Casalbruciato (Roma) 28nov2019: Che accade in America latina?

L'immagine può contenere: testodi Giuliano Granato

Le rivolte a Haiti, in Ecuador, Cile, il golpe in Bolivia, la lotta che continua da anni in Honduras, la novità delle minacce alla piccola Dominica. E la liberazione di Lula in Brasile. Le elezioni in Argentina e Uruguay. E il conflitto tra esecutivo e legislativo in Perù.

L’America Latina è un territorio in disputa. Mettere i fatti l’uno dietro l’altro può aiutare a fare una cronologia degli eventi, ma non permette la comprensione dei fatti né consente l’analisi degli scenari. La storia e la politica non sono aritmetica. Non basta sommare per avere la chiave di volta che ci permette di capire.

Eppure comprendere è così importante, non solo per studiosi e accademici, non tanto per avere consapevolezza, ma perché quanto sta avvenendo sull’altra sponda dell’Atlantico tocca anche noi.
L’esito degli scontri e dei conflitti in corso, dei quali occorre riuscire a riconoscere il movimento comune, ma anche le enormi differenze, per evitare equiparazioni che distorcono e offuscano anziché schiarire, darà impronta anche allo scontro qui, ne risentiremo le conseguenze, in termini di confezione dello Stato, del ruolo dei movimenti sociali, della possibilità di redistribuire la ricchezza, di rapporto pubblico/privato, del futuro dell’austerity, del ruolo della comunicazione e dei sicial.

La disputa ha mille terreni di scontro. Anche quello internazionale. Ne siamo chiamati in causa. Guardare oggi all’America Latina significa guardare a un pezzo del nostro futuro. E lo possiamo disegnare anche noi. Perché la distanza geografica non ci rende meri spettatori. Volenti o nolenti siamo pezzo in disputa anche noi.

Caravana de la Banda Bassotti hacia Siria

L'immagine può contenere: 9 persone, tra cui Simone KamoCOMUNICADO DE LA BANDA BASSOTTI

Nos dirigimos a nuestra gran Familia Antifascista, a los Antiimperialistas, a la Clase Obrera, a los Parados y a todos los explotados.
Dónde quiera que estén…

La guerra en Donbass continua matando. A pesar de las declaraciones que únicamente se vierten sobre la tregua y sobre los acuerdos de Minsk, el gobierno fascista de Kiev bombardea y asesina todos los dias. En el último periodo, la media de víctimas de la República Popular han sido de un asesinato al día, treinta al mes…

En las cercanías de la frontera con Ucrania, los civiles de Donbass sobreviven en sótanos soterrados viendo como cada día bombardean sus casas.

Sin embargo y a pesar de que la situación sea más confusa que nunca, continuaremos apoyando al Donbass Antifascista con acciones concretas.

Nosotros con todos aquellos que desde siempre apoyan, sostienen y colaboran con la lucha del pueblo de Donbass y la Caravana Antifascista.

En los próximos meses llevaremos material y donativos recibidos a dos orfanatos con los que llevamos colaborando unos años.

No olvidamos, nosotros no podemos olvidar a aquellos niños y la lucha de ese Pueblo que desde el corazón de Europa lucha contra el fascismo.

Al mismo tiempo queremos anunciar el nuevo destino de la Caravana Antifascista, Siria.

El bloque imperialista (Gobierno USA, UE, Gobierno de Israel, OTAN) se alimentan y enriquecen de esa guerra, saqueo y sometimiento de la soberanía del pueblo. Todo el Pueblo de Siria vive desde hace años bajo el dominio del imperialismo, por sus recursos, por su posición estratégica y sobre todo por ser un Pueblo que no se ha doblegado al chantaje.

Estos días se escuchaba la noticia de que las tropas estadounidenses permanecerían controlando los pozos petrolíferos Sirios. Así continuar robando impunemente el petróleo Sirio.

La Caravana Antifascista quiere llegar a Siria en mayo del 2020.

Visitaremos hospitales, orfanatos, escuelas, familiares de caídos, soldados. Sobre todo para encontrarnos con todo el pueblo Sirio.

Llevaremos medicamentos, material escolar, juguetes y sobre todo la Solidaridad Internacional a este pueblo que desde hace muchos años vive bajo continuos ataques.

Fuera las manos de Siria, de Venezuela, de Cuba, de Nicaragua, de Irán, de Corea del norte.

Denunciamos de nuevo una vez más a una comunidad internacional completamente ciega por lo que está sucediendo en Palestina, Yemen, Ecuador, Chile, Bolivia.

Decenas, centenares de muertos invisibles a los medios de comunicación. La decena de bombas israelis sobre Gaza quedan silenciados en todos las telenoticias.

Los Países imperialistas no tienen ningún otro interés que el de robar los recursos y las materias primas de aquellos pueblos que les interesan arremetiendo contra la población que no se alinean a su pensamiento único.

Ese es el verdadero objetivo de los imperialistas. Por ello lucharemos de todas las formas posibles para que les sea imposible a los imperialistas de que impongan su “modelo de paz”. Un ejemplo de ello lo podemos en Libia, reducida a la pobreza y donde ha regresado la trata de esclavos y donde el negocio más floreciente es el de la inmigración.

Solicitamos a todas y todos Antifascistas y Antiimperialistas a colaborar y sustentar la Caravana Antifascista en Siria.

¡NO PASARAN!

BANDA BASSOTTI – ROMA – PLANETA TIERRA – NOVIEMBRE 2019

Golpe in Bolivia: si usa Cristo per saccheggiare il paese

L'immagine può contenere: 1 personadi Achille Lollo

Tutti i media europei e statunitensi hanno usato le patetiche immagini di Luis Fernando Camacho e Jeanine Añez che impugnano la Bibbia come fosse un’arma, per mascherare e occultare la responsabilità strategica del governo degli Stati Uniti in questo colpo di Stato.

Prima di entrare nel merito specifico dei responsabili del colpo di stato, è necessario definire alcuni parametri economici e politici del governo di Evo Morales, per capire perché in un paese come la Bolivia, – dove il PIB è passato da 9 miliardi (2007) a 40 miliardi di dollari (2018), mentre l’inflazione è scesa al 4,5% e la povertà è stata ridotta dal 38% fino al 15% -,  è stato organizzato e realizzato il 10 novembre un colpo di stato, nonostante il presidente Evo Morales avesse annunciato la realizzazione di nuove elezioni prima della fine del suo mandato (22/01/2020), proprio come aveva richiesto il segretario dell’OEA, Luis Almagro e anche la stessa Unione Europea attraverso Federica Mogherini.

In realtà il colpo di stato realizzato dal Comandante in Capo delle Forze Armate, generale Williams Kaliman, insieme al Comandante Generale della Polizia, Vladimir Yuri Calderón, non poteva più essere fermato o tanto meno ritardato in attesa di nuove elezioni.

Questo perché i gruppi paramilitari (Milicias) finanziati, organizzati e diretti dal cosiddetto Comité Civico de Santa Cruz, erano entrati in azione prima del referendum e cioè il 19 ottobre, creando, con azioni di autentico terrorismo, una situazione di crescente instabilità. Azioni terroristiche che poi si son moltiplicate nelle principali città della Bolivia, subito dopo l’annuncio della vittoria elettorale di Evo Morales.

Quindi, a partire da questa connotazione di fatti è possibile ricostruire la metodologia e analizzare come questo colpo di stato è stato costruito e come e perché l’amministrazione degli Stati Uniti ha dato il suo avallo al progetto cospirativo, senza ripetere gli errori del passato, quando il suo ambasciatore, Philip Goldberg, fu espulso il 12 settembre 2008, accusato di appoggiare il movimento separatista della Mezza Luna di Santa Cruz, di cui, il lìder era proprio Luis Fernando Camacho!

Dalla nazionalizzazione del gas all’industrializzazione dei minerali

La decisione politica e costituzionale che aveva permesso al primo governo di Evo Morales d’imporre una nuova definizione politica per la gestione dell’economia e delle ricchezze minerarie nazionali, fu la nazionalizzazione del gas con il “Decreto Supremo” e la conseguente centralizzazione produttiva nell’impresa statale YPFP (Compañía Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos).

In questo modo le imprese boliviane che rappresentavano o erano intermediarie delle multinazionali persero l’opportunità di continuare a spadroneggiare sulla vendita del gas in Bolivia ed alle imprese argentine e brasiliane.

Il gruppo che ha maggiormente sofferto con questa nazionalizzazione fu la SERGAS, che, in pratica, monopolizzava la vendita del gas a Santa Cruz e che popolarmente era conosciuta come “Compañia Camacho”, di proprietà del padre de Luis Fernando Camacho. Quindi non è stato per caso che Luis Fernando Camacho dal 2005 integrò oscuri piani sovversivi.

Dopo, dal 2006 fino al 2009, Camacho “patrocinò”, insieme ai membri della setta “Los Caballeros del Oriente”, la formazione delle “Milicias” (gruppi paramilitari), principalmente nella provincia di Santa Cruz, con l’obbiettivo di scatenare un movimento di guerriglia separatista.

Però con la creazione di UNASUR il progetto eversivo di Camacho rientrò, anche se la polizia boliviana non è mai riuscita a smontarne l’organizzazione e la struttura logistica. Infatti, secondo alcune fonti boliviane, Luis Fernando Camacho ha riattivato con molta facilità l’organizzazione sovversiva delle “Milicias” fin dal 2016, quando Evo Morales dichiarò che si sarebbe ricandidato nelle elezioni di ottobre del 2019.

L’altra decisione politica determinante del terzo governo di Evo Morales fu la legge che sviluppava la Estrategia Nacional de Industrialización (Strategia Nazionale di Industralizzazione) che, nel 2016, prevedeva la realizzazione di grandi progetti industriali relazionati con la trasformazione industriale dei prodotti minerali, in particolare il litio e il cloruro di potassio e l’estrazione dei nuovi minerali strategici, vale a dire il cobalto, il torio, l’uranio e il gallio.

È opportuno ricordare che quasi tutti questi minerali sono associati all’oro, di modo che la Bolivia, oltre ad essere diventata il principale produttore mondiale di litio, con una riserva di 9 milioni di tonnellate metriche, secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), diventerà un potenziale produttore dei 35 minerali che l’USGS considera cruciali per l’economia statunitense!

Infatti, Caspar Raweles, analista delle Benchmark Mineral Intelligence, nel passato mese di febbraio dichiarava: “…nel caso del cobalto il prezzo è salito dai 20 dollari ai 40 per poi stabilizzarsi a 32 dollari, confermando le previsioni degli analisti del settore, secondo i quali nel 2022 ci sarà scarsezza di cobalto se non saranno aperti nuovi punti di produzione. Per questo ogni compagnia legata al sistema economico globale sta cercando di ridurre i rischi geopolitici per i suoi progetti di esplorazione”.

Il più classico dei “rischi geopolitici” è la presenza di un governo “non collaborativo” con le multinazionali del settore, ovviamente.

Per confermare le previsioni fatte dal CRU di Londra e dall’USGS, il presidente della statale mineraria boliviana COMIBOL (Corporación Minera de Bolivia), Marcelino Quispe, nel mese di marzo del 2018 dichiarava all’agenzia ABI che “…I primi sondaggi minerari nelle regioni di Oruro, La Paz, Potosì e Santa Cruz, hanno rivelato nuovi grandi giacimenti di argento, oro, galio, cobalto, rame, zinco, torio e soprattutto uranio. Quest’ultimo, localizzato nel nordest della provincia di Santa Cruz, dovrà essere estratto nei primi mesi del 2019…”

Per questo il governo di Evo Morales stava preparando la bozza di possibili accordi di cooperazione con Argentina, Russia, Francia e Iran, per arricchire in questi paesi l’uranio estratto in Santa Cruz. Poi nel 2025 con il “Programa Civil de Energia Nuclear” il governo prevedeva investire 2 miliardi di dollari per la costruzione di due centrali nucleari nelle province del nordest.

Così facendo la Bolivia, senza la presenza delle multinazionali statunitensi, si sarebbe trasformata nell’Eldorado minerario dell’America Latina, con un governo che, certamente, avrebbe reinvestito nel sociale gli immensi guadagni ottenuti con la vendita e l’industrializzazione dei minerali strategici.

Da ricordare che nei grandi progetti delineati dal presidente Morales figurava l’installazione di una fabbrica di batterie al litio per le auto elettriche di tutto il mondo, ma anche una fabbrica di auto elettriche per coprire il mercato latino-americano.

Nei mesi che hanno preceduto le elezioni di ottobre, i grandi media non hanno mai rivelato che Luis Fernando Camacho – questa volta senza Bibbia – avrebbe avuto incontri “riservati” con rappresentanti di varie multinazionali minerarie statunitensi, vale a dire ALCOA, ASARCO, Newmont Mining Corporation, Southern Copper e Anaconda Copper.

Per poi, nella prima settimana di maggio di quest’anno, sbarcare senza molta pubblicità nella capitale brasiliana, per incontrarsi con il ministro degli Esteri, Ernesto Araujo. Sempre secondo alcune fonti “riservate” Camacho, avrebbe anticipato la sconfitta di Morales richiedendo a Ernesto Araujo la promessa di un immediato riconoscimento del nuovo governo. In cambio, Camacho offriva la ridefinizione del nuovo contratto di vendita del gas (32,35 milioni di metri cubici diari).

Non è una casualità, ma il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, è stato il primo a riconoscere l’autonominazione a presidente interino di Jeanine Añez ed a dire che avrebbe inviato La Paz “…una persona per seguire l’andamento della situazione boliviana…”.

La stessa fonte brasiliana ricorda che Camacho avrebbe garantito al ministro Ernesto Araujo la realizzazione di un programma di privatizzazione come quello brasiliano, primo fra tutti la privatizzazione della YPFB, la statale del gas.

La necessità della rielezione di Evo e il golpe

Alcuni settori della sinistra hanno criticato la decisione del presidente Evo Morales di ricorrere al Tribunale Costituzionale per ottenere quello che non aveva raggiunto con il referendum, vale a dire l’opportunità di poter concorrere alle elezioni presidenziali per la quarta volta. Per altri Evo avrebbe peccato di testardaggine, oltre ad essere stato sedotto dal potere…

Giudizi veicolati dai grandi media boliviani, statunitensi ed europei che all’unisono nel 2016, in occasione del referendum, personalizzarono la campagna mediatica contro Evo Morales, creando Fake News assurde, che furono accolte e recepite soprattutto dalla classe media, in particolare quella di La Paz.

La stessa che, nel mese di ottobre ha appoggiato il colpo di stato pensato e promosso a Santa Cruz de la Sierra dal locale Comité. Infatti, il referendum del 2016 fu volgarmente manipolato con il caso “Gabriela Zapata”.

Costei, presentata dai media come “l’amante” di Evo, guadagnò migliaia di dollari realizzando interviste in cui descriveva Evo Morales come il più sordido, il più corrotto, il più squallido individuo della Bolivia. Per poi “dulcis in fundo” accusarlo anche della morte di un figlio mai esistito.

Purtroppo, soltanto il 23 maggio 2017, la magistratura scopri la verità, condannando Gabriela Zapata a dieci anni di prigione per falso ideologico, uso di documenti falsificati, associazione a delinquere e uso indebito di beni pubblici. Purtroppo, nel 2017, i boliviani avevano già votato contro Evo!

Quindi, per Evo e per i dirigenti del MAS (Movimiento al Socialismo), era evidente che il referendum era stato manipolato dai media con il caso di Gabriela Zapata, di modo che la richiesta al Tribunale Costituzionale sembrava ampiamente giustificata.

Nello stesso tempo i servizi di informazione boliviani avevano rivelato al presidente che in caso di vittoria del leader dell’opposizione, Carlos Mesa, tutti i progetti strategici creati dal governo sarebbe stati dissolti e le imprese statali privatizzate. Prime fra tutte la statale del gas, la YPFB e quella mineraria COMIBOL, responsabile dell’industrializzazione del litio e dell’uranio.

È imperativo ricordare che Carlos Mesa divenne presidente della Bolivia nell’ottobre del 2003 a causa delle dimissioni e della fuga negli USA del presidente Gonzalo Sánchez de Lozada. Infatti, per evitare di essere processato per la drammatica repressione dei manifestanti che protestavano contro gli aumenti dei prezzi del gas dopo le privatizzazioni (80 morti e 523 feriti), Lozada fuggi grazie all’aiuto dell’ambasciata statunitense.

Inoltre, che fu proprio Carlos Mesa, nella qualità di vicepresidente, ad aver negoziato le privatizzazioni con le multinazionali, autorizzando, in seguito, l’aumento delle tariffe del gas per uso civile. 

Comunque, la grande problematica che ha notevolmente pesato sulla decisione di Evo Morales di concorrere a tutti i costi per la quarta volta riguarda il cambio politico che un’eventuale vittoria di Carlos Mesa avrebbe imposto al popolo boliviano con il ritorno delle privatizzazioni, distruggendo tutto quello che era stato costruito durante i tre governi.  In pratica quello che Moreno sta facendo in Ecuador e quello che Bolsonaro ha già fatto in Brasile.

Un’altra constatazione che ha influenzato notevolmente la decisione di Evo è che il suo vicepresidente, Alvaro Garcia, pur essendo un antico leader della sinistra boliviana, non è indigeno. Un elemento che nella società andina ha una grande importanza.

Infatti, secondo la Divisione federale di Ricerca della Biblioteca del Congresso (USA), la Bolivia è un paese dove il 58% della popolazione è etnicamente indigeno (28% sono Quechuas, 19% Aymaras e 11% di altri gruppi etnici indigeni), poi il 30% è formato dai “Mestizos” (figli di europei con indigeni) e solo il 12% è di origine europea.”

Purtroppo, gli altri dirigenti e parlamentari del MAS, tra cui Victor Borda, ex presidente della Camera dei deputati, non avevano una dimensione nazionale capace di sostituire l’immagine di Evo Morales. In secondo luogo, non avevano la stessa capacità di dialogo con le masse e la disposizione di affrontare la destra e i media nelle elezioni di ottobre.

Nel campo dell’opposizione, la certezza che Evo Morales si sarebbe presentato alle elezioni di ottobre, nonostante il risultato negativo del referendum del 2016, ha permesso a Luis Fernando Camacho di trasformare il suo Comité de Santa Cruz nella centrale operativa del colpo di stato e quindi dell’azione terrorista e sovversiva delle Milicias. Gruppi paramilitari ormai pronti ad agire in quasi tutto il territorio della Bolivia, grazie, soprattutto alla copertura della polizia e al “silenzio” dell’esercito.

Infatti, subito dopo le forzate dimissioni di Evo Morales, per evitare che Victor Borda assumesse l’incarico di presidente ad interim, in quanto Presidente della Camera dei deputati, le “Milicias” di Camacho hanno attaccato la residenza di Victor Borda e poi sequestrato il fratello, minacciandolo di morte.

Di fronte a questo ricatto Victor Borda ha dato le dimissioni in cambio della vita del fratello!

La Bolivia di Evo, le relazioni con gli Usa e la presenza della Cina

Dopo l’espulsione dell’ambasciatore statunitense Philip Goldberg, il 12 settembre 2008, le relazioni diplomatiche e politiche tra Bolivia e Stati Uniti hanno vissuto momenti difficili. Basti pensare che nello stesso anno fu espulsa tutta la delegazione della DEA, accusata di “cospirazione”. Poi, nel 2013, fu l’USAID ad essere espulsa dal governo boliviano.

Solo negli ultimi anni le relazioni diplomatiche tra i due paesi si erano stabilizzate, soprattutto con l’arrivo di Bruce Williamson in qualità di Incaricato d’Affari. Invece, negli Stati Uniti, il Dipartimento di Stato e la CIA decidevano di ampliare gli effetti della “guerra ibrida” contro il governo bolivariano di Nicolas Maduro, anche contro il governo di Evo Morales.

Per questo motivo varie entità governative, ONG e fondazioni statunitensi hanno moltiplicato le relazioni con le forze dell’opposizione boliviana, cercando, in questo modo di ripetere il processo d’infiltrazione già perfettamente realizzato in Brasile, in Venezuela e in Ecuador.

Basti pensare che nel gennaio di quest’anno la deputata repubblicana Ileana Ros-Lehtinen, dichiarava nel Congresso che “il presidente Morales non poteva perpetuarsi nel potere, per questo il popolo della Bolivia necessitava dell’aiuto degli Stati Uniti…”. In seguito, l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU, Nikki Haley, nel mese di agosto, durante la sua “missione diplomatica” in Colombia dichiarava “…La Bolivia, dopo il Venezuela, è il paese che dobbiamo seguire con attenzione…”.

Un’infiltrazione che è coordinata da agenzie e subagenzie del Dipartimento di Stato. Infatti, la NED (Fondazione Nazionale per lo Sviluppo) realizza i suoi programmi appoggiandosi a 30 ONG boliviane e due istituti privati statunitensi, l’Istituto Repubblicano Internazionale e il Centro per l’Impresa Privata Internazionale, con i quali porta avanti il progetto “Governo e Società Civile”. Un progetto che forma i nuovi quadri dirigenti per i partiti di opposizione, secondo le norme del liberalismo statunitense.

È necessario ricordare che il governo di Evo Morales, non è mai riuscito a tagliare il cordone ombelicale che lega la polizia boliviana alla CIA/DEA e gli ufficiali superiori delle Forze Armate al Pentagono.

Questo perché l’esercito della Bolivia, insieme a quello della Venezuela, a partire dal 1962, furono completamente ristrutturati in base alle norme dell’accademia militare statunitense. Basti pensare che in America Latina il primo battaglione di “Rangers”, specializzato nella contro-guerriglia, fu creato dal Pentagono in Bolivia, appositamente per circondare ed eliminare il foco guerrigliero montato da Che Guevara con il nascente ELN.

In realtà, il governo socialista-progressista di Evo Morales, come pure quelli di Rafael Correa e di Lula, non sono mai riusciti ad avere il pieno riconoscimento da parte degli ufficiali superiori. Una situazione che ha sempre permesso l’infiltrazione da parte delle antenne delle CIA, della DEA e del Dipartimento di Stato.

Evo, Correa e Lula hanno sempre creduto che facendo pesare sui militari l’istituzione del governo, la carta costituzionale e le vittorie elettorali, in un certo senso, avrebbero ottenuto relazioni di rispetto, che però non sono state mai di fedeltà da parte dei militari e della polizia.

Infatti, se l’esercito, i servizi d’Intelligence e la polizia federale brasiliana fossero stati realmente compromessi con la governabilità e i concetti costituzionali, non avrebbero permesso l’organizzazione dell’Impeachment nei confronti del presidente Dilma Rousseff.

Lo stesso si può dire per l’Ecuador, dove i servizi segreti e i servizi di l’intelligence dell’esercito hanno praticamente sostenuto il tradimento del neopresidente Moreno, cospirando per provocare l’arresto del vicepresidente Jorge Glas.

In Bolivia, bisogna riconoscere che Evo Morales non ha mai represso gli avversari politici usando la forza di chi è stato eletto con il 67%. Basti pensare che quando fu scoperto e sgominato il progetto secessionista della Mezza Luna, nella provincia di Santa Cruz de la Sierra, il governo e lo stesso Evo Morales lasciarono alla magistratura il compito d’investigare e di processare i pochi responsabili degli atti di terrorismo presentati dalla polizia.

In pratica il governo boliviano si accontentò della vittoria politica, convinto che le poche condanne dei tribunali e la convivenza democratica nel Parlamento avrebbero educato l’opposizione.

Un altro problema che collega direttamente il colpo di stato in Bolivia con il governo degli Stati Uniti è la nuova e profonda relazione politica, economica e finanziaria che il governo di Evo Morales stava sviluppando con la Cina.

Infatti, per l’ex ministro degli esteri brasiliano Celso Amorim “… In termini geo-strategici la Bolivia è il centro dell’America Latina, che in questi anni è cresciuta moltissimo, scoprendo un potenziale di ricchezze minerarie non indifferente. Per questo, quando gli Stati uniti si sono resi conti che il governo di Evo Morales si stava aprendo ad altre forze mondiali, in particolare la Cina, hanno deciso di agire. Non ci sono dubbi. L’influenza degli Stati Uniti in Bolivia è permanente e le forze dell’opposizione sono tendenzialmente portate alla cospirazione sovversiva. E dico questo perché nel 2008 io stavo lì e conosco il contesto di Santa Cruz che nel 2008 stava gettando la Bolivia nel vortice della guerra civile…- “

Seguendo le constatazioni di Celso Amorim è imperativo ricordare che negli ultimi anni la Bolivia è diventato uno dei principali esportatori mondiali di antimonio, stagno, tungsteno e boro di cui le industrie degli Stati Uniti hanno assoluto bisogno. Inoltre, dal 2016 la Corporación Minera de Bolivia (Comibol), a iniziato a sostituire le fonderie statunitensi con quelle spagnole e soprattutto le cinesi, per processare e commercializzare in lingotti i minerali estratti negli altipiani boliviani.

Una dipendenza cui, comunque, Evo Morales pensava di metter fine grazie alla “cooperazione finanziaria” cinese (pari a sette miliardi di dollari), con la costruzione in Bolivia d’impianti siderurgici per la raffinazione dello zinco, da cui si estrae l’indio, che è un altro materiale strategico di cui le industrie statunitensi hanno un assoluto bisogno.

Sempre con l’apporto e la cooperazione di imprese cinesi, russe, francesi, canadesi e tedesche, il governo di Evo Morales aveva progettato il potenziamento e l’estrazione di tutti i minerali strategici presenti nel sottosuolo boliviano, tali come il litio, il cobalto, il palladio, l’antimonio, il bismuto, il cadmio, il cromo e il volframio, oltre ad aumentare i volumi produttivi dei minerali tradizionali, vale a dire: oro, stagno, manganese, zinco, argento, platino, potassio, nickel, ferro, rame e soprattutto uranio.

Un contesto che non sfuggiva agli analisti compenetrati negli sviluppi economici della Bolivia. Infatti, Axel Arías Jordan, il 20 settembre 2018, anticipando l’interesse degli Stati Uniti per un cambio in Bolivia così scriveva:” Lo scontro elettorale che si realizzerà in ottobre del 2019, si preannuncia come uno delle grandi sfide per un eventuale cambio politico in Bolivia. Motivo per cui bisogna stare molto attenti a come il governo e il settore privato degli Stati Uniti prendono in mano questo processo e se decideranno di attuare in funzione di determinati interessi politici ed economici relazionati con la Bolivia. Infatti, oltre ai tradizionali interessi per il controllo di un paese divenuto mondialmente famoso per la sua potenzialità mineraria, gli Stati Uniti hanno altri interessi fondamentali legati alla difesa e ai vincoli commerciali esistenti tra la Bolivia e la Cina. In definitiva, pur continuando a mantenere il mirino sul Venezuela, è molto probabile che il governo degli Stati Uniti indurirà le differenti forme di pressione sul governo boliviano…”.

Purtroppo, l’indurimento dell’imperialismo c’è stato con un colpo di stato, pensato nel gennaio di quest’anno per poi essere pianificato a partire da maggio. Un colpo di stato che vuole essere mascherato con una Bibbia, per non dire che è l’ennesima soluzione imperialista per arricchirsi espropriando le immense ricchezze minerarie boliviane.  

All’EX-OPG “Je So’ Pazzo” Alessandra Riccio e i nuovi scenari in America Latina

di Romina Capone

Calma nel porsi, sicura nel ragionamento ed elegante nell’esprimersi: i tratti che la contraddistinguono. Alessandra Riccio, corrispondente esteri per il quotidiano L’Unità a Cuba (L’Avana dal 1976 al 1987), ispanista e condirettrice della rivista Latinoamerica insieme a Gianni Minà, ci ha portato con sé, attraverso i suoi racconti, in America Latina. Un incontro non a caso, organizzato a Napoli il 14 novembre 2019 presso l’Ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario (EX OPG- Je so’ Pazzo) proprio in questi giorni in cui emergono e giungono nuovi scenari geopolitici dall’America a sud degli USA. Un sub continente che si alza “En pie de lucha”.

Venezuela, Ecuador, Cuba e Bolivia uniti dal 2005 sotto il segno dell’ALBA, insieme ai popoli del Cile, dell’Argentina, del Brasile, dell’Honduras (tra gli altri) riuniti in altri organismi regionali come UNASUR e CELAC,  in lotta nel 2019 per questioni interne anche molto diverse da paese a paese ma con un unico comune ostacolo: l’imperialismo degli Stati Uniti d’America. Ed è proprio con l’intento di fare chiarezza su quanto lì sta accadendo e su quanto i media mondiali riportano che – spiega Giuliano Granato dell’ EX-OPG- abbiamo voluto che a parlarcene fosse Alessandra Riccio per evitare confusione nell’opinione pubblica.  Ed è con un excursus storico-politico e geografico che Alessandra spiega che l’America Latina in effetti cerca “altro”.  

Sei focolai che non sono affatto accomunati da uguali fatti di politica interna ma che a maggior ragione meritano attenzioni poiché a rischio di strumentalizzazioni mediatiche mondiali e vede riversarsi in strada la popolazione sul piede di lotta.

Cile: il presidente Piñera aumenta il prezzo dei biglietti del trasporto pubblico.

Bolivia: il presidente Evo Morales si è dimesso a seguito di un Golpe da parte delle Forze Armate e del Comandante Generale della Polizia. Ora Morales è rifugiato politico in Messico. 

Brasile: la scarcerazione dell’ex presidente Lula fa vacillare i piani del neo eletto Bolsonaro con la sua politica di estrema destra ai confini col nazifascismo.

Argentina:  il presidente Alberto Fernandez tenta di ristabilire gli equilibri economici dopo che l’ex presidente Mauricio Macrì ha portato sull’orlo della bancarotta il Paese; l’inflazione lievita e l’economia è in caduta libera.

Venezuela:  l’autoproclamatosi presidente Guaidó filo-usa tenta di spodestare il Presidente Maduro. Il petrolio e le mille ricchezze che il Venezuela possiede attirano l’attenzione degli Stati Uniti i quali applicano condizioni subdole di guerra psicologica ai danni della popolazione sperando in una rivolta sovversiva popolare. Manca l’energia elettrica, la grande distribuzione non mette in vendita i medicinali (favorendo il mercato nero e l’accaparramento) creandone una scarsità di beni strategica; Stati Uniti che costruiscono “casus belli” per invadere il Paese sostenuti dalla politica di estrema destra, dalle multinazionali e dai grandi imprenditori.   

Ecuador:  il presidente Lenin Moreno aumenta il costo del carburante; una delle manovre contenute nel “Paquetazo” ossia una serie di misure di austerity per rilanciare l’economia a scapito della popolazione poiché prevede il taglio dei salari e l’aumento delle imposte.

Questo il quadro completo, in sintesi. Decine di morti, vittime della violenza  dei “carabineros” tentando di reprimere le proteste antigovernative. Nelle piazze cilene appare un enorme striscione con su scritto a caratteri cubitali: NO ESTAMOS EN GUERRA! La popolazione resiste alla repressione disumana perpetrata dai militari degni eredi di quelli pinochettisti;  sparano, colpiscono, perseguono, rapiscono e torturano la gente. Piñera è in guerra, il popolo no. Il popolo balla, danza, canta, suona in faccia ai gorilla e non si spaventa. L’America Latina è territorio di Pace. In ognuno di questi Paesi, Stati, ci sono storie e vite a sé. La tenacia, la forza e la resistenza che sta dimostrando l’intero popolo bolivariano non ha eguali; nonostante le pressioni psicologiche, nonostante i disagi, nonostante i soprusi, nonostante l’ombra nera di Trump che aleggia nei cieli azzurri della Nuestra América.  La dignità di un popolo che dagli albori della storia ha sempre lottato e lo ha tramandato da generazioni in generazioni. Simón Bolívar, Hugo Chávez, Fidel Castro. Simboli di un unico fronte comune per l’autodeterminazione dei popoli. Perché il popolo latino americano non è mai stato spettatore passivo della propria vita bensì l’ha costruita secondo il principio della democrazia partecipativa.

Ataques infructuosos de los EEUU: ¿entonces fue realmente Rusia?

Rusia sancionespor Alpha
thesaker.is

En sus intentos para “establecer” a Rusia y mostrarla de mala manera, Estados Unidos solo empeora su propia situación: son ellos los que se ven estúpidos y muy infantiles.

Estados Unidos continúa insistiendo por su cuenta: Rusia está interfiriendo en sus asuntos. Y a pesar de la falta de evidencia y el completo fracaso de la investigación de Mueller, las autoridades estadounidenses no pueden aceptar el hecho de que el número de países que comienzan a reconocer a Rusia y muestran un deseo de cooperar está aumentando. Se puede escuchar sobre el levantamiento de las sanciones, que hace mucho tiempo no tenía ningún sentido y perdió su propósito original, y al mismo tiempo causó graves daños económicos a los países que las introdujeron, cada vez más.

Un ejemplo reciente de un comportamiento completamente poco diplomático de los Estados Unidos fue el discurso de los testigos en el caso de juicio político del ex asesora del presidente para Rusia y Eurasia, Fiona Hill y un empleado de la embajada de los Estados Unidos en Kiev, David Holmes.

Es difícil imaginar que alguien pueda creer en las palabras de la Sra. Fiona, pero el mundo es más complejo de lo que parece, por lo que su discurso fue recogido inmediatamente por los medios de comunicación más grandes del mundo y ahora una ola de artículos antirrusos arrasó Internet.

The New York Times, el mayor influyente entre la población de habla inglesa el 22 de noviembre, publica un artículo titulado “¿Cargos de intromisión ucraniana? Una operación rusa, dice la inteligencia de Estados Unidos”.

“Moscú ha llevado a cabo una operación de un año para culpar a Ucrania de su propia interferencia electoral en el 2016. Los republicanos han usado puntos de conversación similares para defender al presidente Trump en los procedimientos de juicio político ”, dice el párrafo inicial del artículo. – “El presidente Vladmir V. Putin de Rusia ha estado presionando falsas teorías sobre la interferencia de Ucrania desde principios del 2017, según funcionarios estadounidenses”.

El segundo periódico más grande de los Estados Unidos publica un artículo basado en los comentarios de Fiona Hill, que la propia Casa Blanca ha negado. Según los comentarios de la Casa Blanca sobre el discurso de la Sra. Hill, creen que “los testigos de hoy se basan principalmente en sus propias suposiciones y opiniones. Los dos testigos, como el resto, no tienen ninguna información personal o directa sobre por qué los Estados Unidos retrasaron temporalmente la asistencia”.

Obviamente, Bloomberg levantó una ola de acusaciones a favor de Rusia y publicó su propio artículo, que establece que “el propósito de Rusia es deslegitimar al presidente mismo, no solo al presidente actual”.

Está claro que esta noticia también se extendió a sitios más pequeños, como Boing Boing.

Es interesante que, el 24 de noviembre, las noticias de CBS publicaron un artículo sobre “cómo intervino la inteligencia rusa en las elecciones estadounidenses del 2016”, donde acusaron a 12 rusos de piratear computadoras del Partido Demócrata, robar información comprometedora y distribuirla selectivamente para socavar a los candidatos.

Las publicaciones no deberían tener tanta prisa para sacar conclusiones, porque después de las palabras del senador republicano John F. Kennedy, donde no descarta que la parte ucraniana sea responsable de piratear el servidor de la computadora del Comité Nacional del Partido Demócrata de los Estados Unidos en la víspera de las elecciones estadounidenses del 2016, todo puede ponerse patas arriba.

Cuando se le preguntó sobre quién está detrás del ataque, Kennedy respondió: “No lo sé. Y tú no sabes. Y nadie lo sabe”. A la declaración del periodista de que la inteligencia estadounidense acusa a Rusia de lo sucedido, el senador respondió: “Eso es correcto. Pero también podría ser Ucrania”.

Los funcionarios estadounidenses están tan divididos que no pueden llegar a la conclusión de a quién culpar por sus propios problemas.

El representante Lee Zeldin, miembro de la Cámara de Representantes del Congreso, dijo que funcionarios ucranianos intervinieron en las elecciones presidenciales estadounidenses del 2016 y causaron daños significativos a la campaña electoral de Donald Trump.

“No hay duda de que hubo ucranianos que interfirieron en las elecciones del 2016”, dijo Zeldin.

En su opinión, los representantes de Kiev se dedicaron a desacreditar al titular de la sede de la campaña, Paul Manafort, difundiendo información sobre su presencia en las listas de la llamada contabilidad negra del Partido de las Regiones. Además, Ucrania está supuestamente relacionada con la aparición de un falso expediente sobre la “acumulación de suciedad” rusa en Trump.

Todos estos hechos irrefutables, según los funcionarios estadounidenses, no han sido probados. Sin embargo, para el enfrentamiento político interno estadounidense, y así sigue. No importa si está probado o no. Lo principal es ser el primero en culpar a Rusia por todo. Es triste que la lucha de los demócratas con los republicanos se haya movido más allá de los Estados Unidos y que tanto europeos como rusos la estén sufriendo. Cuando fue posible establecer una cooperación en muchas áreas, las autoridades estadounidenses eligieron el camino del descrédito y la confrontación.

 

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