Tillerson, un giro fallito

Tillerson

di Ánguel Guerra

da Telesur

08feb2018.– È fallito il tentativo da parte del Segretario di Stato Rex Tillerson di imporre nel suo giro dell’America Latina e dei Caraibi le ossessioni e gli incubi dell’imperialismo statunitense nella fase del suo più grande declino. Il suo scopo primario di arrivare al rovesciamento del presidente Maduro attraverso un colpo di stato o di altri modi violenti che già conosciamo, di liquidare la Rivoluzione bolivariana e di impadronirsi del petrolio del Venezuela, è ben lungi dal materializzarsi come risultato del suo percorso. Ha ricevuto un forte e immediato ripudio non solo da parte di Maduro, ma anche di Vladimir Padrino, comandante in capo delle Forze Armate Nazionali Bolivariane,  insieme ai comandi principali dell’istituzione, a gran voce supportati dai quadri e dalle masse chaviste.

Il tour è stato preceduto da un discorso irrispettoso, obsoleto e interventista contro Cuba e il Venezuela presso l’Università del Texas, dove ha avuto l’audacia di rivendicare la validità della Dottrina Monroe e mettere in discussione i rapporti della Cina e della Russia con la nostra regione. ‘L’America Latina non ha bisogno di nuovi poteri imperiali che perseguono solo il loro interesse. Gli Stati Uniti sono diversi: non cerchiamo accordi a breve termine con guadagni asimmetrici, cerchiamo partner’. Che cinismo!

Il segretario ha taciuto che è il potere che rappresenta, insieme alle sue multinazionali, e non la Cina e la Russia, che hanno sottoposto la nostra regione per oltre un secolo al saccheggio, allo sfruttamento, alle interferenze, agli interventi militari, ai colpi di stato e all’assassinio di centinaia di migliaia di lavoratori, contadini, studenti e indigeni.

Tillerson è arrivato a suggerire che il presidente eletto da una maggioranza di Venezuelani esca di scena e si è intromesso spudoratamente nel processo elettorale di Cuba. Il capo di Stato sembra non aver capito che gli Stati Uniti non sono quel potere assoluto che apparivano alla scomparsa dell’URSS e che l’attuale presenza cinese e russa nella nostra America è causata da decisioni sovrane dei governi della regione, tra cui alcuni molto a destra come l’Argentina e il Brasile. Tillerson può dire quello che gli viene in mente, ma come dimostrano gli esempi di Cuba e Venezuela, Washington non sempre raggiunge i suoi obiettivi con la politica delle sanzioni, con le minacce, con i tentativi di ricatto e gli interventi. Al contrario, essi sono controproducenti, come il presidente Obama ha capito dopo sei decenni di applicazione a Cuba.

Né i governi della regione cesseranno le relazioni con la Russia e la Cina per una maggiore pressione da parte di Washington, perché hanno bisogno di vendere le loro materie prime, che avvantaggiano le loro economie e arricchiscono le oligarchie e anche le transnazionali. Anche perché ci sono già progetti di infrastrutture congiunte con Pechino per miliardi di dollari e ce ne sono molti altri in programmazione, che il potere del nord non ha le risorse e la volontà di portare avanti. Questo è risultato molto chiaramente dall’ultimo vertice CELAC-Cina a Santiago del Cile. Per quanto riguarda le armi russe, oltre alla loro alta qualità e ai prezzi ragionevoli, è evidente che, per qualsiasi paese determinato a essere indipendente e a preservare la propria sovranità, sono un’opzione molto migliore rispetto alle statunitensi.

Tillerson non ha fatto altro che portarci la sua personale versione di disprezzo per i nostri popoli e per quelli africani – paesi di merda (sic) – a cui Trump ci ha abituato un giorno sì e pure l’altro. (Una versione) della maleducazione e dell’arroganza con cui il suo capo parla di noi. È venuto per la lana e se ne è andato tosato. Voleva che saltasse fuori un Pinochet ed è stato  respinto da un coro di patrioti venezuelani, per bocca del generale Padrino: ‘In Venezuela non accetteremo mai che nessun governo o potenza straniera intervenga in alcun modo’. Contrasta con il comportamento servile e suicida dei leader dell’opposizione venezuelana, che hanno ricevuto una telefonata da Tillerson da Bogotà per non firmare gli accordi della Repubblica Dominicana.

Il viaggio del segretario si è concentrato sui paesi del cosiddetto Gruppo di Lima. Si ricorda che gli Stati Uniti hanno dovuto ricorrere a questi governi ultra-neo-liberisti, perché i Caraibi e i paesi dell’ALBA gli impedivano di imporre sanzioni al Venezuela nell’ambito dell’OSA. Ma anche questi governi interventisti, come quello messicano, sottolineano che non sono favorevoli a una soluzione violenta in Venezuela. Immagino che si guardino allo specchio dell’Iraq, della Libia e della Siria. Come afferma la dichiarazione della cancelleria cubana in risposta a Tillerson: la nostra America si è risvegliata e non sarà così facile piegarla.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Sabotaggio alla democrazia in Venezuela

S. Domingo

di Atilio Borón

da Telesur

08feb2018.- Confermando ancora una volta il loro sinistro ruolo, gli Stati Uniti hanno appena sabotato un accordo laboriosamente raggiunto tra il governo e l’opposizione venezuelana nei dialoghi di Santo Domingo. Nella lettera pubblicata in data 7 febbraio, l’ex-primo ministro spagnolo Jose Luis Rodriguez Zapatero ha rivelato la sua sorpresa e, in modo più sottile, la sua indignazione per l’’inaspettata’ rinuncia dei rappresentanti dell’opposizione a firmare l’accordo, quando tutto era pronto per la cerimonia di protocollo, in cui la buona notizia sarebbe stata annunciata pubblicamente. Come rivelato nella lettera, Zapatero dice che, dopo due anni di colloqui e confronti, si era giunti a un accordo per avviare ‘un processo elettorale con garanzie e accordo sulla data delle elezioni, sulla posizione riguardo alle sanzioni contro il Venezuela, sulle condizioni per la Commissione della Verità, sulla cooperazione di fronte alle sfide sociali ed economiche, sull’impegno verso una normalizzazione istituzionale e un pieno sviluppo delle politiche democratiche, nonché sulle garanzie per il rispetto dell’accordo’. 

Quest’accordo, se fosse stato firmato dall’opposizione, avrebbe messo fine alla crisi politica che, con le sue ripercussioni economiche e sociali, aveva scatenato una delle più gravi crisi del Venezuela nella sua storia. Era anche un gigantesco passo verso la normalizzazione di una situazione regionale sempre più accentuata dalle risonanze del conflitto venezuelano. Il pretesto sorprendentemente utilizzato dall’imbarazzata opposizione è stato la ripresa della domanda che le elezioni presidenziali fossero monitorate dal Gruppo di Lima, un insieme di paesi (Argentina, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Guatemala, Guyana, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Perù, Santa Lucia), i cui governi fanno a gara a chi mostra il più grande servilismo, quando si tratta di obbedire agli ordini di attaccare il Venezuela, emessi dalla Casa Bianca. Il Gruppo di Lima non è un’istituzione come l’UNASUR, l’OSA o altre. Il documento elaborato nella Repubblica Dominicana affidava al Segretariato Generale delle Nazioni Unite il coordinamento del controllo delle elezioni presidenziali, un’istituzione infinitamente più seria e prestigiosa del Gruppo di Lima, in cui abbondano i narco-presidenti, i golpisti benedetti dagli Stati Uniti come i capi del Brasile e dell’Honduras, i governi come il Messico, che hanno fatto dei brogli elettorali un’arte incomparabilmente efficiente o il Cile, il cui più grande successo democratico è stato quello di aver talmente deluso le persone, che meno della metà degli elettori è andata alle urne alle ultime elezioni presidenziali. Tuttavia, l’esigenza che questo gruppo indecoroso di governi fosse responsabile di garantire ‘la trasparenza e l’onestà’ delle elezioni presidenziali in Venezuela è stata il pretesto utilizzato per boicottare un accordo che si era costruito così laboriosamente insieme. Come spiegare quest’improvviso e inaspettato cambiamento nell’opinione dell’opposizione venezuelana?

Per rispondere a questa domanda, bisogna andare a Washington. Come era prevedibile, per la Casa Bianca l’unica soluzione accettabile è la rimozione di Maduro e un ‘cambiamento di regime’, anche se quest’opzione comportasse il pericolo di una guerra civile ed enormi costi umani ed economici. In altre parole, il modello è la Libia o l’Iraq e, in nessun modo, un patto di transizione tra il governo e l’opposizione o anche meno, l’accettare la sopravvivenza del governo bolivariano, in cambio di alcuni gesti di moderazione da parte di Caracas. Dal punto di vista geopolitico, che informa tutte le azioni della Casa Bianca, nessuno scrupolo morale può interferire con il progetto di sottomettere il Venezuela al giogo degli Stati Uniti, l’ossessione malsana dell’impero di fare un protettorato americano di un paese che ha le maggiori riserve di petrolio del pianeta e un territorio dotato di immense risorse naturali. Per i falchi di Washington qualsiasi opzione diversa da questa è puro sentimentalismo e, se i politici dell’opposizione venezuelana hanno creduto che questi negoziati sarebbero stati, se non garantiti, almeno tollerati dalla Casa Bianca, sono caduti in un’illusione infantile: credere che gli Stati Uniti si preoccupano della democrazia, o di quella che chiamano ‘crisi umanitaria’ o dello Stato di Diritto in Venezuela. Per l’impero queste richieste sono completamente irrilevanti, quando si parla della stragrande maggioranza dei ‘paesi di merda’, che costituiscono la periferia del sistema capitalistico mondiale. Così, non è stato un caso che l’ordine di astenersi dal firmare accordi sia coinciso con la visita di Rex Tillerson in Colombia: è stato il Presidente Juan M. Santos ad avere il compito disonorevole di trasmettere l’ukase imperiale ai rappresentanti della riunione dell’opposizione riuniti a Santo Domingo.

Come continuerà questa storia? Washington sta tirando la corda, per rendere inevitabile una ‘soluzione militare’ in Venezuela. È stato questo il motivo, per cui Tillerson ha fatto un giro di cinque paesi latino-americani e caraibici, nel tentativo di coordinare le azioni a livello continentale per quello che potrebbe essere l’inizio di un assalto finale contro la patria di Bolivar e Chávez. Il Comando Sud sta inviando personale dell’Aviazione degli Stati Uniti a Panama senza altro scopo credibile che attaccare il Venezuela. Nel frattempo, l’offensiva diplomatica e mediatica si sta diffondendo in tutto il mondo. Il Parlamento Europeo ha dato una nuova prova del suo processo di putrefazione, raddoppiando le sanzioni contro il Venezuela, mentre i servitori latino-americani e caraibici di Washington accettano vergognosamente l’aggressione. L’8 febbraio, il governo cileno ha annunciato la sospensione indefinita della sua partecipazione al dialogo venezuelano perché, secondo La Moneda, ‘non sono state concordate condizioni minime per un’elezione presidenziale democratica e una normalizzazione istituzionale’. Sembra che, come disse una volta José Martí, in Venezuela ‘l’ora dei forni arriva e non si vedrà altro che luce.’

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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