UNASUR e la geopolitica degli spazi marittimi complessi

di Patricio Carvajal* – dossiergeopolitico.com

La necessità di una strategia di sicurezza e di difesa comune

Qual è il futuro geopolitico dell’America latina? L’America continuerà a essere uno spazio geografico libero di conflitti? Questi due interrogativi ci addentrano nell’ambito della riflessione Geopolitica e dei Rapporti Internazionali. La Geopolitica costituisce la base della politica estera degli Stati Uniti ed è allo stesso tempo il fondamento di una sua strategia di difesa e di sicurezza. Nel caso dell’America latina, sin dalla costituzione dell’UNASUR, la sicurezza e la difesa si devono intendere come una proposta regionale. Non possiamo continuare più con una strategia di sicurezza e di difesa di carattere nazionale.

Questo tipo di strategia è ormai obsoleto e non rappresenta uno strumento idoneo alle sfide della politica mondiale del XXI secolo. Ebbene, da una prospettiva Geopolitica, l’America latina è stata considerata uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia la Guerra delle Maldive (1982) ha dimostrato che la strategia britannica corrispondeva non solo a quella esclusiva di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione Europea –in quel momento era comunità economica europea- e agli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989-1991) si rende ancora più rilevante il significato geopolitico delle Maldive nella strategia europea.

Finita la Guerra Fredda, l’America latina ridefinisce la sua politica regionale con il resto del mondo in conformità a due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino di Rapporti Internazionali, Carlos Escudé, e quello della “centralidade da periferia” (centralità della periferia) proposto dal geografo brasiliano M. Santos.

Per Escudé il realismo periferico consiste nel compromesso assunto dagli Stati latinoamericani nell’ambito dei Rapporti Internazionali, ovvero, il rispetto del diritto internazionale e l’adempimento dei trattati e degli accordi che gli Stati hanno sottoscritto con il resto del mondo. Qualunque inadempimento di questa normativa riduce gli Stati latinoamericani alla condizione di Stati “paria” della comunità internazionale.

La proposta di Escudé era senza dubbio fortemente determinata dall’esperienza della dittatura militare argentina e la sua avventura bellica nelle isole Maldive. Per noi, latinoamericani, le Maldive sono argentine. Questo è indiscutibile se vogliamo che l’UNASUR si consolidi e raggiunga una politica regionale di sicurezza e di difesa. D’altro canto la proposta di M. Santos si riferisce agli spazi latinoamericani, che durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, erano considerati la periferia del sistema mondiale, secondo alcuni criteri geostorici (Braudel, Wallerstein). Con il processo di globalizzazione che subentra alla Guerra Fredda, la politica mondiale passa da un bipolarismo (USA/URSS) a un multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone).

Questo fatto implica che nuovi attori emergono come potenze regionali che aspirano a occupare un posto nella politica mondiale: le ex colonie europee: America, Asia, Africa. Il blocco geopolitico rappresentativo di questa nuova realtà corrisponde a quello dei BRICS. I paesi che conformano questa unità geopolitica s’inseriscono su un vettore internazionale diverso da quello dei paesi della TRIADE (USA-Giappone-Unione Europea).

Dunque, come si può concepire una Geopolitica e una Strategia marittima dell’UNASUR? Un punto di avvio potrebbero essere le proposte di Escudé e di Santos, già citate. D’altra parte abbiamo un pensiero geopolitico marittimo latinoamericano che ci consente formulare questa strategia comune. In effetti bisogna prestare attenzione ai discorsi geopolitici marittimi degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martínez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta ha proposto nel suo scritto di Geopolitica del 1978 un programma che ha chiamato “Il Gran Progetto Sudamericano”, il cui fondamento è l’integrazione regionale.

Nel decennio del 1980 l’ammiraglio Ghisolfo aveva proposto una Geopolitica specificamente navale, il cui asse è l’isola di Pasqua. Questa strategia navale insulare s’integra con il dominio argentino delle Maldive, giacché possedendo il dominio di entrambi gli spazi insulari, si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico Sud e dell’Atlantico Sud. Nel 1993 l’ammiraglio Martínez aveva suggerito un’Oceano-Politica che faceva affidamento alla Convenzione di Giamaica (1982). Infine l’ammiraglio Vidigal nella sua proposta di un’Amazzonia Azzurra (2006), incorpora al territorio brasiliano le 200 miglia di ZEE (Zona Economica Esclusiva).

Secondo i criteri formulati da questi ammiragli nei loro rispettivi discorsi, l’UNASUR dovrebbe rendere esplicito che lo spazio marittimo degli Stati rivieraschi di cui formano parte corrisponde alle direttrici degli ammiragli sopra menzionati. Se si dovesse fare questa dichiarazione non sarebbe ancora sufficiente per consolidare una geopolitica e una strategia marittima dell’UNASUR.

Per quest’ultima si richiede una strategia specificamente navale. In altri termini definire l’esistenza di una Forza Navale congiunta dell’UNASUR che in un primo momento potrebbe essere composta dalle forze della marina più forti dell’alleanza: Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è imprescindibile per la sicurezza e la difesa dei cosiddetti spazi marittimi complessi. Difatti se seguiamo lo sviluppo delle forze navali sottomarine della Cina (T093/T094), dell’India (T Kilo, T Scorpene), del Giappone (Soryu class), della Russia (Borey class) e degli Stati Uniti (Virginia class), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo degli spazi marittimi.

A titolo di esempio si può rilevare che nella Marina degli Stati Uniti sono entrati in servizio i sottomarini classe Virginia, unità dai molteplici obiettivi che potenziano la strategia nucleare con operazioni tattiche specifiche. Una forza navale congiunta degli Stati dell’ABC necessita un incremento sostanziale da parte della forza dei sottomarini, la creazione di basi sottomarine negli spazi insulari del Pacifico e dell’Atlantico Sud e lo sviluppo di unità di superficie che possano operare permanentemente nei mari australi.

La Forza dei sottomarini dell’armata cilena con la classe Scorpene si colloca a un livello ad alto sviluppo tecnologico simile a quello delle Marine sopraelencate, anche se senza dubbio richiederebbe ulteriori unità di questo genere dovuto al grande spazio oceanico che caratterizza il nostro litorale. Il Programma Sottomarino nucleare brasiliano che è dotato di sottomarini classe Scorpene, costituisce un’adeguata risposta alle sfide di sicurezza e di difesa dello spazio regionale. Il caso della marina argentina è piuttosto preoccupante, dovuto alla costante riduzione dei fondi che colpisce le forze armate, così come la mancanza di una strategia marittima congrua con le sfide della politica mondiale del XXI secolo, compresa quella di una strategia d’insieme con il Brasile e il Cile.

L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse alimentari per questa popolazione, la necessità delle risorse idriche e di altri beni evidenzia che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato Antartico (1959) diverranno convenzioni internazionali appartenenti alla Storia del Diritto e non a una dogmatica giuridica internazionale. Di conseguenza si rendono necessarie nuove convenzioni internazionali sugli spazi marittimi complessi. Sotto quest’aspetto il concetto di Geogiurisprudenza sviluppato dalla Geopolitica tedesca e dal Diritto pubblico tedesco (Haushofer, Schmitt) ci possono fornire una base concettuale rigorosa al momento di concepire queste nuove convenzioni.

La cartografia elaborata dall’equipe del Professor Dott. Martin Pratt dell’IBRU (Centre for Borders Research), mette in evidenza la controversia che si è scatenata tra gli Stati membri della Comunità Internazionale per il controllo degli spazi marittimi complessi. Per finire citiamo le parole dell’ex cancelliere del Brasile e attuale ministro della Difesa, Dott. Celso Amorim, che può servire come base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: Mas a política de defesa deve estar preparada para a hipótese de que o sistema de segurança coletivo baseado em normas venha a falhar, por uma razão ou por outra –como de resto tem ocorrido com indesejável frequência. Essa é uma das razões pelas quais devemos “fortificar” nosso poder brando, tornando-o mais robusto. Por isso, nossa estratégia regional cooperativa deve ser acompanhada por uma estratégia global dissuasória frente a possíveis agresores” (La politica della difesa deve essere pronta per affrontare l’eventualità che il sistema di sicurezza collettivo, fondato sulle norme, possa fallire per una qualsiasi ragione – come di fatti è già accaduto con una frequenza disdicevole. Questa è una delle ragioni per la quale dobbiamo “fortificare” il nostro soft power, rendendolo più solido. Per questo motivo la nostra strategia regionale cooperativa deve essere associata con una strategia globale dissuasora di fronte a possibili aggressori). (Amorim, 2012:14).

* Professore Associato, Università di Playa Ancha, Cile. Dipartimento Disciplinare di Storia, Cattedre di Storia Moderna e Contemporanea. Centro di Studi del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA.

Fonti:

Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in “Revista da Escola de Guerra Naval”, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15.

Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico / CECPAC.

Le Dantec, F; ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino–chilena, Santiago de Chile.

www.dur.ac.uk / IBRU / International Boundaries Research Unit.

www.geopolitique.net/ Institut Français de Géopolitique.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

I siriani in Venezuela sostengono l’operazione russa contro l’Isis

da lantidiplomatico

I cittadini siriani che lasciano il loro Paese per sfuggire alle atrocità dello Stato Islamico chiedono asilo in paesi diversi: alcuni di loro hanno scelto come destinazione in Venezuela, un paese che ha uno dei più alti tassi di popolazione araba dell’America Latina. RT ha parlato con alcuni rappresentanti della Repubblica araba Siriana sulla loro vita in Venezuela e come vedono la situazione della loro patria. Loro sono forti sostenitori della operazione antiterrorismo russo in Siria.

Secondo i dati ufficiali della federazione araba nel paese latinoamericano, che riunisce 46associazioni, dopo l’inizio della guerra in Siria circa 300.000 nuovi rifugiati dal paese del Medio Oriente sono giunti in Venezuela.

Le terre della Repubblica Bolivariana ospitano due milioni di siriani che si sono stati stabiliti nel Paese a partire dal 1950, quando si incoraggiava e sosteneva l’emigrazione per fare affari da questa parte dell’Atlantico.

Miguel Fattal è nato in Venezuela, ma si sente siriano prima di tutto. I suoi genitori erano di Aleppo, nord della Siria. Fattal ha spiegato a RT perché il Venezuela è uno dei paesi preferiti da coloro che decidono di lasciare il paese arabo.

«Il Venezuela è un paese di speranza, è un paese che apre le braccia a tutti e c’è la possibilità di andare avanti e trovare un paese pacifico, un paese che, nonostante i suoi problemi vive in armonia, nonostante le discussioni in corso e la situazione che stiamo vivendo in questo momento, è un paese di opportunità», ha affermato.

Miguel, che vive a Caracas, afferma che dopo la partenza di oltre quattro milioni di siriani costretti dal terrorismo, esiste un piano per spopolare la Siria e persone al fine di consegnare il paese ad altri per i loro interessi. Per questo ed altri motivi Fattal vede di buon occhio che la Russia abbia deciso di sostenere l’azione militare dell’esercito siriano al fine di frenare il terrorismo e promuovere il dialogo tra gli stessi siriani a trovare una soluzione alla crisi.

«In un primo momento gli Stati Uniti e la NATO sostenevano sempre che la soluzione della crisi era la partenza di Bashar al Assad, ora hanno dovuto ingoiare il rospo e spesso hanno detto che l’uscita può passare attraverso una fase di transizione, incluso Bashar al Assad, per poi cacciarlo, ma penso che sia solo dannoso, perché in realtà l’unico che può decidere il destino della Siria è il popolo siriano», ha ribadito Fattal.

Il deputato del Partito Socialista Unito del Venezuela Adel Al-Zabayar (nella foto), anche lui di origine siriana e presidente della federazione araba in Venezuela, concorda con questo punto di vista, e sottolinea che l’operazione russa contro lo Stato islamico è stata fatta al momento giusto.

«La decisione presa dal governo russo di intervenire direttamente in Siria è venuta proprio perché era chiaro che dietro la massa di rifugiati verso l’Europa ci fosse un piano turco-saudita, cioè si intendeva creare un clima di incertezza in Europa e così offrire all’Occidente il pretesto per intervenire militarmente contro il governo siriano», ha affermato Al-Zabayar.

Allo stesso modo, l’analista internazionale di origine siriana Layla Tajeldine ritiene che questo nuovo passo intrapreso dalla Russia sia una nuova partita a scacchi dove ora si sta combattendo il terrorismo con i risultati positivi che saranno presto visibili.

Secondo lei, i risultati positivi arriveranno «se gli Stati Uniti e suoi alleati smetteranno di incoraggiare questi gruppi terroristici, pagandoli, addestrandoli e finanziandoli in tutti i modi che abbiamo visto fino ad ora».

Análisis de Entorno Situacional Político (20oct2015)

por Néstor Francia 

Martes 20 de octubre de 2015

– Ideología de la derecha

– Conceptos impuestos

– Miquilena, el dinosaurio

– Como Judas

– Sangrando por los amigotes

– Entre un principio y un millón de amigos…

– Enriqueciéndose y cambiando

– Chávez, ingenuo y crédulo

– Infundios contra Chávez

– ¿Propiedad privada o propiedad individual?

– Errores de aprendizaje

– La idea del pueblo como accesorio

– Un hecho natural

Es interesante constatar el comportamiento ideológico de la derecha contemporánea en cualquier lugar donde esta se encuentre. Este sector ha logrado imponer una serie de conceptos apelando al método de la repetición incansable y a un formidable aparato de propaganda y dominación cultural que ha definido bastante bien Ignacio Ramonet:

“¿Por qué no suscita mayores críticas o resistencias una superioridad militar, diplomática, económica y tecnológica tan aplastante? Porque, además, Estados Unidos ejerce su hegemonía en el campo cultural e ideológico…En innumerables campos, Estados Unidos se ha asegurado el control del vocabulario, de los conceptos y del sentido”.

Hoy haremos un ejercicio para diseccionar cierto discurso de la derecha que se expresa esta vez por boca de un verdadero dinosaurio, un tránsfuga que en cierto sentido nunca fue lo que aparentaba: Luis Miquilena. Es verdad que este hombre es un anciano de 95 años que debería estar cuidando a sus nietos, pero uno de estos intelectuales comprometidos con los enemigos de nuestro pueblo, Leonardo Padrón, lo ha traído nuevamente a la vida pública en su veleidoso programa radial “Los imposibles”. En buena parte de la entrevista, Miquilena se dedicó a despotricar contra Hugo Chávez, a quien traicionó por unas monedas, como Judas a Cristo.

En efecto, nosotros trabajábamos en Miraflores, poco después de la defección de Miquilena, asesorando al entonces Ministro de la Secretaría de la Presidencia, Rafael Vargas. En Palacio era de conocimiento general que la verdadera causa de la separación de Miquilena del proceso revolucionario fue que el Comandante se negó a poner en sus manos y en la de sus amigotes propietarios de empresas de seguros todas las pólizas del Estado. Miquilena habría tildado a Chávez de “ingrato” aduciendo que estos personajes habían ayudado, financiando la campaña electoral del Presidente. Nosotros no descartamos que esos aseguradores hayan hecho aportes a esa campaña, pero de lo que sí estamos seguros es de que Chávez jamás asumió ningún compromiso por esa razón, de sobra lo conocemos los venezolanos. El Comandante le aplicó a Miquilena una de las premisas cardinales de su vida: “Entre un principio y un millón de amigos, me quedo con el principio”.

El traidor posó siempre como hombre de izquierda y provenía de las filas del pueblo, pero comenzó a cambiar mucho antes de que apareciera Chávez en el escenario, cuando amparado en sus amistades izquierdistas del mundo empezó a amasar dinero y a convertirse en millonario. Cuando nosotros lo conocimos personalmente en aquella campaña de 1998, ya andaba siempre acompañado de un grupo de tipos que parecían sacados de una película de gánsteres. Ya era parte de una mafia. Así lo sentimos y nunca nos gustó aquel señor, pero Chávez era a veces ingenuo y creía demasiado en la gente. De hecho, se le acercaron muchos bichos a quien él acogió con afecto y confianza, y que después le dieron la puñalada trapera, como Alfredo Peña, Carmen Ramia, Luis Alfonso Dávila, el mismo Miquilena, los generales Urdaneta y Baduel, y otros. Pero vayamos a la entrevista.

Con la venia de Padrón, Miquilena abundó en infundios y mentiras referidas a Chávez ¡Qué distinta calidad a la de Chávez, quien jamás dijo en público ni una palabra contra él, después de la traición!

Veamos algunas perlas que asoma este anciano burgués: “Nos reunimos en Margarita, en el hotel (durante una visita de Fidel). Ahí le dije: es un error garrafal que tú escojas el camino del estatismo, y el comunismo disfrazado de alpargatas. Esto es una chapucería lo que tú tienes aquí. Expropiar gente, atentar contra la propiedad privada, la cual existe desde el hombre primitivo. Le señalé todas esas cosas ¿Cómo vienes tú a quitarle fábricas a una gente? Hay en este aserto una de esas ideas prefabricadas por la burguesía: que la propiedad privada es eterna, natural y que siempre ha existido. Este concepto parte de un error común, la confusión entre propiedad privada y existencia individual. Los hombres originarios tenían pequeñas propiedades individuales, básicamente vestimenta, enseres del hogar, herramientas. No eran “propiedad privada” tal como la concibe la burguesía. Eran propiedad individual. Nada que haga el ser humano es “privado”, todo es público, ya que el hombre es una especie social. La propiedad privada de la burguesía suele ser una forma bastante pública de

expoliar a los demás.

Nosotros no dudamos que Chávez cometió errores, pero estos siempre tendrán muy poco peso ante la grandeza de sus aciertos. De algún modo los errores de Chávez (como darle tanto poder a Miquilena, por ejemplo, cuyos socios llegaron a dominar el Tribunal Supremo de Justicia y juzgar que los golpistas de 2002 habrían actuado “preñados de buenas intenciones”) fueron errores de aprendizaje, de experimentación en el dificilísimo arte de gobernar.

Precisamente, Miquilena se refirió en la entrevista a aquel golpe de Estado fallido. El traidor le habría dicho a Chávez: “Tú deberías agradecer y ponerle una estatua a Carmona Estanga, por la cantidad de disparates que cometió con los torpes que lo asesoraron… Tú estabas tumbado… Carmona Estanga te abrió la posibilidad de que regresaras”. Esta es otra idea de un burgués redomado: el papel del pueblo siempre es secundario, los hechos históricos dependen exclusivamente de hombres providenciales o de eventualidades referidas al poder constituido, a intrigas cortesanas.

No es necesario explicar quién fue el gran protagonista de aquellos eventos, el pueblo militar y civil que salió como una tromba a restaurar el orden democrático y a rescatar a Chávez. Por supuesto, para Miquilena y Padrón el pueblo no existe o es tan solo accesorio.

Que este dinosaurio se muestre tan injusto y falaz contra Chávez y el pueblo es un hecho natural. Socialmente, Miquilena es más que una persona: es un pensamiento, una ideología, un carácter existencial: el de la burguesía.

Il Comune di Napoli riceve il Comitato Vittime delle guarimbas

da Comitato delle vittime delle guarimbas e del golpe continuo

L’Amministrazione comunale di Napoli, attraverso l’assessore Alessandro Fucito, responsabile della cooperazione internazionale, ha ricevuto, ieri 19 ottobre 2015, la richiesta ufficiale del Comitato delle Vittime delle guarimbas e del golpe continuo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Di seguito il testo:

Noi, donne e noi uomini del “Comité de Victimas de las Guarimbas y Golpe continuado”, nella nostra condizione di vittime e di familiari delle vittime della violenza politica accaduta in Venezuela nel mese di aprile del 2013 e da febbraio a giugno 2014, ci rivolgiamo a Voi al fine di esporVi e informarVi sui seguenti fatti:

Come è noto, negli ultimi due anni il nostro paese è stato vittima di attacchi violenti contro le istituzioni democratiche da parte di settori nazionali ed internazionali precisamente identificati, con il proposito di non riconoscere la volontà della maggioranza del popolo venezuelano e forzare una rottura dell’ordine costituzionale.

Tale offensiva è giunta al suo apice attraverso la promozione di atti di violenza e terrorismo contro persone ed istituzioni, in violazione dei diritti umani degli abitanti della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Come risultato di tali atti, solo nell’anno 2014, 43 persone hanno perso la vita e 878 sono rimaste ferite: tra queste ultime eravamo anche noi, ora componenti di questo Comitato.

Inoltre, questa violenza, attivata per motivi politici, pianificata e portata avanti in tutto il paese, ha gravemente colpito strutture educative, centri ambulatoriali, locali di stoccaggio e di distribuzione di alimenti, oltre ad altre strutture destinate alla garanzia dei diritti umani.

Purtroppo, tutti questi avvenimenti sono stati taciuti o manipolati dai media, da diversi attori politici e persino da alcuni organismi internazionali nel campo dei diritti umani, pretendendo di mostrare gli autori intellettuali e materiali della violenza come vittime del potere statale e scordando completamente chi, come noi, ha sofferto e soffre ancora le conseguenze dell’ appello alla violenza.

In virtù di quanto esposto, e in considerazione di tutti i casi di grave violazione dei nostri diritti umani e di quelli dei nostri familiari accaduti in occasione di tali eventi, Vi chiediamo molto rispettosamente di:

– Primo: prendere parte alla campagna internazionale di solidarietà con le vittime delle violenze politiche pianificate, dirette ed eseguite dai settori della destra radicale dell’opposizione venezuelana negli anni 2013 e 2014, attraverso la pubblicazione di comunicati, la diffusione di informazioni e la creazione di spazi di riflessione che permettano di conoscere la verità;

– Secondo: respingere gli atti di violenza promossi tra il 2013 e il 2014 dai settori dell’opposizione venezuelana, atti lesivi dei nostri diritti umani, del diritto alla vita, alla salute e all’integrità personale della nostra cittadinanza, e che hanno avuto come obiettivo quello di disconoscere le istituzioni democratiche e la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela;

– Terzo: esortare sia gli organismi internazionali che tutelano i diritti umani sia gli altri attori affinché evitino la strumentalizzazione politica dei diritti umani e non siano complici dei settori dell’opposizione venezuelana che cercano di mettere a tacere il tutto, tergiversando sugli eventi violenti e di incommensurabile odio che si sono vissuti in Venezuela tra il 2013 e il 2014.

Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale

Risvolti geopolitici di un conflitto internazionale: dentro la questione siriana

di Federico La Mattina – articolo tratto dal blog dell’Istituto Mediterraneo Studi Internazionali

Il conflitto siriano va contestualizzato all’interno della ‘guerra fredda’ per l’egemonia nel Golfo Persico (di fondamentale importanza geopolitica e geoenergetica) che vede opposte due potenze regionali con i loro alleati: Arabia Saudita e Iran. Tale conflitto pochi mesi dopo lo scoppio della rivolta ha subito un processo di internazionalizzazione: vi sono coinvolte le principali potenze regionali e mondiali e in Siria si sono riversati migliaia di miliziani jihadisti provenienti da decine di paesi diversi (attualmente l’autoproclamato califfato controlla una parte consistente del paese). L’incipit di un editoriale di “Limes” del 2013 fa proprio riferimento al fatto che in Siria «si combatte la prima guerra mondiale locale»[i] con il rischio che si possa trasformare in una «guerra mondiale mediorientale». Per tale ragione è impossibile analizzare il conflitto siriano e i risvolti geopolitici dell’ultimo periodo senza contestualizzarli all’interno delle complesse dinamiche mediorientali.

L’Arabia Saudita, interessata ad estendere la propria influenza politica e religiosa nella regione, punta a frantumare l’asse che unisce Iran, Siria, Hezbollah nel sud del Libano e il governo sciita irakeno; per tale ragione, congiuntamente con le altre monarchie del Golfo, ha sostenuto attivamente gruppi jihadisti per rovesciare il regime di Assad. La Turchia, vaneggiando ambizioni neo-ottomane, ha favorito indiscriminatamente l’ingresso di combattenti stranieri attraverso il confine turco-siriano. Le potenze occidentali – USA e Francia in testa –  hanno supportato i loro alleati regionali (è infatti noto, come ha puntualizzato lo stesso Kissinger, il legame spesso sottinteso che unisce Washington, Arabia Saudita e Israele[ii]), favorendo la destabilizzazione e la disintegrazione della Siria.

L’Arabia Saudita ha unito la storica alleanza con gli USA (basata sullo scambio petrolio/sicurezza) alla volontà di imporsi come leader del mondo islamico facendosi ‘garante’ manu miltari dello status quo nella regione, impegnandosi a frenare possibili contagi della cosiddetta “primavera araba” nella Penisola Arabica[iii]. In Bahrein (paese a maggioranza sciita) nel 2011 ha silenziato la nascitura ‘primavera’ mandando propri carri armati, timorosa di rivolgimenti politici ai propri confini; ha sostenuto nel 2013 il golpe in Egitto e ha recentemente assunto il ruolo guida della coalizione sunnita contro i ribelli Houthi (vicini all’Iran) in Yemen. Mentre in Siria e in Yemen ha agito in accordo con il Qatar (senza nascondere una certa rivalità[iv]), in Egitto e Libia le strade delle due petromonarchie si sono separate.

La formazione del cosiddetto califfato dell’IS è quindi diretta conseguenza del caos prodotto dalla guerra in Iraq (che ha incrementato lo scontro tra sunniti e sciiti) e del supporto più o meno diretto alla variegata galassia internazionale dei “ribelli”, finalizzato al rovesciamento del governo siriano (che ha visto unite in modalità differenti petromonarchie e potenze occidentali). Adesso l’IS, sfuggito di mano ai propri sponsor del Golfo, va sempre più configurandosi come un attore regionale potenzialmente destabilizzante a cui diversi gruppi si affiliano.

Gli Stati Uniti hanno preferito de facto una situazione di stallo senza vincitori né vinti nel conflitto che vede l’epicentro nel “Syraq”, piuttosto che favorire una vittoria schiacciante di una delle parti (più di due) in lotta. Una vittoria di Assad sarebbe innanzitutto una vittoria di Iran ed Hezbollah, acerrimi nemici dei principali alleati americani in Medio Oriente: sauditi e israeliani, già imbronciati per l’accordo sul nucleare iraniano. I molto blandi bombardamenti della coalizione a guida statunitense hanno infatti avuto al massimo il risultato di contenere l’IS, nulla di più.

Un filo rosso lega la crisi mediorientale a quella ucraina: il ritorno della Russia nello scenario internazionale avvenuto con la fermezza diplomatica mostrata da Putin nel conflitto siriano. Gli equilibri globali stanno mutando notevolmente: la straordinaria crescita della potenza cinese, la rinascita di una Russia rialzatasi dall’umiliazione subita negli anni di Eltsin (la storica francese Hélène Carrère d’Encausse ha parlato a tale proposito di «ritorno della potenza»[v]) e in generale l’ascesa dei Brics stanno configurando un assetto globale multipolare in cui l’egemonia statunitense è in fase declinante. In Medio Oriente la Russia si sta caratterizzando sempre più come un attore esterno di primo piano, capace di intessere relazioni diplomatiche costruttive con diversi Stati della regione e di incunearsi con un pragmatico realismo dove gli Stati Uniti perdono egemonia. L’Iran ha mostrato pieno supporto ai raid “anti-Isis” della Russia e il governo  irakeno, evidentemente deluso dall’inconcludente coalizione a guida americana, si è mostrato anch’esso favorevole all’azione russa. Lo stesso Egitto di al-Sisi si sta destreggiando tra l’alleanza con l’Arabia Saudita e il riavvicinamento con Mosca; il ministro degli esteri egiziano ha infatti espresso il proprio supporto all’operazione militare del Cremlino. D’altra parte l’Egitto di al-Sisi vede nella fratellanza musulmana il principale nemico interno e questa politica si rispecchia anche negli scenari libico (dove ha forti interessi egemonici) e siriano.

L’attivismo diplomatico e il recente intervento militare della Russia nella questione siriana non si spiegano soltanto con la volontà di mantenere i residui dell’influenza sovietica nell’area mediterranea e mediorientale ma anche (soprattutto) con motivazioni strettamente legate all’unità della Federazione. La Russia teme un Medio Oriente caotico in cui organizzazioni jihadiste impazzano in territori ormai privi di statualità alle porte del Caucaso (in Siria affluiscono molti miliziani ceceni e il jihadismo di ritorno è un grave pericolo anche per la Russia).

Il Medio Oriente è un’area in deflagrazione in cui mire geopolitiche si uniscono a contrapposizioni politiche, settarie, tribali e territoriali. Le questioni geopolitiche e geoenergetiche prevalgono sul pur influente discorso settario (si pensi all’importanza strategica degli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb). «Il conflitto attualmente in corso è tanto religioso quanto geopolitico» scrive Kissinger che ovviamente auspica un nuovo ordine regionale a guida americana[vi].

Quale sarà il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente nel futuro? Gli USA hanno adottato un atteggiamento altalenante e contraddittorio nel corso delle cosiddette “primavere arabe” messo bene in luce da Roberto Iannuzzi in “Geopolitica del collasso”. Iannuzzi puntualizza correttamente come il Medio Oriente continuerà ad essere la fonte petrolifera principale del pianeta, affermando che l’atteggiamento contradditorio di Washington è «il risultato di un declino dell’influenza americana e della sua minore capacità di plasmare gli eventi» e che tale declino è una conseguenza sia «della crisi economica in cui versa l’America, sia dell’esito disastroso delle guerre dell’era Bush in Iraq e Afghanistan»[vii].

Dopo la conclusione della parentesi eltsiniana e di ciò che essa rappresentava sia in politica interna che in politica estera, una Russia nuovamente attiva nello scenario mediorientale ha colmato i vuoti lasciati dalla superpotenza statunitense. Dai recenti eventi siriani emerge una conferma del riavvicinamento tra Russia ed Egitto, un rinsaldamento dell’intesa (non priva di competizione per l’influenza nella regione) russo-iraniana e un allontanamento con la Turchia, che certamente non vede di buon occhio l’agenda mediorientale di Mosca. Al solido asse Mosca-Damasco-Teheran si aggiungono quindi inaspettate nuove buone relazioni con Egitto e Iraq. E’ bene sottolineare che Russia e Iran non hanno mai escluso una transizione politica (che escluda i gruppi terroristici) in Siria con il consenso di Assad. Il punto fondamentale, come fa notare Alberto Negri, è il mantenimento delle strutture militari e di intelligence[viii], necessarie a garantire stabilità al paese che altrimenti rischierebbe di scivolare in una riedizione dello scenario libico. Anche la Cina (in modo maggiormente defilato) sostiene la Russia, con cui ha rafforzato una partnership non troppo stabile ma certamente inedita e in via di consolidamento. Immutate restano le velleitarie ma ugualmente distruttive ambizioni neocoloniali dei franco-britannici, evidentemente non sazi del disastro libico ad essi largamente imputabile.

Il mutamento degli equilibri in Medio Oriente e le implicazioni che ne derivano a livello globale rappresentano i primi ‘smottamenti’ post-unipolari di un mondo in via di cambiamento.

Benvenuti nel ventunesimo secolo.

Note

[i] Vedi La perla di Lawrence, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 2/2013.

[ii] H. Kissinger, Ordine Mondiale, Milano, Mondadori, 2015, p. 134.

[iii] Per una sintetica storia del regno saudita si veda F. Petroni, Alla radice delle ossessioni arabo-saudite, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2014.

[iv] Cfr. R. Soubrouillard, Il Qatar rientra nei ranghi, in «Limes, rivista italiana di geopolitica», 9/2013.

[v] H. Carrère d’Encausse, La Russia tra due mondi, Roma, Salerno editrice, 2011, p. 10.

[vi] H. Kissinger, Ordine Mondiale , op. cit. p. 145.

[vii] R. Iannuzzi, Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale, Roma, Castelvecchi, 2014, p. 264.

[viii] A. Negri, L’Iran potrebbe liquidare Assad, ma non gli alauiti, «Istituto per gli studi di politica internazionale», 06/10/2015.

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