Strategia della tensione di due terrorismi: jihadismo e imperialismo

terrorists

di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania, 12 gennaio 2015. 

Per due giorni, la capitale francese, Parigi, è diventata un campo di battaglia con 80.000 poliziotti mobilitati per eliminare i due militanti di AlQaeda, Charif e Said Kouachi, che avevano attaccato il settimanale satirico Charlie Hebdo, uccidendo 12 persone, tra cui il famoso disegnatore Wolinski e il direttore del settimanale, Charbonnier. Poche ore dopo, i gruppi speciali della polizia sono entrati in azione a Port de Vencennes, per circondare nell’antico quartiere ebraico Marais, il supermercato Hipercasher, dove Amedy Coulibaly e la sua compagna, Hayar Boumediene, avevano ucciso quattro persone e fatto 15 ostaggi, chiedendo il rilascio dei fratelli Kouachi, oltre a rivendicare il collegamento con l’IS.

Alle 19:30 del 9, il ministro degli Interni francese, Bernard Cazeneuve, annunciava che i tre terroristi jihadisti erano stati uccisi dai gruppi speciali della polizia, e che però, la giovane Hayar Boumediene era riuscita a fuggire.

Alle 20:00, il presidente della Francia, François Hollande, faceva una dichiarazione concisa alla nazione, chiedendo, anzitutto, l’unione e il sostegno dello Stato francese per respingere i prossimi attacchi dei fondamentalisti islamici. In questo modo, Hollande ufficializzava l’inizio di un profondo scontro con i gruppi fondamentalisti e jihadisti, che, in generale, è sembrato una dichiarazione di guerra contro tutto il mondo islamico. Da parte sua, il presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, annunciava l’intensificazione della guerra contro AlQaeda e l’IS. Di conseguenza, l’FBI e Scotland Yard lanciavano la massima allerta, annunciando attentati a Washington e a Londra, che poi non sono mai avvenuti.

In risposta, il portavoce di AlQaeda, Harith bin Ghazi al-Nadhari, trasmetteva un video in cui rivendicava l’attacco al settimanale Charlie Hebdo e minacciava la Francia e gli Stati Uniti di più attacchi, se avessero continuato a insultare il profeta Maometto.

Allo stesso tempo, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, nel mettere in allarme l’esercito, chiedeva ai capi del servizio segreto sionista, il Mossad, di lavorare a stretto contatto con i loro omologhi francesi. Anche i ministri degli Interni di Italia, Germania, Regno Unito, Spagna, Belgio, Paesi Bassi e Danimarca decretavano la massima allerta, proponendo la creazione di un coordinamento europeo per le attività di intelligence.

È stato, quindi, in questo clima di presunta guerra che, domenica 11, ha avuto luogo a Parigi un ‘Vertice straordinario anti-terrorismo “, in cui i Ministeri degli Interni di Francia e degli Stati Uniti hanno cominciato a pensare a una strategia comune per combattere il terrorismo islamico, stabilendo nuove misure repressive. La prima di queste sarà contro i foreign fighters, vale a dire contro gli Europei che, dopo aver combattuto con al-Qaeda in Yemen e con l’IS in Siria o in Iraq, tornano nell’Unione Europea, per creare, eventualmente, nuove cellule jihadiste .

Il terrorismo jihadista

Hassan Nasrallah, capo degli Hezbollah libanesi, dopo il massacro nella redazione del settimanale Charlie Hebdo, ha dichiarato: … tali azioni offendono l’Islam e alimentano, ancora di più, la persecuzione e l’ostilità dell’Occidente contro il mondo arabo, mentre la crescita dei takfiri (fanatici fondamentalisti sunniti) in Iraq, Afghanistan, Yemen e Libia aveva luogo con l’aiuto dell’Occidente, che li manipolava per raggiungere i propri obiettivi strategici nella nostra regione …”.

In realtà, le matrici del terrorismo jihadista, che ora ha cominciato ad organizzarsi con piena autonomia in paesi europei, sono un prodotto che ha raggiunto forme ed effetti quando le centrali dell’intelligence occidentale hanno permesso ai loro omologhi arabi, in particolare all’Arabia Saudita, al Qatar, agli Emirati Uniti, al Kuwait e all’Oman, di finanziare e sostenere i leaders della jihad (guerra santa contro gli infedeli), che, negli anni Novanta, è stata completamente convertita contro l’URSS e i regimi progressisti alleati.

È in questo contesto che è sorto il mito di Osama bin Laden, dei Talebani e di al-Qaeda. Miti che sono stati sapientemente gestiti dalla CIA e dalla stampa mondiale, per sconfiggere l’Unione Sovietica in Afghanistan. Tuttavia, l’esperienza dei mujaheddin (combattenti della jihad) non si è fermata in Afghanistan. È sufficiente ricordare la GIA (Gruppo Islamico Armato), che dal 1992 al 1998, ha tenuto in Algeria una campagna terroristica senza precedenti, riuscendo a distruggere il modello sociale e politico creato dall’FLN e, così, determinare il ritorno dall’Algeria alla logica del mercato e delle transnazionali del petrolio.

È anche in questo periodo che i mujaheddin, con i soldi dell’Arabia Saudita, appaiono prima in Bosnia, giocando un ruolo di primo piano nell’implosione della Federazione Jugoslava, e dopo nella formazione di uno Stato bosniaco che, oggi, è un “protettorato” della NATO, sopravvivente con i finanziamenti dei diversi fondi di investimento dei paesi arabi. Poi, a partire dal 1994, altri gruppi di combattenti della jihad appaiono in Cecenia, provocando una sanguinosa guerra civile, che verrà esportata in Daghestan, nei territori dell’Inguscezia e dell’Ossezia del Nord.

Tuttavia, i servizi di intelligence occidentali e, in particolare, la CIA e la M-15 britannica non hanno capito che l’obiettivo strategico dei leaders dei gruppi jihadisti era la conquista di territori arabi, in cui proclamare uno stato islamico, e quindi unire la realtà politica ed economica del presente con il passato di eroici califfati islamici.

D’altra parte, l’esperienza militare acquisita dagli jihadisti in Afghanistan e poi con il GAI nella guerra civile algerina è stata un elemento di estrema importanza, perché ha permesso che i terroristi apprendessero a usare le tecnologie militari distruttive (mine, razzi, esplosivi, telecomunicazioni, ecc.), rendendo le loro azioni sempre più violente, feroci e sanguinarie. D’altra parte, questo tipo di guerra mascherata con le icone della religione islamica ha permesso ai leaders dei mujaheddin di non rinunciare alla difficile costruzione di una struttura sotterranea di massa e quindi ha avuto l’obiettivo politico di organizzare una lotta armata, urbana e rurale, in grado promuovere rivolte popolari.

Per loro, l’obiettivo principale era quello di creare cellule terroristiche con lo scopo di esaurire i regimi nemici con attacchi sanguinosi e determinare in questo modo un cambio verticale nelle stanze del potere. In questo processo, le persone sono solo spettatori senza nessun diritto di mettere in discussione o di esprimere la propria opinione. In realtà, la violenza delle azioni terroristiche è l’antidoto dello jihidaismo per imporre l’accettazione della sharia (legge islamica), soprattutto tra le donne. È stato in questo contesto che l’”uomo-bomba”, cioè, il militante che si martirizza facendo saltare in aria il proprio corpo per uccidere uno o più nemici, è stato idealizzato, al punto di essere considerato l’atto più sublime per ascendere in Paradiso.

Per tutto ciò, il terrorismo jihadista è cresciuto rapidamente negli ultimi dieci anni, anche nei ricchissimi paesi arabi del Golfo, dal momento che molti principi, nonostante avessero studiato ad Harvard, hanno cominciato a consegnare ai gruppi jihadisti importanti quote delle loro fortune, per il fatto di credere, profondamente, negli insegnamenti del fondamentalismo islamico sunnita. Conseguentemente, i numerosi membri delle aristocrazie saudite, kuwaitiana, qatariana o degli Emirati, hanno accettato di finanziare i gruppi fondamentalisti, per avere garanzie in termini di sopravvivenza politica del proprio status. Paradossalmente, i servizi segreti di questi paesi hanno dovuto collaborare con i servizi d’intelligence occidentali, per fermare la formazione delle cellule terroriste di Al Qaeda in Europa e, nello stesso tempo, lavorare insieme per promuovere i gruppi jihadisti nelle campagne contro il regime di Gheddafi in Libia e, poi, per provocare l’implosione del governo di Bashar al-Assad in Siria.

Tuttavia, quando i capi dei differenti gruppi jihadisti hanno scoperto che “l’area di mercato” del petrolio accettava di comprare l’“oro nero”, contrabbandandolo in Libia e in Iraq e che il governo turco era disposto a pagar prezzi ragionevoli per la fornitura del gas rubato in Siria, allora il terrorismo jihadista è diventato Stato, ufficializzando la nascita dei califfati.

Uno scenario che ha richiamato l’attenzione dell’Occidente solamente quando i media hanno raccontato che, in Siria, c’erano quasi 3.000 Europei di origine araba, a combattere nelle brigate del Fronte jihadista Al-Nusra, e altri 6.000 erano in Iraq arruolati nell’IS.

Il terrorismo imperialista

Le guerre e i colpi di Stato che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO e Israele hanno promosso in Medio Oriente sono stati fondamentali per spaventare il popolo arabo e, soprattutto, per creare una classe dirigente corrotta, trasformata in serva delle transnazionali e dei servizi segreti occidentali.

D’altra parte, le guerre condotte per imporre lo stato di Israele, prima nel 1948 e poi nel 1956 con l’occupazione di Suez, hanno violentato definitivamente le classi dirigenti arabe, che non sono riuscite a difendere la propria sovranità. Infatti, quando nel 1975 ci fu il tentativo di usare l’arma del petrolio per frenare l’arroganza di Israele e degli Stati Uniti, il mercato è riuscito a sedurre le aristocrazie arabe che, in tal modo, hanno perso di vista il concetto di nazione, per tornare ad accordare priorità alla sovranità del clan familiare, come ai tempi di Saladino.

In questo contesto, le guerre in Afghanistan, in Iraq e il conflitto continuo che Israele tiene aperto in Palestina, sono state una lezione tragica per il nascente proletariato arabo e, soprattutto, per gli intellettuali che promuovevano un Islam progressista, potenzialmente volto alla riconquista della sovranità nazionale e a una decisa autonomia di fronte alle strategie petrolifere dell’Occidente. Pertanto, gli attacchi a Gaza, in Palestina, in Libano, il sanguinoso conflitto tra Iraq e Iran e le invasioni in Afghanistan, in Libia e in Siria sono stati in grado di determinare nel mondo arabo un senso di impotenza generale, che, sulla base di tali premesse, ha squalificato i valori della sovranità nazionale, frustrato gli ideali politici del panarabismo e sepolto una volta per sempre le proposte dei marxisti rivoluzionari.

Strategie della tensione

Una conseguenza della caduta del muro di Berlino è stata la creazione di un secondo esercito di riserva di mano d’opera a basso costo in Europa, necessaria per flessibilizzare la forza della classe operaia europea. Mano d’opera a basso costo, che ha cominciato a essere utilizzata in un momento in cui il concetto di lavoro stava perdendo il suo valore, grazie al progresso delle tecnologie e, soprattutto, alla causa del riflusso politico e ideologico dei partiti e dei sindacati di sinistra.

Questo nuovo esercito di riserva, inizialmente, doveva essere formato da un eccesso di mano d’opera polacca, ucraina, rumena, albanese, serba e ceca. Infine, porzioni significative della giovane classe operaia a cui i processi di privatizzazione non hanno più garantito l’occupazione nei nuovi Stati dell’Europa Orientale. D’altra parte, sono sorti altri flussi migratori che hanno contribuito a rompere la solidità delle leggi del lavoro in tutta Europa e, quindi, imporre il lavoro nero, i contratti a tempo determinato e, soprattutto, l’uso dell’immigrato per i lavori più gravosi.

La rivolta delle periferie di Parigi nel 1995 ha mostrato il degrado e lo stato di abbandono di questi quartieri, dove vivono solo gli immigrati e che sono isole di povertà e di violenza, qualcosa di molto simile alle favelas di Rio de Janeiro, San Paolo, Città del Messico, Lima, Bogotà e Buenos Aires. È stato allora che il terrorismo jihadista ha promosso la propria crescita, alimentando una strategia della tensione, con la denuncia degli effetti nocivi del degrado e il virtuale razzismo della cultura occidentale contro l’Islam. Di conseguenza, le eccellenze delle destra hanno sfruttato la paura delle reazioni violente di aspiranti jihadisti, per convincere la società che: “… siamo in guerra contro l’Islam …”; “…siamo una civiltà superiore che lotta per imporre la democrazia…”; “…i musulmani hanno attaccato il cuore dell’Europa…”.

Slogan che stanno cominciando a pesare sulle opzioni elettorali di una classe media sempre più attaccata dalla crisi economica e preoccupata a causa di uno Stato che deve tagliare certi benefici per “assicurare la sopravvivenza degli immigrati.”

Oggi, in Francia, ci sono molti settori che stanno mostrando grande interesse per una soluzione di destra, in grado di “porre in ordine il paese, chiudendo le porte agli immigrati arabi e africani ed espellendo coloro che sono considerati un eccesso negativo”. Una soluzione che la post-fascista Marine Le Pen con il suo Fronte Nazionale ha proposto per le elezioni europee del 2014, ricevendo una valanga di voti.

L’attacco al settimanale Charlie Hebdo – che ora, cinicamente, tutti idolatrano, anche se prima era considerato una “spazzatura” – alimenta una duplice strategia della tensione, in cui, da un lato, le cellule jihadiste sfruttano il degrado e il razzismo delle metropoli francesi, per far esplodere i sentimenti repressi dei giovani di origine araba. D’altra parte, le eccellenze della destra aspirano a ricompattare la società, imponendo un regime di destra, sfruttando i timori che le manifestazioni violente delle cellule jihadiste causano nella classe media e in quel proletariato depoliticizzato e completamente alienato.

Naturalmente, la continuazione delle guerre occidentali in Medio Oriente (Siria, Iraq e Afghanistan), in Nord Africa (Libia, Mali e Africa centrale) e nel nord della Nigeria sono la condizione sine qua non per la moltiplicazione delle cellule jihadiste nei paesi europei, mentre i nuclei strategici crescono grazie alla capacità di controllare porzioni di territorio, in cui sono creati i califfi.

Il dramma di tutto ciò è che i governi degli Stati Uniti e dell’Unione Europea conoscono molto bene il rischio di continuare ad alimentare questa strategia della tensione. Tuttavia, non hanno il coraggio di riconoscere i propri errori. Pertanto, lo scenario di duplice terrorismo, quello jihadista e quello imperialista, sarà sempre peggiore, con più degrado per gli immigrati e gli europei di origine araba o africana e una crisi economica che può aprire le porte al potere dei partiti post-fascisti, come, a esempio, il Fronte Nazionale di Marine Le Pen.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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