Elezioni presidenziali USA 2016: la rivolta delle masse

Trump-Sandersdi James Petras

02.24.2016Le elezioni presidenziali del 2016 hanno parecchie caratteristiche peculiari, che sfidano il comune patrimonio di conoscenze sulle pratiche politiche nell’America del 21mo secolo.

Chiaramente, la macchinaria politica consolidata – le élites di partito e i loro sostenitori aziendali – hanno (in parte) perso il controllo del processo di nomina e si confrontano con candidati ‘indesiderati’, che si battono con programmi e dichiarazioni che polarizzano l’elettorato.

Ma ci sono altri fattori più specifici, che hanno eccitato l’elettorato e parlano della storia recente degli Stati Uniti. Questi presagiscono e riflettono un riallineamento della politica degli Stati Uniti.

In questo saggio, illustreremo questi cambiamenti e le loro conseguenze più importanti per il futuro della politica americana. Esamineremo come questi fattori influenzano ciascuno dei due maggiori partiti.

 

La politica del Partito Democratico: il contesto del riallineamento

L’’ascesa e il declino’ del Presidente Obama hanno seriamente intaccato il fascino della “politica dell’identità” – l’idea che le ‘identità’ etniche, di razza e di genere possano modificare il potere del capitale finanziario (Wall Street), dei militaristi, dei sionisti e dei funzionari dello ‘stato di polizia’. Il chiaramente evidente disincanto degli elettori per la “politica dell’identità” ha aperto la porta per la politiche di classe di un tipo specifico.

Il candidato Bernie Sanders si rivolge direttamente agli interessi di classe dei lavoratori e degli impiegati salariati. Ma la ‘questione di classe’ si pone nel contesto di una polarizzazione elettorale e, come tale, non riflette una vera e propria ‘polarizzazione di classe’, o una crescente lotta di classe nelle strade, nelle fabbriche o negli uffici.

In effetti, la polarizzazione elettorale di ‘classe’ è un riflesso delle recenti grandi sconfitte sindacali in Michigan, Wisconsin e Ohio. La confederazione sindacale (AFL-CIO) è quasi scomparsa come fattore sociale e politico, rappresentando solo il 7% dei lavoratori del settore privato. Gli elettori della classe lavoratrice sono ben consapevoli che i leaders sindacali al vertice, che ricevono una media di $ 500.000 all’anno in stipendi e benefici, sono profondamente coinvolti nell’élite del Partito Democratico. Mentre i singoli lavoratori e i sindacati locali sono attivi sostenitori della campagna di Sanders, lo fanno come membri di un amorfo movimento elettorale multi-classe e non come un unico ‘blocco dei lavoratori’.

Il movimento elettorale di Sanders non è venuto fuori da un movimento sociale di portata nazionale: il movimento per la pace è praticamente moribondo; i movimenti per i diritti civili sono deboli, frammentati e localizzati; il movimento Black Lives Matter ha raggiunto il picco ed è diminuito, mentre il movimento Occupy Wall Street è un lontano ricordo.

In altre parole, questi ultimi movimenti, nel migliore dei casi, forniscono alcuni attivisti e un qualche impulso per la campagna elettorale di Sanders. La loro presenza mette in evidenza alcune delle questioni che il movimento elettorale di Sanders promuove nella sua campagna.

In realtà, il movimento elettorale di Sanders non ‘emerge’ da pre-esistenti movimenti di massa, tanto quanto riempie il vuoto politico derivante dalla loro scomparsa. L’insorgenza elettorale riflette le sconfitte dei funzionari sindacali alleate con i politici democratici in carica, nonché la limitazione delle tattiche di ‘azione diretta’ dei movimenti Black Lives Matter e del tipo Occupy.

Dal momento che il movimento elettorale di Sanders non sfida direttamente ed immediatamente i profitti capitalistici e gli stanziamenti di bilancio pubblico non è stato oggetto di repressione di stato. Le autorità repressive calcolano che questo ‘fermento’ di attività elettorale durerà solo pochi mesi e poi sarà riassorbito nel Partito Democratico o dall’apatia degli elettori. Inoltre, essi sono vincolati dal fatto che decine di milioni di sostenitori di Sanders sono coinvolti in tutti gli stati e non sono concentrati in una sola regione.

Il movimento elettorale di Sanders aggrega centinaia di migliaia di micro-lotte locali e permette l’espressione della disaffezione di milioni con rimostranze di classe, senza alcun rischio o costo (come nel caso di perdita di lavoro o di repressione della polizia) per i partecipanti. Questo è in netto contrasto con la repressione sul luogo di lavoro o nelle strade urbane.

La polarizzazione elettorale riflette polarizzazioni orizzontali (di classe) e verticali (intra-capitaliste).

Sotto l’élite del 10% e, in particolare, tra i giovani della classe media, la polarizzazione politica favorisce il movimento elettorale di Sanders. I dirigenti sindacali, i membri del Congresso Nero Caucus e il sistema Latino abbracciano tutti la scelta sacramentale dell’élite politica del Partito Democratico: Hilary Clinton. Mentre i giovani latinos, le donne lavoratrici e i sindacalisti di base sostengono il movimento elettorale neonato. Settori significativi della popolazione afro-americana, che non sono riusciti ad avanzare (e sono effettivamente regrediti) sotto il Presidente Democratico Obama o hanno visto la repressione della polizia espandersi sotto il ‘primo Presidente nero’, si rivolgono alla neonata campagna di Sanders. Milioni di latinos, disincantati con i loro leaders legati all’élite democratica, che non hanno fatto nulla per impedire le deportazioni di massa sotto Obama, sono un potenziale di supporto base per ‘Bernie’.

Tuttavia, il più dinamico settore sociale nel movimento elettorale di Sanders sono gli studenti, che sono stimolati dal suo programma di istruzione superiore gratuita e dalla fine della schiavitù del debito post-laurea.

Il malessere di questi settori trova la sua espressione nella ‘rivolta rispettabile della classe media’: una ribellione di elettori, che ha momentaneamente spostato l’asse del dibattito politico all’interno del Partito Democratico a sinistra.

Il movimento elettorale di Sanders solleva questioni fondamentali della disuguaglianza di classe e dell’ingiustizia razziale nel sistema legale, della polizia ed economico. Esso evidenzia la natura oligarchica del sistema politico –  allo stesso tempo, il movimento a guida Sanders tenta di utilizzare le regole del sistema contro i suoi formulatori. Questi tentativi non hanno avuto molto successo all’interno dell’apparato del Partito Democratico, dove i padroni di partito hanno già allocato centinaia di ‘non eletti’, i cosiddetti ‘mega-delegati’, a Clinton – nonostante i successi di Sanders nella prima fase delle primarie.

La stessa forza del movimento elettorale ha una debolezza strategica: è nella natura dei movimenti elettorali fondersi in vista delle elezioni e sciogliersi dopo il voto. La leadership di Sanders non ha fatto alcuno sforzo per costruire un movimento di massa sociale e nazionale, in grado di continuare le lotte di classe e sociali durante e dopo le elezioni. In realtà, l’impegno di Sanders a sostenere la leadership stabilita del Partito Democratico se perde la nomina in favore di Clinton porterà ad una profonda disillusione dei suoi sostenitori e a una rottura del movimento elettorale. Lo scenario post-convention, in particolare in caso di coronamento della Clinton da parte dei ‘super-delegati’, nonostante una vittoria popolare di Sanders nelle singole primarie, sarà molto dirompente.

 

Trump e la ‘rivolta della destra’

La campagna elettorale di Trump ha molte delle caratteristiche di un movimento latino-americano nazionalista-populista. Come il movimento argentino peronista, unisce misure protezionistiche, misure economiche nazionaliste che si rivolgono ai piccoli e medi produttori e ai lavoratori industriali delocalizzati con uno ‘sciovinismo da grande nazione’ populista e di destra.

Ciò si riflette negli attacchi di Trump contro la ‘globalizzazione ‘- un surrogato dell’’anti-imperialismo’ peronista ‘.

L’attacco di Trump alla minoranza musulmana negli Stati Uniti è un abbraccio appena velato al fascismo clericale di destra.

Mentre Perón faceva campagne contro le ‘oligarchie finanziarie’ e l’invasione delle ‘ideologie straniere’, Trump disprezza le ‘élites’ e denuncia l”invasione’ di immigrati messicani.
L’appello di Trump è radicato nel profondo della rabbia amorfa della classe media in discesa sprofondante verso il basso, che non ha ideologia. . . . ma un sacco di risentimento per il suo status in declino, la sua fatiscente stabilità e per le famiglie colpite dalla droga (ne sono testimonianza le preoccupazioni espresse apertamente dagli elettori bianchi nella recenti primarie del New Hampshire).

Trump proietta potere personale sui lavoratori che sono imbrigliati da sindacati impotenti, gruppi civici disorganizzati, e associazioni imprenditoriali locali marginali, tutti incapaci di contrastare il saccheggio, il potere e la corruzione su larga scala dei truffatori finanziari, che si alternano tra Washington e Wall Street nella più totale impunità.

Queste classi ‘populiste’ ottengono brividi effimeri dallo spettacolo di Trump che inchioda e schiaffeggia i politici di carriera e le élites economiche allo stesso modo, proprio mentre esibisce il suo successo da capitalista.

Esse premiano la sua sfida simbolica all’élite politica, mentre lui ostenta le proprie credenziali da élite capitalista.

Per molti dei suoi sostenitori suburbani, lui è il ‘grande moralizzatore’, che nel suo eccesso di zelo, di tanto in tanto, commette gaffe ‘scusabili’ per zelante esuberanza – un genuino ‘Oliver Cromwell’ del 21° secolo.

Infatti, ci può essere anche un richiamo etnico-religioso meno palese nella campagna di Trump: i suoi appelli all’identità bianco-anglo-sassone e protestante di questi stessi elettori, di fronte alla loro apparente emarginazione. Questi ‘Trumpisti’ non sono ciechi di fronte al fatto che non un solo giudice WASP siede alla Corte Suprema e ci sono pochi, se pure qualcuno, WASP tra i primi funzionari economici al Tesoro, al Commercio, o alla Fed (Lew, Fischer, Yellen, Greenspan, Bernacke, Cohen, Pritzker, etc.). Mentre Trump non è reticente sulla sua identità – essa facilita il suo richiamo al voto.

Tra gli elettori WASP, che silenziosamente risentono dei salvataggi di ‘Wall Street’ e della posizione privilegiata percepita di Cattolici, Ebrei e Afro-americani nell’amministrazione Obama, la condanna diretta e pubblica da parte di Trump del Presidente Bush per aver deliberatamente fuorviato la nazione nell’invasione dell’Iraq (e l’implicazione di tradimento) è stata un grande vantaggio.

Il richiamo nazional-populista di Trump si sposa con il suo militarismo bellicoso e il suo autoritarismo da teppista. Il suo pubblico assenso alle torture e ai controlli statali di polizia (per ‘combattere il terrorismo’) fa appello alla destra militarista. D’altra parte, le sue amichevoli aperture al Presidente russo Putin ( ‘un ragazzo tosto disposto ad affrontarne un altro’) e il suo sostegno a terminare l’embargo cubano fa richiamo alle élites economiche e dalla mentalità commerciale. I suoi richiami a ritirare le truppe U.S.A. dall’Europa e dall’Asia attraggono gli elettori del tipo ‘fortezza America’, mentre le sue richieste di bombardare ‘a tappeto’  l’ISIS appelli fanno appello agli estremisti nucleari. È interessante notare che il supporto di Trump alla Social Security and Medicare, così come la sua richiesta di copertura sanitaria per gli indigenti e il suo riconoscimento aperto di servizi vitali di Pianificazione Familiare per le donne povere, fa appello ai cittadini più anziani, ai conservatori compassionevoli e agli indipendenti.

L’amagama sinistra-destra di Trump, gli appelli protezionistici e pro-business, le sue proposte contro Wall Street e a favore del capitalismo industriale, la sua difesa dei lavoratori degli Stati Uniti e gli attacchi ai lavoratori latinos e agli immigrati musulmani hanno rotto i confini tradizionali tra la politica popolare e quella di destra del Partito Repubblicano.

Il ‘Trumpismo’ non è un’ideologia coerente, ma una combinazione volatile di ‘posizioni improvvisate’, adattata per fare appello a lavoratori marginalizzati, a classi medie piene di risentimento (WASPs emarginati) e, soprattutto, a coloro che non si sentono rappresentati dai Repubblicani di Wall Street  e dai politici liberali Democratici che si basano su di politica dell’identità (neri, Ispanici, donne ed Ebrei).

Il movimento di Trump è basato su di un culto della personalità: ha un’enorme capacità di convocare riunioni di massa, senza un’organizzazione di massa o un’ideologia sociale coerente. La sua forza fondamentale è la sua spontaneità, la novità e l’ostilità focalizzata sulle élites strategiche.

La sua debolezza strategica è la mancanza di un’organizzazione che possa essere sostenuta dopo il processo elettorale. Ci sono pochi quadri ‘trumpisti’ e militanti tra i suoi fans adoranti. Se Trump perde (o è ingannato dalla nomina di un ‘candidato dell’unità’, tirato fuori dall’élite del Partito), la sua organizzazione si dissiperà e si frammenterà. Se Trump vince la nomination repubblicana, egli trarrà  supporto da Wall Street, specie se avrà di fronte una candidatura democratica di Sanders. Se vince le elezioni politiche e diventa presidente, egli cercherà di rafforzare il potere esecutivo e muoversi verso una presidenza ‘bonapartista’.

 

Conclusione
L’ascesa di un movimento social-democratico all’interno del Partito Democratico e l’ascesa di un movimento sui generis di destra nazional-populista nel Partito Repubblicano riflettono l’elettorato frammentato e le profonde fenditure verticali e orizzontali, che caratterizzano la struttura etnica e di classe degli Stati Uniti. I commentatori, grossolanamente, semplificano eccessivamente quando riducono la rivolta a incoerenti espressioni  di ‘rabbia’.

La frantumazione del controllo prestabilito da parte dell’élite è un prodotto di risentimenti di classe ed etnici profondamente avvertiti, di ex-gruppi privilegiati che vivono una mobilità verso il basso, di imprenditori locali che vivono il fallimento a causa della ‘globalizzazione’ (l’imperialismo) e del risentimento dei cittadini verso il potere del capitale finanziario (le banche) e il loro schiacciante controllo su Washington.

Le rivolte elettorali a sinistra e destra possono essere dissipate, ma avranno piantato i semi di una trasformazione democratica o di una rinascita nazionalistico-reazionaria.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Análisis de Entorno Situacional Político (10mar2016)

por Néstor Francia

Jueves 10 de marzo de 2016

USA: una amenaza usual y ordinaria Otra vez Obama pareciera hacernos un favor, al prolongar por otro año la orden ejecutiva que nos declara como una amenaza “inusual y extraordinaria” para Estados Unido. Se diría que los poderosos del Imperio desconocen la fibra nacionalista, patriótica, del pueblo venezolano. Nuestro Gobierno, ni corto ni perezoso, está tocando esa fibra, removiéndola. No es para nada una acción oportunista, de conveniencia. Una de las más claras marcas de fábrica del chavismo es su carácter antiimperialista. Sobre eso volveremos más adelante.

¿Realmente el Imperio desconoce ese carácter de nuestro pueblo? No debería, está harto demostrado ¿Se olvida acaso del “recibimiento” que le dio Caracas a Richard Nixon cuando era Vicepresidente de la potencia del Norte? Ahora bien, la malhadada orden no significa que el Imperio nos va a invadir mañana mismo. Más que un carácter práctico, la orden tiene, por ahora, sobre todo una impronta política. Se da en medio de la redoblada ofensiva internacional contra la Revolución Bolivariana.

Las señales se amontonan una tras otra: bufa Almagro, se pide la aplicación de la Carta Democrática de la OEA a Venezuela, se pronuncia la derecha legislativa de Chile, vuelve por sus fueros el club de ex presidentes neoliberales. En ese panorama encaja a la perfección la decisión de Obama. Se prepara el cerco y el escenario para agredir a Venezuela al menor pestañeo, mientras los lacayos del patio avanzan en el esquema de desestabilización.

Hay cosas que no se pueden obviar en este contexto. Una de ellas es la reacción de la derecha del patio, que no sorprende a nadie, por supuesto. Al negarse a discutir el tema en la Asamblea Nacional, dejan ver la cola de sus intenciones con respecto a la soberanía de la Patria y la relación del país con el imperialismo. Saben que Estados Unidos es y seguirá siendo socio principalísimo de sus planes contrarrevolucionarios, la orden ejecutiva misma es parte de esos planes, así lo perciben. Todo lo que sume a su objetivo apocalíptico es por ellos bienvenido. Por tumbar a Maduro y darle matarile a la Revolución, son capaces de vender a su propia madre, que es exactamente lo que hacen cuando no defienden a la Patria de la descomunal amenaza de la potencia imperial por excelencia. Pero, como dijimos, no hay sorpresas, esa es su real esencia.

Mas también hay moros en la costa de la “izquierda”. Uno de estos opinadores de Aporrea.org (para nada estamos con esto atacando a ese medio digital) puso el grito en el cielo por la manifestación de apoyo que promulgó Cuba contra la orden de Obama.

Es uno de esos tipos prepotentes que viven pontificando sobre el socialismo y contra Nicolás Maduro. Su desmedida pedantería solo es comparable con su descomunal ignorancia. No habría que apoyar a Maduro ni siquiera en esta lucha fundamental contra la agresión imperial ¡Qué falta de visión, que cortedad de miras, que manera de dejar que los árboles tapen el bosque!

En estos Análisis nos hemos referido más de una vez a cuál es la contradicción principal que sacude al mundo contemporáneo, no hay que ser ningún genio para saberlo: aquella que enfrenta al imperialismo norteamericano y sus aliados, por un lado, con las naciones soberanas y los pueblos del mundo, por el otro. Todas las otras contradicciones presentes están supeditadas a esa confrontación histórica que marca la época.

¿Por qué creen esos opinadores de “izquierda” que existe tal saña imperial contra la Revolución Bolivariana? ¿Cuáles son las razones de todas las conspiraciones? Pues las mismas que explican los largos años de agresiones y bloqueos contra Cuba, los golpes e invasiones ejecutadas por el Imperio en nuestro continente, el derrocamiento de Salvador Allende. Al Imperio le importa un bledo si nuestro Gobierno tiene una obra social destacada, ni siquiera se opone realmente a eso, o si Venezuela es socialista o no.

Su real problema es la existencia de una voz libre, independiente, que se opone a la hegemonía mundial y al dominio global de Estados Unidos. Lo que se juega es la permanencia del Imperio como tal. Eso no lo tendrán claro los plumíferos de la izquierda dogmática y prepotente, pero sí es transparente como el agua impoluta para el imperialismo. Bien, una vez más los extremos se tocan.

En cuanto a los patriotas venezolanos, tendremos que estar preparados para todo, porque Estados Unidos es, para nosotros, una amenaza usual y ordinaria, y altamente peligrosa.

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