Intervista a Gianni Minà: Chávez e l’America Latina 3 anni dopo

Intervista a Gianni Minà: Chavez e l’America Latina 3 anni dopodi Alessandro Bianchi –l’Antidiplomatico

A tre anni dalla scomparsa del leader della rivoluzione bolivariana, l’omaggio al Teatro Vittoria a Testaccio (Roma) sabato 5 marzo con la proiezione di un’intervista inedita e profetica di Gianni Minà

Gianni Minà presenterà sabato 5 marzo al Teatro Vittoria, nello storico quartiere romano di Testaccio, un’intervista inedita all’ex Presidente del Venezuela e leader della rivoluzione bolivariana, Hugo Chávez. 
Era il 2003 e di ritorno dal Social Forum di Porto Alegre, in Brasile, Hugo Chávez “a cuore aperto” delinea a Minà tutti i segreti della rivoluzione bolivariana, i progetti e i programmi che nel tempo hanno trasformato e stanno trasformando il Venezuela e l’America Latina, offrendo un seme di speranza possibile per salvarsi dai crimini del neo-liberismo.
“Hugo Chávez – sottolinea Gianni Minà all’Antidiplomatico – è stato esempio d’indiscutibile democrazia che in 15 anni ha prevalso in 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19, nel frattempo ha lasciato prematuramente questo mondo, ma senza dubbio il cambiamento sociale nel suo paese e l’influenza che il suo modello politico ha esercitato sul resto del continente, ispirandosi spesso alla rivoluzione cubana, hanno lasciato una traccia indelebile nei destini prossimi dell’America Latina” .
 
L’intervista
 
In America Latina, dopo anni di speranza, si vive un momento di difficoltà oggettiva. Quanto manca la figura di Chávez in questo momento storico?
 
Drammaticamente, manca molto. Non solo per l’America Latina, ma se vi capita di rivedere i suoi discorsi su Libia e Siria nel 2011, è straordinaria la capacità di sintesi politica che il Comandante aveva su molte dinamiche internazionali. Uno statista, uno dei più lucidi dei nostri tempi. Insieme ad altri dell’America Latina (penso a Lula e Kirchner in particolare) ha creato dei pilastri indelebili di progresso come la Celac, l’Unasur, Telesur, Banco del Sur.
Pilastri che hanno reso l’America Latina un continente di pace e speranza per l’umanità, non più cortile di casa degli Stati Uniti e il Venezuela un paese che ha provato a riscattarsi. Gran parte di questo fenomeno si deve incontestabilmente alla lungimiranza e al coraggio, purtroppo irripetibili, proprio di Hugo Chávez Frías.
 
Oggi il Venezuela è tornato protagonista sulla stampa italiana, ma come un paese allo sbando e in crisi. 
 

Gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari per destabilizzare il paese, punto di riferimento di quella che era l’evoluzione progressista dell’America Latina. Dalla nascita delle Guarimbas, proteste organizzate nei quartieri residenziali venezuelani, alla guerra economica frutto anche del crollo mondiale del prezzo del petrolio sotto i 30 dollari, i colpi sono stati durissimi.

Il momento di difficoltà e di crisi è oggettivo. Ma dove si percepisce tutta la malafede e l’ignoranza complice di questa informazione occidentale è nel fatto che quasi tutti questi critici hanno dimenticato che Chávez aveva ereditato un paese devastato che la rivoluzione bolivariana fin dall’inizio ha dovuto pensare a puntellare, a ricostruire.


Non si ricorda mai perché è iniziata la rivoluzione bolivariana. Il paese che Chávez ereditò da quei due lestofanti di Carlos Andrés Pérez e Rafaél Caldera era un paese con milioni di analfabeti, milioni di persone i cui figli non andavano nemmeno a scuola perché i padri non erano registrati neanche all’anagrafe. Milioni di persone che semplicemente non esistevano. Oggi è in crisi? La situazione è fuori controllo? Intanto milioni di persone grazie alla rivoluzione bolivariana oggi sono esseri umani, hanno accesso all’istruzione, alla sanità e hanno una casa. Questo può essere l’unico punto di partenza per ogni discussione se si vuole essere seri quando si parla di Venezuela e delle difficoltà che Maduro, il successore di Chávez, deve affrontare.

 
 
E il ruolo di Cuba resta centrale in questa fase?
 
La realtà è che Fidel Castro e Chávez hanno effettivamente rappresentato un ostacolo al neo-liberismo degli Stati Uniti. E il più inaspettato miracolo politico di Fidel Castro è stato proprio Chávez. Lo scelse come continuatore del suo progetto rivoluzionario quando ancora non lo conosceva nessuno. E nell’affermazione di questo processo di cambiamento che ha liberato l’America Latina, il ruolo di Cuba è stato incontestabilmente notevole e lo sarà anche in futuro, malgrado le attuali difficoltà.
 
Secondo lei dunque quello che si legge in Italia sull’America Latina non è uno spettacolo che fa molto onore alla professione che lei ama così tanto…
 
I  media occidentali non perdono occasione di accumulare brutte figure su brutte figure quando si parla del centro e del sud America. Basta pensare a cosa è diventata oggi Cuba, pure in mezzo a varie difficoltà e all’esigenza di trovare un metodo per gli inevitabili cambiamenti,che salvi il paese però da esagerate tentazioni liberiste. Papa Francesco, che a sua volta sta chiedendo al mondo di fare scelte più umane è andato a trovare Fidel a casa. Se Fidel fosse stato il terrorista descritto in quest’ultimo mezzo secolo da molti media occidentali, certo questo non sarebbe successo. E nemmeno che il Patriarca ortodosso Kiril e il Papa si incontrassero per una riappacificazione fra le loro Chiese dopo mille anni, proprio a La Habana e con la mediazione di Raul Castro. Chi poteva pensare a un simile cambiamento, soltanto un paio di anni fa?

Per fare un altro esempio, ai funerali di Chávez a Caracas erano presenti due milioni di persone e 33 tra Capi di stato e Premier da tutto il mondo. Stavano onorando un “terrorista” come l’aveva descritto la stampa occidentale fino ad allora?
Ma i servitori del nostro giornalismo vivono evidentemente in un universo tutto loro, incuranti del ridicolo che i loro clamorosi errori di valutazione suggeriscono.

A chi si riferisce in particolare?

Ho letto su La Repubblica, per esempio, un articolo su Evo Morales che secondo Omero Ciai, sarebbe un “uomo alla deriva”. Ora, ognuno ha il diritto di vedere le cose come gli pare, ma sarebbe facile ricordare a Omero Ciai che cos’era fino a un quarto di secolo fa la Bolivia governata da militari assassini e ladri, magari, istruiti dalla famosa Escuela de las Americas, dove si sono educati tutti i “mostri” che hanno insanguinato il paese fino a ieri.


Il fatto è che Evo Morales le cose non le manda a dire e quando ha fatto il suo memorabile discorso alla Comunità Europea ha ricordato tutte le incancellabili prepotenze che il nord del mondo ha fatto ai popoli autoctoni o del sud del globo: “Quando avete intenzione di restituirci tutte le ricchezze che ci avete rubato fino ad oggi?”. 

Il dispetto per questa sfacciataggine è stato quello di vietare al boeing su cui viaggiava nel ritorno a casa lo spazio aereo di mezza Europa, con la scusa che il Presidente boliviano avrebbe dato “un passaggio” a Edward Snowden, funzionario che aveva rivelato al mondo alcuni segreti dell’intelligence nordamericana.

Ovviamente era una “bufala”, ma in questo caso Evo Morales si è confermato un politico accorto e capace, mentre il collega di Repubblica dovrebbe fare una verifica più attenta delle sue fonti.

Scrivere sotto dettatura è sempre un rischio. Non molto tempo fa, per esempio, l’ex Presidentessa dell’Argentina, la signora Kirchner, ha vinto una causa con il Corriere della Sera che, in occasione di un suo viaggio in Italia per un summit della Fao, aveva disertato, secondo il più venduto giornale italiano, la conferenza sulla povertà a vantaggio di una giornata di shopping a via Condotti. 

Cristina Kirchner è riuscita a dimostrare, con i timbri sul passaporto, che quel giorno non era nemmeno in Italia. Il quotidiano è stato condannato a 40 mila euro di risarcimento e all’inevitabile smentita da pubblicare con adeguato risalto. Tutto questo perché Cristina Kirchner rappresenta, a torto o a ragione, quel tipo di politico sudamericano che disturba i progetti degli Stati Uniti nel continente. Strano che gli altri giornali italiani, sempre attenti alla linea del Corriere, non se ne siano accorti.

L’onestà intellettuale, evidentemente, non è di casa sui nostri giornali, per questo l’ex Presidente Chávez nel momento in cui se ne è andato, 3 anni fa, da questo mondo, aveva vinto 18 consultazioni elettorali o referendarie su 19 affrontate, e l’ex responsabile della Fondazione Carter, Jennifer McCoy, che ho intervistato per il film-documentario “Papa Francesco, Cuba e Fidel”, mi ha intimato: “E non si azzardino a parlare di brogli. Quando siamo stati là, abbiamo controllato tutto il processo elettorale e referendario e l’Occidente dovrebbe solo rispettarlo”.
 
Ma la domanda che oggi si pongono molti è: il processo di emancipazione e liberazione iniziato da Chávez in America Latina resisterà?
 
Con la morte di Chávez, le difficoltà di Dilma Rousseff in Brasile e dello stesso Maduro in Venezuela e l’elezione in Argentina dell’ex governatore di Buenos Aires, Macri, la situazione si è fatta complicata. Nell’intervista del 2003 che presenteremo al Teatro Vittoria sabato 5 marzo, nella valutazione del leader della rivoluzione bolivariana era chiara la consapevolezza che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto in qualunque momento per tornare in Venezuela. Ma io resto ottimista, perché la stessa rivoluzione bolivariana ha emancipato intere popolazioni e creato meccanismi di solidarietà e cooperazione. Penso, ad esempio, ai maestri cubani saliti in Venezuela a completare lo sforzo di alfabetizzazione del paese. Un miracolo di umanità che dovrebbe essere preso a modello nell’Europa dei tecnocrati che cacciano gli esseri umani sfuggiti a una guerra. Resisterà? Sarà una provocazione, forse, ma il leader del Sud del mondo a cui oggi aggrapparsi in questo momento è Papa Francesco che queste esigenze le afferma quasi ogni giorno.
 
Che si sarebbero detti Chávez e Papa Francesco se si fossero incontrati in questi tempi di drammatica crisi per l’umanità?
 
Difficile dirlo con esattezza. Sicuramente avrebbero costruito un rapporto di fiducia franco e costruttivo. Chávez poi avrebbe avuto un alleato importante, forse decisivo, nella madre di tutte le sue battaglie cercando di garantire i diritti umani fondamentali a tutti gli esseri umani contro un neo-liberismo allo sbando arrivato alla sua ultima farsesca produzione di nome Donald Trump.
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Napoli 4/5mar2016: Chávez para Siempre!

 
 
En el 3er Aniversario de la Siembra de El Comandante Hugo Chávez, como parte de las actividades organizadas
 
Il Consolato della Repubblica Bolivariana
del Venezuela a Napoli
invita a
 
“Hugo Chávez ciudadano del Mundo” por más Unión de los Pueblos, Democracia y Multipolaridad
 
 
Programma:
 
Venerdì 04 marzo
 
10,00 Omaggio floreale, Giardino Hugo Chávez, Largo Giusso, Napoli
12,00 Proiezione documentario “Mi amigo Hugo” di Oliver Stone, Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Via Depretis 102, Napoli
18,15 Messa in onore al Comandante Supremo Hugo Chávez
 
 
Sabato 05 marzo
 
10,30 Inaugurazione della mostra “Viaggio dalla Pittura alla Scultura” di Carmelo Vincenzo Rossi, Spazio espositivo del Castel dell’Ovo “Sale delle terrazze” – Napoli
17,00 Assemblea popolare in onore al Comandante “Hugo Chávez ciudadano del Mundo”. Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo, Via Matteo Imbriani 218, Napoli
18,00 Inaugurazione della mostra della Fondazione Escuela Museo Abierto para el Mundo, Centro d’arte e cultura, Via Omodeo, 124, Napoli

Análisis de Entorno Situacional Político (2mar2016)

por Néstor Francia

Miércoles 02 de marzo de 2016

¿Cuál modelo económico?

Aunque es evidente que el Gobierno está trabajando a toda marcha para tratar de encaminar la economía del país hacia la superación de las dificultades, es claro que no estamos tan cerca de lograrlo. Entretanto, los problemas cotidianos continúan o empeoran. El aumento de salario que todavía el pueblo no ha cobrado, ya se empieza a diluir ante el rápido ataque de la especulación y la debilidad de los controles. Por ejemplo, siendo el aumento del 30%, locales de Arepera Venezuela de varias instituciones del Estado han subido sus precios en 100% y más, lo cual no es fácil de explicar, ya que se supera con creces el aumento señalado. Ese incremento de precios se ha dado con la participación del Estado, que debería más bien ejercer control. Las colas siguen y en algunos casos se han incrementado, igual pasa con el desabastecimiento de algunos servicios.

Ahora bien, es completamente injusto que se pretenda echarle las culpas de esto al presidente Maduro. La situación económica de graves dificultades tiene razones exógenas y endógenas. Nos golpea la profunda crisis del capitalismo mundial, en la cual estamos inmersos ya que nuestra economía es capitalista y sufre esos avatares de diversas maneras, una de ellas la caída de los precios del petróleo. Hay además una agresión prolongada a nuestra economía por parte de factores imperiales y oligárquicos.

Se dirá que hay problemas de gestión, lo cual seguramente es cierto, pero lo peor que nos pasa es de índole estructural. Hay cosas muy buenas que se debe reconocer. En el ámbito social, nadie que ejerza un mínimo de ecuanimidad puede negar los grandes cambios sociales favorables que se han dado en Venezuela en la gestión del chavismo, a favor sobre todo de los sectores más vulnerables de la sociedad. Igualmente son innegables las importantes transformaciones en la cultura política del país. Difícilmente podamos encontrar en el mundo un pueblo más politizado y participativo que el venezolano, aun con los grandes atrasos que tenemos en la construcción de un verdadero Poder Popular.

Con la economía el cantar es otro. Creemos que es ese el gran talón de Aquiles de la Revolución Bolivariana, no de ahora sino en todo su transitar por el poder político, gobiernos de Chávez incluidos. En ese sentido, la situación que ha heredado Nicolás Maduro es bastante difícil. El chavismo logró conmover los cimientos de un modelo económico injusto que llevó a nuestro pueblo a niveles horrendos de pobreza y abandono en todos los sentidos. Pero no construyó, francamente, nada en su lugar. La derecha afirma que el modelo económico chavista ha fracasado ¿Cuál modelo económico, si no hemos conformado ninguno? El país siguió siendo monoproductor y rentista, el gran capital manufacturero continúa campante golpeándonos todos los días, el capital financiero ha visto incrementar sus ganancias. Gracias a las políticas sociales, los trabajadores mejoraron su calidad de vida, pero al no superarse las deficiencias atávicas de nuestra economía, su dependencia del petróleo y de las importaciones, se ha creado un cuello de botella y nos encontramos en un callejón que ojalá no sea calle ciega, que haya al final una esquina que nos permita cruzarla y enrumbarnos hacia otro panorama.

Hemos introducido avances tecnológicos, hay un pueblo más educado y preparado para el trabajo, pero no tenemos, hoy por hoy, las herramientas necesarias para aprovechar esas ventajas. Desde el punto de vista económico, pasamos del infierno al limbo, ni siquiera al purgatorio. Hemos vivido tomando medidas, financiando proyectos, presentado diversos planes, pero nada de esto ha servido para lo que ahora aparece como más urgente: la construcción de un nuevo modelo económico productivo.

Para más inri, ahora debemos hacerlo montados sobre la crisis, cambiar los cauchos con el carro rodando.

La derecha acaba de presentar una Ley de Producción Nacional que no es sino la sinceración de su programa de restauración neoliberal. No ofrece nada nuevo, más bien pretende que regresemos a su reino de inequidad criminal contra el pueblo, y a la alineación con el gran capital monopolista depredador, nacional e internacional. Por ahí no es, por supuesto ¿Y nosotros? ¿Estaremos a tiempo de recuperar el tiempo perdido?

Ojalá que sí, porque si no…

La Russia sbaglia se pensa che la Turchia ha obiettivi limitati

turchi

di James Petras-La Haine

15 feb. 2016.-Erdogan comincia ad attaccare i Curdi, in seguito estenderà l’attacco ai  Siriani e infine si scaglierà contro la Russia

María de los Ángeles Balparda: insieme a Diego Martinez stiamo ricevendo James Petras. Ci sono diversi temi, naturalmente, ma se per te va bene, cominciamo con la Siria, con gli attacchi turchi.

JP: Esiste una relazione diretta con la caduta dell’ISIS, dei terroristi che sono stati a lungo sostenuti  e armati dalla Turchia. Ma ora, l’esercito siriano, con il sostegno della Forza Aerea russa sta contrattaccando, recuperando il paese e distruggendo le rotte dei terroristi.

I turchi sono entrati nel conflitto, attaccando le forze curde, siriane e russe, che stanno distruggendo i terroristi. Quindi, penso che vi sia un rapporto diretto: meno i terroristi hanno forza, più l’intervento turco cerca di salvare i propri fantocci. Abbiamo visto che la Turchia e adesso anche l’Arabia Saudita vogliono provare a restaurare il potere dei terroristi con un intervento diretto. Quando l’intervento indiretto sta per fallire e la Siria sta riconquistando il suo territorio, è allora che la Turchia entra nel conflitto.

L’Arabia Saudita dice che utilizzerà aerei da guerra, ma un intervento aereo innescherà una risposta russa, una risposta siriana e una risposta da parte dell’Iran. In altre parole, essi distruggeranno l’aviazione saudita e ciò potrebbe portare a una guerra più ampia con la Turchia, che cercherebbe di sostituire la forza aerea saudita. Quindi, ci troviamo di fronte al successo del governo sovrano della Siria, ma anche a un maggiore coinvolgimento di potenze esterne.

MAB: Qualche tempo fa, ho letto le dichiarazioni del presidente del Consiglio di Difesa e Sicurezza della Federazione Russa, Victor Ozerov, in riferimento al fatto che la Russia non risponderà agli attacchi da parte della Turchia contro i Curdi in Siria, perché dice che considerava l’esercito turco non attaccano l’esercito russo in Siria e lo scopo di questi ultimi è quello di affrontare i terroristi, pertanto, “la Russia non attaccherà paesi terzi non considerati terroristi, per non aggravare le già difficili relazioni”.

JP: La Russia è un attore che cerca di raggiungere la pace. Ma penso che non capiscono che la Turchia inizia ad attaccare i Curdi, poi estenderà l’attacco ai Siriani e alla fine lo lanceranno contro la Russia. C’è una catena qui, perché queste tre forze stanno combattendo i fantocci della Turchia e la Turchia è un paese con un presidente – Recep Tayyip Erdogan – che è un arrogante dittatore, che cerca di sfidare i paesi che vanno contro i suoi burattini.

Tutto è relazionato, come una catena. Credo che i Russi si sbagliano quando pensano che possono limitare l’intervento turco nei confronti dei Curdi, perché è semplicemente il primo anello della catena e dovrebbe prendere precauzioni, perché, in particolare, la Forza Aerea turca interverrà dopo l’uso dell’artiglieria. Vedremo che succede, ma credo che la Russia stia sbagliato a pensare che la Turchia ha obiettivi limitati.

Diego Martínez: Passiamo a un altro tema. Ad Haiti è stato nominato Presidente ad interim Jocelerme Privert che ha assunto la carica in queste ore. Cosa possiamo aspettarci che accada in questo paese con il popolo mobilitato?

JP: Non hanno soluzione con il Presidente del Senato, che forma parte dell’oligarchia haitiana. Secondo le ultime notizie che abbiamo, grandi mobilitazioni popolari saranno convocate per chiedere di indire le elezioni. Se si rimandano troppo, questo cosiddetto governo di transizione dovrà affrontare altre proteste.

Questo governo non ha nessuna soluzione, perché viene dalla stessa casta politica del governo precedente. Si potrebbe ottenere un po’ di spazio, se si organizzassero rapidamente nuove elezioni, pienamente democratiche, con un conteggio onesto e che il popolo abbia la possibilità di votare per tutti i candidati, anche per il vecchio Bertrand Aristide. Finora le elezioni sono state controllate, manipolate, in forma molto corrotta, possiamo dire che non ci sono state libere elezioni.

È difficile immaginare elezioni democratiche, quando le forze di occupazione delle cosiddette missioni di pace delle Nazioni Unite stanno occupando il paese militarmente. Perché le forze d’invasione, tra cui l’esercito uruguayano, sono lì per proteggere l’oligarchia e gli interessi imperialisti, non per sopravisionare elezioni democratiche.

MAB: Un altro problema da affrontare è anche la presenza del Papa in Messico e la sua visita a Cuba, dove ha incontrato il patriarca russo Kiril, incontro che si ritiene vada al di là delle religioni, è da un migliaio di anni, che si sono separate le chiese.      

JP: L’urgenza di raggiungere un accordo tra le due Chiese -quella ortodossa russa e la Chiesa cattolica – è perché i Cristiani vengono massacrati in Medio Oriente, sono perseguitati in tutti questi paesi, l’Iraq, la Siria, Israele. I Cristiani soffrono persecuzione, sfollamenti, omicidi di massa. La popolazione cristiana è diminuita di oltre il 80% in quelle zone negli ultimi cinque anni, a causa della persecuzione.

Il Patriarca e il Papa si sono incontrati a L’Avana per dare voce ai Cristiani che soffrono per mano dei fanatici islamici e dei fanatici sionisti. Dobbiamo riconoscere questo, perché le forze progressiste non hanno preso atto di questa persecuzione religiosa, politica, sociale, in questa regione. Ed è fondamentale, quando migliaia di persone di origine cristiana marciscono in prigione o nei campi profughi.

Ma al di là dell’incontro tra i leaders religiosi, c’è la visita del Papa in Messico, dove ha fatto una grande denuncia, non solo contro i teppisti, i criminali, i politici narco; il Papa ha anche detto che la narco-politica e gli omicidi in Messico hanno radici profonde nell’élite politico-economica. E ha detto, letteralmente: “Quando ci sono grandi disuguaglianze fra i poveri, la classe politica e l’oligarchia economica, ecco il terreno che semina il traffico di droga, il traffico di esseri umani, la prostituzione, etc.

Poi, è andato al di là della condanna ai narco-trafficanti, alle banche che stanno lavando denaro, ha coinvolto il Presidente, Enrique Peña, che era di lato sorridendo, mentre il Papa li condannava come fonti della corruzione e del traffico di droga.

DM: Françoise Hollande si incontrerà con i leaders europei e latino-americani. Cosa cerca Hollande con questo tour?                

JP: Sta lavorando per rafforzare le tendenze neo-liberiste che corrispondono alle sue politiche in Francia. Cerca di guadagnare mercati, dal momento che l’economia francese è stagnante e il tasso di disoccupazione supera il 12%, se si aggiungono i sub-occupati che sono quasi il 30%. Quasi uno su tre francesi è senza un lavoro ben pagato e stabile. Si tratta di una grave crisi economica.

Inoltre, la sua campagna contro il terrorismo ha promosso azioni contro la democrazia; la legge di emergenza, che sta sospendendo tutti i diritti democratici. Un governo fortemente impopolare, che cerca, a partire dal commercio, di risolvere alcuni problemi con le esportazioni e che cerca un modo per convergere verso Cuba in un paio di cose minori, per poder alzare la bandiera di un governo progressista, cosa cui nessuno crede.

Chiaramente, la politica neo-liberista di Hollande, il sostegno alle guerre di intervento in Siria e le politiche repressive interne stanno alimentando un’opposizione maggioritaria, che non sono in grado di recuperare con misure interne. Stanno anche incoraggiando un’opposizione maggiore, che sta dalla parte del grande capitale.

Per questo motivo, ritiene che un viaggio in America Latina, alcuni accordi commerciali possano servire come pubbliche relazioni pubblicitarie, per mostrare che sta facendo qualcosa per risolvere i problemi. Il fatto fondamentale è che Hollande non ha il consenso interno per essere rieletto.

DM: Ha problemi interni, dal momento che lo stesso Partito Socialista ha votato contro la Legge Anti-terrorista.

JP:  Sì. Come possono sostenere misure dittatoriali politici minimamente democratici, come ad esempio che l’Esecutivo, la Polizia abbiano il potere di intervenire in qualsiasi ufficio, in qualsiasi casa, rompendo porte, senza alcuna autorizzazione giudiziaria. È contro la Costituzione, contro le tradizioni democratiche.

Solo i governi di estrema destra utilizzavano queste misure, i fascisti durante la seconda guerra mondiale e alcuni altri nel post-guerra. Ma ora Hollande ha esteso i suoi poteri per ancora diversi mesi, e forse per prolungarli in eterno. Equivale a trasformare la Francia in un governo autoritario.

DM: Verrà anche da queste parti, Petras, il 26 e il 27 sarà in Uruguay, non si sa bene a fare cosa..

MAB: Viene a vendere navi ed elicotteri, dicono i media.

JP: Sta cercando di rompere l’integrazione latino-americana e creare con Macri e altri politici, una qualche forma di integrazione dell’America Latina subordinata all’Unione Europea. Hollande lavora con la Germania e l’Inghilterra, la destra estrema che cerca di conquistare i mercati dell’America Latina e rompere l’unità che viene da anni fa, a partire dalla leadership dell’ex-presidente Hugo Chávez. Non c’è nulla di progressista da aspettarsi da questo pseudo-socialista.

MAB: Dal momento che hai nominato Macri, sono cominciate le proteste, sabato una grandissima convocata dagli artisti, ma il governo continua.

JP: Sì. Le proteste sono iniziate, ma ben presto si vedrà che Macri non ha alcun interesse ad avere il sostegno popolare, avrà solo i suoi poteri esecutivi, la forza, i proiettili di gomma; cercherà di cambiare il sistema giudiziario, le regole della comunicazione. Si tratta di un progetto chiaramente bonapartista.

Macri cerca il modo per concentrare tutti i poteri e li usa per svendere il paese. Già ha offerto ai fondi- avvoltoio sei miliardi di dollari a titolo di compensazione, il che è cinque volte superiore al valore ufficiale delle obbligazioni. Eppure, gli avvoltoi di New York dicono che non basta, vogliono tutto. E siccome trovano un partner che offre loro tutto quello che vogliono, perché non chiedere di più. È il dilemma di Macri adesso, ha fatto molte concessioni al capitale straniero ma loro vogliono di più, lui deve trovare la formula per consegnare i soldi senza generare conflitti.

Dunque, ci troviamo in un’epoca pre -insurrezionale. In sei mesi o un anno, queste politiche di Macri provocheranno mobilitazioni, scioperi generali e si concluderanno con una presa delle città e blocchi delle autostrade da parte dei piqueteros, come negli anni 2001-2002.

Il cammino di Macri è verso un confronto di massa. Oggi ci sono marce, domani scioperi generali, poi l’insurrezione. Perché è un estremista, ha il pieno supporto di Wall Street, della City inglese; i giornali sono i portavoce di Macri, pubblicizzano tutto quello che fa Macri per favorire il capitale. Ma questo rappresenta solo il 15 o il 20% degli Argentini che lo stanno sostenendo, che però non controllano le strade, tanto meno le organizzazioni popolari.

DM: Da questo nuovo tentativo da parte del partito socialista di formare un governo con Ciudadanos, il nuovo partito della destra spagnola, che cosa ci si può aspettare?

JP: Non hanno nemmeno abbastanza voti in parlamento. È un gesto vuoto. La proposta in un certo senso era quella di creare una collaborazione con Ciudadanos e Podemos; il centro destra e il centro sinistra con il cosiddetto Partito Socialista. Però il tentativo non è riuscito, perché Podemos comprende che Ciudadanos è semplicemente l’altra faccia del neo-liberismo. Attualmente, vi è una grave crisi in Spagna, perché il Partito Popolare, che non è popolare, è la destra neo-liberista – è in una grave crisi di corruzione che tocca tutti i livelli del partito, di modo che la Presidente del PP di Madrid, Esperanza Aguirre, ha dovuto rinunciare, perché lei dice che non aveva le mani in pasta, che erano gli altri funzionari e che non voleva essere coinvolto.

Dunque, la corruzione è così endemica nel PP, che non so se sono in grado di formare un governo con qualcuno. Saranno giudicati e forse finiranno per discutere di politica nelle carceri, dove devono stare.

Ma il PSOE nemmeno è in grado di formare un governo. Pertanto, la crisi si estenderà e approfondirà in Spagna; e penso che presto dovranno indire di nuovo le elezioni. Soprattutto ora, con l’ultima crisi del PP alla Presidenza del partito. Cadranno tantissimo e ciò darà all’opposizione la possibilità di riconfigurare le maggioranze, in qualche modo.

 DM: C’è qualche altro tema che vorresti menzionare?

JP: Beh, ho due cose. Nelle elezioni Primarie nel New Hampshire, uno stato del nord degli Stati Uniti, ha vinto il candidato democratico socialista Bernie Sanders, con un margine del 22% rispetto a Hillary Clinton. Ma in seguito alla manipolazione del partito, ha finito per avere lo stesso numero di delegati di Clinton. E questo perché il Pd non vuole permettere che l’elettorato, la base del suo partito, determini i candidati. Essi hanno un sistema di mega-delegati – così si chiama – che hanno un voto del Congresso per nominare il candidato, e che non dipendono dal voto delle basi. Sono delegati eletti dalla macchina politica del Partito Democratico.

Questo dimostra ancora una volta la corruzione, la manipolazione, e il carattere oligarchico del Partito Democratico. E se l’idea di Sanders era che avrebbe potuto – con il libero gioco libero elettorale – vincere la gara, si sbagliava. Perché questo già bolle in pentola. E penso che sia importante che gli ascoltatori capiscano che vincere le elezioni primarie negli Stati Uniti non significa che dopo sarà il candidato.

DM: Che possiamo dire ancora su Sanders?

JP: Rappresenta una politica riformista positiva, propone un Piano Sanitario Nazionale, un piano nazionale per l’istruzione gratuita e altre riforme positive. Eppure, il capitalismo americano è tanto rigido, tanto repressivo, che penso che la sua sfida non avrà successo per le restrizioni imposte.

Ma dimostra che il popolo americano ormai non ha paura della parola socialista e che un socialista può anche ottenere la maggioranza in alcune province; si tratta di grande una svolta che l’anti-comunismo, l’anti-socialismo, siano precipitati negli Stati Uniti. E il popolo americano, in particolare le giovani generazioni, sono disposti a sostenere i socialisti contro gli oligarchi corrotti e guerrafondai che stanno dominando la politica.

DM: È difficile che si possa applicare un certo orientamento che propone?

JP: Ebbene, serve come pressione in generale. I media hanno l’obbligo, nonostante tutto, di presentare la sua voce. E la sua voce e la sua presenza influenzano molte persone, nonostante tutti i pregiudizi che manifestano verso la sua candidatura questi media. Abbiamo visto, per esempio, gli annunci che dicono: ‘il candidato democratico socialista è qui oggi per annunciare modifiche di programma’. E questo significa che la gente comune sente la parola socialista associata alle riforme popolari.

Estratto da La Haine

Testo completo in: http://www.lahaine.org/creo-que-rusia-esta-equi

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

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