Brasile: consulta popolare può correggere le distorsioni del finanziamento elettorale

Ref.di Caio Venâncio, da Porto Alegre, Brasile

Brasil de Fato, 14-20 agosto 2014, p. 7

 

Il giorno 5 ottobre a venire in Brasile si voterà per il prossimo mandato di Presidente e insieme per i membri del Congresso e del Senato Federali e dei deputati e governatori dei singoli Stati. La morte in un incidente aereo lo scorso 13 agosto  di uno dei candidati a Presidente, Eduardo Campos del PSB, ha provocato la rapida ascesa nei sondaggi della neo-candidata socialista Marina Silva (ex-partito ecologista ed ex-ministra del governo Lula) a circa il 29% dei consensi, in netto superamento del PSDB di Aécio Neves (dato al 19%) e, al secondo turno, anche del PT di Dilma Rousseff, con il 45% delle preferenze (sondaggio IPOBE[1] del 26 agosto). Altri partiti, come il PSOL di Luciano Genro, che ha nel suo programma politico l’avvicinamento del Brasile all’ALBA, il controllo severo della rendita finanziaria e del business dell’agro-negozio, nonché massicci investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel trasporto pubblico, vengono dati all’1% o meno. Al di là dell’attendibilità e discutibilità di tale sondaggi, che già indirizzano strumentalmente le intenzioni di voto per le forze politiche espressione dei grandi gruppi economico-finanziari che li commissionano, resta il problema dell’ingiustizia strutturale di un sistema elettorale che, permettendo il libero finanziamento da parte dei privati, favorisce l’asservimento della politica agli interessi delle corporations, delle transnazionali e delle grandi lobbies di potere. Per tentare di intervenire su questo nodo strutturale, i movimenti sociali, tra cui il MST, insieme a parte del sindacalismo di base hanno deciso di realizzare una consulta Popolare per l’elezione di un’Assemblea Costituente, che muti radicalmente gli equilibri sistemici della democrazia brasiliana (premessa del curatore e traduttore).

 

Dice un vecchio proverbio che chi paga la banda, sceglie la musica. Nell’attuale modello politico brasiliano, che prevede la possibilità per le grandi imprese di fare donazioni per i candidati, la situazione non sembra molto differente. Prima delle elezioni, i soldi arrivano per finanziare i manifesti, i volantini, i banchetti e il pagamento alla militanza. Poi, quando il posto in parlamento è stato già assicurato, “vengono fuori” i progetti di legge che beneficiano quelli che hanno reso possibile l’elezione.

Per modificare questo modello, la Consulta popolare per una Costituente Esclusiva e Sovrana del Sistema Politico, che sarà realizzato la Settimana della Patria, a settembre, è visto come un’alternativa fattibile per attivisti e sindacalisti.

PlebiscitoIl giorno 6 agosto, il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) ha divulgato il primo resoconto finanziario parziale dei candidati di queste elezioni. Il frigorifíco (azienda che tratta prodotti a base di carne) JBS-Friboi, l’impresa di costruzioni OAS e l’AMBEV sono responsabili del 65% delle donazioni quantificate fino a oggi per le campagne a Presidente della Repubblica. Da sola, la JBS ha donato 5 milioni di reais per le candidature di Aécio Neves (PSDB) e Dilma Rousseff (PT), oltre al milione dato a Eduardo Campos (PSB).

Nel Rio Grande do Sul, la situazione è simile. Reti di supermercati, aziende di costruzione e perfino imprese per la previdenza hanno già investito quantità voluminose nei progetti che si contendono il Palazzo Piratini.

 

Finanziamento pubblico

Ideatore del progetto Donos do Congreso, che riunisce in un sito dati sopra le donazioni per le campagne, il funzionario pubblico Dão Garcia crede che l’attuale modello di finanziamento elettorale danneggia la democrazia brasiliana. I candidati sarebbero difficilmente eletti senza questi artifici. Frattanto, conflitti d’interesse sorgono dopo le votazioni.

“Chi patrocina chiede naturalmente un ritorno, in funzione del vantaggio competitivo che ha reso possibile. In fondo, il nostro Congresso Nazionale è più il risultato dell’azione dei finanziatori che della volontà del popolo”, è la sua opinione.

Per lui, si tratta di un sistema che distorce la politica, giacché ogni impresario investe nelle campagne, aspettandosi qualcosa in cambio, che, nel caso, sarebbe l’approvazione di determinate leggi e il rigetto di altre.

“La logica dell’investimento capitalistico è la logica del lucro. La tassazione delle grandi fortune, per esempio, che è anche prevista dalla Costituzione, non è attuata proprio per questo motivo. In compenso, le alterazioni al Codice Forestale, che espandono la frontiera agricola e beneficiano i latifondisti, hanno luogo con faciltà”, precisa.

In questo scenario, da’ il benvenuto all’iniziativa dei movimenti sociali di proporre una Consulta Popolare per una Costituente che definisca un nuovo sistema politico. Per Dão, l’idea è più interessante della riforma politica promossa dall’attuale Congresso, che potrebbe essere una “riforma di facciata”.

“La riforma politica è la madre di tutte le altre. È fondamentale che abbia luogo e che implementi il finanziamento pubblico delle campagne, affinché esista un’eguaglianza di condizioni tra i candidati, il che qualificherebbe la nostra rappresentanza”, argomenta.

Il Presidente della Federazione dei Metallurgici della CUT del Rio Grande do Sul, Jairo Carneiro, racconta che i 29 sindacati che compongono l’entità sono entrati in accordo e tutti metteranno su comitati per le votazioni della Consulta Popolare di settembre. Più che nelle sedi delle entità, l’obiettivo è di portare la votazione alla porta delle fabbriche, dove lavorano i circa 136.000 metallurgici vincolati alla federazione.

Il sindacalista spiega che, al momento, la mobilitazione non è ancora al massimo, perché in molti posti, ancora continua la campagna salariale della categoria, iniziata a maggio.

“Ci divideremo e metteremo in piedi un operativo simile a quello di uno sciopero, andando di mattina presto nelle fabbriche. È utile montare punti di votazione in questi luoghi, perché, a differenza dello studente, che a volte può partecipare nel quartiere, al centro, l’operaio dipende di più da quest’urna prossima al luogo di lavoro.  Faremo anche un’edizione tutta dedicata alla consulta”, annuncia.

L’obiettivo tra i metallurgici è di ottenere tra i 40 e i 60 mila voti. “Dipenderà dalla nostra mobilitazione, ma questa cifra è al ribasso, perché in ogni fabbrica ci sono 1000, 1500 lavoratori”, immagina. E conclude: “Al nostro popolo piace l’azione diretta, fa sciopero, negozia, discute. Credo che sposerà anche quest’idea”.

Carneiro difende anche lui il finanziamento pubblico, come anche il voto in lista e l’idea che i mandati appartengano ai partiti politici.  “Non si può fare la campagna coi soldi del padrone. Dobbiamo finirla con la frode, con questa storia che il soggetto viene eletto, non compie le promesse, cambia partito e prosegue con il suo mandato“.

Per lui, l’attuale modello politico impedisce il rinnovamento della classe politica, dal momento che quelli che già sono in carica saranno sempre in vantaggio. “Se io uscissi dalla federazione per partecipare come candidato, per esempio, dovrei rimanere tre o quattro mesi senza salario. Potrei forse vivere d’aria? Al  contrario, un deputato si candida e continua ricevendo i suoi emolumenti normalmente. Con il finanziamento pubblico, discuteremmo di politica in condizioni eguali”, sostiene.

Al di là di ciò, i lavoratori nel loro insieme sarebbero danneggiati dalle regole vigenti. La rivendicazione storica delle 40 ore settimanali non sarebbe attuata proprio per questo. “Gli impresari minacciano di ritirare il finanziamento, perciò non si realizza. Il nostro modello non avanza per questo”, lamenta.

 

[Premessa e traduzione  dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

[1]Ente di ricerca privato legato alla Rete Globo, oppositrice del PT di Lula-Rousseff.

Guido Carlotto: 114° nipote ritrovato grazie alle Abuelas de Plaza de Mayo

Carlotto

di Marco Nieli

All’inizio di agosto la Presidenta argentina Cristina de Kirchner ha personalmente telefonato alla Vice-Presidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo, Estela Carlotto, per complimentarsi dell’avvenuto ritrovamento dopo 36 anni di ricerca, attraverso un test del DNA, di suo nipote Guido, musicista e compositore di Olavarría, in Provincia di Buenos Aires. Si tratta del 114° nipote “recuperato”, ossia la cui identità è stata ristabilita con certezza inequivocabile, a riparazione dell’infame politica di cancellazione della memoria individuale e storica messo in atto dal Proceso de Reorganización Nacional, durante l’ultima Dittatura Militare in Argentina (1976-1982).

Ignacio Hurban, alias Guido Carlotto, nato nel 1978 nell’Ospedale Militare Centrale di B.A., dalla ventitreenne Laura, figlia della Carlotto – poco dopo assassinata nel centro di detenzione abusiva La Cancha a La Plata – era stato affidato ancora neonato a una coppia di agricoltori di Olavarría e cresciuto lì, nella perdita totale della memoria familiare.

Sono stati gli sforzi pluri-decennali della nonna Estela, una delle storiche fondatrici dell’Organizzazione delle Abuelas de Plaza de Mayo, ad alimentare i dubbi sulla propria identità nel giovane musicista, che ha deciso di aderire al Programma dell’Associazione di recupero dell’identità e della Memoria, promosso, tra l’altro, anche dal cosiddetto Teatro por la identidad.

In una conferenza stampa lo scorso 5 agosto, la Carlotto ha messo in evidenza come questa nuova vittoria della causa “è una risposta a coloro che pretendono che giriamo pagina, come se nulla mai fosse accaduto”. Da notare che la stessa abuela sta testimoniando in un processo contro gli assassini di sua figlia, accusati di crimini contro l’umanità.

Il processo di recupero della verità e della memoria storica è stato portato avanti dall’Organizzazione diretta da Ebe Bonafini e dalla Carlotto, con il pieno sostegno dei governi Kirchner, fin dal lontano 2003, quando furono abolite dal Parlamento le leggi cosiddette di Ponto Final e di Obediência Debida che, ai tempi di Alfonsín, a metà degli anni ’80, sotto la minaccia di un nuovo golpe da parte di settori dell’Esercito, avevano fatto decadere i primi procedimenti legali contro i repressori.

Tra i vari riconoscimenti ottenuti dall’Organizzazione delle Madri per il lavoro pluridecennale di resistenza alla Dittatura e poi di recupero della Memoria, si ricordano il Premio dei Diritti Umani dell’ONU (2003). Estela, personalmente, è stata insignita della laurea honoris causa dall’Università Autonoma di Barcelona (UAB) nel 2005.

La campagna di recupero dei nipoti, tuttora vigente in Argentina, sta conoscendo un nuovo picco di partecipazione, da quando la notizia del ritrovamento di Guido è stata diffusa dai media. Il nipote ritrovato sta incitando anche altri giovani dubbiosi della propria identità a sottoporsi al test del DNA. Nella presentazione di un suo recente album, dal titolo significativo Para la memoria, afferma che: “l’esercizio di non dimenticare ci darà la possibilità di non ripetere”.

Alcuni dei versi di una delle canzoni contenute nel lavoro, recitano testualmente:

Cammino al sole, che fa l’ombra di tutto uguale

Se al premere del vento contro un petto lavoratore

già non ci sono ferite che segnano le braccia di un uomo intero

né canzoni che ricevono quello che non conserva nel petto.

 

[Fonte delle citazioni: Brasil de Fato, 14-20 agosto 2014, p. 14]

Lettera a Renzi e Mogherini: riaprire subito l’ambasciata siriana in Italia

da spondasud.it

«A seguito dell’evolversi del quadro internazionale e delle possibili alleanze contro il terrorismo dello Stato Islamico, chiediamo al Governo italiano di riaprire immediatamente i canali diplomatici con le autorità siriane e di intraprendere ogni azione affinché l’ambasciata siriana in Italia, con il rientro del suo delegato, venga riaperta al più presto”. È quanto chiede il Centro Italo Arabo Assadakah al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e al ministro degli Affari esteri, Federica Mogherini, in una lettera nella quale invitano l’esecutivo italiano “ad attivarsi presso l’Unione Europea e le Nazioni Unite affinché cessino immediatamente le sanzioni nei confronti della Siria in modo da garantire a Damasco di riallacciare normali relazioni diplomatiche per fronteggiare la minaccia del fondamentalismo islamico, riconoscendo a quel governo un ruolo essenziale nella lotta contro il terrorismo dello Stato Islamico e di al Qaeda».

«Il Centro Italo Arabo – scrive il segretario generale Raimondo Schiavone – esprime profonda preoccupazione per l’aggravarsi della situazione in Siria e Iraq, con il rafforzamento dei gruppi jihadisti che oramai controllano vaste porzioni di territorio nei due paesi. Sin dall’inizio della crisi, abbiamo evidenziato il pericolo rappresentato dal terrorismo internazionale di matrice islamica e, attraverso una capillare opera di informazione condotta dai nostri giornalisti sul campo, abbiamo denunciato le violenze commesse dai combattenti, irresponsabilmente definiti ribelli o rivoluzionari, nei confronti della popolazione siriana e, in particolare, nei confronti delle minoranze religiose che da millenni fanno parte del tessuto sociale e culturale della regione».

«Molte delle atrocità e crimini che in un primo momento, senza alcuna prova, sono stati attribuiti al governo di Damasco, – sottolinea nella lettera inviata a Renzi e Mogherini – sono stati commessi dall’opposizione armata, nelle cui file spadroneggiano i terroristi dello Stato Islamico e di al Qaeda. Oggi sappiamo, con certezza, che la strage di Hula del maggio del 2012, la cosiddetta strage del pane del dicembre del 2012 e l’attacco chimico di Ghouta nell’agosto del 2013, falsamente attribuite dai ribelli e dalle organizzazioni a loro vicine al “regime”, non portano la firma del presidente siriano Bashar al Assad, che fin dall’inizio, come dimostrano le numerose lettere inviate all’Unione Europea e alle Nazioni Unite, ha denunciato l’avanzare del terrorismo nel paese».

Il Centro Italo Arabo sottolinea come persino gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che soltanto un anno fa erano pronti a condurre un’azione militare contro Damasco, si sono convinti della necessità di fermare ad ogni costo i terroristi in Siria e in Iraq, anche attraverso un coordinamento con il presidente Assad. «La Siria – è scritto nella nota – ha rispettato l’impegno di smantellare il suo arsenale chimico, dimostrando rispetto per gli impegni presi a livello internazionale. Lo ha fatto nei tempi e con le modalità decise dalle Nazioni Unite. Al governo legittimo di Damasco bisogna dunque riconoscere il merito di aver intrapreso la strada verso la pace e la volontà di trovare una soluzione diplomatica a quel conflitto».

Schiavone non ha dubbi: «Il Presidente Bashar al Assad è stato l’unico ad aver difeso, protetto e garantito le comunità cristiane, letteralmente massacrate dei combattenti dello Stato Islamico e del Fronte al Nusra. L’opposizione armata e le bande criminali che imperversano nel paese, in aggiunta ai terroristi jihadisti, sono oggi l’unico grande pericolo per la Siria e la stabilità dell’intera regione».

Il Centro Italo Arabo  ricorda come l’Italia, a seguito della strage di Hula del 2012, nella quale sono stati massacrati 110 civili, abbia dichiarato indesiderata la delegazione diplomatica siriana nel nostro paese, comportando così la chiusura dell’ambasciata della Repubblica Siriana in Italia.

«Quella strage, – evidenzia Schiavone nella lettera a Renzi e Mogherini – come è stato dimostrato dall’inchiesta condotta dall’unico giornalista presente sul posto in quel momento, il tedesco Rainer Hermann del Frankfurter Allgemeine Zeitung, è stata compiuta dai militanti sunniti anti-Assad. Le vittime, infatti, erano prevalentemente alawiti e sciiti.  Per questa ragione – conclude il segretario di Assadakah – bisogna riaprire immediatamente i canali diplomatici con le autorità siriane e intraprendere ogni azione affinché l’ambasciata siriana in Italia, con il rientro del suo delegato, venga riaperta al più presto».

 

Iran: Aumenta il numero delle donne ammesse alle università

da press.tv

Una nuova indagine recente ha dimostrato che la quota delle donne iraniane nell’istruzione superiore e il numero di giovani donne iraniane ammesse alle università sono in costante aumento negli ultimi anni.

Secondo la relazione preparata dal Consiglio Superiore dei Diritti Umani della magistratura iraniana, la Repubblica islamica ha perseguito politiche di ampio respiro con l’obiettivo di migliorare l’accesso all’istruzione superiore per le persone provenienti da tutti i ceti sociali, soprattutto le donne.

Le politiche del governo iraniano sono state dirette a promuovere l’educazione scientifica nelle università e rafforzare la conoscenza generale del popolo iraniano, si legge nel rapporto, aggiungendo che i centri iraniani per l’istruzione superiore in entrambi i settori, pubblico e privato, hanno fornito grandi opportunità per le donne di avere accesso alle specializzazioni  post-laurea a tutti i livelli.

Il tasso di alfabetizzazione delle donne di età compresa fra i 15 e i 24 anni è aumentato dal 97,1% nel 2009-2010 al 97,7% nel 2011-2012, mentre il dato per le studentesse nelle università statali ha mostrato una crescita del 56% nello stesso periodo.

Su 1.176.000 persone iscritte all’istruzione superiore nell’anno accademico 2012-2013, le donne erano 522.248 (44,38%), mentre la quota degli uomini era pari a 654.593 (55,62%).

Nello stesso anno accademico, 4,367 milioni di studenti sono stati ammessi alle varie università per continuare gli studi di istruzione superiore di cui, circa la metà, erano donne.

Le cifre fornite dalla relazione hanno mostrato anche che su 716.096 persone che hanno completato i loro studi post-laurea per l’anno accademico 2012-2013, 326.753 sono donne.

Il numero di studenti universitari di sesso femminile è aumentato  di quasi il doppio, da 1.231.035 nell’anno iraniano accademico 2005-2006 a 2.106.639 nel 2012-2013.

Vale la pena ricordare che negli anni accademici 2005-2006 e 2009-2010, il numero delle donne iscritte all’università è stato maggiore rispetto agli uomini.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) La Casa Bianca ha utilizzato McCain contro la Siria

10541043di Alessandro Aramu* – spondasud.it

Chi è davvero John McCain? In molti lo ricordano come il candidato dei repubblicani alle presidenziali americane che nel 2008 perse con Barack Obama, ma il senatore è qualcosa di più di un semplice uomo politico. Ne è convinto Thierry Meyssan, fondatore di Réseau Voltaire, un osservatore che conosce il Medio Oriente come le proprie tasche. McCain, a suo avviso, è uno degli uomini che la Casa Bianca utilizza come copertura per condurre azioni segrete all’estero. Meyssen, a sostegno della sua tesi, fornisce una serie di prove, rafforzate da alcune immagini, note all’opinione pubblica, che ritraggono l’uomo politico americano persino con l’attuale Califfo dello Stato Islamico, l’uomo più pericoloso al mondo secondo il presidente Obama.

A quel tempo bisognava abbattere a tutti i costi il presidente siriano Bashar al Assad e l’Occidente, Stati Uniti in testa, erano pronti a scendere a patti con chiunque, terroristi compresi. Perché, sia chiaro, non basta all’amministrazione americana aver ucciso Osama bin Laden per affermare di aver combattuto il terrorismo islamico.

Se oggi in Siria e in Iraq esiste la più grande organizzazione criminale che la storia recente abbia conosciuto lo si deve proprio agli Stati Uniti che hanno utilizzato alcuni pericolosi gruppi jihadisti in maniera strumentale per far cadere Damasco. Non erano né ribelli né rivoluzionari, il loro obiettivo non era portare la democrazia ma il caos e il terrore. Hanno condotto una guerra per procura finanziata soprattutto dai alcuni paesi del Golfo, in particolare il Qatar e il Kuwait. Anche la Turchia di Erdogan e l’Arabia Saudita hanno fatto la loro parte. Quei gruppi sono cresciuti e, nel giro di pochi anni, sono diventati una potenza di fuoco capace di fare proseliti in tutto il mondo, con un reclutamento che avviene attraverso i social media e l’uso della lingua inglese, quella dei nemici imperialisti.

Quando i governi occidentali, come ha fatto recentemente il presidente francese Hollande, ammettono di aver finanziato i ribelli siriani devono essere consapevoli di aver finanziato soprattutto quel terrorismo che ora si impegnano a contrastare.  L’Occidente non faceva distinzione tra ribelli buoni e ribelli cattivi. Per Europa e Stati Uniti erano tutti buoni in quanto utili a far cadere “il regime di Damasco”. Quei pochi buoni, sinceri rivoluzionari siriani, se ci sono stati, sono spariti nel giro di pochi mesi, forse settimane, lasciando il posto a brigate di fanatici provenienti dall’estero al soldo di chiunque fosse in grado di pagarli. Non avevano a cuore il bene della Siria ma solo il vile denaro accompagnato dalla brutale violenza.

In questo contesto si è mosso John McCain. In Libano, ad esempio, il senatore repubblicano ha incontrato a Beirut alcuni uomini del Movimento del Futuro (il partito sunnita di Saad Hariri), che, attraverso il parlamentare Okab Sakr, ha organizzato un colossale traffico di armi verso la Siria, utilizzando la Turchia come una delle sue basi. Al termine della sua visita, nel febbraio del 2011, McCain ha visitato, o meglio ispezionato, il confine siriano e una serie di villaggi, tra cui Ersal, che sono stati utilizzati come base per i mercenari nella guerra contro Assad. Da lì a poco sarebbe incominciato il caos in Siria. Soltanto una coincidenza?

Thierry Meyssan ricorda come l’ex candidato alle presidenziali Usa in precedenza aveva presieduto una riunione organizzata dalla NATO al Cairo per lanciare la “primavera araba” in Libia e Siria. A quella riunione prese parte anche una folta delegazione di siriani che vivono all’estero. Tutto questo è contenuto in un rapporto dei servizi segreti stranieri. L’incontro presieduto da McCain faceva parte chiaramente di un piano programmato da tempo da Washington; un piano che prevedeva un attacco in Libia e in Siria per far cadere Gheddafi e Assad. Un piano sostenuto anche da Regno Unito e Francia, gli unici due alleati europei che hanno condiviso fin dall’inizio questa strategia per riscrivere gli equilibri in Medio Oriente.

C’è poi il “viaggio illegale”, così lo chiama Meyssan, nel maggio del 2013. McCain è giunto in Siria attraverso il confine con la Turchia e ha incontrato vicino a Idlib i leader dell’opposizione armata. Questo vertice è stato organizzato da Emergency Task Force, un’organizzazione siriana che, contrariamente al suo nome, è guidata da un impiegato palestinese dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC). Si tratta di un gruppo di pressione americano noto per il forte supporto allo stato di Israele. È considerato il più potente e influente gruppo d’interesse a Washington. L’associazione si definisce la “lobby statunitense pro-Israele” ed è un’organizzazione di massa i cui componenti comprendono democratici, repubblicani e indipendenti. Il viaggio di McCain è stato reso pubblico solo al suo ritorno a Washington.



In Siria il senatore repubblicano si è fatto fotografare con dei compagni non propriamente affidabili. In primo luogo Mohammad Nour, portavoce della Brigata Tempesta del Nord, confluita poi nel Fronte al Nusra, ovvero il braccio di al Qaeda in Siria. Questo gruppo è responsabile del rapimento di 11 pellegrini sciiti libanesi nel maggio del 2012. Una sigla terrorista che i media hanno continuato a indicare per molto tempo come semplice “gruppo di ribelli siriani”. La foto ha scatenato l’ira delle famiglie dei pellegrini rapiti che hanno presentato subito dopo una denuncia alla magistratura libanese contro il senatore McCain per concorso in sequestro di persona. È bastato questo e il gran rumore sulla stampa di mezzo mondo per trovare un accordo e far rilasciare gli ostaggi.

In quell’incontro, come attesta una foto, McCain ha incontrato anche il generale di brigata Idriss Salem, capo dell’Esercito siriano libero, e Ibrahim al-Badri, noto anche come Abu Bakr al-Baghdadi, autoproclamato Califfo dello Stato Islamico in Siria e in Iraq, in precedenza leader dell’ISIS. L’uomo politico ha mentito due volte: la prima quando ha affermato di aver incontrato solo esponenti siriani (al Badri è un iracheno di Samarra), la seconda quando ha detto di aver parlato con gli uomini dell’Esercito siriano libero. È evidente che in quell’incontro McCain ha parlato con tutta l’opposizione, compresa quella fondamentalista islamica rappresentata da ISIS e al Qaeda. Che personaggio sia McCain è poi attestato dalle sue parole: “Le persone che ho incontrato sono moderati, ci si può fidare”.

Come mai un senatore americano ha potuto incontrare un uomo che dal 4 ottobre 2011 figura nella lista dei cinque uomini più ricercati dagli Stati Uniti, un terrorista sulla cui testa pende una taglia da dieci milioni di dollari? Si tratta di un uomo che il Comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite ha incluso nella lista nera dei terroristi in quanto membro di al Qaeda. Soltanto un mese prima di incontrare McCain, Ibrahim al-Badri aveva fondato lo Stato Islamico in Iraq e Levante (ISIS). Questa sigla apparteneva a quel tempo allo Stato maggiore dell’Esercito Libero Siriano, definito “moderato” dall’ex candidato alle presidenziali americane.

Il Califfo dello Stato Islamico ha rivendicato l’attacco alle carceri di Taj e di Abu Ghraib in Iraq e ha fatto evadere tra i 500 e 1000 jihadisti che hanno aderito alla sua organizzazione. Questo attacco è stato coordinato con altre operazioni quasi simultanee in altri otto paesi. Ciò dimostra il carattere transnazionale di questa sigla, che gode di ingenti finanziamenti dall’estero e che, grazie al controllo di pozzi di petrolio e giacimenti di gas, oggi può commercializzare i “propri prodotti” ricavando dalla vendita ingenti quantità di denaro da destinare alla guerra. Molti combattenti fuggono da altre organizzazioni jihadiste e dallo stesso Esercito Libero Siriano per combattere sotto le insegne dello Stato Islamico.

“In nessun paese del mondo, – scrive Thierry Meyssan – indipendentemente dal suo sistema politico, si dovrebbe accettare che il leader dell’opposizione sia in contatto diretto e pubblico con un terrorista molto pericoloso che il paese al quale appartiene sta cercando”.

Le fotografie che mostrano McCain con pericolosi terroristi certificano una realtà che soltanto pochi osservatori indipendenti hanno voluto vedere. In Siria non esiste una rivoluzione e non esistono ribelli moderati (la definizione già di per se è una contraddizione in termini). Sul campo non vi era (e non vi è) alcuna differenza tra Esercito Siriano Libero, Stato Islamico, Al Nusra e vari gruppi jihadisti che imperversano nel paese.

Come sostiene giustamente Thierry Meyssan tutte queste sigle sono composte dagli stessi individui che cambiano continuamente bandiera. Oggi la più attrattiva è quella nera dello Stato Islamico, sotto la quale combattono un numero imprecisato di stranieri che nulla hanno a che fare con la democrazia e la pace in Siria. Qualunque sia l’etichetta, questi uomini procedono con gli stessi abusi: rapimenti, stupri, torture, decapitazioni, crocifissioni. Loro sono i veri nemici della Siria e del popolo siriano. E questi nemici sono stati aiutati, su tutti, da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Guarda caso proprio i paesi che oggi dicono di voler combattere il terrorismo dello Stato Islamico in Iraq e Siria.

*Giornalista (1970), direttore della Rivista di geopolitica Spondasud. Autore di reportage sulla rivoluzione zapatista in Chiapas (Messico) e sul movimento Hezbollah in Libano, ha curato il saggio Lebanon. Reportage nel cuore della resistenza libanese (Arkadia, 2012). È coautore dei volumi Syria. Quello che i media non dicono (Arkadia 2013) e Middle East. Le politiche del Mediterraneo sullo sfondo della guerra in Siria (Arkadia Editore 2014).

Mosche nelle bottiglie di Coca-Cola?

di Pedro Ramiro*

Articolo pubblicato nel nº 61 di Pueblos – Revista de Información y Debate, secondo trimestre 2014, monografico su comunicazione, potere e democrazia. revistapueblos.org

La proprietà dei mezzi, la proprietà dell’informazione

“Una volta qualcuno disse che negli Stati Uniti si può scrivere contro il presidente democratico o contro il presidente repubblicano, ma non sarà mai possibile pubblicare una notizia che riferisce la scoperta di una mosca in una bottiglia di Coca-Cola”. Così comincia Una mosca en una botella de Coca-Cola, il documentario recentemente prodotto da OMAL-Paz insieme a Dignidad y Producciones CMI (sotto la regia di Javier Couso e la sceneggiatura di Pablo Iglesias [1]) dove si analizza il rapporto che intercorre tra i principali mezzi di comunicazione e le grandi multinazionali spagnole. Perché, come ci si domanda nel documentario, chi fa la scelta dei presidenti? I cittadini o i mezzi di comunicazione? Chi oserebbe far vedere la mosca che è presente nella bottiglia di Coca-Cola?

Prendendo come spunto la ricerca intrapresa da Pascual Serrano sui grandi media della comunicazione che operano nello Stato spagnolo [2], questo documentario ci racconta come “una grossa fetta dell’informazione che vediamo, ascoltiamo e leggiamo appartiene alla BBVA, a Repsol, al Grupo Planeta, a La Caixa, al Banco Santander, a Telefónica o a Silvio Berlusconi. Le grandi corporazioni multinazionali e agenzie pubblicitarie sono quelle che controllano ciò che vedi, ascolti e leggi”. Ecco perché in questi mezzi frequentemente si possono vedere le notizie nelle quali si risalta il comportamento “esemplare” delle multinazionali spagnole in America latina. Sarà un puro caso se i presidenti dei governi latinoamericani che hanno scommesso a rinforzare il ruolo dello Stato e a esercitare una maggiore sovranità sulle risorse naturali siano, per l’appunto, quelli peggio trattati dai mass media dello Stato spagnolo?

Mezzi di comunicazione e multinazionali spagnole

Nel prologo al libro Papel mojado, Pere Ruisiñol, ex capo redattore del quotidiano El País e vice della redazione di Público fino alla chiusura della sua edizione stampata, afferma che “attualmente quasi tutti i mass media spagnoli sono stati assorbiti dal potere finanziario. E non mediante la classica dipendenza della loro influenza sulla pubblicità o con i finanziamenti, bensì sotto un aspetto ancora più profondo: agiscono direttamente sulla proprietà” [3] Per questa ragione si può spiegare, ad esempio, come da sempre nel quotidiano El País, proprietà di un gruppo imprenditoriale come lo è Prisa il quale, a sua volta, è passato sotto il controllo delle grandi banche come il Santander e La Caixa, le dichiarazioni di Emilio Botín sul “recupero” dell’economia spagnola occupino un posto rilevante; invece, al contrario, scandali come quello dell’accordo tra il presidente del Santander e l’erario dello Stato per evitare la condanna per evasione fiscale o l’indulto al suo ex consigliere delegato, concesso dall’Esecutivo di Zapatero proprio prima che questi lasciasse il governo e in seguito annullato dalla Corte di Cassazione, passano per inavvertiti. Come dichiara Ruisiñol “in altre epoche l’incredibile indulto concesso ad Alfredo Saénz farebbe aprire tutte le pagine dei giornali invece di vederlo accantonato in un faldone sperduto” [4].

Esistono pochi studi che ci spiegano l’intreccio esistente tra i grandi mezzi di comunicazione, che parlano dei rapporti che questi intrattengono con le banche o che analizzino i loro collegamenti con le società transnazionali. Traficantes de información, finalmente pubblicato dall’editore Akal dopo il parere negativo degli azionisti e del direttivo di Península (editrice controllata dal Grupo Planeta) e nonostante l’esplicita richiesta fatta all’autore di volerlo pubblicare, contando con il parere positivo dell’editore, rappresenta una delle poche eccezioni alla regola. Da questo libro di Pascual Serrano il documentario ci ricorda i collegamenti esistenti tra le aziende multinazionali e i principali gruppi mediatici spagnoli: Prisa, editrice di El País e proprietaria della rete SER, è nelle mani di fondi d’investimento come Liberty e di banche come La Caixa, Santander e HSBC; Vocento, responsabile di ABC e di diversi quotidiani locali, annovera tra i suoi proprietari a BBVA e Ferrovial; Unidad Editorial, azienda alla quale appartiene El Mundo, Marca ed Expansión, è controllata da un gruppo finanziario.

Per non tacere su come altre grandi aziende di comunicazione, vincolate a diverse famiglie dell’imprenditoria spagnola (tra questi si possono annoverare il Grupo Zeta, Planeta, Libertad Digital o il Grupo intereconomía), concentrano la proprietà di buona parte dei mass media che frequentemente vediamo nei giornalai e nella TV “I proprietari, gli azionisti, gli inserzionisti… loro sì che rappresentano i veri intoccabili”, argomenta Serrano nel documentario come epilogo della sua intervista.

Notizie e “trattamento dell’informazione”

A nessuno può sembrare strano, in questo contesto, il “trattamento dell’informazione” (tanto per assegnargli un nome) che elargiscono i grandi mezzi di comunicazione privati alle notizie concernenti le multinazionali spagnole. In modo altrettanto uguale i governanti di paesi come il Venezuela, l’Ecuador, la Bolivia e l’Argentina, che hanno avviato politiche economiche opposte agli interessi di queste aziende (nazionalizzazioni, innalzamento delle imposte, espropriazioni), sono oggetto di ogni tipo di offesa e commenti aggressivi per aver osato far vedere le mosche nelle bottiglie di Coca-Cola. “Evidentemente è stata una informazione manipolata, aggressiva e completamente viziata, dove si è applicata la politica dei due pesi due misure che non è usata nei confronti di altri paesi con carenze democratiche ben più evidenti”, afferma nel documentario Ignacio Escobar, direttore di eldiario.es. E abbiamo molteplici esempi che confermano questa dichiarazione.

“Bottino”, “Sopruso”, “Saccheggio”, “Angheria”. Verso la metà di aprile 2012 i principali giornali di questo paese mettevano a disposizione tutta la loro artiglieria pesante aprendo le loro edizioni con titoli come questi per screditare la decisione del governo argentino di nazionalizzare l’industria petrolifera YPF, filiale della multinazionale spagnola Repsol. “Populismo intimidatorio”, “bullismo”, “dittatura”, “peronismo sorpassato”, “nazionalismo viscerale”, “guerra sporca”, “il riflesso di un’altra epoca”… Qualsiasi epiteto era valido pur di criticare le misure adottate dal governo di Cristina Fernández (il quale a proposito contava con l’ampio appoggio della popolazione argentina secondo le inchieste) poiché, come ha affermato il ministro degli Affari Esteri, si ammetteva che era “una decisione contra Repsol e per tanto contro la Spagna e contro il governo della Spagna” [5].

Qualcosa di simile è accaduto nel 2006 quando l’allora neo eletto presidente Evo Morales promulgò la nazionalizzazione degli idrocarburi. Secondo l’articolo pubblicato da El Mundo “il decreto fa saltare i principi della libertà economica, un concetto già di se svalutato nel paese andino”. Facendo causa comune con gli interessi delle grandi compagnie spagnole come la Repsol, il quotidiano di Unidad Editorial si domandava: “A partire da questo momento con quale sicurezza una azienda straniera potrà investire in Bolivia, sapendo che i suoi affari possono svanire nel giro di poche ore?” [6]. Recentemente le manifestazioni di “conflitto” da parte della Sacyr in Panama [7] e le nazionalizzazioni delle filiali di Iberdrola, Red Eléctrica e Abertis in Bolivia ci sono servite per dimostrare che la reazione delle istituzioni che ci governano sarebbe stata la stessa: “Il governo spagnolo difende gli interessi delle aziende spagnole, sia si trovino all’interno sia fuori la Spagna”, ha dichiarato lo scorso anno il ministro dell’Energia [8].

Il fatto che si voglia confondere gli interessi delle “nostre aziende” e di tutto quanto rappresenta il marchio Spagna con quelli generali della popolazione non è una novità [9]. La logica è semplice: si vuole identificare i profitti ottenuti dalla piccola minoranza che possiede la proprietà azionaria e che occupa l’alta dirigenza delle grandi corporazioni con il “progresso” e il “benessere” della maggioranza della società. Dopo la crisi finanziaria e la caduta della domanda nei paesi centrali, l’ortodossia dominante impone le sue ricette per “uscire dalla crisi” e l’internazionalizzazione aziendale e l’attrazione d’investimenti stranieri si presentano come i pilastri fondamentali per l’espansione dei mercati e il “recupero economico”. Quest’idea si è vista ancora più rafforzata (nonostante si dimostri la sua falsità ogniqualvolta si fanno pubblici i dati, i dividendi imprenditoriali e i compensi dei manager e si paragonano con le condizioni lavorative della maggioranza della popolazione). I mezzi di comunicazione svolgono un ruolo centrale in tutto ciò: “Ci stanno obbligando a credere che gli interessi delle multinazionali spagnole sono i nostri interessi, quando precisamente è il contrario”, afferma in Una mosca en una botella de Coca-Cola la giornalista Olga Rodríguez.

Il gruppo Prisa come esempio

Pere Ruisiñol assicura che “i mezzi di riferimento costituiscono parte fondamentale di questo sistema in crisi e difficilmente possono essere, di conseguenza, i più idonei per narrare questa crisi” [10]. Possiamo dimostrarlo, ad esempio, seguendo il percorso del Gruppo Prisa.

Questo grande gruppo imprenditoriale di comunicazione negli ultimi anni ha organizzato, tanto in America latina quanto in Spagna, una serie d’incontri dal titolo “Investire in…”, facendo affidamento sulla collaborazione dei rispettivi governi e con il patrocinio delle principali aziende spagnole presenti in ciascuno di questi paesi. Il quotidiano El País si è adoperato per favorire l’espansione degli affari delle transnazionali e promuovere le “bontà” dell’investimento straniero in Messico, Brasile, Cile, Perù, Colombia e Panama. Nel mese di gennaio di quest’anno, senza doverci allontanare troppo nel tempo, Prisa ha organizzato la giornata Investire in Colombia. In questo incontro sono partecipati il presidente del governo colombiano, Juan Manuel Santos; Felipe González, ex presidente del governo spagnolo e consigliere di Gas Natural Fenosa, insieme con alti dirigenti di questa azienda; Ferrovial, Indra e Telefónica. I reportage, le interviste, i programmi d’opinione e perfino un editoriale di El País hanno dato una immagine molto positiva della Colombia, pubblicizzando le opportunità affaristiche che il paese andino può offrire alle aziende spagnole.

Al di fuori della narrazione ufficiale restano esclusi quei casi considerati di “disturbo” agli interessi del capitale: non si menzionano gli indici di povertà e di diseguaglianza, nessun dato sulla violenza politica e le minacce ai dirigenti sindacali, si esclude ogni argomento che faccia riferimento alle proteste e alle mobilitazioni popolari contrarie alla creazione della società liberale “post conflitto”. Come aveva già scritto Erika González: “sia perché il Grupo Prisa è una compagnia con investimenti in Colombia, sia perché i gruppi imprenditoriali presenti finanziano la pubblicità di questa transnazionale della comunicazione, il messaggio da trasmettere si sintetizza in una sola idea: quello che è buono per le transnazionali spagnole lo è anche per la società colombiana” [11].

Come ci riferisce l’Informe Mongolia sui principali mezzi di comunicazione spagnoli “questi non solo sono degli intermediari: sono anche degli agenti decisivi nella crisi” e, in effetti, i loro collegamenti con le banche e le grandi corporazioni, la loro dipendenza tanto dalle aziende inserzioniste quanto dalle entità finanziarie che sono passate a controllare i loro consigli d’amministrazione, ha fatto sì che “qualsiasi conflitto che accade in queste aziende sparse per il mondo rappresenta un problema che i loro agenti assumono automaticamente come il proprio: dalle banche azioniste e dai mezzi di proprietà controllate da queste” [12] . Ma questo non è affare nostro.

*Pedro Ramiro coordina l’Observatorio de Multinacionales en América Latina (OMAL)Paz con Dignidad.

Note

[1] Il documentario Una mosca en una botella de Coca-Cola si può vedere in maniera integrale online in www.omal.info e su Youtube https://www.youtube.com/watch?v=SIDrAfArRMY

[2] Serrano, Pascual (2010): Traficantes de información. La historia oculta de los medios de comunicación españoles, Akal, Madrid.

[3] Reality News-Mongolia (2013): Papel mojado. La crisis de la prensa y el fracaso de los periódicos en España, Debate, Barcelona, p. 11.

[4] Ibídem, p. 14.

[5] “Argentina expropia a Repsol su filial YPF”, El País, 17 de abril de 2012.

[6] “El leonino decreto de Evo”, articolo di fondo di El Mundo, 3 de mayo de 2006.

[7] Ramiro, Pedro (2014): “Sacyr en Panamá o la historia de ‘nuestras empresas’”, in La Marea, 17 gennaio.

[8] González, Erika (2013): “Iberdrola en Bolivia: una actividad nada ejemplar”, in Diagonal, 31 gennaio.

[9] Ramiro, Pedro (2013): “¿A quién representa la marca España?”, in Pueblos, nº 57.

[10] Reality News-Mongolia, op. cit. p. 15.

[11] González, Erika (2014): “La Colombia del Grupo Prisa”, in el eldiario.es, 23 gennaio.

[12] Reality News-Mongolia, op. cit. pp. 13 e 18

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Cuba: cooperazione e solidarietà tra i popoli contro la crisi capitalistica

da radioreloj.cu

La Habana – Cuba ha esortato oggi ad affrontare la crisi economica internazionale con nuovi metodi, iniziative e proposte, che diano vita a una maggiore cooperazione, collaborazione e solidarietà in America Latina.

Antonio Carricarte, primo viceministro cubano del Commercio Estero, ha detto che in un contesto internazionale convulso e instabile, è giusto evidenziare come la nostra regione consolida la sua unità e lavora per la sua integrazione.

Il funzionario è intervenuto nella XVII Riunione del consiglio dei Ministri delle Relazioni Estere dell’Associazione Latinoamericana di Integrazione, che ha rieletto l’argentino Carlos Chacho Álvarez come segretario generale.

Carricarte ha sottolineato che una delle risoluzioni approvate potenzia la partecipazione dei movimenti sociali nel processo di integrazione, e questo rinnova il programma dell’Associazione Latinoamericana di Integrazione.

[Trad. a cura della Redazione di El Moncada]

Contro l’Isis, gli Usa costretti a collaborare con Assad

da al manar

Dall’inizio degli attacchi americani sullo Stato Islamico molti responsabili della politica estera Usa sono convinti che siano efficaci solo se effettuati in Siria, come ha riportato venerdì scorso il Washington Post. Il giorno precedente, il generale Martin Dempsey ha dichiarato che l’Isis non può essere sconfitto senza agire «su entrambi i lati di ciò che è essenzialmente un confine inesistente».

Tuttavia, «per attaccare lo Stato Islamico in Siria, gli Stati Uniti potrebbero finire per indebolire i ribelli siriani e rafforzare il regime di Bashar al Assad», si legge sul Post. «Io non sono un apologeta del regime di Assad», ha dichiarato l’ex ambasciatore americano in Siria Ryan Crocker, «tuttavia, in termini della nostra sicurezza, l’Isis è di gran lunga la più grande minaccia».

Max Abrahms, professore alla Northeastern University e studioso di terrorismo, ha anche sottolineato che «gli Americani mostrano una comprensibile riluttanza ad aiutare Assad… Ma Washington deve considerare qual è il modo migliore per proteggere il popolo americano».

La cooperazione con l’Iran, «inimmaginabile nella maggior parte delle circostanze» è ancora sul tavolo, dice il Post. Lo scorso fine settimana il primo ministro britannico David Cameron ha scritto sul Daily Telegraph: «Dobbiamo lavorare con i paesi come Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Turchia contro le forze estremiste, e forse anche in Iran è possibile scegliere questo momento per l’azione della comunità internazionale contro questa minaccia comune».

Negli Stati Uniti l’idea di lavorare con l’Iran contro l’Isis è stata presa in considerazione per mesi. Nel mese di giugno, il Segretario di Stato, John Kerry e il presidente Barack Obama hanno dichiarato che erano aperti a lavorare con l’Iran per stabilizzare l’Iraq e contenere la minaccia dell’Isis. All’idea ha dato anche un limitato supporto il senatore repubblicano Lindsey Graham, considerato un falco sulla politica estera.

Nel frattempo, il quotidiano britannico The Independent ha riferito, sabato scorso, che gli Stati Uniti potrebbe essere costretti, pubblicamente o segretamente, a collaborare con il presidente Assad per fermare la diffusione dell’Isis, che sta per sconfiggere completamente, nel nord della Siria, i terroristi che combattono contro il governo siriano.

«Gli Stati Uniti hanno già fornito assistenza segreta al governo di Assad trasmettendo l’esatta posizione dei leader jihadisti attraverso il BND, il servizio di intelligence tedesco», ha aggiunto il quotidiano britannico.

«Questo potrebbe spiegare perché gli aerei siriani e l’artiglieria sono stati in grado di attaccare con precisione i leader dell’Isis e la sede centrale».

Secondo l’ex ambasciatore americano in Arabia Saudita, Chas Freeman, il generale Dempsey ha dimostrato che ci  dovrebbe essere una politica su entrambi i lati della frontiera nella lotta contro l’Isis. «Il Generale Dempsey non ha discusso le implicazioni della sua dichiarazione, ma, a mio parere, sono nella direzione di porre fine al confronto con Assad. Questo potrebbe significare la condivisione di intelligence con gli avversari dell’Isis, anche quelli con i quali ci siamo allontanati».

Il giornale osserva che «la politica degli Stati Uniti, del Regno Unito e dei loro alleati nella regione negli ultimi tre anni è stata quello di sostenere i ribelli siriani “moderati”che avrebbero dovuto combattere l’Isis e altri jihadisti e contro il governo Assad a Damasco».

Tuttavia, «l’Esercito Siriano Libero, sostenuto dai paesi occidentali, è sempre più debole ed è sempre più emarginato, mentre altri gruppi armati, come il Fronte Nosra, Ahrar al Sham e il Fronte islamico non sono riusciti a resistere all’assalto dell’Isis».

«Gli attacchi aerei non sono l’unico modo in cui gli Stati Uniti, Regno Unito ed i loro alleati tra paesi vicini possono indebolire e isolare l’Isis», secondo The Independent. «Tuttavia, nel caso della Siria, agendo in questo modo, si indeboliscono anche gli altri gruppi ribelli».

Il documento critica anche il ruolo della Turchia nella crescita di dell’Isis. «Un elemento chiave della crescita dei takfiri sono le migliaia di combattenti stranieri che si sono uniti al gruppo utilizzando la Turchia come un punto di passaggio».

 [Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il Vertice Africa/Stati Uniti per il controllo delle risorse africane

summit USa-africa

di Demba Moussa Dembélé

12 agosto 2014

michelcollon.info 

Il 5 e 6 agosto, la capitale degli Stati-Uniti, Washington, è stata la sede d’un evento storico: il primo Vertice dei capi di Stato d’Africa e degli Stati-Uniti.

La democrazia e i diritti dell’uomo: grandi assenti al Vertice

La democrazia e i diritti dell’uomo non sono stati tra gli obiettivi del Vertice, a dispetto della propaganda abituale degli Stati Uniti. In effetti, tra i capi di stato che sono stati invitati a Washington c’erano numerosi dittatori patentati e violatori dei diritti umani. Sarebbe noioso citarli tutti. Ma tra di loro, va segnalato Paul Biya del Camerun, Idriss Deby Itno del Tchad, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo della Guinea Equatoriale, al potere dal 1979, dopo l’assassinio del suo proprio zio! E che dire allora di Blaise Compaoré del Burkina Faso, assassino di Thomas Sankara, e di altri coraggiosi figli del paese degli “uomini integri”? Davvero un volgare assassino, diventato “capo di Stato” e in seguito dittatore sanguinario al servizio dell’Africa francofona. Dopo più di 27 anni al potere, vuole far modificare la Costituzione del suo paese per restare al potere, con lo scopo evidente di evitare di rispondere alla giustizia per i delitti e gli assassini che hanno segnato il suo lungo regno di terrore.

Ancora, tra gli invitati di Obama ci sono stati degli “eredi” di dittatori defunti, come Faure Gnassimbé del Togo o ancora Ali Bongo del Gabon. Infine, dei presidenti che devono il loro potere a interventi stranieri, come Alassane Ouattara della Costa d’Avorio.

Nella maggioranza di questi paesi, i diritti dell’uomo sono allegramente violati, palesemente e con piena coscienza e complicità dei “campioni” della democrazia e della libertà. Ma i violatori di diritti umani africani sono stati in buona compagnia. Barack Obama è stato a disagio nell’impartire loro una lezione, dato il bilancio esecrabile degli Stati Uniti in questo campo. Il sostegno incondizionato al genocidio dei Palestinesi portato avanti dallo Stato terrorista d’Israele basterebbe da solo a squalificare gli Stati Uniti come “difensori” dei diritti umani. Ma le rivelazioni di Wikileaks e quelle di Edward Snowden sulle torture e altre pratiche inumane perpetrate dagli Stati Uniti in giro per il mondo si sono aggiunte alle atrocità e barbarie commesse dalle truppe yankee nell’Iraq occupato e di cui il mondo intero è stato testimone qualche anno fa.

 

La corsa per il controllo delle risorse africane

In realtà, uno degli obiettivi maggiori del vertice era per gli Stati Uniti di fare un discorso mellifluo sui “benefici” del commercio e degli investimenti, allo scopo di avere ancora più accesso alle risorse del continente africano. Ciò spiega l’abbondanza di rappresentanti del settore privato, tanto dal lato africano che da quello degli Stati Uniti, a questo Vertice. Come si sa, le multinazionali di questo paese si sentono “allontanate” dalle imprese dei paesi “emergenti” e della stessa Europa, nella corsa verso il controllo delle immense risorse dell’Africa. E in certi ambienti del capitalismo in profonda crisi, alcuni pensano che l’Africa sia diventata la nuova frontiera della mondializzazione capitalista e che essa detenga la chiave per “l’uscita dalla crisi”.

Durante la sua visita alla sede dell’Unione Africana ad Addis Abeba, nel gennaio 2014, il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe aveva dichiarato: “Con il potenziale che le danno le sue risorse, con la sua capacità di crescita economica, l’Africa è oggi un continente che sostiene le speranze del mondo”. Così, il capitalismo in crisi attende dall’Africa che questa gli fornisca le soluzioni all’uscita dalla crisi… grazie allo sfruttamento delle sue ricchezze a detrimento dei suoi propri popoli! Ricordiamoci il rapporto del senato francese, reso pubblico nell’ottobre 2013 e il cui titolo è di per sé  illuminante: “L’Africa è il nostro avvenire”. Vale a dire, “l’avvenire” della Francia e certamente di altri paesi occidentali, ma non quello dei popoli africani!

Così, a Washington, si è trattato molto  di investimenti, di “partenariati pubblico-privato”, di “libertà commerciale” e “di aiuti”. Tutto ciò, allo scopo di spalancare le porte delle economie africane per consegnarle all’appetito insaziabile delle multinazionali yankee. Si SA già che il petrolio grezzo africano fa parte delle priorità degli Stati Uniti nella loro politica di diversificazione delle fonti d’approvvigionamento, tendente a diminuire la loro dipendenza verso il petrolio del Medio Oriente, regione divenuta più volatile e sempre più ostile all’imperialismo occidentale, come mostrano le reazioni attuali seguite all’aggressione dello Stato sionista e ai massacri di migliaia di Palestinesi.

Nella messa in pratica della loro strategia, gli Stati Uniti cercano di istallare su territorio africano il quartiere generale del loro progetto di militarizzazione del continente, chiamato AFRICOM o “Africa Command”. Il pretesto apparente è quello di “aiutare” i paesi africani nella “lotta contro il terrorismo”. Ma in realtà, l’AFRICOM tende a garantire la sicurezza degli investimenti e delle forniture degli Stati Uniti. E l’istallazione del quartier generale dell’AFRICOM in Africa, soprattutto nella regione del Golfo di Guinea, ricco di petrolio, darebbe loro un vantaggio strategico per contenere i loro potenziali rivali, notoriamente la Cina.

 

L’ombra della Cina

È un segreto di Pulcinella che l’ombra della Cina ha aleggiato sul Vertice di Washington, in realtà una risposta degli Stati Uniti alla crescente potenza del gigante asiatico in Africa. La Cina è diventata un’ossessione per tutti i paesi occidentali e per il Giappone, che vedono molto di mal occhio il consolidamento dei suoi vincoli economici con l’Africa. Si ricorderanno gli attacchi appena velati di Barack Obama contro la Cina, durante la sua visita a diversi paesi africani nel 2013. La visita del Primo Ministro giapponese, Shinzo Abe, ricordata prima, aveva lo stesso scopo: contrastare la Cina. Quanto all’Unione Europea, sono anni che cerca d’imporre ai paesi africani la sua agenda di “libero scambio”, fraudolentemente chiamata “accordo di partenariato economico” (APE). I capi di Stato della CEDEAO hanno apparentemente deciso di capitolare di fronte alle pressioni, minacce e voltafaccia dell’UE, accettando di firmare l’APE tra qualche settimana. Tutta questa agitazione occidentale-giapponese tende a contrastare la Cina, percepita come il più grande ostacolo alla prosecuzione dell’egemonia economica e geo-strategica di quella che Samir Amin chiama la “triade imperialista” (Europa, Stati Uniti e Giappone).

 

Il genocidio del popolo palestinese ha offuscato il Vertice

Detta triade imperialista costituisce il principale sostegno dello Stato sionista, nella sua strategia di sterminio del popolo palestinese. E il Vertice di Washington è stato immancabilmente offuscato dalle atrocità quotidiane commesse dallo Stato terrorista di Israele a Gaza. La complicità degli Stati Uniti in queste atrocità fa sì che le mani di Barack Obama siano sporche del sangue di migliaia d’innocenti Palestinesi, tra cui più di 300 bambini, assassinati a sangue freddo dall’esercito israeliano rifornito dagli Stati Uniti. Così, dunque, i presidenti africani che hanno sfilato a Washington hanno stretto le mani sporche di sangue del presidente americano, complice d’Israele nel massacro di migliaia di Palestinesi. Se Israele continua a sfidare il mondo intero e a restare sordo agli appelli che gli arrivano da tutte le parti, è perché sa che può contare sul sostegno e la protezione degli Stati Uniti, qualsiasi cosa faccia. Lo si è visto in occasione del voto della Risoluzione del Consiglio dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite: gli Stati Uniti erano il solo paese a votare contro, con il solo scopo di difendere Israele!

 

Conclusione

C’era da scommettere che il Vertice di Washington non avrebbe apportato grandi benefici ai popoli africani. Certamente, i capi di Stato che vi hanno preso parte hanno messo l’accento sui loro “successi” e le loro “conquiste”. Ma poche persone gli hanno creduto. Dal punto di vista degli Stati Uniti, il solo e unico scopo di questo Vertice era di cercare di mettere le risorse dell’Africa nelle mani delle multinazionali nord-americane, per tentare di “recuperare il tempo perduto” a tutto vantaggio dei paesi “emergenti”. E che lo vogliano o no, due ombre hanno aleggiato su questo Vertice: quella della Cina e quella dei massacri quotidiani d’innocenti bambini palestinesi ad opera di uno Stato terrorista sostenuto dal loro ospite: Barak Obama!

 

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Caos in Iraq “made in USA”: cammino aperto per lo Stato Islamico

 ISISdi Achille Lollo*, da Roma (Italia)

Brasil De FatoEdizione 599,  dal 21 al 27 agosto 2014 – Internazionali – Pag. 16 – Iraq

Nel 2011 gli USA sono usciti dall’Iraq, dopo di aver portato a termine la missione “Democrazia a Baghdad”. Il nuovo Stato è stato consegnato ad Al-Maliki, principale leader sciita. È stato un disastro politico, caratterizzato dal settarismo e dalla corruzione – un contesto che i gruppi armati dello Stato Islamico hanno sfruttato, istigando la minoranza sunnita a ribellarsi.

Nel gennaio 2013, il misterioso leader dell’allora ISIS – attuale auto-proclamato Stato Islamico – Abu Bakr al-Baghdadi, dopo aver rotto con Al Qaeda e, in seguito, essersi auto-nominato “guida dei combattenti islamici del Levante”, ha convocato una riunione di tutti i leaders dei gruppi armati jihadisti iracheni e delle unità ribelli sunnite.

Il risultato di tale riunione è stato estremamente importante perché, in termini politici, al-Baghdadi ha definito la formazione di un fronte islamico sunnita, disposto a intraprendere una guerra aperta contro il regime di Baghdad.

In pratica, questo ha implicato che le cellule clandestine dei gruppi di ribelli sunniti e jihadisti, in luogo di sacrificarsi per realizzare sanguinari attentati nei luoghi frequentati dai civili sciiti, cominciassero a creare le condizioni affinché le popolazioni sunnite accettassero l’arrivo dei combattenti dell’allora chiamato Isis.

Questo fatto ha comportato che l’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, cioè, il braccio armato di ciò che è rimasto del Partido Baath Arabo di Saddam Hussein, sotto la dirigenza dell’ex-generale Izzat Ibrahim al-Douri, accettasse di unirsi all’ISIS che, in termini politici e mediatici, si presentava come il gruppo più organizzato e meglio referenziato presso i servizi segreti dell’Arabia Saudita, del Qatar, della Turchia, di Israele, della Gran Bretagna, della Francia e perfino degli Stati Uniti.

Bisogna ricordare che la partecipazione degli jihadisti dell’allora ISIS nella guerra civile siriana, al lato del Fronte Al-Nustra, è stata usata dai media occidentali per rinforzare, in termini politici, l’opposizione sunnita al presidente siriano Bashar al-Assad. D’altro lato, alcune vittorie che l’ISIS ha ottenuto nel Nord e nel Nord-est della Siria, dove i suoi uomini si sono impossessati di alcuni pozzi di estrazione petrolifera hanno motivato ancora di più l’interesse dei servizi segreti, soprattutto dopo la sconfitta degli uomini dell’Esercito Libero Siriano a Homs e lungo le regioni della frontiera con il Libano.

In funzione di ciò, i combattenti di al-Baghdadi hanno ricevuto armamenti, addestramento, soldi e, soprattutto, una copertura legale per vendere il petrolio rubato alla Siria. Petrolio rivenduto a un prezzo minore di quello dei mercati, tra il 40% e il 55%. Per questo, in pochi mesi, l’allora ISIS è riuscito a ottenere le risorse per organizzare una task force di 20 mila uomini totalmente auto-trasportata.

Questo contingente, all’inizio dell’anno, è entrato nelle regioni centrali dell’Iraq, senza nessuna difficoltà e senza incontrare resistenza da parte delle unità dell’esercito regolare che, davanti alla minaccia di dover affrontare combattenti sunniti, praticamente si è disintegrato.

È chiaro che in questa prima fase è stata di fondamentale importanza la presenza dei combattenti dell’“Esercito degli uomini di Naqshbandi”, al lato degli jihadisti. Questo fatto, ha permesso alle brigate dell’ISIS di entrare nei villaggi e nelle piccole città ed essere ricevuti dalle popolazioni sunnite come liberatori.

 

Saddam Hussein

Infatti, non possiamo dimenticare che, quando Saddam Hussein, il 15 luglio 1979, successe ad Ahmed Hassan al-Bakar, oltre a controllare tutto il Partito Baath, con membri dell’etnia sunnita, ha anche collocato sunniti in tutta l’amministrazione dello Stato e, soprattutto, nell’esercito, nella polizia e nei servizi segreti. Un’operazione settaria senza precedenti, che in Iraq ha colpito, principalmente, la maggioranza sciita, tanto in termini etnici quanto religiosi.

Eppure, con il governo sunnita di Saddam Hussein, non sono stati solamente gli sciiti (il 60% della popolazione) a soffrire l’isolamento istituzionale e la repressione.

I curdi sono stati i più castigati da Saddam, per il fatto di essere la minoranza (il 10% della popolazione) che, a partire dagli anni ’50, ha appoggiato la lotta per l’indipendenza del Curdistan, regione al Nord dell’Iraq.

Una lotta che era stimolata dall’esistenza di altri due movimenti di liberazione curdi, il PKK in Turchia e il Movimento di Resistenza Curda in Iran, oltre a piccoli gruppi in Siria. Per questo, nel 1988, l’ esercito di Saddam ha lanciato in Curdistan l’“Operazione Anfal”, nella quale sono stati uccisi 180 mila curdi.

Tuttavia, la furia dell’esercito sunnita di Saddam è stata maggiore nel Sud del paese, quando, nel 1991, è esplosa la ribellione della maggioranza sciita, che ha subito il massacro di 230 mila persone.

Con tutti questi precedenti, la pretesa “missione civilizzatrice” dell’esercito degli Stati Uniti, che si è estesa durante dieci anni, non ha fatto nulla per sanare le ferite del passato e nemmeno ha mai tentato di introdurre nella società multi-etnica irachena i concetti di eguaglianza e di solidarietà.

Al contrario, tutti i governatori militari e gli ufficiali dell’esercito degli USA, incaricati di amministrare villaggi e città, si sono sempre appoggiati esclusivamente alle dirigenze politiche della maggioranza sciita. Conseguentemente, la minoranza sunnita e, soprattutto i baathisti sono stati gli unici a costruire e alimentare una resistenza armata contro l’esercito invasore.

Un’opposizione che, nonostante la repressione, è risorta e si è rinforzata, partecipando in prima persona alla guerra civile in Siria e questo fatto ha acuito ancora di più la diversità etnica e religiosa tra sunniti e sciiti.

 

Nuovamente gli USA

Quando il presidente Barack Obama, nel 2011, ha ritirato dall’Iraq il corpo di spedizione statunitense, sapeva molto bene che la missione “Democrazia a Baghdad” presentava profonde contraddizioni. Tuttavia, il costo finanziario e umano di questa missione era, in pratica, insostenibile, soprattutto, dal punto di vista politico, visto che poteva trasformarsi in un secondo Vietnam.

Di fronte a questa situazione, le eccellenze della Casa Bianca hanno puntato tutto sulla gestione settaria degli sciiti, perché, secondo loro, questa era l’unica forma di garantire il mantenimento di uno Stato e di un’amministrazione pubblica che per dieci anni erano stati guidati e controllati da un esercito di occupazione di 100 mila soldati e più di 30 mila “tecnici”.

È evidente che, adesso, Obama e le eccellenze della Casa Bianca, come anche i generali del Pentagono hanno un profondo timore di consegnare armi all’esercito iracheno che, in realtà, esiste solamente nella zona verde di Baghdad. Cioè, per difendere le élites e l’oligarchia sciita.

Infatti, nel 2013 il governo di Al-Maliki ha comprato 36 caccia-bombardieri F-16, ma, fino ad adesso non sono stati consegnati. Tanto che l’ormai ex-primo ministro iracheno, Al-Maliki, è ricorso alla Russia per comprare urgentemente dieci caccia-bombardieri Sukhoi Su-25, dei quali cinque già sono stati consegnati – e che, secondo la TV Al Jaazira, starebbero realizzando missioni di bombardamento contro le posizioni dello Stato Islamico.

Oggi, la Casa Bianca e i generali del Pentagono non si fidano degli ufficiali sciiti dell’esercito iracheno e, soprattutto, disprezzano la maniera in cui è stato costruito questo esercito negli ultimi anni, permettendo che la maggior parte delle reclute si arruolasse semplicemente per mangiare o avere un salario. Dal momento che non possiamo dimenticare che l’invasione statunitense dell’Iraq ha provocato 1 milione di sfollati, oltre a distruggere quasi interamente le infra-strutture e i centri industriali.

In questo contesto, Obama ha scoperto un altro errore di Hillary Clinton, tanto che il Segretario di Stato, John Kerry, è dovuto correre in Curdistan per negoziare la continuazione dell’alleanza dei curdi col governo di Baghdad. Infatti, quando lo Stato Islamico ha attaccato e conquistato la città di Mosul e le brigate dell’esercito iracheno sono fuggite in direzione di Baghdad, i curdi erano pronti a dichiarare l’indipendenza.

Questo non è successo, perché Kerry ha promesso che gli USA e la NATO avrebbero armato l’esercito guerrigliero dei curdi, trasformandolo in un esercito regolare. Oltre a ciò, la Casa Bianca ha garantito che, dopo la sconfitta dello Stato Islamico ci sarà una negoziazione per implementare in Iraq una soluzione federativa che, giustamente, offra garanzie dal punto di vista economico ai curdi riguardo al controllo delle rimesse del petrolio e del gas estratti in Curdistan. Per questo, Obama ha chiesto agli alleati della NATO di inviare armi ai Curdi, come mezzo per mantenere le promesse di John Kerry indirizzate a una soluzione globale.

Ma il principale problema dell’Iraq non è l’attuale contesto militare, visto che gli F-16 o i Sukhoi Su-25 possono fare un ottimo lavoro, massacrando con le loro bombe e missili la maggior parte degli jihadisti dello Stato Islamico. Il vero problema è il futuro politico dell’Iraq che, di fatto, è problematico e perfino drammatico, vista la sequenza di massacri praticati dai gruppi jihadisti dello Stato Islamico.

Gli altri gruppi sunniti islamici e, soprattutto, il contingente delle unità baathiste non hanno partecipato ai massacri di cristiani semplicemente perché sanno che dopo di queste stragi ci sarà una negoziazione per definire una piattaforma federale o anche la formazione di tre nuovi Stati definiti su base etnica.

È evidente che il “califfo” al-Baghdadi non si potrà sedere al tavolo delle negoziazioni. Il suo luogo dovrà essere occupato dall’ex-generale baathista Izzat Ibrahim al -Dour. Tuttavia, questa previsione potrà essere realizzata solamente con il “sacrificio” dei combattenti jihadisti dello Stato Islamico. Un “sacrificio” che, in realtà, sarà la condizione sine qua non per l’inizio delle negoziazioni tra sciiti, curdi e sunniti.

Cosciente di questo pericolo, il “califfo” pretende ampliare la guerra civile in Libano, in Giordania, in Siria, in Iraq e nelle regioni estreme della frontiera di quest’ultimo con l’Iran. Un progetto che provocherebbe una esplosione fondamentalista generalizzata, nella quale la negoziazione per la fornitura del petrolio e del gas all’Occidente sarebbe fatta direttamente con gli Stati Uniti e la NATO, che in questo caso sarebbero obbligati a riconoscere il Califfato dello Stato Islamico.

Un progetto complesso e molto utopico che, tuttavia, ancora aleggia come possibilità, non per la sua solidità politica, ma per essere una conseguenza delle stupidità geo-strategiche che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO hanno commesso nel Medio Oriente negli ultimi 30 anni.

 

* corrispondente dall’Italia per Brasil de Fato e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione a cura di Marco Nieli]

Chi finanzia lo Stato islamico?

da ria novosti

Lo Stato islamico è considerato la più ricca organizzazione terroristica nel mondo. Ma da dove viene il denaro ottenuto da questo gruppo jihadista?

 Dopo l’assedio di Mosul, la seconda città dell’Iraq, lo Stato islamico è diventato la più ricca organizzazione terroristica nel mondo, superando Al Qaeda. Lì, gli insorti hanno sequestrato ingenti quantità di denaro e lingotti d’oro da alcune banche. In totale, hanno preso 500 milioni di dinari (429 milioni dollari).

 Funzionari iracheni stimano che i fondi di finanziamento del gruppo raggiungono i 2 miliardi di euro. Tuttavia, non si sa ancora esattamente da dove arriva questa somma esorbitante.

 Arabia Saudita

Secondo il canale tedesco Deutsche Welle, il governo iracheno, dominato dagli sciiti accusa l’Arabia Saudita di sostenere i jihadisti dello Stato islamico.

 L’Arabia Saudita «è responsabile per il sostegno finanziario e morale che ricevono i gruppi ribelli», ha detto due mesi fa il primo ministro Nuri al-Maliki. Come previsto, gli Stati Uniti, il più importante alleato dell’Arabia Saudita, hanno respinto le accuse da parte del capo del governo iracheno.

 Secondo Günter Meyer, direttore del Centro di Ricerca sul mondo arabo presso l’Università di Mainz, è ovvio che finanzia questi estremisti.

 «La principale fonte di finanziamento per lo Stato islamico finora viene dai paesi del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita, ma anche il Qatar, il Kuwait e gli Emirati Arabi Uniti», ha spiegato Meyer, aggiungendo che la motivazione iniziale era quella di sostenere la lotta contro il governo del presidente siriano Bashar al Assad.

 Petrolio

Gli esperti stimano, inoltre, che lo Stato islamico guadagna circa un milione di dollari al giorno attraverso la vendita di petrolio dai pozzi sotto il suo controllo.

 L’analista Robin Mills afferma che se il gruppo jihadista è in grado di controllare i territori in cui le milizie stanno progredendo, i ricavi potrebbe ammontare a 3 milioni al giorno e raggiungere i 100 milioni al mese.

 Estorsione

Secondo Charles Lister, del Centro di Doha (Qatar), c’è il sospetto che l’organizzazione raccolga le estorsioni nelle aree che controlla.

«La concussione colpisce le piccole e grandi imprese e se le voci sono vere, compresi i rappresentanti dei governi locali», ha ribadito Lister a Deutsche Welle.

 I soldi per la jihad

Con i soldi che ha rubato a Mosul, lo Stato islamico può finanziare la jihad senza intoppi. Così afferma il blogger britannico Eliot Higgins, meglio conosciuto come Mosè Brown. 

«Con 429 milioni dollari, lo Stato islamico potrebbe reclutare 60.000 combattenti e pagare 600 dollari al mese per un anno intero» ha scritto Higgins nel suo account Twitter.

 Inoltre, con questo potere economico, il gruppo può acquisire facilmente le armi di alta qualità sul mercato internazionale, ha aggiunto Meyer.

 [Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Hollande ammette di aver armato i terroristi in Siria

da hispan.tv

In una rivelazione senza precedenti, il Presidente francese, François Hollande, ha ammesso di aver ordinato la fornitura di armi ai terroristi che combattono in Siria da metà marzo 2011, contro il governo di Bashar al-Asad.

Hollande, in un’intervista rilasciata, ieri, al quotidiano ‘Le Monde’, ha giustificato la consegna di armi, affermando che l’operazione era in conformità con gli “impegni europei”.

Inoltre, ha sostenuto  che i gruppi armati attivi in Siria, che considera “moderati” meritano il sostegno di Parigi per affrontare la minaccia del gruppo terroristico Isis.

Facendo riferimento all’Isis, Hollande ha dichiarato che non è un movimento terroristico come Al-Qaeda, ma uno «stato terrorista (…) un gruppo strutturato, che ha un finanziamento significativo e armi molto sofisticate» contro il quale si deve adottare una “strategia globale”.

All’inizio del conflitto in Siria elementi dell’Isis hanno ricevuto armi, sostegno finanziario e logistico di alcuni paesi regionali e occidentali guidati dagli Stati Uniti.

Ma, dopo essere stati minacciati dal gruppo terroristico, diversi funzionari occidentali adesso parlano di dover combattere i terroristi e dividerli in buoni e cattivi.

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: