Lecce 13nov2015: La guerra in Siria, incontro con Fulvio Grimaldi

da Officine Culturali Ergot

Venerdì, 13 novembre 2015 ore 18,00 

Officine Culturali Ergot

Piazzetta Falconieri 1/b, 73100 Lecce

Dal 2011 la Siria, un moderno Paese arabo dotato di una Costituzione laica, progressista e multi-confessionale, è stata preso di mira dalla NATO e dalle petromonarchie oscurantiste del Golfo Persico con una “guerra sporca” che puntava a rimuovere il legittimo Presidente Bashar Al Assad e ad instaurare un nuovo Califfato medievale con a capo islamisti radicali manovrati dagli USA e dai loro alleati.

Ma il popolo siriano e il suo valoroso esercito hanno saputo resistere per ben 4 anni e mezzo a questa terribile aggressione, che comunque ha prodotto centinaia di migliaia di morti tra i civili e la fuga forzata di circa 3 milioni di siriani dalle loro case e villaggi, oltre alla distruzione di un patrimonio storico ed archeologico di immane valore nelle città di Aleppo e Palmira. >>>continua a leggere>>>

Appello della Gioventù Palestinese al mondo

di Movimento dei Giovani Palestinesi

Gerusalemme e la spianata delle Moschee, da lungo tempo sono soggette a restrizione all’accesso ai fedeli musulmani e cristiani, cosa che costituisce una violazione dei diritti dei palestinesi e e una “giudaizzazione” forzata sulla città. Oltre a ciò, una pulizia etnica e la colonizzazione della Palestina, nelle ultime settimane, la Moschea sacra di Al-Aqsa è stata obiettivo di assalti e profanazioni da parte dei coloni sionisti, che hanno perpetrato insieme alle forze di occupazione, numerosi eccidi e fino ad ora centinaia di sequestri di giovani in Palestina.

L’insieme della sottomissione militare sionista, l’oppressione, l’occupazione, la impunità, l’umiliazione, i crimini e alcune “autorità” palestinesi complici che servono da guardia all’occupazione invece di portare avanti il progetto di liberazione della Palestina, perseguono la soppressione della resistenza per così accelerare la pulizia etnica. In questa impari lotta tra un progetto razzista armato e la resistenza eroica e disarmata del popolo palestinese, lo stato fuorilegge e criminale d’Israele gode ancora del sostegno dei suoi alleati, motivo per il quale li consideriamo anch’essi responsabili di tutti questi crimini.

Noi, in quanto gioventù palestinese nella diaspora, dobbiamo assumere i nostri pieni diritti e le nostre responsabilità nella difesa del nostro popolo e della nostra terra, passando all’azione ovunque ci troviamo. La attuale lotta in tutta la Palestina è nostra; si tratta di fare in modo che prevalga sul progetto coloniale, e posizionarci contro il colonialismo in tutte le sue forme e responsabilità. Questa lotta rappresenta la sollevazione di tutti i palestinesi, uniti in ogni parte del mondo e sotto i principi della dignità, della giustizia e della liberazione di tutta la Palestina. Condividiamo la voce della resistenza palestinese. Denunciamo i crimini sionisti e la complicità dei suoi alleati. Rompiamo l’isolamento dei palestinesi sotto occupazione.

Per questo la gioventù palestinese della diaspora si appella a tutti i palestinesi in esilio, ai movimenti internazionali di solidarietà e tutte le persone per bene che credono nella giustizia, dando seguito agli sforzi della mobilitazione, accompagnando tutte le attività programmate di appoggio alla resistenza palestinese e in special  modo per unirsi al presente appello per la mobilitazione internazionale per questo 29 novembre 2015, che continuerà annualmente fino a che la Palestina non sia libera.

Scegliendo la “Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese della ONU” come il giorno per l’azione globale (29 novembre), riaffermiamo che la solidarietà è genuina solo se rispetta tutti i principi nazionali palestinesi, il ruolo di tutte le comunità palestinesi in ogni parte nella sua lotta per la liberazione e la legittimità della resistenza palestinese.

Fine dell’occupazione sionista e della colonizzazione della Palestina!

Totale Appoggio alla Resistenza palestinese!

Libertà peri prigionieri palestinesi!

Diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi!

Fine del silenzio complice della comunità internazionale!

Appoggio alla campagna mondiale BDS – Boicottaggio, Dis-investimento e Sanzioni contro Israele!

Per unirsi a questo appello per favore inviate un email a: pal.youth.transnational@gmail.com

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia] 

Cultura e politica con il Venezuela sotto attacco degli USA

Il mondo della politica e della cultura si stringe intorno al Venezuela sotto attacco dagli Usa. Padre Alex Zanotelli: Tutta la mia solidarietà a un paese che si è speso per la pace mondiale

da lantidiplomatico.it

Il mondo della politica e della cultura si stringe intorno al Venezuela sotto attacco dagli Usa. Padre Alex Zanotelli: “Tutta la mia solidarietà a un paese che si è speso per la pace mondiale”. Vattimo: “Tutti i democratici del mondo stanno con il Venezuela e l’America Latina minacciata dagli Stati Uniti”.

 
Viviamo in un’epoca molto strana. La cappa della disinformazione di massa ci opprime ogni giorno. Un’epoca in cui chi è responsabile della morte di milioni di civili iracheni, chi ha usato Al Qaeda in Libia, armato e sostenuto Al Qaeda in Siria; chi ha utilizzato Pravy Sektor e nazisti dichiarati per organizzare un colpo di stato in Ucraina, chi supporta e protegge tutti i crimini di Israele contro i palestinesi, chi è il principale alleato in Medio Oriente del regime feudale e criminale dell’Arabia Saudita, gli Stai Uniti, può ancora definirsi il paladino internazionale della “democrazia” e in diritto di imporre con la forza o con colpi di stato morbidi il suo sistema neo-liberista fallito e fallimentare. Il tutto grazie all’aiuto decisivo di un sistema di disinformazione di massa connivente e a vassalli sparsi per governi una volta sovrani e liberi di Europa.
 
Dopo aver cercato di assassinare, come dimostrano le ultime rivelazioni di Wikileaks in modo inequivocabile anche per chi continua ad informarsi con la Repubblica o ascoltando il TG1, nell’ordine Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa, solo perché avevano rigettato le sue catene e dato di nuovo dignità e diritti alle loro popolazioni in America Latina, il regime nord-americano è tornato, in questi mesi, prepotentemente alla carica contro la via indipendente, libera e sovrana scelta dalla Repubblica bolivariana del Venezuela. E lo fa con una forza sempre maggiore con una guerra economica di un’intensità sempre maggiore, perché sa bene che il Venezuela, come gli altri paesi dell’Alba bolivariana, rappresentano un esempio di emancipazione possibile dalle catene del Fondo Monetario Internazionale e quelle del Washington Consensus. Le catene, per comprenderci, che nell’Europa del sud stanno distruggendo diritti e Welfare di intere popolazioni.
 
L’attacco è enorme e di un’intensità sempre maggiore con il responsabile del Comando Sud dell’esercito degli Stati Uniti, John Kelly, che è arrivato ad annunciare, in un’intervista alla CNN, che Washington sarebbe potuta intervenire in Venezuela perché la nazione latinoamericana “è prossima all’implosione”, per una “crisi umanitaria” fuori controllo. Per questo, nella giornata di oggi diversi intellettuali e uomini politici hanno voluto esprimere la loro solidarietà ai continui attacchi di ingerenza subiti dal popolo venezuelano da parte del regime degli Stati Uniti. Ve ne riportiamo alcune.
 
 
Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, Napoli 31 ottobre 2015 
 

“Tutta la mia solidarietà al popolo del Venezuela, un paese che si è  speso per la pace mondiale e per la fraterna cooperazione Sud-Sud. Le ingerenze esterne che da tempo colpiscono il Venezuela sono inaccettabili, sia quando prendono la forma di guerra economica sia quando assumono l’aspetto di minacce di intervento militare, come sta accadendo in questi giorni. Pace, pace”.

 

Gianni Vattimo, filosofo, professore universitario ed Ex Europarlamentare
 
“Tutti i democratici del mondo stanno con il Venezuela e l’America Latina minacciata dagli Stati Uniti. Viva Chávez, viva Maduro, no all’imperialismo del capitale”.
 
 
Gianni Minà, giornalista, scrittore, direttore della Rivista “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”
 
“Il capo del comando Sud degli Stati Uniti, il generale John Kelly, non se ne è forse accorto, ma l’America Latina, e il Venezuela di Chávez e di Maduro in particolare, è uno esempio oggi, al contrario di quando era “il cortile di casa” degli USA, di democrazia partecipativa che ha offerto una via possibile di emancipazione al sistema fallito che gli Stati Uniti vogliono imporre al mondo”.
 
Luciano Vasapollo, pro Rettore dell’Università La Sapienza di Roma
 
“Diamo pieno sostegno incondizionale al presidente Maduro, al governo e al popolo rivoluzionario bolivariano. In questi momenti di attachi dell’imperialismo e dell’oligarchia e dei mercenari fascisti. In una guerra mediatica e psicologica senza precedenti. Il Venezuela chavista e bolivariano del presidente Maduro rappresenta un punto di riferimento a livello internazionale per la difesa dell’umanità e l’autodeterminazione dei popoli. Chávez Vive la lotta internazionale continua!. In difesa dell’umanità e con la rivoluzione chavista la vittoria è garantita”.
 
 
Manlio di Stefano, capo Gruppo della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati per il Movimento 5 Stelle 
“Nel marzo scorso alla camera dei Deputati italiana, il Movimento 5 Stelle ha organizzato un importante convegno sull’Alba bolivariana, un’organizzazione costruita su basi solidali e compensativi da paesi liberi, sovrani e indipendenti che in passato hanno saputo spezzare le catene del FMI e di Washington, che hanno imposto per decenni povertà per il solo benessere delle multinazionali occidentale e di un modello economico fallimentare. Più o meno, con le dovute differenze dei due continenti, è quello che sta accadendo nell’Europa del sud e per questo l’esperienza dell’Alba rappresenta un punto di riferimento per chi come il M5S vuole ritornare ad una politica libera, sovrana e indipendente, senza più le catene della Troika. L’attacco da parte degli Stati Uniti contro l’Ecuador di Correa, la Bolivia di Morales e, soprattutto, il Venezuela di Maduro, con una guerra economica continua, da parte di chi vuole far tornare il Sud America il “cortile di casa” delle politiche neo-liberiste nord-americane non è tollerabile. Tutti coloro che si battono per la sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e un mondo multilaterale di pace, come il Movimento 5 Stelle, lotteranno per impedirlo”.
 
Paolo Becchi, professore ordinario di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Genova
 
“In Europa del sud la dittatura della Troika, con lo strumento di distruzione di massa dell’euro, ha di fatto distrutto diritti che pensavamo inalienabili, ha demolito la democrazia (Portogallo, Grecia e Italia dimostrano come le elezioni sono solo feticci di decisioni già prese a Bruxelles) e il Welfare frutto di decennali lotte ormai un ricordo. C’è una regione del mondo, al contrario, che ha saputo dire no a questa logica in passato ed è il Sud America. Attraverso l’organizzazione dell’Alba bolivariana ha dimostrato che esiste un modello che può vivere in pace con il resto del mondo, senza bisogne di guerre per depredare altri mercati, e che si può tornare a garantire una vita dignitosa a tutta la popolazione con politiche sociali redistributive e benessere sociale per tutti. L’attacco vergognoso e l’ingerenza degli Stati Uniti con una guerra economica continua e colpi di stati morbidi contro un governo democraticamente eletto come accade oggi in Venezuela rappresenta un’ingerenza intollerabile per tutti coloro che come me aspirano ad un futuro senza la dittatura economica e finanziaria del neo-liberismo”.
 
Geraldina Colotti, giornalista de Il Manifesto e de Le Monde Diplomatique
 
“Sostenere il socialismo bolivariano per difendere il cammino verso un mondo senza sfruttamento e guerre di aggressione. Sostenere il Venezuela socialista rende più forte la lotta dei popoli oppressi e più concreta la speranza”.
 
Carlo Amirante, già Professore di diritto costituzionale all’Università Federico II
 
“La Repubblica Bolivariana del Venezuela non solo è riuscita a divenire grazie alla rivoluzione bolivariana una democrazia partecipativa avanzata, ma rappresenta oggi a livello giuridico un esempio avanzatissimo sul rispetto e la tutela dei diritti umani, il rispetto dell’ambiente e i diritti della natura, i diritti, infine, della donna. Esprimo tutta la mia solidarietà al popolo venezuelano contro l’ingerenza, l’ennesima, degli Stati Uniti, che vogliono far tornare il paese ai tempi in cui tutti quei diritti non c’erano, ma c’era il pieno sbocco per le multinazionali pronte a sfruttare lavoro e risorse altrui sempre”. 
 
Marinella Correggia, giornalista, scrittrice e eco-attivista
 
“L’Asse della guerra dominato dal regime degli Stati Uniti continua a minacciare i popoli e paesi che lavorano per la pace e la solidarietà mondiale e che si oppongono attivamente alle guerre imperialiste e alle politiche che uccidono l’umanità e il pianeta.
Il Venezuela bolivariano, che ha raccolto l’eredità del presidente Hugo Chávez, continua a essere vittima di una criminale guerra economica alla quale si aggiungono talvolta più o meno velate  minacce militari da parte di chi si crede padrone del mondo. Le ultime dichiarazioni di John Kelly, responsabile del Comando Sud, sono semplicemente vergognose.

Basta! La Terra è di tutti, non del regime di Washington. Solidarietà al popolo e al governo popolare del Venezuela”.

[… e tante altre dichiarazioni dalla politica e dal mondo intellettuale rilanciate per tutta la giornata di oggi qui.]
 
La Terra è di tutti, non del regime di Washington. Se solo dal Nord America smettessero di pensare di poter indirizzare le scelte di tutte le popolazioni che non si allineano ai loro diktat, il pianeta sarebbe un posto più ospitale per tutti. Chi ha creato un sistema fallito e drammaticamente fallimentare in cui vivono 15 milioni di bambini in condizioni di povertà, in cui la diseguaglianza sociale ha raggiunto livelli che rispecchiano più il feudalesimo che una società moderna e in cui è detenuta

il 25% della popolazione carcercaria del mondo, per fare solo tre esempi delle decine che si si potrebbero fare, non può essere certo un modello per nessuno, a parte Renzi.

Il Re è, comunque, sempre più nudo per l’opera di informazione e emancipazione compiuta recentemente dai paesi dei Brics e da quelli dell’Alba bolivariana prima. Il momento è decisivo e bisogna lottare contro gli ultimi colpi di coda del tiranno globale. Il popolo venezuelano ha il diritto di poter scegliere liberamente il suo destino. Lui e nessun altro.

de Magistris a l’AntiDiplomatico: da Napoli verso una nuova Europa

Luigi de Magistris a l'AntiDiplomatico: “Da Napoli il laboratorio di una nuova Europa possibile”di Fabrizio Verde – lantidiplomatico.it

Scambi economici con monete alternative all’euro, diplomazia dei popoli, cooperazione, mutualismo, solidarietà, partecipazione popolare e liberazione degli spazi. Con lo sguardo rivolto all’esperienza dei paesi dell’Alba, la ricetta per una nuova Europa del sud proposta dal sindaco di Napoli  

“Da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un’altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso”. A pochi giorni dalla polemica scoppiata nel corso della trasmissione di Massimo Giletti “L’Arena”, nel corso della quale il “giornalista” e Matteo Salvini hanno insultato Napoli, definendola “città indecorosa”, l’AntiDiplomatico ha incontrato il sindaco Luigi de Magistris per una chiacchierata sui temi di politica internazionale e sul ruolo da protagonista che la città di Napoli vuole giocare nella costruzione di un’Europa alternativa possibile. De Magistris ha ribadito che le (indecorose, quelle si) politiche neo-liberiste dell’Europa si possono sconfiggere anche guardando all’esperienza recente dei paesi dell’ALBA bolivariana.

L’intervista

 
– Nonostante l’oggettiva insostenibilità e le previsioni di una sua fine imminente, l’Euro è ancora la moneta di riferimento per i 18 paesi membri. Non crede che l’esperienza recente greca dimostri che l’Euro sia destinato a durare per un periodo prolungato, data l’impossibilità per un paese singolo che non sia la Germania, di ‘staccare la spina’. E proprio per questo non crede sia giunto il momento di iniziare a ragionare in termini di ‘Europa del Sud’, immaginando in un lasso temporale di medio-lungo periodo, una nuova organizzazione in grado di sostituirsi all’Unione Europea e alla zona Euro, basata su altri modelli macro-economici e altri valori di riferimento? A suo giudizio potrebbe essere l’ALBA latinoamericana, modello d’integrazione basato su solidarietà e giustizia sociale, il modello da seguire?
 

Sicuramente c’è bisogno della costruzione di un’altra Europa. L’Europa si è preoccupata in cinquant’anni e più di costruire in particolare la globalizzazione monetaria, finanziaria ed economica, non preoccupandosi di costruire quella dei diritti, delle persone e nemmeno di consolidare quella della solidarietà e della lotta alle disuguaglianze. Quindi da Sud e dal Sud Europa, può nascere una spinta per la costruzione di un’altra Europa e abbiamo dei segnali rappresentati da alcune esperienze nel sud Italia. Non vorrei apparire presuntuoso, ma il mio percorso politico e amministrativo nella città di Napoli si inserisce in questo discorso. Penso all’esperienza di Tsipras in Grecia, penso all’esperienza di Podemos a Barcellona. Credo che il sud Europa debba provare a costruire modelli non solo sociali, culturali e politici, ma anche economici diversi.

Quindi finanche il tema della moneta, secondo me, non dev’essere un tabù. Nel senso di costruire scambi economici fondati su monete alternative o comunque che vanno ad aggiungersi all’Euro. Senza per questo andare a fare una guerra di religione sull’Euro e la moneta unica, ma sicuramente con l’anelito di costruire modelli economici dal basso, con un’economia vicina alle comunità locali e che quindi non sia eterodiretta dalle grandi centrali della finanza e delle banche internazionali, quindi fondata sulla cooperazione, il mutualismo, la partecipazione popolare, il crowdfunding, su altre modalità di partecipazione alla vita collettiva attraverso la costruzione del concetto di bene comune che contiene al suo interno anche modelli economici alternativi. 


Quindi, io credo che dall’Europa del sud stia venendo una spinta forte verso la costruzione di un’altra Europa. 
Si può guardare alle esperienze latinoamericane, ai movimenti popolari del Sudamerica, a quelle esperienze politiche che si sono contraddistinte nel corso della storia. Credo che ci sono delle similitudini, fondate sulla sete di giustizia, sulla lotta alla disuguaglianza, sulla voglia di libertà, di andare contro gli oligopoli, contro le eterodirezioni. Noi non vogliamo essere né eterodiretti, né mantenuti, né assistiti. I popoli del sud questa forza devono avere: quella di fondare il proprio riscatto sulla voglia di autodeterminazione, di autogestione, sul concetto di appartenenza alla propria terra, che significa riscatto e non vincolo di schiavitù e subordinazione. Secondo me solo dal sud del mondo può venire una rivoluzione di questo tipo.  
 
– Uno dei pilastri fondamentali dell’ALBA è il Venezuela bolivariano, una realtà a cui lei ha mostrato in più occasioni vicinanza e solidarietà. Ritiene possibile per Napoli, come fece la città di Londra nel 2007, trovare un accordo di collaborazione con questo paese per ricevere carburante a prezzo scontato – in modo da abbassare le tariffe del trasporto pubblico per i meno abbienti – in cambio di know-how?Un accordo tra la città di Napoli e il Venezuela fu oggetto di colloqui importanti tra me e l’ex Console venezuelano a Napoli. Lavorammo anche alla stesura di un protocollo, che fece passi in avanti importantissimi sino ad arrivare a un accordo tra la città di Napoli e il governo venezuelano, che poi si arenò perché c’era bisogno di avere il via libera da parte del Ministero degli Esteri. Proprio qui in Italia, questo accordo si arenò perché venne detto che le città non potevano fare accordi diretti con governi. Però devo dire, questa è una notizia, che ci stiamo riprovando. Un mese fa circa ho avuto un incontro con l’Ambasciatore venezuelano a Roma, un incontro molto importante e proficuo, dove abbiamo rinsaldato rapporti per iniziative culturali e politiche, e dove abbiamo deciso di riprendere vigorosamente la possibilità di firmare un accordo. I nostri uffici sono nuovamente al lavoro per cercare di ottenere il via libera da parte del nostro governo. Sarebbe una gran bella cosa connettere i porti direttamente, connettere la nostra città al Venezuela. Realizzare esattamente quello che noi volevamo scrivere nel protocollo d’intesa: petrolio in cambio di know-how, sia in ambito tecnologico per l’industria, sia in ambito culturale.      

 
– Dal 3 ottobre in Italia, Spagna e Portogallo è in corso la «Trident Juncture 2015» (TJ15) – «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino» nella definizione data dallo U.S. Army Europe, in cui il Comando delle forze congiunte NATO di Napoli avrà un ruolo chiave. Lei si è immediatamente schierato contro questa politica aggressiva e di guerra, dichiarando il Porto di Napoli ‘area denuclearizzata’. Cos’altro può fare lei come Sindaco in opposizione all’aggressività della NATO e la città di Napoli in generale per promuovere una politica di pace nell’area mediterranea?
 
Dobbiamo innanzitutto partire dalla Costituzione italiana nata dalla Resistenza al nazifascismo. L’Italia ripudia la guerra, articoli 10 e 11, come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Napoli ha la promozione della pace come elemento costitutivo della città, e noi come amministrazione lavoriamo in quella direzione: mentre altri innalzano mura nella civile Europa, noi non ne costruiamo. Anzi lavoriamo per costruire ponti di pace e per abbattere confini. La nostra città è sempre più una città di abitanti e non di cittadini: visto che il paese non riesce a dare la cittadinanza a chi nasce in Italia noi andiamo oltre e siamo la città degli abitanti. Tutti quelli che vogliono venire a Napoli trovano un luogo di accoglienza, solidarietà e fratellanza. Da questo punto di vista ci vogliamo caratterizzare, come una città che costruisce relazioni diplomatiche dal basso che vanno verso la non-violenza e la non aggressività. 

Dare messaggi che possano portare atti concreti e speranze laddove c’è guerra. Questo è quello che ho cercato di fare sulla questione mediorientale tra Palestina e Israele, cerchiamo anche di farlo tessendo rapporti con la comunità russa sul piano culturale. A noi non interessa schierarci in questa nuova guerra fredda, e non solo fredda, noi vogliamo essere amici del popolo americano, ma allo stesso tempo amici del popolo russo. Costruire relazioni diplomatiche dal basso e rapporti forti tra le nostre comunità. Credo che sia stato molto significativo, aver con una delibera di giunta dichiarato il porto di Napoli de-nuclearizzato. Un atto molto importante, motivato, a cui ha fatto seguito un ordine del giorno nell’Autorità Portuale perché noi non vogliamo che nel Porto di Napoli entrino sommergibili a propulsione nucleare o che ci siano portaerei con armamenti nucleari.


Siamo contro le esercitazioni militari di qualunque tipo e soprattutto di questo tipo – si tratta della più imponente dalla caduta del Muro di Berlino – nel nostro Golfo, che dev’essere il Golfo del turismo, dei naviganti, dell’accoglienza; il Golfo del recupero del mare, della preservazione della fauna ittica. A noi interessa costruire una città dell’accoglienza, multietnica, capitale del Mediterraneo che prova a costruire connessioni affinché il Mar Mediterraneo torni a essere un mare non insanguinato. Un mare azzurro e non rosso sangue. 
              
 
– Mentre diktat europei e politiche ultraliberiste svuotano le istituzioni elettive, Napoli continuerà a puntare sulla democrazia partecipativa?
 
Sempre con maggiore forza. Nell’ultimo anno e mezzo c’è stata una grande accelerazione in quella direzione. Crediamo nelle esperieze di autodeterminazione dal basso, guardiamo con grande interesse, per esempio alla questione di Kobane. Guardiamo con interesse alla liberazione di spazi che erano andati abbandonati o che non erano considerati più di nessuno. Abbiamo sostenuto non intaccandone per nulla l’autonomia, perché io credo molto al concetto di autonomia in tutti i sensi, anche in politica, esperienze tipo l’ex OPG a Materdei, ma penso anche alle altre esperienze come il Giardino Liberato sempre a Materdei, Santa Fede Liberata nel Centro Storico, l’Asilo Filangieri, Villa Medusa e altre esperienze. Noi crediamo che queste non sono azioni di occupazione illegale, violenta, di spazi della nostra città, ma processi caratterizzati da veri e propri connotati di liberazione di spazi abbandonati. 

L’amministrazione non è conflittuale con tutto questo, anzi. La vera rivoluzione è quella di tornare in qualche modo all’agorà di un tempo e alle origini. Vale per l’acqua, non a caso siamo l’unica città d’Italia che ha attuato il referendum sull’acqua pubblica. Vale per la terra, l’appartenenza al territorio, il recupero degli spazi abbandonati, la cura del patrimonio paesaggistico-monumentale e storico che abbiamo in base all’articolo 9 della nostra Costituzione. Vale per l’aria, volendo eliminare l’emergenza rifiuti, terra dei fuochi e veleni sprigionati per anni. Per fare questo serve un movimento di popolo, una partecipazione dal basso. Non si tratta di operazioni che puoi calare dall’alto. Noi diamo la nostra spinta, diamo la nostra energia, ma non basta: a questa rivoluzione interna alle istituzioni, si deve accompagnare una rivoluzione popolare, di riscatto, con grandi energie e grande creatività. 

Credo che Napoli, lo dico senza presunzione, in questo momento sia un laboratorio
. Non penso in Italia ci sia nulla di simile, un percorso comune dell’autonomia che viene fatto da chi rappresenta la città perché eletto democraticamente e quindi non nominato e chi sta facendo politica dal basso con la democrazia partecipativa. Penso che in Italia, in questo momento, rappresentiamo un laboratorio civico e politico.        

 

Diario El Telegrafo: Entrevista a Maurice Lemoine

por El Telegrafo

Maurice Lemoine es escritor y periodista francés, exjefe de redacción de Le Monde Diplomatique. El francés investigó las estrategias golpistas en varios países y cómo los medios de derecha mueven la opinión pública para legitimarlas.

Usted ha investigado los golpes de Estado en América Latina y considera que hay algunas similitudes con lo que hoy ocurre en los países con gobiernos progresistas. ¿Cuarenta años después cuáles son esas coincidencias?

Estuve presente en Caracas el 11 de abril de 2002 cuando hubo el golpe de Estado contra el Presidente Hugo Chávez, en puntos clave como el puente Llaguno y fui el primero en explicar lo que pasó realmente con fotografías. También estuve en Bolivia en 2008 cuando hubo el intento de desestabilizar al gobierno de Evo Morales y conozco bien el caso de Honduras con Manuel Zelaya, así como el caso de Ecuador. Por eso quise escribir un libro sobre los “golpes light” (Los hijos ocultos del general Pinochet, 2015), pero pensé que para explicar las diferencias con los golpes de los años 60 y 70 debía estudiarlos y eso me permitió hallar diferencias en la manera de proceder así como las similitudes. Si analizamos lo que está pasando en Venezuela, la desestabilización económica tiene exactamente el mismo patrón de lo que ocurrió en Chile en 1972.

¿Desprestigiar la imagen del Gobierno es parte del proceso?

Sí, empiezan por desprestigiar la imagen y luego crean la zozobra económica. Lo vimos el año pasado cuando de repente los medios de comunicación difundieron en el mundo entero que ya no había papel higiénico en Venezuela. Uno se pregunta cómo de un día para otro no hay papel higiénico, pero es una campaña que da risa a todo el mundo y refleja un caos total. En 1972 tampoco había papel higiénico en Chile por las mismas razones y lo que ocurre es muy sencillo, buscan fastidiar a la gente. Hoy en día en Venezuela se necesitan 4 horas para hacer las compras porque en los supermercados ya no hay arroz, no hay harina… y hay que buscar por todos lados porque los empresarios ya no ponen los productos en las perchas sino que las pasan a pequeños vendedores en las calles que los ofrecen a precios 3 o 4 veces superiores, así se crea desabastecimiento y el cansancio de la población, además de la inflación. Con eso consigues que en las próximas elecciones la gente diga: “si seguimos votando por Nicolás Maduro esta situación va a seguir”, entonces debilitas al Gobierno. El mismo sabotaje se aplicó en Chile en 1973 cuando organizaron la huelga de los camioneros, que en un país de 4.000 km de largo fue terrible. Hallar patrones comunes a 30 y 40 años de distancia permite pensar que no es casualidad sino técnicas ya conocidas por quienes las emplean y permite afirmar que son golpes de Estado. La única diferencia es que ya no es militar como ocurrió con Pinochet sino que hoy son más prudentes y astutos. En Honduras 2009 un comando militar sacó a Zelaya de su casa, lo expulsaron a Costa Rica y devolvieron el poder a los civiles; en Venezuela 2002 un grupo de militares secuestró a Chávez, lo trasladó a la isla de la Orchila y devolvieron el poder a los civiles.

¿Al devolver el poder a los civiles se legitima un golpe del Estado?

Al pasar el poder de un civil a otro se podrá argumentar que el Presidente era malo, que violó la Constitución y que se trata de un proceso de transición, pero finalmente es un golpe de Estado. La meta es engañar a la comunidad internacional, aunque no lo consigan con los propios habitantes. En Quito la ciudadanía sabe lo que ocurrió el 30 de septiembre de 2010 (30-S), aunque algunos niegan que fuera un intento de golpe.

Los activistas extranjeros que participaron en ELAP 2015, en septiembre en Quito, dijeron que el 30-S las cadenas mediáticas informaron que en Ecuador había una revuelta popular mas no una sublevación policial. ¿Qué recuerda usted sobre ese día?

Los periodistas de derecha saben que la información debe tener una dosis de veracidad para legitimar una mentira. Lo que destacaron los medios internacionales fue la imprudencia del Presidente al ir al Regimiento Quito y le imputaron la responsabilidad del hecho por una supuesta reivindicación salarial de los policías. Además Ecuador tiene la particularidad de tener indígenas y las movilizaciones que protagonizaron en agosto de este año fue expuesto afuera como “Los indígenas en contra de Rafael Correa”, sin precisar que fue una fracción indígena, que —como dice Correa— en procesos electorales no alcanzan ni siquiera el 3% de los votos. En Europa tenemos una visión romántica de los indígenas, además de un sentimiento de culpabilidad por la conquista y el etnocidio, entonces por definición el indígena es bueno y se desconoce que también hay indígenas de derecha, progresistas, conservadores, etc. Este es un factor clave para tratar los temas de Ecuador y Bolivia, pero si hablamos de Venezuela se referirán a la sociedad civil y no a la derecha y extrema derecha.

¿La estrategia de la derecha en América Latina es ‘conmover’ a la comunidad internacional?

Un lector europeo que vea: “La sociedad civil protesta contra las medidas del presidente Nicolás Maduro” se sentirá identificado. En 2014 se decía que en Venezuela los estudiantes protestaban contra Maduro, pero no se aclaró que eran estudiantes de ultraderecha y calificaron a Maduro de dictador.

Y la rapidez con que esas noticias se propagan acentúa el desprestigio de un gobierno…

Los medios de comunicación no organizan un golpe de Estado, pero preparan a la opinión pública internacional para aceptarlo en cualquier momento. En Francia desde hace 15 años sostienen que Chávez fue un dictador y que Maduro también lo es, y dicen lo mismo del presidente Rafael Correa. Pero lo único que ha cambiado es que nació Unasur y Celac, los instrumentos que les permiten resistir a esa arremetida de la derecha. Pero hay que destacar que la llamada “comunidad internacional” en realidad no sirve porque solo involucra a Estados Unidos y a la Unión Europea cuando el mundo es más amplio. Cuando el presidente Barack Obama emitió el decreto que consideraba a Venezuela una amenaza para la seguridad de los Estados Unidos, este fue rechazado por la Alaba, la Unasur, Celac, el G77+China y el Movimiento de los No Alineados, es decir, por las 2/3 partes de los miembros de la ONU. Entonces los africanos, asiáticos y latinoamericanos no hacen parte de la “comunidad internacional”.

En ese juego entran las cadenas internacionales de noticias…

Con el internet notamos que la información es tan fácil como “copiar y pegar”. En Europa hay un fenómeno, un diario da la línea y es El País de España. Por razones históricas España ha estado cerca de Latinoamérica, entonces los europeos consideran que ellos conocen mejor a la región, pese a que hoy El País es vocero de las multinacionales españolas y el periódico más hostil con la izquierda de América Latina. Además es accionista de Caracol de Colombia y Le Monde en Francia, eso explica cómo funciona la información.

¿Las ONG defensoras de la libertad de expresión cierran ese círculo?

Soy periodista y defiendo ferozmente la libertad de expresión, al mismo tiempo el derecho a la información. Ahí los latinos han avanzado con respecto a Europa al trabajar en una regulación del espectro mediático donde los bancos no puedan invertir, lo que es positivo, así como destinar una tercera parte del espectro a medios comunitarios. Los medios privados atacan a los países con “leyes mordazas” porque “no hay libertad de expresión”, pero cuando vengo al Ecuador leo todos los diarios y veo noticieros, entonces si eso no es libertad de expresión, ¿qué es? Las ONG como Fundamedios, Reporteros Sin Fronteras (RSF) o la Sociedad Interamericana de Prensa (SIP) cierran ese círculo. Le Monde Diplomatique denunció que RSF es financiado por la Fundación Nacional para la Democracia (NED) y la ultraderecha cubana de Miami y fuimos atacados por eso. Hoy sabemos también que en 2014 la NED entregó más de $ 1 millón a la oposición ecuatoriana y más de $ 2 millones a la oposición venezolana, el año de las guarimbas.

Análisis de Entorno Situacional Político (4nov2015)

por Néstor Francia

Miércoles 04 de noviembre de 2015

– 33 días
– En la mira del mundo
– La derecha mundial se mueve con intensidad
– Misión “exploratoria”
– Las colonias y los exploradores europeos
– Como simios en un laboratorio
– Cinismo e irrespeto
– Arcabuces de “modernidad”
– “Falta de cooperación”
– Una caterva de provocadores
– Reuniones con la farándula politiquera
– Provocación en la frontera
– Enrareciendo la atmósfera electoral
– Que no olviden

Aunque son 33 los días que faltan para las votaciones, ya es solo y exactamente un mes, 30 días, lo que resta hasta el fin de la campaña electoral, que está previsto para el jueves 3 de diciembre a la medianoche. 30 días, contando el día de hoy. Se nos viene como un aluvión el evento que suscita las expectativas de todos, las de los revolucionarios y las de los contras, las de nuestros aliados y las de nuestros enemigos más allá de nuestras fronteras.

Las parlamentarias venezolanas están y estarán en la mira de todo el mundo, en este ombligo de los cambios históricos que es Venezuela, y que se producen hoy al calor de las luchas populares y en medio de la decadencia del Imperio más poderoso de la Historia.

Tales expectativas son colosales en el subcontinente latinoamericano y caribeño, pero además en la fecha señalada para la definición de esta batalla específica, estarán pendientes de nosotros todos los factores políticos y mediáticos de Estados Unidos, de Rusia, de China, del Medio Oriente, de África, de Europa. Y no queda duda de que la derecha mundial se está moviendo con intensidad para acompañar a sus congéneres del patio en función de respaldar la gran conspiración política que se teje en torno a los comicios del 6D, y de la cual se tiene que hablar todos los días, para que se sepa cómo son las cosas. Hoy nos referiremos a las más recientes noticias que se asoman en ese sentido, Hoy arribará a Venezuela, según se anuncia desde el Parlamento Europeo, una misión de tres eurodiputados que ellos mismo califican de “exploratoria”. Muy significativa denominación para una avanzada injerencista que llega desde el viejo continente. En las colonias, los “exploradores” europeos eran muy conocidos.

Generalmente financiados por grandes intereses comerciales, los exploradores se adentraban en los territorios conquistados preparando el terreno para la posterior incursión de los depredadores económicos que montarían tienda en las colonias y explotarían los recursos arrebatados, y a los hombres y mujeres oprimidos. No eran muy diferentes a estos “exploradores” de hoy. Dicen los neocolonizadores que la misión de eurodiputados servirá para “evaluar la situación política” y “preparar el envío” de una delegación parlamentaria completa.

Vaya insolencia, vaya desparpajo. Vienen a “evaluarnos”, como si fuésemos simios en un laboratorio. En un comunicado oficial del Parlamento Europeo se asienta que “El objetivo de la misión exploratoria es encontrarse con representantes tanto del Gobierno de Venezuela como de las fuerzas políticas en la oposición para evaluar la situación política y preparar las bases de una delegación ‘ad hoc’ completa del Parlamento Europeo”. Todo venezolano con al menos alguna pizca de dignidad debería indignarse ante tamaño cinismo y semejante irrespeto. Vienen a interpelarnos, a escudriñarnos, para después mandar un cambote de infelices a meter sus narices en nuestro lar patrio. Y nosotros pensábamos que nos habíamos sacado de encima a esos sátrapas hace más de 200 años. Bueno, realmente lo hicimos, pero es claro que los colonizadores no se han rendido del todo. Quieren volver por sus fueros con arcabuces de “modernidad”.

La misión, que estará explorándonos hasta el 7 de noviembre, la conforman tres eurodiputados españoles, faltaba más, y fue “autorizada” el pasado 30 de abril (¡Ay, abril!) por la Conferencia de Presidentes del Parlamento Europeo, compuesta por el presidente de la Eurocámara y los líderes de los grupos políticos que la conforman. Según el comunicado de marras, la puñetera misión debía trasladarse a Venezuela del 16 al 19 de julio, pero la incursión tuvo que retrasarse debido a “la falta de cooperación de las autoridades venezolanas” ¿Qué esperaban, que les recibiéramos con alfombra roja?

Por supuesto, los neocolonizadores, quienes esperan que “una delegación completa pueda viajar a Venezuela tras las elecciones que está previsto que se celebren el 6 de diciembre”, no son más que una caterva de provocadores que vienen a ayudar a sus cómplices colaboracionistas criollos a que canten fraude y armen bronca, si pierden las elecciones, que es lo que hoy parece perfilarse, aunque nosotros seguimos diciendo, fieles a nuestro desapego a los excesos tanto del optimismo como del pesimismo, que nada está escrito.

Lo cierto es que los exploradores, que proclaman la intención de que los reciba nuestro Gobierno, en realidad se estarán reuniendo con la farándula politiquera de la derecha venezolana, de la que cuentan desde ya con Henrique Capriles, las esposas de políticos presos y representantes de la MUD. Es una afectuosa visita a sus sumisos pupilos. Si acaso se duda que los socios internacionales de la derecha vienen en son de provocación, la MUD ha anunciado que sus “invitados internacionales” serán ubicados, entre otros puntos, en municipios fronterizos con Colombia. Según Chuo Torrealba, “Nuestros observadores van a estar allí, en los centros de votación donde se ha detectado la ocurrencia de irregularidades y en los municipios donde hay estado de excepción, allí van a estar nuestros invitados internacionales, siendo los ojos y los oídos del mundo a pesar de los pesares”.

De esta manera la derecha sigue enrareciendo la atmósfera electoral, ya que estarán tratando de violar las previsiones de los estados de excepción y montando shows mediáticos prefabricados para seguir vendiendo en el mundo la especie de que el Gobierno de Maduro es una dictadura totalitaria, que irrespeta los “derechos humanos”, y que por lo tanto se justifica cualquier trastada que se haga contra la Patria de Bolívar. Que no olviden, tanto los neocolonizadores como los neocolonizados, que ya los derrotamos una vez en los ardientes campos de batalla.

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