Anche la CIA tortura la lingua

di Robert Fisk – jornada.unam.mx

Articolo apparso sul quotidiano americano The Independent e tradotto allo spagnolo da Jorge Anaya per La Jornada, Messico, lunedì 22 dicembre 2014. 

Dio sia lodato per l’esistenza di Noam Chomsky. Non tanto per i suoi distruttivi interventi sulla nostra ipocrisia politica, bensì per la sua linguistica. Molto prima che lo conoscessi, ai tempi dell’Università, quando mi davo da fare nel corso di linguistica, il lavoro di Chomsky mi aveva allertato sull’uso pernicioso del linguaggio. Per questa ragione condanno immediatamente la vile semantica del Pentagono e della CIA. Non solo la vecchia frase lupesca “danno collaterale”, ma anche tutto il linguaggio concernente la tortura. O, come affermano i giovani che torturano in nostro nome, “tecniche ottimizzate d’interrogazione”.

Osserviamo il fatto un po’ più da vicino.

“Ottimizzare” è una parola che implica il portare a un risultato che possa essere considerato il migliore possibile. Suggerisce qualcosa di migliore, più informato, addirittura dai costi contenuti. Ad esempio, “medicina ottimizzata” presumibilmente implicherebbe una forma più semplificata per migliorare la nostra salute. Allo stesso modo le “scuole ottimizzate” suggerisiscono una educazione più efficace per un bambino.

“Interrogazione”, questa parola per lo meno rende l’idea di cosa si nasconde dietro tutto questo. Fare delle domande per ottenere –o non ottenere- una risposta. Ma il termine “tecnica” supera tutte le altre. Una “tecnica” suggerisce una abilità, non è così? Di regola, secondo quanto indica il dizionario, nel lavoro artistico.

Così dunque le persone abilitate alle interrogazioni posseggono delle abilità speciali, il che implica allenamento, erudizione, applicazione, prodotto dell’intelletto. Il che mi fa supporre che in qualche senso la tortura tratta di ciò. Questa non è solo la forma in cui io normalmente descriverei il processo di fustigare le persone contro una parete, affogarle al punto di ammazzarle o imbottirle di sterco via ano.

Ma se ciò diventa troppo schematico, i giovani della stampa americana l’hanno reso ancora più familiare. Tutto il processo delle “tecniche di ottimizzazione delle interrogazioni” ora ha preso il nome di EIT (dalle sigle inglesi enhanced interrogation techniques) come WMD (sigle inglesi che designano le armi di distruzione di massa) – un’altra menzogna nel nostro vocabolario politico-; tutto questo lavoro sporco è racchiuso in un acronimo formato da sole tre lettere.

E dopo veniamo a sapere che tutto ciò forma parte di un programma. Qualcosa di attentamente studiato, voi capite, un progetto, una interpretazione, regolare, approvata, persino teatrale. Il mio affidabile College Dictionary –pubblicato dalla Random House nel 1947- definisce programma (in inglese) come un intrattenimento che fa riferimento a pedine o numeri, che è quello che io immagino quando gli sfasati della CIA se la spassavano mentre lavoravano le loro vittime. Togliti gli abiti, mettigli uno straccio sulla faccia, versa l’acqua; oh, non troppe bollicine per favore. Ah, va bene, schiantalo nuovamente contro la parete. Un programma, proprio così.

Dick Lato Scuro Cheney utilizzò la parola “programma” quando condannò il rapporto sulla tortura della CIA. Tuttavia risulta strano che la descrizione che fece del documento come “pieno di merda” avesse un effetto laterale non intenzionale del processo che celebra. Perché spesso quelli che sono torturati orinano e defecano e, secondo quanto abbiamo appreso da coloro che hanno subito tali “progammi”, gli agenti della CIA erano soliti lasciare le vittime ferme e infangate di questi escrementi.

Cheney certamente vuole farci credere che quei poveri uomini hanno rilasciato informazione importante alle vili creature che li torturavano. Questo è precisamente quello che gli inquisitori medievali scoprivano quando accusavano di stregoneria a degli innocenti: quasi tutte le vittime, uomini e donne, riconoscevano di aver volato per aria.

Forse è stato quello che Khaled Sheikh Mohamed, dopo essere stato sottoposto a tortura con l’acqua (waterboarding) per 183 volte, rispose ai suoi torturatori della CIA: potevo volare per aria come un drone umano terrorista. Suppongo che quello è il tipo d’informazione vitale che Cheney assicura che le vittime hanno rilasciato alla CIA.

Indubbiamente è toccato al direttore dal viso gotico della CIA, John Brenman, forse percependo il fiato sul collo da parte di alcuni avvocati di diritti umani, dover affermare che alcune delle tecniche –sì, è proprio quella la parola- non erano state autorizzate e da considerare abominevoli. E in questa maniera ha avuto modo di somministrare con destrezza una nuova versione dei crimini della CIA. L’AIT – l’abominevole tortura – dev’essere ripudiata da tutti ma, a quanto sembra, non la vecchia e rispettabile EIT. Come disse Cheney, “la tortura è stato qualcosa che abbiamo saputo molto bene guardarci”. Faccio notare le parole “molto bene guardarci”. E rabbrividisco.

Il buono di Brennan ha riconosciuto: “siamo rimasti disorientati quando abbiamo dovuto chiamare a rapporto alcuni (sic) ufficiali”. Ma è perfettamente chiaro che i torturatori –o ufficiali- non saranno chaiamti a rapporto.

Ma nemmeno Brenman. E neanche Nick Cheney. Non voglio nemmeno menzionare i regimi arabi ai quali la CIA ha spedito le vittime che avrebbero sofferto un trattamento ancora più vile di quello che l’agenzia poteva offrire nelle proprie prigioni segrete.

Un povero cristo, Maher Arar, era un cittadino canadese, fu catturato dalla CIA nell’aeroporto John F. Kennedy a New York e spedito in Siria prima della guerra civile per ricevere un pò di AIT –no EIT, ricordatevelo- dietro esplicita richiesta degli americani. Rinchiuso in una buca poco più grande di una bara, la sua prima esperienza dell’AIT è stata quella di essere fustigato con cavi elettrici.

In questa maniera Cheney e i suoi ragazzi e ragazze esercitarono il loro sadismo mediante intermediari… compreso lo Stato, le cui tecniche d’interrogazione scandalizzano l’Occidente che invoca di abbatere il regime sirio (insieme a Isis e Jabhat al-Nusrah) a favore dei moderati appena armati che, presumibilmente, praticano solo la EIT e non la AIT.

Ma stando a quanto mi ha riferito il mio collega Rami Khouri, tra i 54 paesi del programma di esecuzione della CIA figurano l’Algeria, l’Egitto, l’Iran, l’Iraq, la Giordania, il Marocco, l’Arabia Saudita, la Siria, la Turchia, gli Emirati Arabi Uniti e lo Yemen. La Libia di Ghedafi si può aggiungere a questa lista. Difatti, persino la polizia segreta italiana ha aiutato la CIA a sequestrare l’iman nelle strade di Milano e spedirlo a Il Cairo per ricevere un pò di AIT dalle mani degli uomini di Mubarak. Il che con molta probabilità spiega perché il mondo arabo e musulmano non ha pronunciato parola dopo la pubblicazione della relazione del Senato americano –compresa nella sua forma altamente censurata-, la settimana scorsa.

Il giornalista egizio Mohamed Hassanein è stato il primo a descrivere la forma in cui la CIA ha fatto girare il filmato di una donna iraniana mentre era torturata dalla polizia segreta dello sha, affinché le altre nazioni imparassero il metodo per far parlare le prigioniere di sesso femminile. Come è ovvio con la nuova e migliorata CIA non è più a stessa cosa, i suoi agenti hanno distrutto le loro video cassette prima che il Senato potesse acquisirle. Ma questa volta bisognerebbe studiare la natura subordinata dei regimi arabi, perché hanno torturato anche in nome del Regno Unito. Come Khouri ha domandato la settimana scorsa: Saremmo capaci di parlare delle nostre collusioni criminali e imperiali con tanta larghezza come gli Stati Uniti fanno con le loro, e saremmo capaci di rimediare? Non scomodatevi ad aspettare una risposta.

Le dispute sono proibite, solo le conversazioni sono consentite. Tornando al tema di Chomsky e a quello delle parole, prima di partire dal Canada verso Beirut ho acquistato un magnifico giubotto invernale. Come era ovvio made in China. Ma la garanzia m’informava che offriva una alta resistenza all’acqua e una buona traspirazione. Queste parole formano parte di quella orribile espressione che attualmente i governi e le aziende usano per riferirsi a un dibattito. Ci dicono che sono in discussione con qualcuno: vale a dire hanno una conversazione riguardo a un tema. Viene voglia di applicare l’AIT al colpevole.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

L’esperienza cinese e le Zone Economiche Speciali in Venezuela

di Basem Tajeldine – www.rebelion.org

12dic2014.- Mentre ascoltavo il presidente Maduro che esponeva le sue riflessioni sulle ultime 28 Leggi Abilitanti [1] e, in modo particolare, quella che concerne la creazione di Zone Economiche Speciali (ZES), mi sono ricordato di un colloquio molto interessante che avevo avuto con il compagno José Antonio Egido su un suo libro scritto alcuni anni fa, il quale analizzava il modello economico della Repubblica Popolare cinese e definito dai suoi dirigenti come “socialismo di mercato”. Nella sua analisi il compagno Egido aveva reso evidente la teorizzazione di questo sistema sviluppato dal defunto leader comunista cinese, Chen Yun (1905-1995), condensandolo sotto l’espressione “l’uccello nella gabbia”. Secondo quanto sostenuto da Chen “la gabbia” rappresentava la pianificazione centralizzata delle ZES sotto la direzione del Partito Comunista cinese (PCC), ma “l’uccello” (l’economia capitalista”) doveva stare all’interno di quest’area. Esso era libero di poter volare come voleva, ma solo all’interno del perimetro della gabbia. Quella dichiarazione di Chen Yun servì da titolo per il libro del compagno Egido.

         Nonostante Deng Xiaoping (1904-1997) sia mondialmente considerato il padre delle riforme economiche cinesi dopo la morte del leggendario leader della rivoluzione cinese, Mao Zedong (1893-1976), è stato proprio Chen a teorizzare e addentrarsi nei più reconditi dettagli utili per la ricostruzione delle riforme economiche adottate da Deng verso la fine del decennio 1970-1980, più tardi definita con il nome di “socialismo di mercato”, così lo spiega il compagno Egido.

         Chen era del parere che la rivoluzione cinese, dovuto alla difficile situazione di avere ereditato una economia semifeudale e con scarse esperienze di capitalismo incipiente, “avrebbe dovuto accogliere (per un tempo determinato) e convivere con il capitalismo. In questa maniera esso avrebbe consentito di sviluppare in modo rapido e senza maggiori traumi le forze produttive del paese asiatico, ma senza compromettere i principi di giustizia sociale e uguaglianza che proclamavano le bandiere del socialismo cinese. Chen interpretava le idee di Karl Marx dove si affermava:

         Una formazione sociale non scompare mai finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive che essa è capace di creare, così come non si arriva mai a nuovi e più evoluti rapporti di produzione prima che le loro condizioni materiali di esistenza si siano schiuse nel grembo stesso della vecchia società. Perciò l’umanità si pone sempre e soltanto quei problemi che essa è in grado di risolvere; infatti, a guardar meglio, si noterà sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali per la sua soluzione sono già presenti o almeno in via di formazione. (…) le forze produttive che si sviluppano in seno alla società borghese creano anche le condizioni materiali per il superamento di tale antagonismo. Con questa formazione sociale si conclude quindi la preistoria della società umana [2].

 

       Premessa che, insieme ad altre, servì a Chen per argomentare l’architettura delle riforme economiche che lo Stato avrebbe dovuto promuovere sotto il suo diretto controllo e quello del PCC.

         Egido insisteva sul fatto che l’intellettuale comunista cinese era ben conscio dei pericoli che rappresentava questa strategia economica e per questa ragione considerava che l’applicazione delle riforme dovesse essere fatta con molta accortezza e che i limiti della “gabbia” dovevano essere ben definiti e consolidati. Per questo motivo Chen chiedeva un maggiore rafforzamento del PCC per far fronte alla nascente borghesia cinese che sarebbe sorta insieme alle forze produttive capitaliste sviluppate in quel paese; una borghesia che pretendeva –e che tuttora non smette di farlo- penetrare nel partito per distruggerlo dall’interno. Il saggio Chen metteva tutti in guardia sul fatto che se il PCC non avesse creato un muro ideologico contro la nuova borghesia “la Cina sarebbe corso il pericolo di abbandonare il socialismo e restaurare il capitalismo”. Avvertimenti che fino a un certo punto si sono avverati.

         Molti studiosi sono del parere che la gabbia costruita da Chen Yun per controllare il capitalismo in Cina si sbriciolò molto presto e che la borghesia cinese attualmente riesce a controllare importanti settori politici. Altri, invece, considerano che il PCC sia ben saldo e costantemente in lotta contro le deviazioni borghesi, così come è stato osservato negli ultimi congressi del PCC e con i processi a diversi leader del partito.

         Nonostante ciò è stato lo stesso Chen Yun, nel 1983, a manifestare pubblicamente le sue riserve e rammarichi sulla contaminazione spirituale che il capitalismo “controllato” aveva introdotto nella Repubblica Popolare di Cina. Secondo il pensatore cinese esso fin da subito cominciò a violentare i limiti imposti dallo Stato, penetrando nel PCC al punto da rappresentare una vera minaccia per il futuro della rivoluzione cinese.

         Nessuno pone in dubbio il successo economico della Cina. Al momento è la prima economia mondiale che ha superato gli USA in soli 65 anni (dopo la rivoluzione del 1949) con un PIL che ha raggiunto i 17,6 miliardi di dollari, di fronte ai 17,4 miliardi di dollari di quella che un tempo fu la prima economia mondiale, secondo quanto afferma il FMI. Sono queste le ragioni che rendono affascinante al modello cinese, degno per lo studio di molti analisti di destra e di sinistra di tutto il mondo.

         A differenza della Cina prerivoluzionaria, nel 1999 la Rivoluzione Bolivariana riceve in eredità un paese con una economia capitalista precaria dipendente, con un sistema reddituale-petrolifero e con una enorme carica sociale di povertà, fame e disoccupazione. I livelli di povertà in Venezuela sfioravano il 50% nel 1999, invece sempre in quella stessa data l’estrema povertà si piazzò in oltre il 10% [3].

         La rivoluzione avviata dal Comandante presidente Hugo Chávez pose le basi per la nazionalizzazione delle industrie strategiche del paese: fondamentalmente quella petroliera (PDVSA che aveva già avviato un processo di privatizzazione) e le industrie basiche (quella siderurgica e l’industria elettrica), altre come la compagnia telefonica CANTV, tutte privatizzate durante i governi della quarta Repubblica. Una volta recuperate le imprese statali, il governo bolivariano ha potuto disporre di una risorsa importante per avviare la rivoluzione sociale ed economica: due fasi di una medesima offensiva rivoluzionaria. La prima si basò sull’investimento sociale. Si crearono delle Missioni e si offrirono sussidi per saldare il debito sociale. La seconda fase è quella che attualmente è in costruzione: la rivoluzione economica. Anche se per il raggiungimento di questo obiettivo lo Stato ha compiuto degli investimenti molto importanti, esso è tuttora in processo di espansione, ma incontra molte difficoltà che in parte si spiegano dal modello economico ereditato e dal contesto internazionale poco favorevole.

         La borghesia venezuelana che ha controllato il potere dello Stato fino al 1999 non è mai riuscita a sviluppare le forze produttive del paese. Al contrario, continuò a crescere, secondo quanto asserisce l’intellettuale venezuelano Orlando Araujo (1927-1987), “come una oligarchia importatrice” [3], di conseguenza, parassitaria ed estremamente compromessa con il capitale transnazionale e dipendente della rendita petrolifera del paese. Nonostante ciò è anche stata capace di inquinare con le sue idee e il suo stesso spirito (consumista, feticista, egoista, individualista, classista) e i suoi falsi sogni di progresso sociale, a una considerevole parte della società venezuelana.

         In Venezuela il capitalismo ha fallito troppo presto, non è mai riuscito a svilupparsi. Inoltre c’è da aggiungere che il modello capitalista venezuelano sottosviluppato, monoproduttore e dipendente dagli USA, formava parte di un vincolo estero applicato in svariati paesi della regione e del mondo e sul quale hanno teorizzato riconosciuti intellettuali del campo economico. La Teoria della Dipendenza è stata il loro strumento di approccio per questo tipo di realtà. Tra gli studiosi si possono annoverare Theotonio Dos Santos, André Gunder Frank e molti altri.

         Tornando sull’argomento. Senza dubbio l’esperienza economica cinese è degna di studio, all’uguale di altre esperienze che meritano anche un dibattito obbligatorio per i quadri politici e tecnici (economisti) della Rivoluzione Bolivariana. Certamente, sempre e quando si studi con criteri validi e scientifici. Criteri che concepiscano le particolarità storiche, le potenzialità, i contesti e gli aspetti culturali che consentirono il grande balzo del gigante asiatico, nella misura in cui ci consenta di conoscere le riuscite e gli errori commessi da quel modello per evitare di ripeterli.

         Saranno le ZES in Venezuela una copia di quelle che si sono sviluppate in Cina? Lo Stato concepirà una partecipazione azionaria significativa nelle nuove industrie di maggiore interesse che si insedieranno nella gabbia venezuelana? Lo Stato venezuelano sta sviluppando una Pianificazione Centralizzata per promuovere lo sviluppo di quelle attività che realmente sono necessarie per il paese? Che cosa farà la Rivoluzione Bolivariana per fortificare ideologicamente al Partito Socialista Unito (PSUV) ed evitare l’imborghesimento dei suoi quadri? Fuori dai confini della gabbia, lo Stato rivoluzionario è determinato a continuare a sviluppare le forze produttive facendo a meno dell’intervento del capitale privato? Le risposte a queste domande sarebbero di fondamentale importanza per un serio dibattito.

         Mi auguro che l’Editrice “El Perro y la Rana” non sciupi questo momento per pubblicare finalmente il suddetto libro del compagno José Antonio Egido.

[1] Le 28 leggi Abilitanti approvate dal governo. URL: http://www.minci.gob.ve/2014/11/aprobadas-28-leyes-habilitantes-vinculadas-a-la-economia/

[2] Karl Marx, Per la critica dell’economia politica. URL: https://www.marxists.org/espanol/m-e/1850s/criteconpol.htm

[3] Pobreza en Venezuela. URL: http://www.ine.gov.ve/index.php?option=com_content&view=article&id=376:la-pobreza-continua-disminuyendo-en-venezuela&catid=123:pobreza

[3] Orlando Araujo, Venezuela violenta. URL: http://www.bcv.org.ve/Upload/Publicaciones/VenezuelaViolentaOrlandoAraujo.pdf

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

L’unità latinoamericana come progetto storico

hermandad-pueblos-latinoamericanosdi Monica Bruckmann – Alai/Marx21.it

La congiuntura latinoamericana contemporanea è caratterizzata da grandi avanzate nei progetti e nei processi di integrazione. Mai nella storia, la regione ha avuto una così intensa e dinamica attività diplomatica e un insieme così ampio e diversificato di meccanismi di interscambio e azione politica congiunta. Alla dinamica complessa dell’integrazione delle nazioni, si accompagna anche l’integrazione dei popoli e dei movimenti popolari, con un crescente potere della pressione sociale e la partecipazione nell’elaborazione delle politiche pubbliche che sono espressione dell’affermazione del potere democratico. In questo contesto, un principio che acquisisce sempre maggiore centralità è quello della sovranità, e della capacità di autodeterminazione degli Stati, delle nazioni, dei popoli e delle comunità.
Il dibattito attuale attorno all’integrazione regionale e alle sue prospettive ha forti precedenti che dimostrano la profondità dell’unità latinoamericana come progetto storico. Senza soffermarci sullo sviluppo complessivo di questi precedenti, proviamo a presentare alcuni esempi di ciò che costituisce il fondamento dottrinario dell’attuale processo di integrazione regionale. Questa focalizzazione dimostra, soprattutto, i limiti del tentativo di trasformare tale processo di integrazione in un semplice scambio commerciale.

Integrazione regionale e progetto strategico

La geopolitica dell’integrazione regionale latinoamericana è profondamente condizionata dalla disputa di interessi con il progetto egemonico degli Stati Uniti, che si esprime in una strategia complessa di dominazione e appropriazione delle risorse naturali considerate “vitali, il che trasforma l’accesso a tali risorse, che si trovano essenzialmente fuori dal territorio continentale e di oltremare degli Stati Uniti, in una questione di “sicurezza nazionale” per questo paese. D’altro lato, si sviluppano processi di integrazione regionale eredi delle lotte continentali per l’indipendenza nel corso del XIX secolo, che trovano nel rinnovamento del bolivarianismo il progetto di affermazione sovrana che è avanzato e si è approfondito negli ultimi anni.

Naturalmente, il rafforzamento dell’integrazione regionale esige una nuova visione strategica elaborata a partire da un’ampia discussione sulla dinamica e le tendenze del sistema mondiale, l’emergere di nuove potenze a livello globale, lo sviluppo di una visione geopolitica che inquadri gli interessi in gioco e la conformazione di nuove territorialità a partire da un vasto movimento sociale “dal basso verso l’alto”. Questo momento di elaborazione del pensiero regionale ha come sfide la costruzione di una strategia di riappropriazione sociale delle risorse naturali e della loro gestione economica e scientifica, il che richiede una profonda messa in discussione della stessa nozione di sviluppo, del concetto medesimo di sovranità e della posizione dell’America Latina nella geopolitica mondiale.

L’analisi delle diverse dimensioni che implica il conflitto globale per le risorse naturali considerate strategiche, richiede un bilancio della storia mondiale recente che ha un elemento fondamentale nell’emergere della Cina nel sistema mondiale. La nuova centralità della Cina nell’economia e nella politica mondiale ci conduce ad evidenziare l’importanza di una prospettiva di lunga durata (secondo la lezione di Braudel) e dei processi di civiltà nella costruzione degli strumenti teorico-metodologici per l’analisi della congiuntura. In questo contesto, e da un punto di vista che si sforzi di focalizzare la complessità del mondo contemporaneo, la questione strategica trascende ampiamente l’ambito della politica di sicurezza e della difesa nazionale, per inserirsi nell’analisi dei processi storici di lunga durata e della dimensione di civiltà delle visioni strategiche.

L’America Latina ha, in relazione alla Cina, l’opportunità storica di sviluppare una cooperazione strategica di lungo termine, orientata a rompere la relazione di dipendenza che ha segnato il suo inserimento nel sistema mondiale. Spetta alla regione di approfittare di questa opportunità o di riprodurre la logica della dipendenza e la dinamica dell’esportazione delle materie prime di basso valore aggiunto, che ha come base la logica del cosiddetto estrattivismo che, estraneo a qualsiasi progetto nazionale, restringe il nostro orizzonte economico agli interessi delle economie centrali e delle imprese transnazionali che si costituiscono in agenti economici di tali interessi.

Dall’egemonia unipolare all’egemonia condivisa

continua a leggere

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe artigos e a obra do teólogo, filósofo, escritor e professor Leonardo Boff

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

tarot Co_creador

donde las líneas de la vida y el alma convergen

NapoliNoWar

(sito momentaneamente inattivo)

Sonia Serravalli - Opere, biografia e altro

Se non vedi i miracoli, non significa che non esistano

rivoluzionando

La Rivoluzione del Popolo

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: