Renzi e Berlusconi insieme

suvvia di Achille Lollo*

L’annunciata riforma del lavoro rompe l’apparente unità in seno al Partito Democratico, dal momento che il 54% degli Italiani trova che, con l’annullamento dell’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori le imprese potranno licenziare come e quando vorranno.    

A febbraio, il programma di governo di Matteo Renzi presentava una riforma del lavoro volta a riformulare le molte leggi che hanno creato 47 forme di contratti di lavoro, moltiplicando così le possibilità di illegalità (lavoro sul mercato nero senza contratto) o frammentando ancora di più la qualità dell’occupazione, con contratti temporali (semestrali, mensili e perfino settimanali).

All’inizio, la riforma doveva abolire la celebrata “Legge Fornero” del governo Monti, che invece di aprire il mercato del lavoro ai giovani, in realtà, ha liquidato i lavoratori che sono nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni, aumentando ancora di più il contingente dei cosiddetti “precari”, condannati a rimanere senza contratto di lavoro effettivo. Sta di fatto che tali proposte sono rimaste in aria come semplici intenzioni, nel momento in cui il primo ministro Matteo Renzi e il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, realizzavano un accordo politico che comportava l’introduzione di serie modifiche nel programma della Riforma del Lavoro.

In questo ambito è sorta la proposta di sopprimere l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, che è l’ultima legge del lavoro a non essere stata modificata negli ultimi 15 anni dai governi di destra guidati da Berlusconi. La reazione del Movimento Cinque Stelle nella Camera dei Deputati e nelle piazze è stata immediata. Infatti, il suo leader, Beppe Grillo, nel promuovere una protesta in piazza ha detto: «Durante gli ultimi 40 anni gli imprenditori hanno detto che l’Articolo 18 doveva essere abolito in quanto ostacolo agli investimenti. Poi, tutti i governi a guida Berlusconi hanno tentato di sopprimere questo articolo, tuttavia il PD (Partito Democratico) ha sempre fatto opposizione, rimanendo al lato dei lavoratori. Adesso, Renzi, che ha bisogno dei voti dei parlamentari di destra di Forza Italia, per sostenere la sua maggioranza, ha fatto un accordo in segreto con Berlusconi consegnando, in cambio del sostegno in Parlamento, 30 anni di storia e di lotte dei lavoratori. Vuol dire: quello che Berlusconi non è mai riuscito a fare, ora è stato realizzato da Renzi. È chiaro che gli imprenditori e le transnazionali applaudono».

Lo scenario complica la situazione nel mondo sindacale, nella misura in cui la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) si è già espressa contro la decisione del governo, mentre la Confederazione Italiana Sindacati dei Lavoratori (CISL) appoggia apertamente Renzi e l’Unione Italiana del Lavoro (UIL) non ha ancora definito ufficialmente la sua posizione, dal momento che la direzione è praticamente divisa in merito a questo argomento. La CGIL, in un comunicato della segreteria, ha subito allertato il governo che non ammette modifiche dell’Art. 18, avvisando che se il governo continua su questa strada, la CGIL proclamerà uno sciopero generale a ottobre. Per questo, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, non ha avuto dubbi nel dire che «il futuro più prossimo dei nostri giovani che sperano di poter lavorare è sempre più nebuloso, dal momento che nessuno sa quello che realmente questo governo vuole fare. La CGIL è contro la revisione dell’Art. 18, perché questo è un attacco gravissimo contro tutti i lavoratori, quando invece la crescita economica si ottiene realizzando un’ampia riforma economica e infra-strutturale e non intervenendo sul mercato del lavoro con l’abolizione dell’Art. 18 in modo da permettere alle imprese di licenziare liberamente».   

Confusione nel PD

Dal marzo 1970, i partiti che rappresentano gli interessi delle transnazionali e dell’impresariato italiano intendono mettere fine alla legislazione lavorativa dello Statuto dei Lavoratori, indirizzata a difendere integralmente gli interessi dei lavoratori. Una bandiera che il PCI di allora ha subito innalzato, anche perché questo fatto gli ha permesso di riconquistare il voto della classe operaia e dei lavoratori in generale, demotivati dalla proposta del Compromesso Storico. Un tale posizionamento si è mantenuto anche quando il PCI si è trasformato in PDS e poi in PD, visto che lo Statuto dei Lavoratori non è stato una “regalia” offerta dallo Stato. Al contrario, è stato il risultato di un periodo di lotte, che si è trasformato in legge solamente quando i lavoratori italiani hanno vinto la battaglia politica, dopo di aver sfidato il capitalismo italiano durante due lunghi anni di lotte, con scioperi, manifestazioni e, soprattutto, con le occupazioni delle fabbriche e delle università. Bisogna dire che sono stati anche due anni di dura repressione da parte di uno Stato sempre più controllato dai gruppi della Democrazia Cristiana, in vista del mantenimento dell’Italia dentro la logica della dipendenza imperialista, sia strategica che economica e finanziaria.

D’altro canto, bisogna ricordare che è in questi due anni che i gruppi che monopolizzavano i palazzi del potere hanno aperto le porte ai clan mafiosi per garantire al governo un “consenso maggioritario nel sud d’Italia”, mentre nella capitale e nelle grandi metropoli delle regioni industriali del nord e del centro, i servizi di intelligence sono stati autorizzati a materializzare un “Piano B”, con una serie di operazioni pianificate per impedire l’avanzamento delle sinistre e, in particolare, l’affermazione dell’“autonomia della classe operaia” in tutte le fabbriche del nord e del centro nord. Un “Piano B” che presentava molte direttrici, dal tradizionale e truculento colpo di Stato con la partecipazione delle organizzazioni neo-fasciste, alla sofisticata cooptazione mediatica e politica di sindacalisti e di deputati di centro-sinistra in opposizione al “nascente sinistrismo”.

Una cooptazione che, in seguito al messaggio politico del golpe in Cile sarebbe evoluto, nel PCI, nel cosiddetto “Compromesso Storico” di Enrico Berlinguer. A causa del peso politico e per il fatto di avere a che fare con la vita di milioni di lavoratori, il PD non si è mai azzardato a mettere in discussione l’Art. 18. Infatti, accettare le proposte dell’impresariato avrebbe significato perdere la fiducia e il voto dei lavoratori che negli ultimi dieci anni hanno cominciato a disertare la militanza, mantenendo, appena, il vincolo elettorale con il PD. Per questo, la cosiddetta “vecchia guardia”, guidata da Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Giuseppe Civiati e dal giovane Stefano Fassina, è stata duramente attaccata da Matteo Renzi e conseguentemente squalificata da tutto il sistema mediatico per aver minacciato di non votare in Parlamento l’abolizione dell’Art. 18. È evidente che questa questione è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso in seno al PD, dal momento che i contrasti politici e, anche, ideologici non sono pochi. Si tratta, alla fine, di un confronto politico tra i “liberali di Matteo Renzi” e la cosiddetta “vecchia guardia social-democratica” che, adesso, incarna due concezioni politiche differenti, le quali, in realtà, possono portare alla nascita di due nuovi partiti. Del resto, qualcuno afferma che questi due partiti già esistono in “off”, disputandosi l’“apparato” dello stesso PD.

Guardando agli USA

Mentre in Italia si moltiplicano gli oppositori a una Riforma del Lavoro che abolirà l’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, il primo ministro Matteo Renzi è andato negli USA per conciliarsi, da un lato, i repubblicani (George Shultz e Condoleeza Rice) e, dall’altro, i democratici (Bill e Hillary Clinton), oltre a rendere pubblico l’“innamoramento politico” con l’amministratore delegato della FIAT-Chrysler, Sergio Marchionne, che è stato colui che ha sfidato la legislazione lavorativa italiana, licenziando selettivamente i sindacalisti e i delegati di fabbrica della FIOM-CGIL, oltre a introdurre il “contratto di lavoro FIAT”, che squalifica il tradizionale contratto nazionale dei metal-meccanici.

La sequenza di incontri che Renzi ha tenuto, a San Francisco, con gli imprenditori della Silicon Valley e poi, a Detroit, con Marchionne e i principali banchieri (o sarebbe meglio dire speculatori) di Wall Street, in realtà, è stata un capolavoro del marketing politico, che da due anni costruisce il successo mediatico di Renzi, rafforzando la sua immagine politica.

Infatti, aver dialogato, allo stesso tempo, con Shultz e Rice e poi con Bill e Hillary Clinton, prima di andare all’Assemblea dell’ONU, a raccontare la favola che gli Italiani ascoltano da febbraio, è stata una giocata da maestro, visto che i media statunitensi hanno incensato abbastanza Renzi – non per essere un leader innovatore ma, semplicemente, per genuflettersi davanti all’Impero e ossequiare tutti i suoi leaders.

Infine, qualcosa che è stato fatto non per impressionare gli Statunitensi, ma per convincere gli Italiani che è ben protetto e, per questo, adesso, è lui che comanda. È chiaro, con l’appoggio di Berlusconi, senza il quale il governo Renzi già sarebbe caduto.

È evidente che un’agenda di questo tipo non è stata improvvisata alla vigilia del viaggio per New York. Ci sono stati contatti e una pianificazione da parte del “gruppo occulto del PD” che ha scelto le date, i luoghi e i partecipanti per ottenere in Italia il cosiddetto “effetto specchio”, nel preciso momento in cui cominciava il dibattito sull’abolizione dell’Articolo 18 e, soprattutto, quando esplodeva il conflitto con la CGIL e i lavoratori in generale.

Per molti commentatori, questo viaggio di Renzi negli USA è stato l’ultimo atto che ha compiuto come leader di un PD unificato, visto che la dichiarata comunione di intenti e di progetti con Sergio Marchionne ha sepolto, in una sola volta, l’apparente unità, che potrà esplodere in forma definitiva quando la situazione deficitaria e la recessione obbligheranno il governo a chiedere l’intervento della Triade (FMI, Banco Mondiale e Banca Centrale Europea), con le conseguenze che tutto il mondo conosce.

Infatti, Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea, ha allertato Renzi ricordandogli che il debito pubblico nuovamente ha superato tutti i livelli, mentre la crescita economica rimane a quota “0”!

*
giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato da Roma (Italia) e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.  

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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