oggi, bisogna capire che la creazione dello Stato di Israele nel 1948 è all’origine del conflitto attuale. Quando fu creato Israele, ad opera del movimento sionista, che è un movimento nazionalista, giudaico, conservatore, anti-democratico e razzista, non ci fu un referendum indirizzato alla popolazione palestinese. Nella divisione dell’ONU, il 56% del territorio diventò lo Stato di Israele, il 42% rimase alla Palestina e il 2% a Gerusalemme, che doveva essere una città neutrale, essendo Gerusalemme orientale la capitale dello Stato palestinese. Ma in questi 50 anni il movimento sionista ha impiantato un’economia, una società, un modello di vita e ha creato un esercito dentro la Palestina.

B. d.F.: Qual è la causa degli attacchi a Gaza?

Israele ha usato come pretesto per iniziare questa nuova operazione militare il sequestro, la sparizione e la morte di tre giovani soldati che davano protezione illegale agli insediamenti di Ebrei sionisti nella vecchia città di Hebron. Questi giovani avevano in passato commesso violenze contro i Palestinesi, ma questo non è stato evidenziato dai media. I Palestinesi hanno divulgato immagini di questi soldati nell’atto di partecipare a incarceramenti, torture e umiliazioni. Non si può negare che erano direttamente coinvolti nei conflitti. Israele, però, ha incolpato Hamas, che ha negato di essere l’autore di questi assassinii.

Due settimane dopo la morte di questi giovani, sono stati realizzati circa 6oo arresti da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, prima dell’inizio dei bombardamenti a Gaza.

B. d.F.: Parte della popolazione israeliana è contraria agli attacchi, o no?

Perfino tra le forze armate di Israele e nel governo vi sono contraddizioni. Esistono dichiarazioni di ufficiali israeliani che criticano l’operazione di terra in Gaza. Un movimento di soldati israeliani si rifiuta di combattere in territorio palestinese. All’interno dello stesso governo, alcuni sostengono l’idea che è stato Hamas l’autore dei sequestri; al contrario, altri settori dichiarano che nessuna indagine ha comprovato che l’assassinio è stato realizzato dal partito.

B.d.F.: E sui diritti dei Palestinesi sanciti negli accordi di Oslo?

La valutazione di molti che stanno seguendo il conflitto è che c’è stato un fallimento degli accordi di Oslo – accordo firmato nella città di Oslo in Norvegia nel 1993, tra la Palestina e Israele, con l’obiettivo di consolidare la pace nella regione. Il fallimento degli accordi obbliga i Palestinesi a cercare altre vie per conquistare i proprio diritti, il che ha portato alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Forze dentro l’OLP, principalmente la sinistra palestinese, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, vengono dialogando con Hamas e Fatah nel senso di combattere Israele. Da allora, c’è stato un tentativo negli ultimi anni di creare una coalizione nazionale da Fatah, che governa la Cisgiordania ed è il partito che guida l’OLP, fino ad Hamas, che governa Gaza dal 2005. Questi dialoghi tra Fatah e Hamas, indirizzati a costruire un governo, hanno fatto sì che Israele cercasse di creare una nuova situazione, per impedire questa unione.

B. d.F.: Gli attacchi si stanno concentrando su Gaza, ma negli ultimi giorni si stanno diffondendo in altre zone, inclusa la Cisgiordania. Credi che possa succedere in Cisgiordania quello che sta succedendo a Gaza? E in che modo il popolo si mobilita in queste aree?

La resistenza palestinese agisce in maniere differenti. Lì in Cisgiordania esiste un movimento di liberazione nazionale, che combina diverse forme di lotta e di organizzazione. A Gaza, la situazione differisce dalla Cisgiordania e dai territori occupati nel 1948. Per esempio, i Palestinesi che vivono in territorio israeliano si mobilitano, fanno manifestazioni. Eppure, per loro è difficile organizzarsi, c’è più repressione. Le organizzazioni palestinesi che stanno lottando a Gaza sono quelle che in Cisgiordania stanno mobilitando le loro basi per un confronto con l’esercito di Israele. L’unità politica e militare che esiste a Gaza sta influenzando i Palestinesi sia in Cisgiordania che a Gerusalemme contro Israele e contro i settori dell’Autorità Palestinese. C’è anche un sentimento di indignazione da parte dei Palestinesi verso il loro proprio governo. C’è una ribellione popolare in Palestina, che ha come obiettivo principale il governo e l’esercito di Israele, ma che presenta anche dure critiche all’Autorità Palestinese. È un movimento che sta denunciando il governo palestinese come gestore dell’occupazione.

B.d.F.: Qual è la posizione dell’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in relazione all’offensiva di Gaza?

L’ANP sembra sempre più un’amministratore dell’occupazione coloniale israeliana. Penso che quello che sta succedendo oggi a Gaza e in Cisgiordania può cambiare la lotta di classe e la politica in Palestina, indebolendo l’ANP, che vuole sempre negoziare con Israele. L’Egitto ha proposto recentemente una trattativa e l’ANP si è subito offerta. Ma non è questo che vuole la popolazione. La popolazione vuole la tregua, ma non intende rinunciare ad alcune sue rivendicazioni. Se l’ANP non si unisce al popolo nella lotta contro Israele, anche loro cadranno. Provoca indignazione il silenzio in relazione agli attacchi di Gaza e la mancanza di iniziativa degli ambasciatori palestinesi nel mondo intero di fronte ai massacri. La resistenza palestinese a Gaza risponde al proprio popolo e non fa nessun accordo con Israele, fino a quando non si garantisce la fine del blocco economico. I Palestinesi vogliono un porto, un aeroporto e il diritto a costruire un esercito. Si erano preparati per l’eventualità che un giorno Israele tornasse ad attaccare Gaza da terra. È per questo che la quantità di soldati morti sta spaventando il governo israeliano. Già sono morti quasi 100 soldati e uno di loro è stato catturato. Bisogna ricordare che nel 2009 Hamas ha catturato un soldato israeliano e nel 2011 questi è stato scambiato con 1027 prigionieri politici palestinesi. Israele si trova nel bel mezzo di un’operazione difficile dal punto di vista politico e militare.

B.d.F.: Che si può fare dal punto di vista internazionale per impedire gli attacchi di Israele a Gaza?

Israele è una potenza. A la campagna di boicoaggio è ancora la migliore alternativa. Alcuni paesi hanno già rotto accordi economici e sociali con Israele, ma ancora non è sufficiente. Vari paesi dell’America Latina hanno convocato i suoi ambasciatori per chiedere spiegazioni.

B.d.F.: E dentro la Palestina?

Dentro la Palestina, i movimenti di liberazione stanno crescendo in Cisgiordania. Abbiamo una situazione favorevole di rafforzamento della mobilitazione popolare, sia attraverso i movimenti, i sindacati e altre organizzazioni. E questo arriverà a Gaza. Oggi, quello che chiede la maggioranza dei Palestinesi è uno Stato unico dove possano convivere tutti. La separazione è l’origine del conflitto. Una serie di intellettuali progressisti israeliani e palestinesi confermano l’idea di un unico Stato.

fim deB.d.F.: Come giudichi, fino a questo momento, la presa di posizione del governo brasiliano in relazione agli attacchi?

Sebbene la posizione di condanna brasiliana abbia costituito un progresso, si tratta ancora di una posizione timida. Il governo brasiliano è contraddittorio. Non ho speranza che condanni e porti Israele nei tribunali internazionali. La base sociale del governo brasiliano è a favore di Israele. Il Brasile dice che si è trattato di un attacco sproporzionato, ma non rompe nessun accordo economico con il governo di Israele. Israele non ha mai guadagnato tanti soldi con il Brasile come oggi. Lula, che è visto come quello che ha avvicinato il Brasile al mondo arabo, ha anche avvicinato il paese a Israele. In un’intervista, hanno chiesto a Dilma se quello che sta succedendo a Gaza è un genocidio, lei ha risposto che è un massacro. Sappiamo che quello ha luogo lì è una pulizia etnica, ma Dilma difende Israele. Non vuole condannare Israele per pratiche genocide, perché il livello di influenza della comunità sionista in Brasile è immenso. Una parte considerevole del governo del Rio Grande del Sud è formata da sionisti. Stanno costruendo un complesso industriale a Poá e il protagonista di quest’accordo è il governatore Tarso Genro, ex-ministro della Giustizia del governo Lula. Chi gestisce l’agenda di Lula è una sionista, una signora di nome Clara Ant, conosciuta in Brasile come la maggiore sostenitrice del governo di Israele. Chi vuole avere un incontro con Lula, deve passare per lei. Il PT ha relazioni con il Partito dei Lavoratori di Israele, ma non ha nessuna relazione con i partiti politici palestinesi. Nemmeno ha relazioni con il Partito Comunista di Israele, che è l’unico partito anti-sionista. Non esiste nessun protocollo di cooperazione con partiti politici palestinesi. C’è una relazione con l’ANP, ma il governo brasiliano non esplicita questa relazione, perché non vuole creare problemi con la lobby sionista che esiste dentro il PT. E quando c’è qualche cooperazione, gli alleati di Israele nel Brasile creano ostacoli. Un esempio è stato quando il governo brasiliano ha approvato presso il Ministero della Pesca un fondo per aiutare i pescatori palestinesi di Gaza. I soldi non arrivano. In primo luogo, perché Israele blocca tutte le transazioni finanziarie a Gaza, in secondo luogo, perché all’epoca, il Ministero della Pesca era in mano a Marcelo Crivella, pastore della Chiesa Universale e alleato di Israele.

B.d.F.: La Palestina riceve appoggio dai paesi della Lega Araba?

C’è una divisione molto grande tra i paesi arabi che rende difficile la lotta del popolo palestinese. La rivoluzione palestinese è parte della rivoluzione che deve avere luogo nel mondo arabo. Ma vari di questi paesi sono alleati del sionismo e dell’imperialismo. Le monarchie arabe hanno relazioni economiche con gli U.S.A., Israele e l’Unione Europea. Per questo, non esiste la prospettiva di mettere in piedi una coalizione contro Israele. Se i paesi arabi si unissero alla resistenza interna palestinese, Israele già non sarebbe più un problema.

B.d.F.: Praticamente, come si può far sì che la popolazione brasiliana comprenda di fatto quello che sta succedendo a Gaza?

Israele contribuisce a spiegare in maniera semplicistica il conflitto. Quando il popolo brasiliano vede il bombardamento di case civili, scuole e chiese, riesce a capire che lì c’è un genocidio in atto. Sono bambini, donne, anziani. Le morti dal lato israeliano sono di soldati.

B. d.F.: Che cosa possono fare i movimenti sociali brasiliani per dimostrare solidarietà alla lotta del popolo palestinese?

I movimenti devono rafforzare la campagna per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, appoggiare il boicottaggio contro Israele, il BDS, investigare e denunciare gli accordi politici ed economici brasiliani con il governo israeliano. Dobbiamo mostrare come queste imprese che operano in Brasile finanziano l’occupazione illegale, e denunciare le violazioni di diritti umani commesse da Israele. Le grandi mobilitazioni di appoggio, che hanno luogo nel mondo intero, devono continuare fino alla fine dei bombardamenti e del blocco di Gaza dal mare, dall’aria e da terra. I movimenti possono anche fare pressione sui paesi arabi affinché appoggino il popolo palestinese e sperare che l’ANP si unisca al suo popolo contro Israele e non il contrario, come sta avvenendo.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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