Il Venezuela sosterrà i diritti dei palestinesi nel Consiglio di sicurezza

da al manar

Il Venezuela ha ribadito, oggi, nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il suo appoggio al diritto di autodeterminazione palestinese ed ha chiesto la fine a quasi mezzo secolo di occupazione israeliana.

«A tal fine, ribadiamo il rifiuto delle politiche illegali applicate dalla potenza occupante, che cerca di ignorare i diritti del popolo palestinese, che puntano alla disintegrazione politica e territoriale dello Stato di Palestina», ha dichiarato il vice ambasciatore del Venezuela, Henry Suarez.

Il diplomatico ha parlato a una riunione del Consiglio dedicata alla situazione in Medio Oriente, in cui ha chiesto l’immediata sospensione della costruzione di nuovi insediamenti ebraici, con i quali Tel Aviv colonizza la Cisgiordania e Gerusalemme Est.

Inoltre, ha anche chiesto la revoca del blocco dal 2006 nella Striscia di Gaza, un’azione unilaterale che danneggia le precarie condizioni di vita degli abitanti di quel territorio, colpito, la scorsa estate, con 50 giorni di attacchi aerei e le incursioni terrestri.

Suárez ha anche condannato la trattenuta dei fondi destinati alla Palestina da parte di Israele, che ha «l’ obiettiv di soffocare la striscia, privandola delle risorse economiche, di cibo, medicine e altre risorse essenziali».

Per il Venezuela, l’occupazione militare israeliana è la principale causa delle gravi violazioni dei diritti umani del popolo arabo.

«Il nostro Paese sostiene la creazione di un termine per la fine dell’occupazione insostenibile e illegale», ha sottolineato l’ambasciatore supplente.

Caracas ha celebrato nel Consiglio di Sicurezza l’incorporazione della Palestina nei diversi strumenti internazionali, ha difeso la sua ammissione alle Nazioni Unite come membro a pieno, attualmente il suo stato è quello di membro osservatore, concesso dall’Assemblea Generale nel 2012.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

L’appello all’unità dei leaders a Parigi: un fronte contro i lavoratori

capi

di James Petras

Quello che c’è dietro questa mobilitazione è una campagna per limitare l’immigrazione, è una campagna per coprire il razzismo che è in aumento in Europa

L’analisi di James Petras in CX36, Lunedì 12 Gennaio 2015. Radio Centenario da Montevideo (Uruguay), http://www.radio36.com.uy. Su http://www.ivoox.com/analisis-semanal-james-petras-cx36-audios-mp3_rf_3942241_1.html.

Efraín Chury Iribarne: Possiamo cominciare con la marcia di domenica a Parigi, Francia, con la partecipazione di vari mandatari.

JP: Beh, ci sono molte sfumature da considerare in relazione agli incidenti della scorsa settimana. In primo luogo, dobbiamo capire che la rivista ‘Charlie Hebdo’ non era per nulla progressista, in nessun senso; tanto meno, aveva un orientamento di libera espressione. Era una rivista che, costantemente, in modo molto volgare, insultava i religiosi musulmani, a cominciare dal loro dio, Allah; facendo caricature, che non erano semplici caricature, ma esprimavano un razzismo profondo e diffuso.
Quindi è falso questo slogan ‘Je suis Charlie’ (io sono Charlie) e nessuno che difenda la democrazia può mostrare solidarietà con la rivista. Una cosa è criticare i terroristi che hanno commesso i crimini, ma si deve capire che la rivista era un detonatore per tutti i terroristi islamofobi, anti-immigrati, etc. È una rivista che cerca di far esplodere azioni repressive contro gli islamici.

Non so di nessuna rivista che potrebbe pubblicare queste calunnie contro gli ebrei o i cristiani e non soffrire azioni penali.

È un fatto che gli estremisti di destra ora hanno una forza molto maggiore di quella che avevano prima.

Dobbiamo anche riconoscere che coloro che hanno protestato contro l’atto terroristico sono molto selettivi. Ad esempio, quando il governo messicano è stato coinvolto nell’omicidio dei 43 studenti, uccisi dai governanti locali, militari e federali, non c’è stata nessuna protesta di massa di vasta portata. Ed erano 43 studenti, non 11 o 12.

Quando i droni hanno attaccato e ucciso intere famiglie in Afghanistan e in altri paesi e uccidono centinaia di persone innocenti per ordine del governo di Washington, non c’è stata nessuna mobilitazione né dichiarazione o protesta dei politici e leaders occidentali che ora chiedono l’unità contro il terrorismo. È terrorismo di stato, che coinvolge i leaders occidentali che hanno ucciso diverse migliaia di musulmani, senza che ciò appaia nei media. Semplicemente, stanno scegliendo questo tipo di protesta altamente selettiva per lanciare una nuova politica, perché ciò che sta dietro questa mobilitazione è una campagna per limitare l’immigrazione, è una campagna per coprire il razzismo, che è in aumento in Europa.

Inoltre, si deve riconoscere che, in questo momento, vi sono grandi sforzi in atto per imporre nuove misure di austerità e restrizioni sui lavoratori. Questa nuova politica, in Italia, Francia, Inghilterra, aveva bisogno di una distrazione, perché in nessun modo i governanti riuscivano ad avere il consenso, necessario a far accettare questa politica di destra. Allora, quest’appello all’unità dei leaders europei è volto a creare un fronte contro i lavoratori; usare il massacro come un modo per imporre l’unità contro i lavoratori, contro le richieste di porre fine alla crisi, di imporre una politica che condanni la miseria e la disoccupazione di milioni e milioni in tutta Europa.

Dobbiamo dunque riconoscere il significato e le implicazioni politiche. Non ho alcun dubbio che d’ora in poi rafforzeranno lo Stato di polizia, giustificheranno le guerre che stanno lanciando in Siria e in Iraq, presumibilmente contro i terroristi.

D’altra parte, alcuni dei terroristi che hanno commesso questi crimini in Francia sono venuti dalle organizzazioni del Medio Oriente, che sono supportate dai leaders occidentali. Ad esempio, uno degli assassini era stato in Siria e lì aveva collegamenti con le organizzazioni che si battono contro (il governo del presidente) Bashar Al Assad. Insomma, da un lato la Francia incoraggia i terroristi in Siria e d’altra parte, quando gli stessi terroristi tornano in Francia per commettere crimini, sono attaccati.

Questa duplice politica di sostenere i terroristi all’estero e poi protestare e denunciare i terroristi quando tornano in Francia, sono due facce della stessa medaglia. E nessuno parla del fatto che la Francia era coinvolta, e per questo, oltretutto, non ha bloccato l’uscita di Francesi verso questi paesi, i quali sono passati dalla Francia alla Turchia e ad altri paesi della NATO per commettere crimini in Siria. Quando commettono crimini in Siria contro il governo di Bashar Al Assad, non c’è nessuna protesta, nessuna lamentela, niente di niente. Semplicemente, lo fanno passare come parte di quello che chiamano l’”opposizione democratica”. Come possono essere “opposizione democratica” in Siria e “terroristi” in Francia?

Tutto questo spettacolo che abbiamo visto in Francia, la grande mobilitazione, è molto pericoloso, perché per la prima volta i governanti in Europa sono stati in grado di mobilitare, si dice, tre milioni di persone. Pertanto, l’ideologia della destra, sia sul fronte economico (l’austerità) che su quello della politica anti-islamica, anti-immigrati, avrà una base più solida ora. Questa mobilitazione e le nuove politiche rappresentano un rafforzamento della destra, che era gravemente deteriorata in Europa; ed è un modo di usare come pretesto la situazione in Francia per rafforzare la guerra all’estero e le spese militari; rafforzare lo stato di polizia ed eliminare i diritti civili; e imporre altre misure contrarie agli interessi democratici e popolari.

EChI: In effetti, la presenza del presidente dell’Ucrania, Petro Poroshenko, e del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, riaffermano ciò che menzionavi.

JP: Sì. È surreale. Netanyahu, che ha ucciso più di duemila civili palestinesi lo scorso anno, è stato in prima linea con Hollande, Merkel, etc. Il più grande assassino del Medio Oriente, il macellaio dei Palestinesi, ha distrutto più di cinquantamila case a Gaza, ha partecipato alla marcia dell’unità … è un’unità di assassini, contro gli assassini. È la marcia dei terroristi più importanti dell’ultimo periodo, contro gli attuali assassini al dettaglio.

Perché ci sono terroristi all’ingrosso, che uccidono in massa, come Netanyahu; e terroristi o assassini che uccidono su piccola scala. Entrambi sono terribili, ma dobbiamo mettere le cose nella giusta proporzione. Invece di essere in prima linea alla marcia contro il terrorismo, Netanyahu dovrebbe essere in prigione, sotto processo per crimini di lesa umanità contro la Palestina, per la distruzione di case, ospedali e scuole, per l’imprigionamento di bambini sotto i 15 anni, etc.

Eppure, in questa mescolanza che abbiamo ora ci sono molte persone benintenzionate, che tuttavia mal comprendono a cosa serva la marcia, e, d’altro canto, gli assassini politici che stanno conducendo e orchestrando queste azioni per il loro tornaconto.

Ora, c’è una cosa in più da osservare. Com’è possibile che questi terroristi presumibilmente sorvegliati dalla polizia siano stati in grado di acquistare fucili automatici, mitragliatori e altro? E si presume, stando a quanto comunicato dalla polizia, che abbiano lasciato un documento d’identificazione nella macchina che hanno usato per fuggire.

Ho il sospetto che qualcun altro sia coinvolto nell’azione di terroristi; penso che forse la Polizia era ben consapevole di quello che sarebbe stata l’azione. E non sembra una provocazione; perché ogni assassino la prima cosa che fa è nascondere i documenti per sottrarre la propria identità e non lasciarli sul seggiolino dell’auto su cui fugge. Non è credibile.

Inoltre, mi chiedo come dei tipi, che sono presumibilmente vigilati dalla Polizia, ottengano armi pesanti e in grado di imporre molti danni alla società. Credo che dietro tutto questo ci sia un intrigo, una provocazione.

Dobbiamo chiederci chi trae beneficio da tutto questo: la risposta è i governanti, la polizia, i militari. E chi danneggia: i musulmani, gli immigrati, i lavoratori e tutti coloro che soffrono l’attuale politica.

Dobbiamo aprire un’inchiesta o richiedere un’indagine, ma non al governo, perché sappiamo che ogni volta queste indagini sono usate per giustificare ciò che il governo sta facendo. Dovrebbe indagare una commissione indipendente, per chiarire in che modo hanno lasciato il documento d’identità, dove hanno preso le armi; perché la polizia e le autorità hanno permesso a questo gruppo di operare, a questo piccolo nucleo, e non hanno impedito l’azione.

EChI: Bene, Petras, c’è qualche altro argomento di cui ci vuoi raccontare?

JP: Sì. L’unico argomento che voglio discutere riguarda le indicazioni che sono in corso in America Latina, di riconsiderare il progetto che dipende dalle esportazioni agro-minerali. I prezzi sono scesi, i mercati asiatici sono in calo, non basta più semplicemente esportare i prodotti agricoli e le materie prime. Dunque, si sta valutando come agire, cosa fare a livello di svolta politica.
I segnali in Brasile sono negativi. Essi indicano l’importazione di nuovi capitali speculativi, ci sono segni che si cercherà di ridurre i benefici sociali, di invertirli; anche in Ecuador, vi sono grandi accordi con la Cina, ma non sono accordi per facilitare la diversificazione delle industrie, sono ipoteche sul petrolio futuro. La stessa cosa con il Venezuela, non c’è nulla che ci dica che si stanno sviluppando industrie alimentari, in modo da diventare più autosufficienti.

Ma in ogni caso, il modello degli ultimi dieci anni non funziona più, c’è la possibilità di dare una svolta verso qualcosa di più progressista o verso qualcosa di più reazionario, secondo il modello neoliberista; assumere misure più socializzanti o tornare al passato, alle politiche neoliberiste delle politiche degli anni ‘90. Questa è la posta in gioco.

Nel frattempo, a Washington siamo nella stessa situazione, perché ora l’economia si è ripresa, mentre i salari rimangono indietro e tendono verso il basso; i profitti sono cresciuti enormemente e i tagli sociali sono stati approfonditi. Dunque, la ripresa del Nord è un modo per aumentare le disuguaglianze. La crisi nel sud, in America Latina, con le materie prime, è un’opportunità per i grandi capitali di venire a comprare a buon mercato grandi appezzamenti di terra, miniere, petrolio.
Siamo al crocevia della politica, quello che è stato il progressismo degli ultimi dieci anni, in cui si potevano combinare le esportazioni primarie con alcuni programmi sociali, è finito e ora dobbiamo stare in guardia, preparandoci per una nuova offensiva contro qualsiasi ritorno al neoliberismo.

Estratto da La Haine

Testo completo su: http://www.lahaine.org/el-llamado-a-la-unidad

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Venti cose che gli italiani devono sapere sulla Siria

di Francesco Gori – spondasud.it

1) La Siria non hai mai attentato alla sicurezza nazionale di altri Stati;

2) La Siria ha consegnato o distrutto il proprio arsenale chimico;

3) I rapitori degli “italiani” Quirico, dall’Oglio, Ricucci, Ramelli e Marzullo fanno parte dell’opposizione armata ad Assad;

4) I gruppi terroristi sono stati finanziati da Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Europa e Stati Uniti. La Siria di Assad ha sempre combattuto Osama Bin Laden, al Qaeda e tutti i gruppi fondamentalisti islamici che sono sorti in questi anni;

5) Dopo le rivolte del 2011, il Governo aveva fatto ampie aperture per venire incontro alle richieste dell’opposizione che, però, come è dimostrato dai fatti, ha scelto la via armata a quella politica;

6) I cristiani e le altre minoranze religiose non sono perseguitate dal presidente Assad (che anzi le ha difese) ma dai gruppi jihadisti che, a vario titolo, hanno combattuto con l’opposizione armata;

7) Nelle carceri siriane sono detenuti molti terroristi stranieri, anche europei. Alcuni di questi sono arrivati dall’Italia;

8) Nessun giornalista entrato legalmente in Siria, con regolare visto, è mai stato rapito e ha potuto svolgere il proprio lavoro in piena sicurezza;

9) La Siria non è intenzionata a costruire la bomba atomica e non ha in corso alcun programma di arricchimento dell’uranio, né a fini civili né militari;

10) Il presidente Assad, che fa parte della minoranza sciita di fede alawita, è stato scelto liberamente dal suo popolo alla presenza di osservatori internazionali che hanno certificato la regolarità delle elezioni e nelle istituzioni sono rappresentate anche le altre componenti politiche, sociali e religiose della Siria. In Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, tutti alleati dell’Occidente, ci sono monarchie ereditarie ed emirati in cui viene applicata la legge islamica e in cui i diritti civili sono ridotti ai minimi termini;

11) Le Alture del Golan sono una parte del territorio della Siria che Israele ha occupato illegalmente: la comunità internazionale non è mai intervenuta a difendere la sovranità di questa nazione;

12) La donna in Siria non è costretta a portare alcun velo e ha pieni diritti civili e piene libertà. Le donne possono svolgere qualsiasi tipo di professione e non è preclusa in alcun modo modo la carriera politica e di rappresentanza nelle istituzioni;

13) Prima dello scoppio della guerra, la Siria era una delle mete turistiche del Medio Oriente più amate dagli occidentali, apprezzata per l’ospitalità, la sicurezza e la tolleranza;
13) La Repubblica Araba Siriana è una nazione laica in cui è consentito a tutti di professare la propria fede religiosa, ebrei compresi. A Damasco c’è una delle più antiche sinagoghe del Medio Oriente, presa di mira a colpi di mortaio dai ribelli dell’Esercito Libero Siriano, considerati da molti governi occidentali dei “moderati”;

14) L’Italia ha sempre considerato la Siria e il presidente Assad un interlocutore importante per garantire la pace e la sicurezza in Medio Oriente. L’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha lodato in passato le doti politiche e umane di Assad;

15) In Siria non c’è stata alcuna rivoluzione popolare, nessuna primavera araba, ma un attacco dall’esterno deciso dalle potenze sunnite del Golfo, con l’aiuto della Turchia, di Stati Uniti ed Europa, che volevano rovesciare il potere della minoranza sciita rappresentato da Assad;

16) Malgrado la guerra, il governo siriano ha garantito l’istruzione gratuita a centinaia di migliaia di alunni, anche grazie al contributo delle Nazioni unite che hanno messo a disposizione libri, quaderni, penne e altro materiale didattico;

17) Assad ha più volte dichiarato di volersi confrontare con l’opposizione per trovare una soluzione diplomatica che ponga fine alla guerra. La sua buona volontà è certificata da numerose dichiarazioni di esponenti delle Nazioni Unite. Una parte dell’opposizione ha deciso che non intende sedersi al tavolo con Assad e che preferisce combatterlo militarmente fino a quando non se ne andrà;

18) Assad è nemico giurato dell’ISIS, di Al Qaeda e di tutti i gruppi terroristici e non ha mai fatto affari con loro: è stata smentita anche la notizia, fatta circolare da qualche media straniero, che il governo di Damasco abbia comprato il petrolio dallo Stato Islamico. La Turchia, che aspira a entrare nell’UE, è il principale esportatore del “greggio jihadista”. In Turchia, inoltre, si addestrano i terroristi che possono, come dimostrano i fatti di Parigi, muoversi liberamente nel paese;

19) L’Esercito Arabo Siriano ha combattuto su più fronti per impedire che il paese capitolasse e diventasse un Califfato: migliaia di militari sono rimasti uccisi e feriti nei combattimenti. E’ falso che l’aviazione non abbia mai bombardato i terroristi, sparsi praticamente in tutto il territorio. E’ vero che le bombe di Damasco hanno fatto vittime tra i civili ma nessuno osa dire che i terroristi si sono nascosti nei quartieri, nei villaggi e nelle case, spesso usando i civili come scudi umani. Quasi mai si parla dei civili uccisi dai terroristi (che sono la maggioranza) e di quelli della cosiddetta coalizione guidata dagli Stati Uniti;

20) Il governo di Assad nel corso della guerra ha aumentato gli stipendi e le pensioni dei militari e dei dipendenti pubblici e ha garantito un sostegno economico per i disoccupati. Ha inoltre aumentato le risorse per la ricerca e l’Università: quella di Damasco è considerata ancora oggi una delle migliori del Medio Oriente.

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