Assad: «Siamo contro le uccisioni di innocenti in ogni parte del mondo»

da sana.sy

Commentando i recenti eventi in Francia in un’intervista al quotidiano ceco “Literární Noviny,” al-Assad ha dichiarato: «Quando si tratta dell’uccisione di civili è terrorismo, indipendentemente dalla posizione politica o di accordo o disaccordo con le persone che sono state uccise».

«Abbiamo sofferto quattro anni questo tipo di terrorismo e abbiamo perso migliaia di persone innocenti. Questo è il motivo per cui noi stiamo con le famiglie delle vittime », ha spiegato il Presidente siriano.

Al-Assad ha aggiunto che la Siria aveva evocato questi effetti fin dall’inizio della crisi e aveva avvertito del rischio l’occidente, sia per i loro paesi e per le loro persone, con il sostegno al terrorismo, ma i politici occidentali non gli hanno dato ascolto avendo una visione miope.

«Quello che è successo a Parigi ha dimostrato che avevamo ragione e che le politiche dell’UE sono responsabili di ciò che stava accadendo nella regione e in Francia di recente e probabilmente quello che è successo già in altri paesi europei», ha sottolineato il presidente al-Assad.

Alla domanda circa il modo migliore per combattere il terrorismo, Assad ha risposto: «Dobbiamo distinguere tra la lotta contro i terroristi e la lotta contro il terrorismo, se vogliamo parlare della situazione attuale, dobbiamo lottare contro i terroristi perché uccidono persone innocenti ed è nostro dovere difenderle. Per ora, questo è il modo più urgente e più importante per affrontare questo problema».

Inoltre, ha evidenziato che «La lotta contro il terrorismo non ha bisogno di un esercito, ma di una buona politica».

«Bisogna affrontare l’ignoranza attraverso la cultura e costruire una buona economia per lottare contro la povertà e scambiarsi le informazioni tra i paesi coinvolti nella lotta contro il terrorismo», ha sostenuto Assad, ribadendo che il problema non deve essere affrontato come è avvenuto in Afghanistan.

Il presidente al-Assad ha ricordato di aver detto a un gruppo di membri del Congresso che erano in visita a Damasco, nel momento in cui si parlava di l’invasione dell’Afghanistan per vendicare quello che era successo a New York, che il problema non si risolve in questo modo, perché la lotta al terrorismo è come trattamento del cancro che sarà sconfitto solo attraverso la sua eliminazione totale.

«È successo in Afghanistan ed ha portato alla rapida diffusione del terrorismo e per questo, come ho detto, dobbiamo concentrarci sulla buona politica, economia e cultura», ha concluso il presidente.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’attentato contro Charlie Hebdo e l’occultamento politico e mediatico

papersdi Saïd Bouamama

11 janvier 2015

L’attentato contro il settimanale satirico Charlie Hebdo marcherà la nostra storia contemporanea. Resta da sapere in che senso e con quali conseguenze. Nel contesto attuale di « guerra contro il terrorismo» (guerra esterna), di razzismo e d’islamofobia di Stato, gli autori di questo atto hanno, coscientemente o meno [1], accelerato un processo di stigmatizzazione e d’isolamento della componente musulmana, reale o supposta, dalle classi popolari.

«Il ventre da cui è sorta la bestia immonda è ancora fecondo» Bertolt Brecht

Le conseguenze politiche dell’attentato sono già disastrose per le classi popolari e il processo si va a consolidare, se non viene proposta nessuna alternativa politica alla famosa «Unione Nazionale».

In effetti, il modo in cui i media francesi e la stragrande maggioranza della classe politica reagiscono è criminale. Si tratta di reazioni che sono pericolose per il futuro e portano con sé molti “danni collaterali” e dei futuri 7 e 9 gennaio sempre più letali. Comprendere e analizzare per agire è l’unica posizione che possa oggi permettere di evitare le strumentalizzazioni degli sfoghi di emozioni, come anche di una rabbia e di una rivolta legittima.

 

L’occultamento totale delle cause

Non prendere in considerazione la causalità profonda e immediata, isolare gli effetti dal contesto che li fa emergere e non includere un evento così violento nella genealogia dei fattori che lo hanno reso possibile, condanna, nella migliore delle ipotesi, alla paralisi, nel peggiore dei casi, a una logica da guerra civile. Oggi, nessuno nei media affronta le cause reali o potenziali. Come mai è possibile che un attacco del genere accada oggi a Parigi? Come sottolinea Sophie Wahnich, c’è “un uso fascista delle emozioni politiche della folla”, il cui unico possibile antidoto è “il riannodamento delle emozioni con la ragione” [2]. Quello che stiamo vivendo oggi è questa riduzione dei discorsi mediatici e politici dominanti alla sola emozione, oscurando completamente l’analisi reale e concreta. Qualsiasi tentativo di analisi reale della situazione così com’è, o qualsiasi analisi tendente a proporre un’altra spiegazione rispetto a quella fornita dai media e dalla classe politica diventa un’apologia dell’attentato.

media mensogne

Sguardo sul ventre fecondo della bestia immonda

Cerchiamo dunque di risalire alle cause e, in primo luogo, a quelle ormai coperte dalla lunga durata e dalla dimensione internazionale. La Francia è una delle potenze più belligeranti del pianeta. Dall’Iraq alla Siria, passando dalla Libia e dall’Afghanistan per il petrolio, dal Mali alla Repubblica Centrafricana, attraverso il Congo per i minerali strategici, i soldati francesi contribuiscono a seminare la morte e il disastro ai quattro angoli del mondo. La fine degli equilibri mondiali usciti dalla seconda guerra mondiale con il crollo dell’URSS, insieme a una globalizzazione capitalistica incentrata sulla riduzione dei costi, volta a massimizzare i profitti e a combattere la nuova concorrenza dei paesi emergenti, rendono il controllo delle materie prime la principale causa delle ingerenze, degli interventi e delle guerre contemporanee. Ecco come il sociologo Thierry Brugvin riassume il ruolo delle guerre nel mondo contemporaneo:

“La conclusione della guerra fredda ha precipitato la fine di un regolamento dei conflitti a livello globale. Tra il 1990 e il 2001 il numero di conflitti interstatali è esploso: 57 grandi conflitti su 45 distinti territori. […] Ufficialmente, la discesa in guerra contro un’altra nazione è sempre legittimata da motivi virtuosi: difesa della libertà, della democrazia, della giustizia … In realtà, le guerre permettono di controllare un paese economicamente, ma anche di garantire che gli appaltatori privati di una nazione possano impadronirsi delle materie prime (petrolio, uranio, minerali, etc.) o le risorse umane di un paese. “[3]

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, il discorso di legittimazione delle guerre è costruito principalmente sulla “minaccia islamica”, che contribuisce allo sviluppo di una diffusa islamofobia in seno alle principali potenze occidentali, che gli stessi rapporti ufficiali sono costretti ad ammettere. [4] Allo stesso tempo, queste guerre producono un solido “odio verso l’Occidente” nei popoli vittime di queste aggressioni militari. [5] Le guerre intraprese dall’Occidente sono una delle principali matrici della bestia immonda.

bush for oil

Nel progetto di controllare la ricchezza gas-petrolifera, il Vicino e Medio Oriente sono un problema geo-strategico centrale. Le strategie delle potenze occidentali in generale e francese in particolare, vengono distribuite su due aree: il rafforzamento di Israele come base e perno del controllo della regione e il supporto alle petro-monarchie reazionarie del Golfo.

Il supporto costante allo Stato di Israele è dunque una costante della politica francese, senza che conosca alternanza, da Sarkozy a Hollande. Lo stato sionista può uccidere impunemente su larga scala. Qualunque sia la dimensione e i mezzi delle stragi, il responsabile locale degli interessi occidentali non è mai veramente e definitivamente disturbato. François Hollande ha detto così, durante la sua visita ufficiale in Israele, nel 2013: “Sarò sempre un amico di Israele.” [6]

E, ancora una volta, il discorso mediatico e politico di legittimazione di un tale sostegno è costruito sulla base di una rappresentazione di Hamas palestinese, ma anche (attraverso ricorrenti imprecisioni verbali) della resistenza palestinese nel suo complesso, della popolazione palestinese nel suo complesso e dei suoi alleati politici internazionali, come portatori di un pericolo “islamista”. La logica “dei due pesi, due misure” s’impone ancora una volta a partire da un approccio islamofobo sostenuto dai più alti livelli dello Stato e sostenuto dalla stragrande maggioranza dei media e degli attori politici. Questo è il secondo profilo del ventre della bestia immonda.

Questi fattori internazionali si sommano a dei fattori interni alla società francese. Abbiamo già sottolineato, in precedenza, l’islamofobia di Stato, promossa dalla legge sul velo nel 2004 e alimentata in seguito regolarmente (discorso sulle rivolte dei quartieri popolari nel 2005, legge sul niqab, “dibattito” sull’identità nazionale, circolare Chatel ed esclusione delle madri con velo dalle gite scolastiche, molestie alle ragazze delle scuole superiori in gonne lunghe, divieto delle dimostrazioni di sostegno al popolo palestinese, etc.).

Dobbiamo adesso sottolineare che questo clima islamofobico non è stato affrontato da alcuna risposta da parte delle forze politiche che fanno riferimento alle classi popolari. Più seriamente, un ampio consenso è emerso in diverse occasioni, con il pretesto di difendere la “laicità” o di non associarsi con “coloro che sostengono Hamas.” Dall’estrema destra a una parte importante dell’estrema sinistra, sono stati avanzati gli stessi argomenti, sono state costruite le stesse divisioni, sono stati prodotti gli stessi effetti.

Il risultato non è altro che un più profondo radicamento delle islamalgame, approfondendo una divisione all’interno delle classi popolari, l’indebolimento ancora maggiore dei già fragili argini anti-razzisti e delle violenze simboliche praticate contro i musulmani e le musulmane. Questo risultato può essere descritto, come proposto da Raphaël Liogier, come la diffusione, in una parte importante della società, del “mito dell’islamizzazione”, tendente a sfociare in un’”ossessione collettiva.” [7]

La tendenza alla produzione di un’”ossessione collettiva” è stata ancora maggiormente approfondita dalla copertura mediatica recente dei casi Zemmour e Houellebecq. Dopo avergli offerto numerose tribune, Eric Zemmour viene mandato via dalla I-TV per aver proposto la “deportazione dei musulmani francesi.” Nel contesto di ossessione collettiva di cui abbiamo parlato, ciò gli permette di posare come vittima. Per quanto riguarda lo scrittore, lui è difeso da numerosi giornalisti, con il pretesto di non confondere la finzione con la realtà. In entrambi i casi, tuttavia, vi è un approfondimento di “ossessione collettiva” da un lato, e la sensazione di essere costantemente insultati, dall’altro. Questo è il terzo profilo del ventre della bestia immonda.

Questo fattore interno di un’islamofobia banalizzata ha degli effetti ingigantiti nel contesto odierno di indebolimento economico, sociale e politico delle classi popolari. L’impoverimento e la precarizzazione sono diventati insostenibili nei quartieri poveri. Ciò si traduce in rapporti sociali segnati da crescente violenza contro se stessi e contro i vicini. A questo, si unisce il declassamento di una gran parte della classe media, così come la paura di declassamento per coloro per i quali tutto va ancora bene ma che non sono “di buona famiglia.” Questi, sentendosi in pericolo, hanno un obiettivo consensuale, già tutto designato politicamente e mediaticamente come legittimo: il musulmano o la musulmana.

L’indebolimento colpisce ancora più fortemente la componente migratoria delle classi popolari, che si trova ad affrontare la discriminazione razzista sistemica (argomento totalmente silenziato nei discrosi delle organizzazioni politiche che fanno riferimento alle classi popolari), la quale produce percorsi di emarginazione (nella formazione, nell’occupazione, nella ricerca di alloggio, in relazione ai controlli di polizia, etc.). [8]

tatuages

L’approfondimento della spaccatura tra le due componenti delle classi popolari, nella logica di “dividere coloro che dovrebbero essere uniti (le diverse componenti delle classi popolari) e di unire coloro che dovrebbero essere divisi (classi sociali con interessi diversi)” costituisce il quarto profilo del ventre della bestia immonda.


Da cosa genera un tale ventre?

Tale matrice è ovviamente favorevole alla nascita di traiettorie nichiliste conseguenti al massacro di Charlie Hebdo. Estremamente minoritorie, queste traiettorie sono la produzione del nostro sistema sociale e delle discriminazioni di massa che lo caratterizzano.

Ma ciò che è stato rivelato dalle reazioni all’attacco è altrettanto significativo e, quantitativamente, molto più comune dell’opzione nichilista (ancora per quanto?). Senza essere esaustivi, richiamiamo alcuni elementi emersi in questi ultimi giorni. Per quanto riguarda i discorsi, abbiamo visto Marine Le Pen richiedere un dibattito nazionale contro il “fondamentalismo islamico”, il blocco identitario dichiarare la necessità di “rimettere in discussione l’immigrazione di massa e l’islamizzazione” per combattere il “jihadismo”, il giornalista Yvan Rioufol del Figaro invitare Rokhaya Diallo a dissociarsi dall’RTL, Jeannette Bougrab accusare “chi ha trattato Charlie Hebdo di islamofobi” di essere colpevoli dell’attacco, senza parlare delle eventuali dichiarazioni che parlano di “guerra dichiarata”. A questo proposito, si aggiungono ulteriori sviluppi alle azioni degli ultimi giorni: una Femen che si filma mentre si brucia e calpesta il Corano, dei colpi vengono sparati contro la moschea di Albi, dei tags razzisti sono dipinti sulle moschee di Bayonne e Poitiers, delle granate sono lanciate contro un’altra a Le Mans, dei colpi di pistola vengono sparati contro una moschea a Port la Nouvelle, un’altra moschea è stata incendiata ad Aix les Bains, una testa di cinghiale e dei visceri vengono appesi di fronte a una moschea a Corte in Corsica, un ristorante di kebab è l’oggetto di un’esplosione a Villefranche sur Saône, un automobilista è il bersaglio di spari nel Vaucluse, uno studente di liceo maghrebino di 17 anni è molestato durante un minuto di silenzio a Bourgoin-Jallieu sull’Isère, etc. Queste frasi ed azioni mostrano l’entità dei danni già causati negli ultimi decenni di banalizzazione dell’islamofobia. Fanno anch’essi parte della bestia immonda.

La bestia immonda si confronta egualmente con l’evidente assenza di indignazione per le innumerevoli vittime delle guerre imperialiste degli ultimi decenni. Reagendo circa l’11 settembre, la filosofa Judith Butler s’interroga sull’indignazione asimmetrica. Sottolinea che la giusta indignazione per le vittime dell’11 settembre è accompagnata da indifferenza per le vittime delle guerre intraprese dagli Stati Uniti: “come è possibile che non ci danno i nomi dei caduti di questa guerra, compresi quelli che gli Stati Uniti hanno ucciso, che non avremo mai una foto, un nome, una storia, né qualsiasi frammento di testimonianza della loro vita, qualcosa da vedere, da toccare, da conoscere? “. [9]

Quest’indignazione asimmetrica è alla base del processo di produzione di una vera e propria spaccatura all’interno delle classi popolari. Ed è questa spaccatura che è foriera di tutti i pericoli, specialmente in un periodo di costruzione dell’”unità nazionale”, come oggi.

L’unione nazionale che essi sognano di costruire è “tutti e tutte insieme contro coloro che non sono dei nostri, contro coloro che non mostrano le loro credenziali”.

Una formidabile strumentalizzazione politica

Ma lo scandalo che stiamo vivendo oggi non si ferma qua. È con cinismo consumato che le strumentalizzazioni della situazione e del panico che essa suscita, ci invadono tutto il giorno.

* Rinforzo securitario e attentati alle libertà democratiche

Alcuni, come Dupont Aignan, chiedono “una maggiore flessibilità per le forze dell’ordine”, mentre una nuova “legge anti-terrorismo” è già stata approvata lo scorso autunno. E, facendo eco, Thierry Mariani si riferisce al Patriot Act statunitense (la cui conseguenza sono stati gravi attentati alle libertà personali con il pretesto della lotta contro il terrorismo): “Gli Stati Uniti hanno saputo reagire dopo l’11 settembre. Si è denunciato il Patriot Act, ma, da quel momento, non hanno avuto attacchi, tranne Boston.”[10]

Sfruttare la paura e l’emozione per rafforzare delle leggi e delle misure liberticide, questa è la prima manipolazione che è ora messa alla prova, per misurare la gamma di possibilità in materia di regressione democratica. Sin da subito e ormai, alcune richieste legittime ed urgenti sono rese inaccettabili dall’esagerazione securitaria che cerca di approfittare della situazione: per esempio, sarà molto più difficile condurre la lotta contro il profiling etnico, e le umiliazioni quotidiane che produce continueranno a essere esercitate nell’indifferenza generale.

* L’unità nazionale

La costruzione attiva e determinata dell’unità nazionale è la seconda maggiore manipolazione in corso. Essa consente di disattivare tutte le richieste che ostacolano il processo di deregolamentazione diffusa. La stringa può ben esser grande, essa risulta efficace in un clima di paura diffusa, che tutti i media producono quotidianamente. In alcune città, l’unità nazionale è già estesa al Fronte Nazionale, che ha partecipato alle manifestazioni in sostegno di Charlie Hebdo. Dati e Fillon si lamentano già dell’”esclusione” di Marine Le Pen dall’unità nazionale. È questa “unità nazionale” che fa più danni anche politicamente, perché distrugge i pochi riferimenti positivi che esistevano in precedenza, in termini di possibili alleanze e identità politiche.

* L’ingiunzione a giustificarsi

Un’altra manipolazione è l’ingiunzione permanente a musulmani reali o presunti di giustificarsi per gli atti che non hanno commesso, e/o di prendere le distanze degli autori dell’attentato.
Questa messa in accusa permanente è umiliante. Non è venuto in mente a nessuno di richiedere a tutti i cristiani, reali o presunti, una condanna, quando il norvegese Anders Behring Breivik ha ucciso 77 persone nel luglio 2011, richiamandosi all’islamofobia e al nazionalismo bianco.
Dietro a questa ingiunzione, c’è la logica che vuole l’Islam incompatibile con la Repubblica. Da questa logica, discende l’idea di mettere i musulmani, reali o percepiti, sotto sorveglianza non solo della polizia, ma anche dei media, degli insegnanti, dei vicini, etc.

* Essere Charlie? Chi può essere Charlie? Chi vuole essere Charlie?

Lo slogan “siamo tutti Charlie” è infine l’ultima strumentalizzazione in atto questi giorni. Se l’attacco contro Charlie Hebdo è condannabile, non bisogna, però, dimenticare il ruolo svolto da questo settimanale nella costituzione del clima islamofobico di oggi.

Non bisogna nemmeno dimenticare le odi a Bush che hanno accolto le sue pagine, mentre questi promuoveva la famosa “guerra contro il terrorismo” in Afghanistan e in Iraq. Queste prese di posizione scritte o disegnate non sono dei dettagli o dei semplici divertimenti senza conseguenze: esse sono all’origine di numerosi attacchi contro donne velate e di molti atti contro i luoghi di culto musulmani. Soprattutto, questo giornale ha contribuito fortemente a dividere le classi popolari, quando avevano bisogno più che mai di unità e di solidarietà. Non siamo PIÙ Charlie ieri rispetto ad oggi.

I tempi che si annunciano saranno difficili ed esigenti. Per interrompere l’escalation, dobbiamo porre fine alla violenza dominante: dobbiamo lottare per fermare le guerre imperialiste in corso e abrogare le leggi razziste. Per interrompere l’escalation, dobbiamo sviluppare tutti i quadri e gli eventi di solidarietà atti a prevenire l’ondata di commenti o atti razzisti, compresi gli atti islamofobi. Per interrompere l’ escalation, dobbiamo costruire tutti i possibili spazi di solidarietà economica e sociale nei nostri quartieri popolari, in piena autonomia verso tutti coloro che promuovono l’unità nazionale come prospettiva.

Più che mai, abbiamo bisogno di organizzarci, di serrare i ranghi, di rifiutare la logica del “dividere coloro che dovrebbero essere uniti e di unire coloro che dovrebbero essere divisi.” Più che mai, abbiamo bisogno di individuare il nemico per costruirci insieme: il nemico è tutto ciò che ci divide.

Note:

[1] D’un lato è troppo presto per dirlo e, d’altro lato, il risultato è lo stesso.

[2] Sophie Wahnich, La révolution française, un événement de la raison sensible 1787-1799, Hachette, Paris, 2012, p. 19.

[3] Thierry Brugvin, Le pouvoir illégal des élites, Max Milo, Paris, 2014.

[4] Djacoba Liva Tehindrazanarivelo, Le racisme à l’égard des migrants en Europe, éditions du Conseil de l’Europe, Strasbourg, 2009, p. 171.

[5] Jean Ziegler, La haine de l’Occident, Albin Michel, Paris, 2008.

[6] Le Monde, “Hollande « ami d’Israël » reste ferme face à l’Iran”, 17-11-2013.

[7] Raphaël Liogier, Le mythe de l’islamisation, essai sur une obsession collective, Le Seuil, Paris, 2012.

[8] Si veda su questo aspetto il mio ultimo articolo sul mio blog, “Les dégâts invisibilisés des discriminations inégalité sociales et des discriminations racistes et sexistes”, https://bouamamas.wordpress.com/

[9] Judith Butler, citato in, Mathias Delori, “Ces morts que nous n’allons pas pleurer”, http://blogs.mediapart.fr/blog/math…, consulté le 9 janvier 2015 à 18 h.

[10] Le Parisien dell’8-01-2015

Fonte: Investig’Action

Said Bouamama è l’autore di numerose opere, tra cui: Figures de la libération africaine. De Kenyatta à Sankara, 2014; Femmes des quartiers populaires, en résistance contre les discriminations, des femmes de Blanc-Mesnil, Le Temps des Cerises, 2013; Dictionnaire des dominations de sexe, de race, de classe, Édition Syllepse, 2012; Les discriminations racistes: une arme de division massive, L’Harmattan, 2010; Les classes et quartiers populaires. Paupérisation, ethnicisation et discrimination, Éditions du Cygne, 2009; L’affaire du foulard islamique: production d’un racisme respectable, Le Geai bleu, 2004; Dix ans de marche des beurs, chronique d’un mouvement avorté, Desclée de Brouwer, 1994.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Prezzo del petrolio tornerà a 100 $, assicura l’ex capo economista del FMI

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L’esperto afferma che il prezzo tornerà a quel livello perché l’Arabia Saudita è adesso molto preoccupata

Il prezzo del petrolio tornerà a quota 100 $ per barile nel medio termine, secondo quanto afferma l’ex direttore del Dipartimento di Ricerca del Fondo Monetario Internazionale, Kenneth Rogoff.

«Sono disposto a discutere la tesi secondo cui il prezzo del petrolio non tornerà mai al livello storico di 100 dollari al barile. Ma è probabile che il prezzo torni di nuovo a questa soglia». Ha affermato in una conferenza stampa presso l’agenzia Tass, l’ex capo economista e direttore del Centro di Ricerca del Fondo Monetario Internazionale Kenneth Rogoff. Che ha così risposto alle affermazioni del principe saudita Al Waleed bin Talal, che non crede il prezzo del petrolio possa più ritornare al livello dei 100 dollari al barile.

Rogoff ha poi spiegato che l’Arabia Saudita è adesso molto preoccupata per la questione, «anche se può sembrare il contrario», dal momento che l’economia dello stato dipende dai proventi delle esportazioni petrolifere.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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