Assad al TG1: «ISIS creatura degli USA»

da lantidiplomatico

Solo il popolo siriano potrà decidere il futuro del paese. «Se i siriani vorranno elezioni presidenziali non ci sarà nessuna linea rossa ad impedirlo. Ma non sarà una mia decisione, dovrà esserci il consenso tra i siriani».

Vi riproponiamo la trascrizione integrale dei tre minuti dell’intervista di Marco Clementi e Paolo Carpi, andata in onda sul TG1 delle 20, al presidente siriano Bashar al-Assad

L’intervista

– Signor Presidente grazie per l’incontro. Cominciamo da Parigi, qual è la sua reazione?

Si tratta di un crimine orribile, con esseri innocenti uccisi senza alcun motivo. Noi in Siria sappiamo cosa vuol dire perdere una persona cara in un crimine così orribile. Ne soffriamo da cinque anni.
 

Dietro ai fatti di Parigi c’è l’Isis. In Occidente c’è chi dice che Lei abbia sostenuto i terroristi per dividere l’opposizione. Cosa risponde?
 

L’Isis è iniziato in Iraq. Al-Baghdadi è stato rilasciato dagli americani stessi. Quindi l’ISIS non è nato in Siria, non è cominciato in Siria, ma in Iraq, ed è iniziato ancora prima in Afghanistan secondo quello che dicono loro. E Tony Blair ha detto di recente che a creare l’Isis ha contribuito la guerra in Iraq.

A proposito della situazione in Siria. Da Vienna e Antalya è arrivata l’indicazione a puntare ad una transizione al potere che porti ad elezioni, ma lei prima o poi dovrebbe lasciare. 
 

No. Nella dichiarazione non c’è nulla riguardo al presidente. La parte principale della riunione di Vienna è che tutto ciò che accadrà del processo politico dipenderà da quello che decideranno i siriani. La cosa più importante è che ci siederemo gli uni accanto agli altri anche con l’opposizione e presenteremo il nostro porgramma e il nostro piano come siriani. Se i siriani vorranno elezioni presidenziali non ci sarà nessuna linea rossa ad impedirlo. Ma non sarà una mia decisione, dovrà esserci il consenso tra i siriani. 

Qual è stata l’importanza di andare a Mosca?

Con i russi ho discusso la situazione militare e ho parlato del processo politico pochi giorni prima di Vienna. E’ stato un viaggio importante, perché i russi capiscono bene questa regione. Hanno relazioni storiche e sanno come avere un ruolo chiave in questo paese.

– Presidente mi faccia capire bene qual è il suo programma realistico per uscire dalla crisi.
 

Se vuole parlare di scadenza temporali, le dico che nulla inizerà prima di aver sconfitto il terrorismo. Non puoi cominciare nulla finché i terroristi occupano molta parte della Siria.
 

– Presidente Assad come vede il futuro, per lei conta di più il futuro della Siria o rimanere al potere?

E’ del tutto evidente, il futuro della Siria è tutto per noi. Certo, dentro la Siria c’è chi è dalla parte del Presidente e chi è contro il Presidente. Per questo finché il mio futuro sarà una cosa buona per la Siria, se i siriani mi vorranno come presidente sarà un buon futuro; se i siriani non mi volessero come presidente e io volessi rimanere agganciato al potere, questo sarebbe sbagliato. 

Qui il video 

Il Venezuela nel consiglio ONU per i Diritti Umani grazie al voto africano

Chavez-Africadi Marco Nieli

L’elezione del Venezuela e dell’Ecuador a membri del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, avvenuta con il voto favorevole di 131 paesi (molti dei quali africani) lo scorso 28 ottobre a Ginevra, dà adito a importanti riflessioni sulle trasformazioni in tempo reale del quadro geo-politico contemporaneo e sul ruolo dell’ONU come istituzione sovra-nazionale ancora squilibrata sullo strapotere dei soliti noti.

Pochi sanno, perché l’informazione strumentalmente non è passata sui media main-stream (almeno non nella stessa misura degli attacchi per le presunte violazioni venezuelani dei diritti umani), che a presiedere questo Consiglio dell’ONU è, dal passato settembre, l’Ambasciatore saudita a Ginevra, Faisal Trad. L’Arabia Saudita, che ha evidentemente forti sponsors all’interno dell’Assemblea e del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è un paese che pratica correntemente la fustigazione per le donne o gli oppositori che rivendicano diritti civili e politici (si tratta di una monarchia assoluta). L’anno passato, l’alleato occidentale chiamato Arabia ha decapitato pubblicamente un numero di dissidenti politici e detenuti comuni maggiore di quelli passati per le mani dell’ISIS, ma nessuno sembra sconvolgersi per queste pratiche e nemmeno Obama, che nell’agosto 2014 era in visita di stato a Rijhad, sembra essersene accorto. Qualche malpensante potrebbe insinuare che non erano teste di cittadini USA.

Sorvolando anche sulle atrocità commesse sui ribelli Houthi (di culto sciita) nello Yemen (costati ad oggi circa 2300 vittime tra la popolazione civile), l’Arabia Saudita doveva sembrare agli USA e all’UE il candidato ideale per ricoprire questa carica, almeno per come intendono loro i diritti umani, cioè a senso unico e quando conviene a loro. Recentemente, un cable rivelato da Wikileaks ha informato di una trattativa segreta tra l’Arabia e il governo britannico di Cameron per l’elezione di questo imprescindibile alleato del Medio Oriente, tra l’altro tra i maggiori finanziatori dell’ISIS. Evidentemente, l’elezione dell’Arabia Saudita a presiedere il Consiglio serviva a ribaltare una tendenza alla condanna di Israele per le violazioni dei diritti umani dei Palestinesi (ben 62 dal 2006, anno di nascita dell’organismo): inondando di petrol-dollari quest’istituzione dell’ONU, ci si sarebbe concentrati un po’ di più sull’Iran e sulla Siria per i prossimi tre anni, avranno pensato gli apprendisti stregoni del caso. Inutile dirlo, nessuno, ovviamente, ha fatto sentire la propria voce contro questa decisione: dalla Mogherini, Commissario esteri dell’UE al Segretario Generale dell’Assemblea delle Nazioni Unite, Bank-I-Mun. Poche le organizzazioni per i diritti umani che hanno fanno notare l’assurdità di questa nomina, tra cui la UN Watch, che metteva in guardia contro un possibile screditamento dell’istituzione.

Quando si trattava di votare i 7 membri mancanti dello stesso Consiglio (per un totale di 47), sul finire del mese di ottobre, sulla candidatura del Venezuela si sono invece scatenati gli strali della campagna disinformativa globale, orchestrata dai poteri forti dell’imperialismo occidentale, a guida yankee. Diverse le organizzazioni, quasi tutte a guida USA, per lo più finanziate dai vari organismi di manipolazione NED e USAID, che hanno denunciato questa candidatura come incompatibile con i valori delle Nazioni Unite (interpretati in salsa occidentale, ovviamente). Per fortuna, l’elezione del Venezuela è passata, insieme a quella di altri 6 paesi (gli Emirati Arabi Uniti, il Burundi, l’Ecuador, l’Etiopia, il Kirghizistan e il Togo), anche grazie ai voti di numerosi paesi africani.

In un posteriore intervento a Ginevra, l’11 novembre, davanti al Consiglio, il Presidente della Repubblica Bolivariana di Venezuela, Maduro, ha testualmente detto: “La questione dei diritti umani, disegnata dai media, è il tentativo occidentale concepito per screditarci, per tentare di isolare il nostro paese e proteggere coloro che cospirano per distruggere il sistema dei diritti umani e della democrazia che abbiamo costruito nel corso degli ultimi 17 anni“.

Evidentemente, i diritti umani interpretati in ottica sudamericana (e bolivariana), proprio non coincidono con la vulgata superficiale del “siamo tutti Charlie Hebdo”. Semplificando volutamente questioni di grande complessità, si potrebbe dire, diritto alla libera espressione contro diritti elementari come il non morire di fame, il curarsi, avere una casa e un lavoro degni. Proprio in questi giorni, infatti, a un forum organizzato dallo stesso Consiglio, sempre a Ginevra, sulle violazioni dei diritti umani promosse dalle imprese, il delegato venezuelano Larry Devoe ha ricordato come, nel caso del Venezuela, si sia assistito, nel 2015, a una vera e propria guerra economica, in cui il paese ha dovuto confrontarsi con”gli effetti causati dall’azione di settori imprenditoriali che hanno deciso di attentare contro la nostra economia, con l’obiettivo di desestabilizzare la democrazia” e ha aggiunto che “le imprese, in modo deliberato, hanno colpito la distribuzione e disponibilità di alimenti e articoli di consumo personale, sottomettendo il nostro popolo a difficoltà per accedere a beni di base”.

Sul ruolo avuto da diversi paesi africani nella cruciale votazione del 28 ottobre, va fatta un’ulteriore riflessione. Se oggi a decidere realmente le sorti del mondo fosse l’Assemblea dell’ONU, ci troveremmo di fronte a una situazione internazionale per lo meno più equilibrata, rispecchiante almeno in parte il multipolarismo che si è di fatto creato con l’avvento dei BRICS, dell’ALBA e dell’asse Russia-Cina sullo scenario globale.

Parecchi paesi africani in via di sviluppo sono, infatti, molto interessati al modello autenticamente e fattivamente cooperativo offerto dal Venezuela in questo continente. Di questo aspetto della politica estera venezuelana si parla poco o niente, mentre il dibattito sull’Africa da parte dei media main-stream occidentali è tutto concentrato sulle ricette (fallimentari) dell’FMI e dei trattati di libero commercio firmati con l’UE e gli USA, ovviamente in chiave anti-cinese.

Qualcuno forse ricorderà che l’immortale Presidente Chávez, dal 2004-2005 stava invitando e promuovendo l’intensificazione strategica dell’attenzione per i problemi dell’Africa e dei popoli afro-discendenti (per esempio, con l’Agenda Africa, l’istituzione nel 2005 di un Vice-ministerio de Relaciones Exteriores para el África (VREA) e nel 2007 il festival culturale dei Popoli Africani a Caracas, seguito da periodici vertici africano-latino-americani, i cosiddetti ASA). Ricordiamo anche il programma di aiuto agli afro-americani di Harlem per riscaldarsi con i derivati del petrolio durante i rigidi inverni new-yorchesi.

In conseguenza di questa proiezione verso la “madre Africa”, oggi, all’epoca del presidente Maduro, la cooperazione economica della Republica Bolívariana de Venezuela con i paesi africani è vastissima. La lista delle iniziative promosse dalla VREA e da altri organismi è amplia e quanto mai sconosciuta da noi in Occidente:

-più di 100 accordi di cooperazione nel quadro dell’agricultura, della comunicazione, dell’energia e della cultura, con paesi africani negli ultimi anni;

-contributo da parte del Venezuela di US$ 500.000  destinati al programma malense di sviluppo delle piccole imprese;

-sviluppo in Mali di programmi di salute ed educazione, con la collaborazione di Cuba;

-cooperazione con l’Etiopia in materia di sfruttamento ed estrazione di petrolio e gas, salute ed educazione;

-creazione della Liga de la Amistad y Solidaridad entre los Pueblos de Angola y Venezuela, la quale ha come obiettivo quello di contribuire al sistema educativo attraverso la fornitura di materiali scolastici e la creazione della Camera di Commercio e di Industria Angolano-Venezuelana;

-accordi di cooperazione energetica tra la PDSVA del Venezuela e la sua omologa energetica dell’Angola;

-implementazione, da parte del Venezuela, per mezzo del Programma
Mondiale di Alimenti dell’ONU, di uno schema di Cooperazione con l’Africa, in special modo nell’area dell’aiuto alimentare volto a paesi come
il Burkina Faso, il Gambia, il Mali, la Mauritania e il Niger, oltre a un programma di aiuti emergenziali non rimborsabili per il Kenia, il Gambia, la Repubblica del Saharawi e la Somalia;

-cooperazioni avviate in materia di desertificazione, specie nel bacino del fiume Niger e in quello del fiume Congo;

-dichiarazione congiunta con il Benin, che spiana il cammino per lo scambio in materia energetica, agricola, culturale ed economica;

-11 protocolli con il Sudafrica;

-programma “sponsorizza una scuola in Africa”, che fino a oggi conta con l’appoggio di diverse istituzioni dello Stato venezuelano e che beneficia 125.000 studenti di vari paesi africani;

-ingresso del Venezuela come osservatore nella Commissione Economica dell’Africa Australe (SADC) e nella Commissione Economica dell’Africa Occidentale (ECOWAS).

E la lista potrebbe continuare a lungo. Tutti esempi di contributi allo sviluppo e/o all’interscambio assolutamente paritetico e orizzontale, nell’ottica solidaria della politica estera ispirata all’anti-imperialismo e alla cooperazione, inaugurati dall’ALBA voluta da Chávez.

Sarà forse per questo, almeno in parte, che oggi i paesi africani ringraziano, con il loro appoggio all’Assemblea dell’ONU, il paese che ha loro mostrato una via diversa, forse più difficile, ma anche più solida e meno effimera, allo sviluppo.

Análisis de Entorno Situacional Político (18nov2015)

por Néstor Francia

Miércoles 18 de noviembre de 2015

– 18 días

– La gran conspiración continental

– Maduro está claro

– El foco en las parlamentarias venezolanas

– Macri y el Mercosur

– Tiranosaurio Arias

– Maltratando a Leonel y a Unasur

– Apoyo a la matriz de fraude

– Arias no quiere ver las verdaderas trampas

– El apagón: de que vuelan, vuelan

– Subestimando la fuerza de la Revolución

– Conciencia de Maduro

– Que no se equivoquen

El enrarecimiento del clima electoral continúa. Todo esto es parte de una estrategia que persigue no una victoria electoral de la derecha, sino el asalto al poder por parte de los factores nacionales vinculados a la gran conspiración del imperialismo y la derecha internacional, a la contraofensiva general continental para dar al traste con los gobiernos nacionalistas y de izquierda y restaurar el dominio del neoliberalismo y el alineamiento con los intereses imperiales.

El presidente Maduro está claro con respecto a lo que sucede en nuestro país, por eso ha declarado que Venezuela no enfrenta una oposición, sino “una contrarrevolución extremista, dispuesta a dar al traste con los logros sociales que ha conquistado el pueblo con la Revolución”. En realidad, aunque la contrarrevolución es una estrategia continental, no hay duda de que Venezuela es el principal eslabón político a conquistar.

Por eso la campaña mediática internacional está más enfocada en las elecciones parlamentarias venezolanas que en las presidenciales argentinas, que en condiciones normales tendrían que ser más importantes –se trata de elegir un Presidente- y que además están más cerca, el próximo domingo. Y también por eso vemos como la derecha venezolana no opina sobre aquella elección, aunque sin duda tiene gran interés en ella, y la derecha de allá si mete sus narices en las elecciones nuestras.

De hecho Mauricio Macri, el candidato de la derecha argentina, se ha referido a nuestro país en términos vinculados por mampuesto a lo electoral, al expresar que “Me he comprometido que en caso de ser electo presidente, el 11 de diciembre voy a pedir, dado los abusos que ha habido en Venezuela, los presos políticos que hay y la participación de militares en el gobierno, que se ejerza la cláusula democrática suspendiendo a Venezuela”. Esta amenaza pudiera parecer una bravuconada, dado que las decisiones en Mercosur se toman por consenso y es claro que una propuesta como esa no prosperaría, pero por la misma razón es peligrosa, puesto que Argentina podría vetar una eventual condena a un golpe parlamentario en Brasil o en Venezuela, como la que se hizo en ocasión del golpe parlamentario en Paraguay contra Fernando Lugo, que le valió a ese país su suspensión temporal del organismo.

Dentro de esa misma perspectiva, se aparece ahora otro dinosaurio del Parque Jurásico de la derecha continental, el ex presidente costarricense Oscar Arias, enemigo jurado de la Revolución Bolivariana, quien afirma en una entrevista que “El Gobierno de Venezuela no acepta observadores internacionales, ni siquiera aceptó a la persona que el Gobierno de Brasil recomendó para que fuera por Unasur. En definitiva, no quedo satisfecho con la preparación para las elecciones del 6 de diciembre”. Bien, lo primero que habría que decirle a este triste personaje es que en Venezuela no hacemos elecciones para satisfacerlo a él ¿Qué podría decir otro ex presidente, Leonel Fernández, quien encabeza la misión de acompañamiento de Unasur a las elecciones venezolanas?

¿Lo está tratando Arias como a un alcahuete, y a todos los países de Suramérica, algunos de ellos con gobiernos abiertamente de derechas como Colombia, Paraguay y Perú?

Lo más grave de esta nueva intervención de Arias es su apoyo indudable a la matriz de que en Venezuela habrá un fraude electoral si los resultados no favorecen a la contrarrevolución: “En un país con el grado de inflación y desempleo que tiene Venezuela; con la disparidad que existe en los tipos de cambio, la violencia y la inseguridad ciudadana, y con unas encuestas que muestran una diferencia a favor de la oposición muy elevada, el Gobierno no puede ganar. No ocurriría en ningún país del mundo. Ante la escasez que padece el pueblo venezolano de productos básicos, el partido en el Gobierno no puede ser reelegido. Así de claro”. De modo que este canalla, que posa de demócrata, está emitiendo un juicio que descalifica de antemano una decisión de los electores contraria a sus deseos y pone en duda el papel del CNE y de la misión de Unasur.

Por supuesto, Arias no ve ni por casualidad las verdaderas trampas, las que desde hace años viene haciendo en Venezuela la derecha, con sus conspiraciones, golpes de Estado, extendidos sabotajes, guerra económica, guerra mediática, guarimbas y otras formas de terrorismo. De hecho, el presidente Nicolás Maduro denunció ayer que “un gran apagón nacional está entre los planes de desestabilización que adelanta la derecha… Hemos descubierto el plan para sabotear el sistema eléctrico en esta etapa de elecciones. Es un plan del Comando Sur de Estados Unidos que está planificando un apagón nacional para sabotear el sistema eléctrico”. Puede ser que haya el apagón, puede ser que no, pero de que vuelan, vuelan.

Lo cierto es que la derecha continental se equivoca cuando subestima la fuerza de la Revolución Bolivariana, cuya incidencia decisiva en el desarrollo futuro de la política venezolana no depende, como hemos dicho más de una vez, de que se ganen se pierdan unas elecciones. Es muy positivo que el presidente Maduro, actual líder indiscutible de esta Revolución, tenga tanta conciencia de ello:

“Para qué quieren llegar a la Asamblea Nacional, entraría el país en caos porque yo no me voy a dejar, yo me tiraría para la calle con el pueblo, no me voy a dejar, si llegara a suceder la hipótesis negada de que la derecha ganara las elecciones del 6-D. Pero nosotros nos preparamos para todo, para ganar y para no ganar electoralmente… Nosotros seremos vencedores políticos y morales en cualquier escenario, vamos a una contienda electoral y tengo la fe de que vamos a ganar, pero si no ganamos, yo estoy cerebralmente, espiritualmente, políticamente y militarmente preparado para asumirla y me lanzaré a las calles, en todos los escenarios, somos millones… somos una fuerza histórica”. Que no se equivoquen, como le gustaba decir a Chávez.

L’attentato di Parigi è il pretesto per distruggere la Siria

ISIS, USA, EU, ARABIAdi James Petras – La Haine

16nov2015.- Siamo in presenza di una dichiarazione di guerra contro la Siria che utilizza il pretesto di dare battaglia all’ISIS.

Efraín Chury Iribarne: Petras, per iniziare, abbiamo gli eventi della Francia. Che elemento aggiunge questo alla situazione in Medio Oriente e particolarmente in Siria?

James Petras: La prima cosa che dobbiamo osservare è quello che è assente da questa discussione. E la grande assente è l’Arabia Saudita. Come sappiamo, sono anni, che i monarchi assolutisti dell’ Arabia Saudita financiano i terroristi in Siria, stanno finanziando i terroristi in Iraq, stanno bombardando lo Yemen, e sappiamo che loro hanno le risorse per dare fondi a tutte le attività che sta portando avanti l’ISIS e Al Nusra in Siria.

Adesso, tutti parlano dei terroristi, che hanno un passaporto siriano, un altro che è meticcio francese di origine marrochina e altri; però, da dove ricevono i soldi per affittare automobili, comprare armi, pianificare e formare i terroristi?

Di questo non si parla. Dicono che forse ottnegono fondi commettendo piccoli crimini, vendendo droghe o qualsiasi altra cosa. Però sappiamo da molte fonti che l’Arabia Saudita ha canalizzato milioni di dollari, e nessuno mette il problema sul tavolo. Hollande parla di una guerra, Israele parla della necessità di frammentare la Siria, e tutti gli altri parlano di tutto meno che della principale fonte del terrorismo. E questa è una contraddizione, perché se vogliono finirla con il terrorismo, una delle principali misure deve essere tagliargli il finanziamento.

Adesso, Washington e altri paesi dicono che cominceranno a bombardare i campi petroliferi in Siria, che servono ai terroristi per finanziare le proprie attività. Però questa è solo una fonte … Prima di prendere i campi petroliferi, loro avevano sufficienti risorse per armare 20.000 persone e questo non viene dal cielo.

Potremmo anche dire che l’Arabia Saudita aveva un forte rifiuto di quello che stava succedendo in Siria, con il governo secolare critico verso la monarchia. E a partire da questa ipotesi che l’Arabia Saudita sta dietro dei terroristi, abbiamo altre prove. Questa azione terrorista a Parigi ha vari antecedenti dichiarati apertamente, per esempio la bomaba sull’aereo russo in Egitto; abbiamo le bombe suicide a Baghdad che hanno ucciso cento persone; abbiamo le bombe a Beirut. E adesso abbiamo le azioni a Parigi. Tutto forma una catena dove i colpevoli si auto-dichiarano membri dell’ ISIS. Dove ottiene l’ISIS i fondi per montare una catena di attività di questa portata? Perché il governo di Hollande non tocca l’Arabia Saudita? Per i vantaggi di aerei, per le alleanze che hanno con l’Arabia Saudita?

Pertanto, se dichiarano una guerra contro il terrorismo, devono prendere in considerazione la principale fonte di finanziamento che è l’Arabia Saudita. E il fatto che non prendono in considerazione l’Arabia Saudita, mi puzza. Vale a dire, riceviamo notizie che il governo iracheno ha allertato alcuni giorni prima sulla preparazione di un atto terrorista a Parigi, e la polizia, le autorità, non lo hanno preso in considerazione, non hanno predisposto nessuna prevenzione. È qualcosa che dà da pensare. La faciltà con cui gli organizzatori, che non sono stati tanto precisi o sofisticati come i Francesi tentano di farci credere, hanno affittato auto a loro nome, erano facilmente identificabili, erano giovani con poca esperienza, etc. Io credo che l’ipotesi è che l’hanno permesso per approfittarsene politicamente e in cosa se ne approfittano è quello di cui dobbiamo discutere.

Che benefici politici hanno questi attentati per le autorità? Dobbiamo capire che la opinione pubblica europea – e forse quella statunitense- è esaurita per il cattivo uso di risorse statali in guerre infinite; i consensi alla politica militarista sono in caduta verticale; il sostegno alla guerra contro Siria e gli altri è finito; la presenza della Russia ha cambiato la correlazione di forze. La Francia e i paesi della NATO hanno bisogno di una grande iniezione di sostegno politico, finanziario, e più di tutto, di spaventare e mobilitare il pubblico un’altra volta in un nuovo giro di guerre e confronti in Medio Oriente.

Dunque, hanno permesso questa azione, dopo viene la repressione interna, aumentano le azioni belliche in politica estera, le mobilitazioni e la militarizzazione in Francia. Non è casuale che attuino in questa forma a partire da un’azione che ha luogo il venerdì e il sabato e la domenica già stanno lanciando un’escalation di guerre all’estero e un’escalation della militarizzazione della società francese, giustificando tutto con gli attentati.

EChI: La situazione continua a essere complicata da questa parte del mondo.

JP: Complessa nel senso che vi sono molti intrighi. Vale a dire, quello che Hollande, Obama e altri governanti dicono non è esattamente quello che sta succedendo. Loro –mi sembra – erano preparati a lanciare quest’azione, quello che accade è che non vediamo le conversazioni, le consultazioni, le montature che stanno dietro l’attentato. E questo mi pare che sia abbastanza complicato, perché sarebbe coinvolto il Ministero degli Interni, il Ministero della Difesa, le Agenzie d’Intelligence, con che progetto politico?

Oggi è uscita fuori una dichiarazione di un importante Congressista nord-americano – che casualmente è un sionista della California- ha detto che l’obiettivo da perseguire deve essere dividere la Siria e organizzare tutta una marcia nel nord siriano sotto il controllo internazionale. Anche Israele ha dichiarato che devono prendere permanentemente le Alture del Golan. E in un’altra dichiarazione, lo stesso Congressista ha detto che bisogna anche frammentare i settori siriani dei sunniti, degli sciiti e degli altri gruppi. In altre parole, eliminare la Siria come paese e lasciare un’isola che si chiama Damasco per i siriani. Questo mi sembra che sia una delle posizioni più provocatorie.

Certamente si tratta di una guerra contro l’ISIS, però mi sembra che l’attentato è un prestesto per eliminare la Siria. È una dichiarazione non contro l’ISIS, bensì una dichiarazione di guerra contro la Siria che utilizza il pretesto di ingaggiare battaglie contro l’ISIS. E questo mi sembra molto pericoloso.

EChI: Che altri temi hai in agenda?

JP: Bene, abbiamo avuto un’importante discussione a Vienna la settimana passata, dove apparentemente la Russia e gli U.S.A., fondamentalmente, stavano discutendo una soluzione politica del conflitto in Siria. E secondo le fonti che abbiamo, che parlavano di un possibile accordo, in 6 mesi il governo siriano arriva un accordo con gli oppositori rispettabili – che non si sa chi sono – per realizzare un governo di transizione di 18 mesi e alla fine di questo anno e mezzo, si realizzeranno elezioni presidenziali e parlamentarie sotto la sopravisione delle Nazioni Unite.

È una soluzione politica e mi sembra ragionevole la possibilità, però, nel frattempo, la guerra continua. Come abbiamo sottolineato di recente, vi è un processo di escalation nella guerra, che utilizza gli attentati terroristi a Parigi per lanciare una nuova aggressione contro la Siria. Dunque, vi è un doppio discorso. Obama e Putin certamente sono d’accordo con un governo di transizione che condivida il potere, però quali poteri condivideranno? C’è il problema dell’esercito, della polizia, del bilancio, dell’economia e di chi sono i terroristi e chi gli oppositori rispettabili; e come si va a sopravvedere la guerra contro l’ISIS mentre si sta in un governo di transizione.

Vale a dire, l’accordo in generale è un passo positivo, però il problema sta nei dettagli e questo non è chiaro, perché, mentre parlano di pace e di transizioni concordate a Vienna, a Parigi stanno parlando di un’escalation della guerra, e negli U.S.A. e in Israele parlano di dividere la Siria in frammenti etnico-religiosi, debilitando il concetto di nazione. Mi sembra che questo sia qualcosa di molto grave perché la proposta è associata a un’escalation della guerra, un’altra presunta guerra contro il terrorismo.

La guerra contro il terrorismo si era esaurita fino agli eventi di Parigi, nessuno parlava più di questo, e improvvisamente, quando il popolo sta cercando soluzioni economiche, torna tutta questa merda di terrorismo, militarizzazione, grandi spese militari, a partire dagli eventi di Parigi. L’importante non è l’attentato in se stesso, è tragico, ci sono 129 morti, etc. bensì l’uso politico dell’attentato che ha enormi significati mondiali.

Dobbiamo finalmente prendere atto che i paesi occidentali hanno incoraggiato l’attentato. Ricordiamo, quando una bomba ha fatto esplodere un aereo russo, quello che i media dicevano rispetto ai 239 russi morti, due volte i morti di Parigi?

Dicevano che erano rappresaglie dei ribelli per l’intervento russo in Siria, dando risonanza alla dichiarazione dell’ISIS. Quando le bombe sono esplose a Beirut pochi giorni fa, dicevano che era una rappresaglia per la presenza degli Hezbollah in Siria. E quando bombe esplodono a Baghdad, dicono qualcosa di simile, perché dicono che gli sciiti stanno perseguendo i ribelli sunniti.
Ma ora, improvvisamente, scoprono che chi ha piantato le bombe non sono dei ribelli, ma sono dei terroristi; non parlano di rappresaglie ma di atti terroristici. Ma quelli che sono atti di terrorismo a Parigi, sono stati atti di terrorismo contro la Russia: perché prima li hanno difesi come ribelli e li dichiarano terroristi oggi?

EChI: Per chiudere, come analizzi il processo elettorale in Venezuela con l’intervento dell’OEA?

JP: Storicamente, il ruolo del Segretario generale dell’OEA è noto come ‘Segretario delle Colonie’ e sappiamo che l’OEA è sempre stato un cavallo di Troia per Washington. Sta funzionando, come al solito, che si cerca di creare una situazione caotica, squalificare il governo democraticamente eletto del presidente Maduro. Fa parte di una campagna che si intensifica ogni giorno per creare il malcontento e l’isolamento del governo Maduro.

Stanno facendo pressione su vari paesi per fare il gioco sporco, tra cui non solo paesi di destra come la Colombia, il Peru, ma stanno anche utilizzando l’Uruguay attraverso il segretario dell’OEA, l’Uruguaiano Luis Almagro, Tabaré Vazquez e altri, che sono percepiti come progressisti, ma in realtà agiscono vergognosamente, tenendo il gioco a Washington allo scopo di sostituire il governo con un governo di ultra-destra.

Testo completo in: http://www.lahaine.org/el-atentado-de-paris-es

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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