Leggendo Hugo Chávez nel secondo anniversario della sua scomparsa

di David Becerra – lamarea.com
o5 marzo 2o15

Oggi 5 marzo si compiono due anni dalla semina di Hugo Chávez. Dico semina e non morte, perché Chávez non è morto, o almeno non del tutto. Perché non muore chi ha seminato un lascito che dovrà fiorire durante questa primavera consacrata chiamata Rivoluzione.

I mezzi di comunicazione spesso dimenticano che la libertà d’informazione non costituisce un privilegio dei giornalisti e dei loro padroni, ma è anche un diritto che appartiene a tutta la società: i cittadini hanno diritto a essere informati e non intossicati con false informazioni, mezze verità che in realtà si trasformano in intere bugie, tergiversazioni o manipolazione dei fatti. Quando si riferiscono a Hugo Chávez e in genere a tutto il Venezuela, gli interessi del grande capitale – che finanziano e sostengono quei mezzi d’informazione – si collocano al di sopra della verità.


Esiste una sola forma per affrontare le bugie dei grandi mezzi: la lettura e lo studio. Ricorrendo ai libri che affrontano i loro temi con rigore. Per questa ragione, in un giorno come questo, forse non esiste modo migliore di capire il Venezuela, di comprendere chi è stato Hugo Chávez, se non mediante la lettura di due libri che si avvicinano con esaustività e volontà scientifica, davvero informativa, verso Chávez e su ciò che si è convenuto denominare “chavismo”.


L’autore del primo di questi libri è Alfredo Serrano e s’intitola El pensamento
económico de Hugo Chávez (Ed. El Viejo Topo, 2014). Nei confronti di chi pretende di racchiudere il pensiero di Chávez in categorie stagne e classiche etichette, Alfredo Serrano si sofferma nel suo sincretismo e il modo in cui si va configurando nelle sue diverse fasi: «Chávez sviluppa una propria matrice di pensiero economico, difficile di incasellare in paradigmi predefiniti. Ciò ci costringe a studiarlo come creatore di un pensiero economico proprio, con un sincretismo così ampio, diverso e complesso che costituisce un paradigma particolare (…) Il pensiero economico di Chávez è dialettica allo stato puro, intelligenza circostanziale, dove si confrontano il piano empirico e teorico, politico, sociale, storico e culturale. I tentativi di classificare Chávez in un catalogo predeterminato sono infruttuosi». Lo stesso Hugo Chávez lo riconobbe in una occasione: «credo che sono la somma di molte cose che ho raccolto strada facendo».


Ma cosa ha raccolto Hugo Chávez durante il suo percorso per costruire il suo pensiero? Il saggio di Alfredo Serrano Mancilla si sofferma in modo rigoroso. In una prima fase, sostiene l’autore, Chávez ha un approccio “cepalino” dell’economia politica, in altre parole, assimila i postulati della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), molto in auge nel subcontinente durante gli anni sessanta e settanta del secolo scorso.

L’approccio “cepalino” si fondava su tre pilastri: il nazionalismo, la sovranità e l’antimperialismo. Senza mettere in discussione il modello capitalista, lo Stato assumeva il ruolo di motore di un processo d’industrializzazione e sviluppo con il fine di diminuire il rapporto di dipendenza nei confronti delle potenze del Nord. I riferimenti politici – e, per esteso, economici – di Hugo Chávez in questo primo periodo erano tre: Velasco Alvarado, presidente del Perù sin dal trionfo della Rivoluzione delle Forze armate nel 1968. È considerato il primo generale progressista e nazionalista portò a termine una politica umanista, mettendo in moto una riforma agraria e nazionalizzando la banca, l’industria peschiera e i settori strategici; Juan José Torres, presidente della Bolivia, meticcio e di famiglia povera, il quale portò anche a termine una politica economica fondata nella sovranità e nel recupero delle ricchezze nazionali; e Omar Torrijos, presidente del Panama, figlio di maestri rurali e di famiglia umile, il quale lottò contro quello che aveva denominato “colonialismo dissimulato”, mediante una politica di sviluppo nazionalista che impugnava le imposizioni provenienti dal Nord. In nessun caso si mise in questione, mediante queste politiche, il capitalismo, e forse proprio per questo il loro successo è stato relativo, se non addirittura volte al fallimento. Bisognava, quindi, riformulare questa tesi.

Di conseguenza Chávez incorpora nel suo pensiero quello che è stato denominato «l’albero delle tre radici»: Simón Bolívar, Simón Rodríguez ed Ezequiel Zamora. «Questo triangolo di riferimenti stava dando un contenuto nazionale, di patria e sovranità, a un progetto politico ed economico che iniziava a tracciarsi», afferma Alfredo Serrano Mancilla; e, come ricorda più avanti, Chávez sintetizzava queste tre radici nella seguente forma: «l’idea geopolitica di Bolívar, l’idea filosofica di Simón Rodríguez e l’idea sociale di Ezequiel Zamora». Chávez scopre così l’America, le radici rivoluzionarie dell’America latina, prima di Marx.


Man mano che la storia avanza nel 1989 irrompe il «Caracazo» e fallisce il golpe di Chávez nel 1992 contro le politiche neoliberali che stavano portando il paese verso la rovina. Chávez consoliderà il suo pensiero politico ed economico, collocandosi sempre di più verso posizioni anti neoliberali, anche se non ancora anticapitaliste. Nel carcere di Yare, privo di libertà dal 1992 al 1994, Chávez non spreca il tempo e si nutre di letture che diverranno fondamentali per la costruzione del suo paradigma economico. Legge il marxista e gramsciano Jorge Giordani, l’ex ministro dell’Economia del governo di Allende, Carlos Matus, e il socialista argentino Óscar Varsavsky. Da queste letture estrae l’idea della pianificazione economica per portare a termine un valido piano economico, in contrapposizione con le teorie egemoniche dello sviluppo. Altrettanto proficue diverranno le letture del marxista ungherese Istvan Meszáros, dal quale adotta la nozione di «transizione verso il socialismo» e quella del leader africano Julius K. Nyerere, prendendo in prestito il termine «Sud» che, oltre ad essere un punto cardinale, si può interpretare anche in chiave geopolitica.


Questo era Hugo Chávez prima di diventare l’Hugo Chávez che avrebbe assunto la Presidenza del Governo del Venezuela nel 1999, iniziando un processo costituente per restituire al paese le redini del proprio destino, fino a ora sequestrato dalle politiche di aggiustamento neoliberale che impoveriscono il popolo e svendono la patria alle grandi corporazioni multinazionali. Chávez inizia la prima tappa del suo governo con un pensiero economico che si potrebbe classificare socialista. In quel momento Chávez avvia l’Agenda Alternativa Bolivariana il cui approccio era di carattere più umanistico che anticapitalista, anche se già presentava un taglio anti neoliberale: non mette in discussione il capitalismo, bensì la sua gestione neoliberale. I primi passi verso il socialismo del XXI secolo si sarebbero visti il 30 gennaio 2005, quando Chávez proclama nel Foro Sociale Mondiale di Porto Alegre (Brasile), che l’unica alternativa al neoliberismo non può che essere il socialismo del XXI secolo, il quale come segnala Serrano Mansilla, «non [consiste] in un socialismo del passato, ma un socialismo che bisognava inventare, costruire». Affinché Chávez raggiungesse questa posizione, il Venezuela ha dovuto attraversare due golpe: un golpe di Stato nell’aprile 2002 e un golpe economico nel 2003. La frusta della controrivoluzione è stata la causa scatenante della Rivoluzione socialista e bolivariana come quella che, ancora oggi, continua a vivere in Venezuela.


Ma cos’è questa Rivoluzione Bolivariana? In un altro libro, così interessante e necessario come quello scritto da Alfredo Serrano Mancilla, si descrivono in forma dettagliata i risultati e, nello stesso tempo, le sfide della Rivoluzione.

S’intitola I sette peccati di Hugo Chávez (Ed. Yulca, 2014) ed è stato scritto dal famoso giornalista belga Michel Collon. Nel libro l’autore, dalla sua posizione di testimone che ha osservato da vicino il processo, passa in rassegna le più interessanti conquiste della Rivoluzione Bolivariana. La prima di queste, e forse la più rilevante, è stata quella di rompere il circolo vizioso della povertà al quale era condannata una parte della popolazione venezuelana. La prima battaglia, per rompere il circolo, è stata quella contro l’analfabetismo: «L’analfabetismo opera un terribile circolo vizioso: povero, pertanto ignorante, senza lavoro, pertanto povero». Come poterne uscire? E aggiunge Collon: «la fame rafforza il circolo vizioso della povertà. I bambini mal alimentati accedono al mondo della scuola più tardi, presentano una memoria e un’attenzione più debole e, di conseguenza, imparano di meno. E abbandonano la scuola non appena possono, specialmente se devono andare a lavorare per sfamare la famiglia». Ci sono delle politiche che diventano prioritarie e Chávez attiva immediatamente le cosiddette «Misiones» per combattere l’analfabetismo, la povertà e l’esclusione sociale. Con la «Misión Robinson» e il programma cubano «Yo sí puedo», nel 2005 il Venezuela si proclama paese libero dall’analfabetismo. Altre «Misiones» consentono la democratizzazione all’accesso universitario («Misión Sucre»), il diritto all’assistenza medica («Misión Barrio Adentro») o la possibilità di accedere all’acquisto di cibi a prezzi giusti («Misión Mercal»).

Quando Chávez giunge al governo – ma non al potere che è nelle mani della borghesia nazionale e internazionale – si vede obbligato, dalla realtà, ad avviare politiche urgenti che tirino fuori dalla povertà e dall’esclusione migliaia di compatrioti in breve tempo. Ma allo stesso tempo si lavora con una prospettiva più lontana, dando avvio a una politica a lungo termine capace di trasformare, in forma radicale, il funzionamento del sistema e delle sue istituzioni. Approfondisce la democrazia mediante l’aumento della partecipazione dei cittadini, il che consente di prendere le decisioni sul destino nazionale in modo sovrano e non obbedendo ai mandati degli organismi multilaterali stranieri; crea la figura del referendum revocatorio per sottomettere al mandatario a nuove elezioni, anche quando non abbia compiuto il suo periodo di legislatura; rende partecipi i cittadini mediante i Circoli Bolivariani e i Consigli Municipali che integrano sia i sostenitori chavistas che i loro oppositori, e che hanno la funzione di «soprintendere l’applicazione delle decisioni delle autorità locali e di controllare l’uso dei budget»; promuove la partecipazione dei lavoratori nella presa delle decisioni nelle aziende, dove si sviluppano le attività lavorative e si sostiene la fondazione di cooperative e ditte miste che lavorano per lo sviluppo endogeno di ogni territorio o regione.


Con quanto si è detto, com’è possibile che si consideri a Chávez un dittatore e, da parte di alcuni settori, non si vuole riconoscere che il Venezuela è un’autentica democrazia? Perché Chávez non si è sottomesso al potere dei mass media né ha chinato la testa nei confronti degli Stati Uniti. Chávez ha messo in discussione il potere egemonico globale e i potenti non glielo perdonano. Per questa ragione non smettono di colpire il Venezuela: colpi di Stato, colpi di mercato, colpi mediatici.


Non perdonano che Chávez abbia restituito la speranza di una vita degna e migliore in America latina, un continente assuefatto alla povertà, che aveva naturalizzato la diseguaglianza, come se si trattasse di un male endemico.

Chávez disse al Continente – e al mondo intero – che la povertà non cadeva dal cielo, ma che era il risultato di politiche economiche concrete che mettevano gli interessi dei mercati al di sopra di quello delle persone. Nonostante le storie che costruiscono i mezzi, Chávez ha materializzato un sogno da molti condiviso: che un altro mondo è possibile, che possiamo vivere fuori dal neoliberismo.

Il fatto è che quando i poveri governano, i ricchi manifestano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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