Vita e lotte di Thomas Sankara

di Saïd Bouamama*

Investig’ Action.- «La nostra rivoluzione in Burkina Faso è aperta ai malesseri di tutti i popoli. Essa s’ispira anche a tutte le esperienze degli uomini, dal primo soffio dell’umanità. Noi vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo, di tutte le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo».

THOMAS SANKARA, “La libertà si conquista con la lotta”, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 1984. Investig’Action offre ai suoi lettori un estratto del libro “Figures de la révolution africaine” di Saïd Bouamama, dedicato alla figura rivoluzionaria di Thomas Sankara.

All’incontro dell’OUA (Organizzazione dell’Unione Africana), nel luglio 1987, il presidente del Faso lancia davanti ai suoi stupefatti omologhi un discorso memorabile che resterà nella storia come uno dei più incisivi manifesti contro i debiti ingiusti e illegittimi:

Il debito si analizza dapprima in base alla sua origine. Le origini del debito rimontano  alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato dei soldi, sono loro che ci hanno colonizzato. Sono gli stessi che hanno dato origine ai nostri Stati e alle nostre economie […].

Il debito è ancora neo-colonialismo, dove i colonialisti si sono trasformati in assistenti tecnici (in pratica, dovremmo dire «assassini tecnici»). E sono loro che ci hanno proposto delle fonti di finanziamento […]. Ci hanno presentato dei dossiers e dei prospettii finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquanta, sessanta anni e anche di più. Vale a dire che ci hanno portato a danneggiare i nostri popoli per cinquanta e più anni.

Il debito, nella sua forma attuale, è una riconquista, sapientemente organizzata, dell’Africa, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbedissero a dei paletti, a delle norme che ci sono totalmente straniere. Facendo in modo che ciascuno di noi diventi lo schiavo finanziario, vale a dire lo schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, la capacità di ingannare, la furberia di piazzare dei fondi da noi con l’obbligo di rimborsarli. […]

Noi non possiamo rimborsare il debito, perché non abbiamo con che pagare. Non possiamo pagare il debito, perché, al contrario, gli altri che ci devono le più grandi ricchezze non potranno mai ripagarle, sto parlando del debito del sangue […].

Quando diciamo che il debito non sarà pagato, non è affatto che  noi siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. [È perché] riteniamo che non abbiamo la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero, non c’è la stessa morale».

Meno di tre mesi dopo, Thomas Sankara è assassinato. Aveva previsto questa possibilità, sottolineando ad Addis Abeba la necessità di un rifiuto collettivo del pagamento del debito, «per evitare che andiamo individualmente a farci assassinare».

E poi aveva profetizzato: «Se il Burkina Faso si rifiuta do solo di pagare il debito, io non sarò presente al prossimo congresso».

«SI PUÒ UCCIDERE UN UOMO MA NON LE SUE IDEE»

Sankara sa di cosa parla quando parla del debito. L’esperienza rivoluzionaria del Burkina è minacciata dai rimborsi di questo debito, il cui peso è diventato insopportabile, proprio quando, nello stesso tempo, l’aiuto internazionale cade al 25 % e l’aiuto bilaterale francese passa da 88 milioni a 19 milioni di dollari tra il 1982 e il 1985.

Questo quadro di costrizione conduce, dal 1983, a un rigore implacabile, che Sankara applica prima di tutto a se stesso e ai suoi collaboratori. Il presidente del Faso non dispone che di due strumenti per migliorare le condizioni materiali d’esistenza dei meno abbienti  e finanziare lo sviluppo auto-gestito. Il primo è l’abbassamento delle spese di funzionamento dei servizi pubblici. Il secondo è l’esazione fiscale applicata agli unici  contribuenti che hanno un reddito stabile, i salariati urbani e in particolare i funzionari. Il rialzo dell’imposizione fiscale e delle diverse tasse che si applicavano ai funzionari è costante. Giornalista specialista del Burkina Faso, Pascal Labazée, stima al 30 % l’abbassamento del potere di acquisto dei salari urbani tra il 1982 e il 1987.

Poco a poco, le contraddizioni s’esacerbano tra i funzionari e il potere. Esse sono, del resto, coltivate dall’opposizione. Il Sindacato nazionale degli insegnanti africani dell’ Alto Volta (SNEAHV), di cui parecchi dirigenti sono membri del Fronte patriottico voltaico, un’organizzazione che si oppone al CNR (Comitato Nazionale Rivoluzionario), si fa portavoce dello scontento.

L’arresto, il 12 marzo 1984, di quattro dirigenti di questo sindacato, per «complotto contro la sicurezza dello Stato», porta a lanciare la parola d’ordine dello sciopero per il 20 e il 21 marzo. All’indomani, il Ministro della Difesa annuncia via onda il licenziamento di 1380 insegnanti scioperanti. La Confederazione Sindacale Burkinabé (CSB), vicina al PAI, resta, da parte sua, più lungamente fedele al regime rivoluzionario. Ma, mostrandosi più rivendicativa a partire dal 1984, quando il PAI rompe con il CNR, essa si confronta a sua volta con la repressione. Il suo segretario generale è arrestato, l’accusa di «anarco-sindacalismo» entra nel discorso officiale e il presidente del Faso perde così uno dei suoi alleati più antichi e più importanti. Di fronte a questa grave crisi sociale, Sankara spiega così il suo dilemma:

«Bisogna fare una scelta. O cerchiamo di accontentare i funzionari – sono circa 25 000, diciamo lo 0,3 % della popolazione –, o cerchiamo di occuparci di tutti gli altri che non possono nemmeno avere una compressa di nivachina o di aspirina e che muoiono semplicemente quando sono malati».

Se si può comprendere che la priorità di Sankara vada alla seconda categoria, la questione del ritmo delle trasformazioni è più discutibile. Per valutare questo ritmo, al presidente del Faso manca uno strumento di collegamento politico permanente con i differenti settori sociali delle classi popolari. La divisione delle organizzazioni politiche di sinistra impedisce loro di giocare questa funzione politica. Sankara non lesina i suoi sforzi per farle convergere ma, come spiega nel 1984, non vuole riprodurre gli errori di altre esperienze rivoluzionarie africane:

«Potremmo, di sicuro, creare un partito subito […]. Ma non ci teniamo a calcare, a riprodurre qui ingenuamente, e in una maniera piuttosto burlesca, quello che si è potuto fare altrove. Quello che ci piacerebbe, è piuttosto di trarre profitto dalle esperienze degli altri popoli. […] Non vogliamo che essa [l’organizzazione] s’imponga in maniera dittatoriale o burocratica, come è potuto accadere altrove… Bisogna che essa sia […] l’emanazione di un desiderio popolare profondo, di un voto reale, di un’esigenza popolare».

I CdR (Comitati della Rivoluzione), dal canto loro, non possono più assicurare questa funzione politica. Sono i militari che la ereditano dall’inizio dalla segreteria generale dei CdR. Il capitano d’aviazione Pierre Ouedraogo, «uno degli amici di Sankara usciti da un circolo politico della prima ora» […], è nominato segretario generale nazionale dei CdR. Egli promuove una logica della trasformazione «dall’alto», tendendo così a cambiare queste strutture definite di «democrazia diretta» in semplici «cinghie di trasmissione». Purtroppo, i CdR sono strumentalizzati al servizio della lotta in seno del CNR.

«Così – riassume Bruno Jaffré – i CdR hanno incontestabilmente giocato un ruolo repressivo, procedendo a degli arresti arbitrari, spesso su ordine della segreteria generale dei CdR. Hanno anche participato alle differenti offensive che hanno  luogo contro i sindacati e hanno servito come massa di manovra nella sorda battaglia che si davano le differenti fazioni politiche per il controllo del potere».

Gli interventi del presidente del Faso nell’aprile 1986, all’epoca del primo congresso nazionale dei CdR, sottolineano la sua inquietudine sulle numerose derive di questi organismi. Egli vi denuncia certi CdR che «divengono dei veri incubi per i dirigenti», fustiga quelli che «coltivano tutto un arsenale d’armi», utilizzando la minaccia e condanna quelli che «hanno fatto delle cose esecrabili» e che «hanno approfittato del pattugliamento per fare bottino».

In numerosi villaggi, i CdR non giocano più il ruolo previsto e i loro eletti sono sia i notabili tradizionali, sia degli uomini al loro servizio. Analizzando l’evoluzione del potere locale nei villaggi dell’Ovest burkinabé, il sociologo Alfred Schwartz conclude a favore della continuità reale, sotto l’apparenza della trasformazione, vale a dire «per una subordinazione di fatto del potere “rivoluzionario” al potere tradizionale noto».

L’ampiezza dei cambiamenti effettuati, il ritmo intensivo con il quale le riforme sono portate avanti, l’importanza della domanda sociale, i rancori che suscitano questi sconvolgimenti e l’assenza di elezioni, sempre inquietante in una democrazia che si vuole del «popolo», tendono a coagularsi, per nutrire un’opposizione diffusa che vince nella propaganda e a relegare in secondo piano i miglioramenti del resto palpabili per la grande maggioranza. Qualche mese prima del suo assassinio, Sankara sembra pertanto avere acquisito una visione più realistica della situazione. Nel suo discorso che celebra il quarto anniversario della rivoluzione, il 4 agosto 1987,  invoca una pausa dalle riforme, allo scopo di «trarre lezioni e insegnamenti dalla nostra azione passata per […] impegnarci di più in una lotta di fazioni organizzate, più scientifica e più risoluta».

Sankara sembra lui stesso un po’ sorpassato dagli eventi, come riconosce con umiltà in un’intervista televisiva:

«Mi ritrovo un poco come un ciclista che affronta una salita ripida e che ha, a sinistra e a destra, due precipizi. […] Per restare me stesso, per sentirmi me stesso, sono obbligato a continuare in questa corsa…»

Queste contraddizioni interne sono attentamente considerate dai multipli avversari esterni del regime sankariste. Dallo stato del Mali, scosso dalle agitazioni studentesche  nel dicembre 1985 e che scatena una nuova guerra contro il Burkina in questo periodo, a quello della Costa-d’Avorio che accoglie gli oppositori burkinabé, numerosi sono i dirigenti dei paesi limitrofi che ostacolano l’appassionato presidente del Faso. La Francia, vecchia potenza coloniale, teme, da parte sua, questo dirigente, che condanna apertamente il francese CFA come «un’arma del dominio francese» e la francofonia come «una strategia neo-colonialista» .

E che, oltre a boicottare il vertice franco-africano di Lomé (novembre 1986), non esita a criticare pubblicamente François Mitterrand. È caso risaputo, in occasione della visita ufficiale di quest’ultimo in Burkina Faso, nel novembre 1986, che Sankara critica, in uno stile offensivo che richiama il «no» di Sékou Touré a de Gaulle nel 1958, la recente visita del presidente sud-africano Pieter Botha in Francia:

«Noi non abbiamo compreso come dei banditi come [il guerillero angolese] Jonas Savimbi [e] degli assassini come [il presidente sud-africano] Pieter Botha hanno avuto il diritto di percorrere la Francia così bella e così pulita. Essi l’hanno sporcata con le loro mani e i loro piedi coperti di sangue. E tutti quelli che gli hanno permesso di realizzare questi atti ne porteranno l’intera responsabilità qui e altrove,  oggi e sempre».

Certo, nessuno può ancora dire in maniera certa chi sono i mandanti dell’assassinio di Sankara, il 15 ottobre 1987, in occasione del colpo di Stato che permette a Blaise Compaoré di prendere il potere. In compenso, la questione che Sankara stesso poneva a proposito dell’assassinio del presidente mozambicano Samora Machel, deceduto nell’ottobre 1986 in un incidente d’aereo, è pertinente al suo proprio caso:

«Per sapere chi ha ucciso Samora Machel, chiediamoci chi si rallegra e chi ha interesse a che Machel fosse ucciso.» […] Non si può allora che constatare che la morte di Sankara e la politica di «rettificazione» lanciata da Compaoré hanno permesso al sistema «franco-africano», che non ha cessato di riprodursi dall’epoca delle indipendenze degli anni ‘60 […], di riprendere il controllo su di un paese che rischiava, sotto l’impulso del suo rivoluzionario capo di Stato, di portare i suoi vicini sui cammini dell’insubordinazione.

Le cause che hanno fatto emergere la rivoluzione sankarista, vale a dire l’oppressione, lo sfruttamento e l’ingiustizia, non essendo sparite, è poco probabile che i principi che Sankara ha tentato di mettere in pratica si perdano nell’oblio. «Si può uccidere un uomo ma non le sue idee», lui stesso amava ripetere.

*Estratto dal libro “Figures de la libération africaine. De Kenyatta à Sankara”, di Saïd Bouamama, Paris Zones, 2014

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Reperti archeologici e petrolio, così l’Occidente finanzia l’Isis

da al manar

L’Isis, (Daesh in arabo) cerca di vendere i tesori saccheggiati in Iraq e Siria per i collezionisti occidentali. Il prezzo dei lotti ha raggiunto decine di milioni di dollari. Tali lotti sono venduti soprattutto nel Regno Unito.

Solo l’1% dei lotti viene intercettato dalle forze di sicurezza, il resto è venduto nei paesi europei e negli Stati Uniti.

Nulla ferma i collezionisti che comprano i tesori dai terroristi. Washington e Bruxelles affermano all’unisono che bisogna lottare contro l’Isis, ribadendo la necessità di bloccare tutti i flussi di denaro ai terroristi.

Ma queste affermazioni non hanno nulla a che fare con i fatti. I valori morali, quali la lotta contro i terroristi, possono essere facilmente sostituiti con valori materiali. I terroristi non solo vendono antiche reliquie, ma anche petrolio, ricavando centinaia di milioni in profitti da questo commercio.

Secondo i servizi segreti iracheni, dopo il saccheggio di alcuni luoghi santi vicino alla città siriana di En-Nabak, i terroristi avrebbero intascato quasi 40 milioni di dollari. E gli islamisti hanno fatto irruzione anche in altre città.

Gli acquirenti delle reliquie sanno molto bene chi sono i loro venditori. Non è improbabile che queste reliquie siano messe all’asta da Sotheby.

Si comprano, quindi, questi lotti da canali illegali, e nessuno fa domande su quale sia la loro provenienza e a chi vada a finire il ricavato delle vendite.

Così mentre l’Isis diventa una minaccia per il mondo con una nuova guerra, gli euro e i dollari dei collezionisti occidentali potrebbero, infine, rivoltarsi contro di loro.

É ‘tempo di prendere le misure corrispondenti e fermare questo traffico?

Come diceva Jean-Paul Sartre, non fare la stessa assurdità due volte, la scelta è vasta.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(FOTO+VIDEO) Asad trascorre la notte di Capodanno con i soldati

da sana.sy

Alla vigilia del nuovo anno, il presidente Bashar al-Assad ha visitato l’esercito e le forze di difesa popolare sul fronte di Jobar, un sobborgo di Damasco.

Il presidente al-Assad ha visitato un certo numero di postazioni e unità militari che affrontano i gruppi terroristici armati e ha accolto con favore le vittorie e i sacrifici dei soldati coraggiosi per salvaguardare la sicurezza delle persone e dei beni a Damasco e dintorni.

Inoltre, ha reso omaggio alle famiglie dei militari, ai martiri, alle forze della Difesa del Popolo, augurando una pronta guarigione ai feriti, sottolineando che i sacrifici dei martiri e dei feriti e la determinazione delle loro famiglie sono alla base della fermezza della Siria.

Il presidente ha anche elogiato i soldati sulle linee di fuoco di Jobar e tutti coloro che imbracciano le armi per difendere il paese in tutti i punti caldi della Siria.

Da parte loro, i valorosi soldati hanno ribadito che continueranno a difendere la Siria e preservare la loro terra e la loro dignità fino al ripristino della sicurezza e della stabilità nel paese.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Nel debito risulta chiaro chi è la vittima

timerman

di Martín Granovsky

Pagina ½, 31 dicembre 2014.- Il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman ha parlato con Página 1/2 del nuovo passo verso un quadro giuridico per affrontare il debito sovrano proprio ieri sera, dopo il voto in Consiglio di Sicurezza, in cui la proposta sui diritti dei Palestinesi e la pace in Medio Oriente è stata sconfitta.

-Per l’Argentina non è un argomento nuovo – ha detto Timerman. – Abbiamo una tradizione di sostegno ai diritti dei Palestinesi, di ricerca della pace e di rispetto delle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma una cosa è l’Assemblea e un altra è il Consiglio di Sicurezza. Caso mai fosse stato necessario, ne abbiamo avuto un’ulteriore prova.

–L’Assemblea Generale ha approvato il finanziamento del comitato per la nuova cornice legale vincolante sul debito sovrano.

-Tutti i passi sono stati molto importanti e si sono verificati progressi in modo molto veloce. Ieri si è conclusa la fase preparatoria, per cui ora è possibile elaborare il quadro giuridico per la ristrutturazione del debito sovrano. Il primo passo, ovviamente, è stata la stessa risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In seguito, l’Assemblea ha votato come l’ONU avrebbe continuato a discutere della questione. La terza votazione, avvenuta ieri, era su come finanziare il processo che si concluderà con il quadro giuridico, che l’Assemblea Generale potrà votare nel 2015.

–La questione del finanziamento, como specchietto per le allodole nella rappresentazione nordamericana all’ONU, è stata presente fin dal principio nel dibattito.

–Sì, e nonostante quest’argomentazione durante tutto il processo, il Gruppo dei 77 più la China si è mantenuto molto unito.

–È stato difficile?

–Ci sono stati molti tentativi di rompere l’unità.

–In che modo?

-Hanno usato tutti gli strumenti a portata di mano. Ad esempio, i più potenti paesi creditori hanno cercato di distorcere il processo naturale. E lo hanno fatto passo dopo passo. Quando l’Assemblea Generale ha deciso che ci sarebbe stato un comitato di redazione per predisporre il quadro giuridico, i creditori hanno voluto ignorare questo grande obiettivo, cercando di far sì che non si approvassero le modalità dei negoziati.

–Però sono stati approvati questo stesso anno.

-Quando si sono resi conto che non avrebbero potuto impedire un accordo sulla forma, sono passati al passaggio seguente, che era il finanziamento. Hanno tentato di far sì che l’Assemblea Generale negasse lo stanziamento di fondi.

–Di che cifra stiamo parlando?

–Si tratta di 250 mila dollari.

–Per l’ONU la cifra non deve essere proibitiva, non è vero?

–È poco. Eppure, i creditori hanno insistito lo stesso fino all’ultimo momento che non ci sarebbe stato finanziamento.

–Quando l’Assemblea Generale ha approvato di elaborare una cornice regolatoria, a nome di Washington, Terry Robl ha detto, tra le altre cose, che sarebbe stata un’iniziativa costosissima.

-È che tutto serve ad annullare la prospettiva che, alla fine, ci sia un quadro normativo per la ristrutturazione del debito sovrano. Ma, nonostante tutto, non sono riusciti a rompere il G-77. Nel gruppo, tutti i paesi hanno preso sul serio il problema, come fondamentale e molto importante. Lo hanno capito anche stati senza problemi di debito, ma che giudicano, in base alla loro analisi della realtà, che sia un bene che i paesi in via di sviluppo risolvano questo problema e abbiano un quadro per farlo. Se no, ci saranno sempre scontri tra i paesi in via di sviluppo e i paesi creditori. E la cosa interessante è che i paesi creditori dicono di non essere contrari a che ci sia un meccanismo di ristrutturazione del debito.

–Lo discutono in ambiti privati e pubblici. Avanzano?

–No, perché una delle tendenze è: “Deve esserci un meccanismo ma deve risolverlo l’FMI”.

–Però il Fondo Monetario non ha redatto uno schema per la ristrutturazione dei debiti sovrani.

–Succede questo: prima i paesi creditori suggeriscono che lo scenario di creazione di un meccanismo sia il FMI, però poi il FMI non lo fa.

–Perché no?

–Perché nel FMI i dieci paesi più sviluppati usufruiscono di un tale potere che impedisce l’approvazione di qualsiasi documento in questo senso dentro al Fondo.

–È pur sempre un voto qualificato.

–I voti nel Fondo rappresentano percentuali.

–Ovviamente, non c’è un meccanismo di un voto per ogni paese.

–No, e per questo la decisione non arriva. L’Assemblea Generale sta trattando della questione del debito sovrano adesso, ma il Fondo ne ha mandato da dieci anni. Dieci anni! Con mandato e tutto, dov’è la cornice normativa, anche dello stesso Fondo? Non esiste. Non l’hanno realizzata.

–Perché?

–Quello che sto per dire può suonare troppo semplice, però non c’è altra soluzione: quando i paesi creditori non vogliono, non vogliono. Nel caso del Fondo, quando non vogliono, non si arriva a una soluzione. Nel caso dell’Assemblea Generale, sebbene loro non vogliano, la soluzione esce fuori. Per questo, non vogliono che l’ONU voti sul debito. L’Assemblea Generale è l’ unico organismo dove entra in gioco la vera democrazia. La Palestina ha vinto tutte le risoluzioni.

–Però non è membro pieno. È Stato Osservatore dal 2012.

-La prima cosa che fu creata all’ONU fu l’Assemblea Generale, incaricata di approvare l’ingresso dei paesi. In seguito, l’Assemblea Generale ha creato il Consiglio di Sicurezza, e il Consiglio ha cominciato a concentrare le decisioni sulla guerra e sulla pace e ad annullare l’opinione della maggioranza. Precisamente, siccome è necessaria l’approvazione del Consiglio di Sicurezza per essere un membro delle Nazioni Unite, e siccome un veto in Consiglio basta perché uno Stato non sia approvato, sorge qui il problema fondamentale. Che relazione ha la questione palestinese con il debito sovrano? Gli Stati Uniti e l’Inghilterra volevano estrapolare la questione del debito dall’unica sede dove non potevano imporre principi anti-democratici: l’Assemblea Generale. Il grande trionfo argentino è che i paesi creditori non sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo e, soprattutto, che, all’interno del Gruppo dei 77 più Cina, paesi con economie molto diverse si sono resi conto che la questione del debito non è solo argentina, ma di tutti. Un ambasciatore mi ha detto che l’Argentina paga il prezzo di evidenziare la crisi del sistema di ristrutturazione del debito. “Forse l’Argentina impedirà ad altri che gli succeda lo stesso in futuro”, ha spiegato. E ha ragione. Non è una questione argentina. È successo all’Argentina. Tra i paesi creditori, l’opposizione più dura a un quadro giuridico proviene dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dall’Unione Europea in quanto tale.

–Però l’Europa vota distintamente se si considera un criterio di paesi individuali.

-Siccome l’Europa rischiava di rompere la sua unità, la decisione dell’Unione Europea non si è tradotta in voto. Molti paesi europei si sono astenuti nelle votazioni che abbiamo avuto finora, mentre l’Africa, l’Asia e l’America Latina hanno mantenuto la loro unità. È incredibile quello che succede al Consiglio di Sicurezza. L’ONU è in grado di elaborare niente meno che un trattato contro la proliferazione di armi nucleari o un trattato per i diritti dei bambini, per citare due problemi enormi. E non si può trovare un accordo per buttare giù una convenzione o un trattato sul debito sovrano?

–Fino ad adesso non ha potuto. O non ha voluto.

–Perché c’è una comprensione politica ogni volta maggiore di quello che significa la questione del debito, delle banche, dei creditori, dei fondi avvoltoio. Si è fatta chiarezza su chi è la vittima. I creditori ci vogliono portare in fondo all’abisso e gli avvoltoi rifiutano qualsiasi tipo di negoziazione. Votano contro i paesi che esportano capitali.

–Con i tre passi approvati adesso si aspetta solo il dibattito sul quadro giuridico.

–Sì. L’Argentina, il primo giorno utile di gennaio, farà circolare la sua proposta di quadro normativo regolatore nell’ambito del G-77. Simultaneamente, il Consiglio dei Diritti Umani, seguendo un’altra votazione maggioritaria di quest’anno, avanza con la sua commissione nell’investigare i fondi avvoltoio dal punto di vista umanitario. Nel frattempo, il presidente dell’Assemblea Generale deve convocare una riunione della commissione speciale, dove tutti possano partecipare ed eleggere il presidente. Sarà una sfida interessante. Chi presiederà la Commissione?

–Bene, almeno si suppone che non vorrà essere presidente uno Stato che ha votato contro l’ipotesi di un quadro regolatore.

–Mmm… L’ONU è l’ONU. Quando si discuteva il voto sul finanziamento, delegati di paesi creditori si sono incontrati con i funzionari di un paese africano che ha subito una terribile guerra civile. Oggi è un paese povero, ma ha superato la violenza, e prepara un vertice sullo sviluppo globale. I creditori l’hanno minacciato. È stato detto loro che i soldi per finanziare la commissione per il quadro normativo avrebbe intaccato il budget che avevano assegnato per il vertice. Ho incontrato un’autorità di quel paese e gli ho dato la mia parola d’onore che, se, alla fine, un paese creditore dovesse arrivare a fare sì che quello stato africano rimanga senza i fondi, l’Argentina non solo non l’avrebbe accettato, ma avrebbe messo i fondi corrispondenti. “Non sa quanto l’apprezzo,” ha detto. “Ci stavano condizionando in modo molto duro e per noi qualunque somma di denaro è molto importante.”

–L’Argentina è riuscita ad avanzare all’ONU solo alcuni giorni prima del mitico 1º gennaio e il presunto cambiamento nelle conseguenze della clausola RUFO sui fondi avvoltoio.

–Parlo del mio lavoro. La mia missione in questo caso è procurare il maggior sostegno possibile nell’Assemblea Generale dell’ONU e nell’area dei Diritti Umani. Quello che posso davvero dire, per far comprendere l’importanza della questione del debito, è che solamente quattro questioni non hanno ottenuto il consenso nella discussione del bilancio dell’ONU. Quattro, tra decine e decine. Poi, si è votato. Vale a dire, hanno votato sapendo che stavano per perdere.

–Il G-77 ha offerto il suo consenso?

–Certamente. Però i creditori volevano che risultasse chiaro il loro voto contrario.

–Qual è stato il ruolo speciale della Cina come potenza associata al G-77?

–La Cina è sempre stata molto solidaria con noi e con il G-77 nel formulare la strategia per il voto. Abbiamo un’ alleanza solida con la Cina. È l’unico paese con diritto al veto che si consulta con il G-77. Ha aiutato molto nella redazione e nella strategia. Molti paesi l’hanno preso molto sul serio e hanno lavorato intensamente. Pensano al loro futuro.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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