Italia, PC: “Prima la salute dei lavoratori, NON il profitto!”

Risultato immagini per sciopero 25 marzo 2020 gomma plasticadi Monica Perugini*

Se la chiusura non coinvolgerà tutte le attività produttive non essenziali, la salute dei lavoratori sarà posta costantemente a rischio, giacché è pressoché impossibile controllare che le misure preventive all’attacco virale, siano poste in essere nelle fabbriche interessate.

È vergognoso che i lavoratori debbano vedersi derubati di ferie e permessi per stare a casa e porre al riparo la salute di se stessi e delle loro famiglie e a maggior ragione che debbano perdere quote di salario, anche se lo sciopero è rimasto l’unica arma, tuttavia posta in essere in modo esageratamente tardivo dai sindacati confederali come sempre “bruciati” sul tempo da manifestazioni spontanee e di base.

Allo stesso protestiamo ed alziamo la nostra voce contro un governo che spudoratamente, attraverso il suo presidente, dichiara di NON POTER SAPERE quali possano essere le attività essenziali! Ci chiediamo, allora che ci stia a fare!

Mantova, dove la protesta della tessile Corneliani era già scattata all’inizio dell’emergenza, vede oggi scoppiare la rivolta contro il decreto blocca-fabbriche, vede scioperi in tutta la provincia e da Mantova la protesta dilaga: il 25 marzo ci sarà finalmente lo stop regionale. L’allarme di Filctem, Femca e Uiltec al prefetto è che ditte locali non essenziali ora provano a riaprire, sfruttando l’interpretazione e le incertezze del decreto eterno. Proteste e blocchi nelle aziende metalmeccaniche del Mantovano sono ormai numerose.

Da comunisti siamo al fianco di questi lavoratori che non possono e non devono sentirsi soli in questa difficile lotta per la salute e la dignità. 

* Partito Comunista – Lombardia

Cile: intervista al portavoce del Collettivo antifascista del Colo Colo

da resumenlatinoamericano.org

Si chiama Alfredo Vielma, è il giovane portavoce del Collettivo Antifascista La Garra Blanca (valorosi sostenitori del Colo Colo, iconica squadra di calcio cilena) e soprattutto è un combattente dal basso e di sinistra. Un partecipante attivo, come molti della sua età (Alfredo ha 25 anni), a questa grande rivolta contro il capitalismo, che richiede le dimissioni di

Sebastian Piñera e qualcosa di più: la caduta del sistema oppressivo e repressivo.

Abbiamo parlato con Vielma in Plaza de la Dignidad, mentre i carabinieri si preparavano, come sempre, a reprimere, e il Gruppo Illapu accordava le chitarre per cantare e chiamare tutti a raccolta dai balconi di Radio de la Plaza, con migliaia di manifestanti che ridevano, cantavano e si preparavano  alla lotta.

Come è nata quest’ idea che le persone del collettivo… si unissero alla rivolta iniziata il 18 ottobre?

Abbiamo sempre auspicando che potesse verificarsi una situazione di ingovernabilità. Da quando ci siamo formati circa cinque anni fa, la nostra missione è sempre stata quella di partecipare attivamente al movimento popolare e in un certo senso di poter costruire situazioni di ingovernabilità che aprissero uno spazio di trasformazione per la società cilena.

Ecco perché, più che partecipare, ci consideriamo parte delle organizzazioni sociali e popolari che hanno dato vita a questa rivolta. Circa un mese prima del 18 ottobre, stavamo già sostenendo gli studenti delle scuole superiori quando chiedevano di saltare i tornelli della metropolitana, invitando alla disubbidienza di massa. Anche noi facevamo parte di quel movimento. Così, quando è successo, quello che abbiamo fatto è stato mettere tutta la nostra capacità pratica al servizio del movimento, il che significa che fondamentalmente ci siamo mobilitati e abbiamo partecipato a tutte le istanze collettive che hanno avuto luogo fin dall’inizio.

Come giudicate l’evoluzione di questo movimento? Lo vedete crescere o stabilizzarsi su quello che fa in quanto non è riuscito a rovesciare Piñera?

Penso che sia molto difficile poter stimare lo stato della mobilitazione perché, per prima cosa, è una mobilitazione super inorganica, e secondariamente bisogna considerare le componenti territoriali. Parlando con un compagno francese, mi ha detto che la lotta di classe in Francia si ferma durante le vacanze. Qui non è successo esattamente  la stessa cosa. Tuttavia, la lotta popolare è calata un po’, in un certo senso, nel periodo delle vacanze, ma ora si sta intensificando di nuovo. Quello che posso dire è che effettivamente a livello di coscienza, la mobilitazione ha portato un importante cambiamento qualitativo che non si vedeva da molto tempo in Cile. Oggi la mobilitazione è più piccola di prima, ma c’è molta organizzazione popolare, è diventata più compatta.

Pensi che questa inorganicità di cui parli, questa orizzontalità nel movimento, questa mancanza di leader, complichi o aiuti?
Credo che bisogna distinguere gli elementi di cui stiamo parlando. Prima di tutto, l’inorganicità. Il fatto che ci sia poca organicità è un problema, il basso livello di coordinamento tra tutte le persone che stiamo mobilitando è ovviamente un problema.

Ma, per esempio, la mancanza di leadership è una diagnosi politica della mobilitazione, che ha a che fare con una sinistra che per molto tempo non ha dato abbastanza spazio per formare una leadership di classe e popolare, quindi ora la gente non è disposta ad accettare una qualsiasi leadership che emerga da una linea politica che in realtà non ha senso o radicamento.

Penso che l’orizzontalità sia più che altro una virtù. Gli ultimi processi latinoamericani mostrano che i movimenti di sinistra e popolari hanno ripetutamente bisogno di un cambiamento di leadership o, meglio, di formare figure di leadership collettiva. Quindi, riconosco quella presunta mancanza di leadership e di orizzontalità come una virtù.

 

title=Questi giovani di Prima Linea che combatto per le strade, sono stanchi dei partiti e della politica borghese?

Non solo della politica borghese. Io sono una persona squisitamente di sinistra, ma sono critico nei confronti della mia parte politica. Anche noi, anche quelli di noi che hanno cercato di fare organizzazione di classe, abbiamo fallito. Penso che la gente, infatti, non sia stanca di stare a sinistra, sa di essere di sinistra, sa che c’è questa classica, storica, dialettica dicotomia tra destra e sinistra. Sono però stanchi di un’organicità che non porta cambiamenti e che non è efficace nel momento della trasformazione. Lo stesso vale per la demagogia, i discorsi vuoti, le dichiarazioni in venti punti che non vanno da nessuna parte. Siamo a favore di una nuova politica, di un nuovo modo di essere a sinistra.

Cosa rappresenta per voi la Prima Linea?

E’ un’espressione politica nata proprio qui in Cile, che non ha più alcun riferimento da molto tempo, praticamente dalle lotte contro la dittatura. Dal 2011 esperienze simili si rispecchiano in questo senso. Prima Linea ha a che fare con i giovani del popolo che non hanno nulla da perdere perché si trovano in una situazione di emarginazione neoliberale. Sono tutti i giovani che il neoliberismo alla fine esclude dalla vita pubblica e che dà loro peggiori condizioni di vita privata. Sono questi che stanno dando il petto ai proiettili, sono i Mauricio Fredes (morto perchè braccato dai carabinieri), sono le persone che sono cadute nelle città e che rimangono anonime, sono le persone che sono state bruciate a morte dai militari nei supermercati. Questa è la Prima Linea, un’espressione politica molto ricca, un fenomeno degno di partecipazione e di studio perché rappresenta l’unico modo in cui i giovani che non sono rappresentati rappresentano se stessi.

Ed è interclassista, infatti vediamo persone molto umili ma anche persone della classe media coinvolte in questo movimento.

E’ interclassista come tutto questo movimento, ma penso che la grande virtù che va riconosciuta al movimento sia proprio quella di essere espressione delle classi popolari. Abbiamo accenni di multiclassismo in diverse esperienze: le assemblee territoriali e le manifestazioni in Plaza de la Dignidad, ne danno un resoconto. Ma, infine, direi che l’80% dei giovani che vi si trovano sono appartenenti alle classi popolari, tra questi abbiamo incontrato anche i giovani migranti boliviani, peruviani e haitiani. Quindi credo che sia una delle espressioni più popolari di questo movimento.

In Prima Linea, ci sono tanto ragazzi che ragazze, o per dirla con il gergo cileno: “cabras y capros”.

Ci sono molte ragazze perché penso che questo movimento abbia a che fare anche con i movimenti che stanno simultaneamente avvenendo in Cile. Prima del 18 ottobre, il movimento principale in politica era il femminismo. Ecco perché vediamo che le donne oggi sono assolutamente integrate: ci sono i compagni della Prima Linea, quelli delle assemblee territoriali e in tutte le espressioni di lotta, semplicemente perché sono protagoniste della politica. Di fatto, l’8M è stata una sfida per il movimento delle donne anche in virtù del movimento popolare. Nei giorni precedenti si è innescata una situazione che con l’8M è esplosa e sono state le compagne a farla esplodere.

Questo processo è sufficiente a far cadere Piñera?

Penso che questo movimento stia finalmente sottolineando che le riforme nel quadro neoliberale, il ricambio di leader, non siano sufficienti, non siano all’altezza. Se c’è una virtù e un difetto che possiamo riconoscere in parallelo a questo movimento, è che nessuno sa veramente quando finirà. Tutti sappiamo che stiamo chiedendo concretamente la fine della precarizzazione della vita, vogliamo una vita più dignitosa, ma evidentemente questo non si risolve con la cacciata di Piñera, la sua caduta non è sufficiente e tanto meno sappiamo fino a che punto si spingerà. Forse questo movimento apre un enorme breccia per la trasformazione di questo paese, come non accadeva dai tempi dell’Unità Popolare negli anni ’70.

C’è la possibilità che questo nuovo movimento abbia un legame con il precedente, con quello che viene dalla lotta contro la Dittatura, che ha morti, scomparsi, prigionieri ed ex-prigionieri? Vedi un filo conduttore che potrebbe unire queste due storie?

C’è un filo conduttore nel fatto che questi leader politici assumono criticamente che non possono più tentare di guidare ciò che non hanno mai guidato. Siamo colpevoli oggi dello stato di disgregazione della politica della sinistra rivoluzionaria, dei movimenti popolari, purtroppo a causa di quella generazione, lo dico con immenso dolore perché sono stato formato politicamente da quella generazione, sono diventato un rivoluzionario di sinistra con quelle persone. Ma questo movimento è anche un segno di stanchezza verso il loro modo di fare politica, perché se qui siamo stanchi della politica neoliberale, siamo anche stanchi di una verbosità e di una demagogia vuota che, purtroppo, ci è stata trasmessa dai compagni. Sono compagni che sono qui oggi, e credo che ci sia una buona disposizione da parte loro ad essere integrati in questi movimenti. Alcuni lo fanno con l’umiltà di accettare il rinnovamento, sapendo che noi riconosciamo la loro esperienza come positiva, che le lotte antidittatoriali sono state la lotta di liberazione nazionale del popolo cileno, ma anche sapendo che ci hanno lasciato costumi che ci sono stati dannosi, e questo movimento porta con sé anche questa trasformazione.

Che ne pensi del prossimo referendum? Sono in molti, da sinistra e dalla strada, a dire che il processo è stato cooptato da coloro che facevano parte del governo a quel tavolo per lanciare quell’appello, e ce ne sono altri che dicono che al di là del referendum la lotta deve continuare in strada.

Parlerò da sostenitore del Colo Colo, anche perché noi de La Colo siamo un movimento composto da vari ambienti: ci sono i collettivi politici, il mio collettivo antifascista de La Garra Blanca, c’è il Club Social y Deportivo La Garra Blanca, i tifosi in generale. In questo momento tutte queste componenti sono per APPROVO per il referendum. Da antifascisti de La Garra Blanca abbiamo cercato di caratterizzarlo come un APPROVO combattivo, che sappiamo anche che nel quadro delle riforme neoliberali non sono possibili tutte le trasformazioni della vita di cui abbiamo bisogno, ma siamo consapevoli che comunque apre un’importante finestra di sovranità popolare.

Credo che dobbiamo capire che, come agli intellettuali piace dire molto, con una cittadinanza vigile, come quella che abbiamo oggi in Cile, è possibile aprire nuovi spazi di trasformazione. Più che un cittadino, abbiamo un popolo vigile che osserva ciò che accade in politica. In Cile, tanto tempo fa, oserei dire che 40 anni fa, non avevamo un popolo interessato alla politica e oggi la politica è tornata al centro della vita.

Se mi chiedeste cosa vorrei che lasciasse un segno in questa Costituzione, in questa possibilità costituente, sarebbe ovviamente la sovranità nazionale popolare e, d’altra parte, il centro della vita nella politica, la politica come strumento per risolvere i problemi, dialogo, in modo da poter mettere in luce anche le posizioni popolari, perché oggi non ce l’abbiamo, abbiamo una chiusura costituzionale molto forte, e quello che cerchiamo è proprio di rompere questo muro. Forse non avremo la società che vogliamo, non conquisteremo l’uguaglianza, la solidarietà, le espressioni di sovranità popolare che vogliamo, ma riusciremo a ripristinare i dibattiti che sono molto importanti.

Ecco perché il referendum e la Costituzione stessa non devono essere visti come fine a se stessi, ma come strumenti politici, come ciò che sono. Le Costituzioni sono strumenti politici soggetti a interpretazione, e oggi ne abbiamo una che favorisce le interpretazioni borghesi e oligarchiche. Dobbiamo rompere con questo paradigma per avere un nuovo strumento costituzionale che ci favorisca nella costruzione popolare.

Chi era Neko Mora, uccisa dai moschettoni giorni fa?

Era un sostenitore molto importante del Colocolo, non faceva parte del nostro collettivo, ma era un antifascista. Lo conoscevo e posso dire che era una individuo e compagno molto unitario, un militante comunista e un “colocolino” che si dedicava sempre alla costruzione di un movimento Colocolino organizzato e cosciente, almeno così lo ricordiamo. Inoltre, dobbiamo ricordare che Neko è un giovane morto durante una mobilitazione, non è morto fuori dallo stadio, è morto perché quel giorno aveva organizzato una mobilitazione fuori dallo stadio, è morto su una barricata. Un enorme camion, di molte tonnellate, lo ha schiacciato perché ha travolto la barricata che Neko stava difendendo.

L’unità dei tifosi cileni è ancora forte. Ne siamo rimasti molto colpiti perché non è facile unire persone che sono separate dal calcio.

Penso che ci sia qualcosa da dire sul movimento delle tifoserie cilene. Voglio dire, i gruppi cileni hanno un’unità che oggi si costituisce come unità di classe, le differenze che si sono aperte sulla base del calcio sono molto forti perché sono differenze che si basano sull’ideologia neoliberale. Il neoliberismo ha creato divisione nel popolo e lo ha fatto, purtroppo, anche attraverso il calcio.

Oggi dobbiamo riconoscere che ricostruire questo processo organico per ridiventare un popolo è qualcosa di importante su cui stiamo lavorando. Ma, almeno per la strada abbiamo una neutralità, siamo uniti come popolo e siamo anche favorevoli a questo movimento di rivolta di cui il barrismo( fenomeno dei gruppi delle tifoserie) è stato indubbiamente protagonista.

Grazie mille.

Grazie mille per aver reso visibile quello che vogliamo dire, pochissime persone ascoltano quello che sta succedendo con il calcio e vorrei confermare che questo movimento sfida oggi il modello culturale neoliberista dell’America Latina. Ci hanno sempre rimproverato, a noi garristi(tifosi di calcio), dei bassi fondi, poveracci, ladruncoli, ci hanno attaccato la croce addosso, di essere tutto ciò che c’è di male nella società, ma questo movimento ha appena ribaltato la situazione e minaccia l’egemonia culturale della destra latinoamericana su l’emarginazione, di costruirci in modo negativo.

Un’altra cosa che credo che questo movimento abbia appena invertito è vedere tante bandiere mapuche a Santiago del Cile, non solo il 12 ottobre, ma ogni giorno.

Ha a che fare con la sconfitta di un’egemonia su ciò che è negativo, perché il negativo in Cile è sempre stato essere un indio, essere un tifoso di calcio, ascoltare il reggaeton, essere un cumbiero, questa è sempre stata indicata come una cosa negativa. Noi gli abbiamo ridato un significato politico, il nostro movimento dice che essere Cuma(dei bassi fondi), essere poveri, essere neri, essere mapuche, è qualcosa di politico ed è dovuto all’emarginazione. Ci siamo uniti in questa emarginazione. Ecco perché penso che oggi si radichi la paura culturale che la borghesia ha nei nostri confronti, ecco perché la paura della bandiera mapuche, ecco perché l’assassinio di Camilo Catrillanca, come se fosse stata una profezia che tutto questo stesse arrivando, come se fosse stata una vendetta in anticipo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

L’economia dopo la catastrofe

La economía después de la catástrofedi Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e la periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Il gold standard fu sostituito, dopo un turbolento interregno che si sarebbe concluso solo con la fine della seconda guerra mondiale, dal dollaro, che fu introdotto come moneta di scambio universale perché a quel tempo non c’era altra moneta che potesse competere con essa per le distruzioni causate dalla guerra. E soprattutto la cosa più importante: i mercati furono sottoposti ad una crescente regolamentazione da parte dei governi, il che portò a rovesciare un’asimmetria che se prima era stata molto favorevole ai mercati, per poi cominciare a spostarsi a favore degli Stati. Di conseguenza la spesa pubblica richiesta dalle nuove esigenze di una cittadinanza mobilitata e rafforzata dalle lotte contro la depressione e dalla ricostruzione post bellica fece crescere notevolmente la dimensione dello Stato in rapporto al PIL, come mostra la tabella seguente.


Debito totale dei governi, 1900, 1929, 1975
(% del Pil)


1900         1929         1975
__________________

Germania                     19.4          14.6          51.7

Regno Unito                 11.9          26.5          53.1

Stati Uniti                       2.9            3.7          36.6

Giappone                        1.1            2.5          29.6

Fonte: IMF Data, Fiscal Affairs Departmental Data, Public Finances in Modern History

 

Le cifre parlano da sole e ci risparmiano di dover ricorrere a complicate argomentazioni per dimostrare l’enorme portata del cambio di paradigma della governance macroeconomica del capitalismo dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. La Germania ha più che triplicato la spesa pubblica tra il 1929 e il 1975; il Regno Unito l’ha aumentata di poco più del doppio e gli Stati Uniti e il Giappone rispettivamente quasi di dieci e dodici volte! Più Stato che mercato per sostenere il processo di democratizzazione e di cittadinanza del dopoguerra. La salute, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’abitare e tutti i beni pubblici che lo Stato deve garantire sono stati i motori della crescente centralità dello Stato nella vita economica e sociale.

Ma questo non è tutto: un altro aspetto da sottolineare è che una volta esaurito il ciclo keynesiano nel 1974/75 e realizzato il nefasto ritorno del liberalismo (ora addolcito con il prefisso “neo”, per indurre l’ingenuo a credere che si tratti di una formula innovativa) in nessuno di quei Paesi lo Stato si è ridotto al livello che aveva alla vigilia della Grande Depressione, stravolgendo il ruolo di centro gravitazionale ormai assunto nelle economie. Il ritmo di crescita conobbe un rallentamento e la spesa pubblica si ridusse, soprattutto in Gran Bretagna (sotto il Thatcherismo) e in Germania (con la truffa della “terza via”) e meno negli Stati Uniti e in Giappone. Ma anche così, nel 2010, questi quattro paesi erano ancora, in termini di peso dello Stato, ben al di sopra dei livelli esibiti durante il periodo di massimo splendore del liberalismo dei primi tre decenni del ventesimo secolo. Anche tenendo conto dei tagli avvenuti negli ultimi dieci anni, lo Stato ha un peso ancora superiore rispetto al 1929.

Quale sarebbe la conclusione da trarre da quest’analisi? Che la pandemia che oggi colpisce il pianeta, avrà un impatto pari o superiore a quello della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Il capitalismo europeo e americano, che aveva già dato chiari segnali di avvicinarsi a un’imminente recessione, sarà spazzato via dalle conseguenze economiche dell’attuale catastrofe sanitaria. E la via d’uscita da quella crisi avrà come uno dei suoi segni distintivi il fallimento ideologico del neoliberismo, con la sua stupida fede nella “magia dei mercati”, nelle privatizzazioni e nelle deregolamentazioni, e nella presunta capacità delle forze di mercato di allocare razionalmente le risorse. Questo costringerà ad una profonda revisione del paradigma delle politiche pubbliche a partire dall’assistenza sanitaria e, subito dopo, dalla previdenza sociale, come preludio a quella che sarà la battaglia decisiva: mettere sotto controllo il capitale finanziario e la sua rete globale che sta soffocando l’economia mondiale, causando recessioni, aumentando la disoccupazione e portando la disuguaglianza economica a livelli estremamente elevati. Un capitale finanziario ultra parassitario che finanzia e protegge le mafie dei “colletti bianchi” e che, con la compiacenza o la complicità dei governi dei capitalismi centrali e delle istituzioni economiche internazionali, crea “paradisi fiscali” che facilitano l’occultamento dei loro crimini e l’evasione fiscale che impoverisce gli Stati privandoli delle risorse necessarie per garantire una vita dignitosa ai propri popoli.

Questo è il mondo che verrà una volta che la pandemia sarà un triste ricordo del passato. Naturalmente, a quel punto le forze popolari dovranno essere molto ben organizzate e coscienti (e coordinate a livello internazionale) perché questi cambiamenti non saranno un regalo di una borghesia imperialista pentita dei suoi crimini e disposta ad abbandonare i suoi privilegi, ma dovranno essere conquistati attraverso grandi mobilitazioni e lotte sociali per imporre un nuovo ordine economico e sociale post-capitalista. Ci vorrà coraggio per combattere per la costruzione di quel nuovo mondo, ma anche intelligenza per stimolare la coscienza critica delle grandi masse popolari ed evitare che cadano, ancora una volta, nelle trappole che gli stregoni del neoliberismo stanno già preparando. Hanno un obiettivo molto chiaro: dopo la pandemia, che tutto rimanga uguale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarli e ad assumerci la responsabilità di realizzare esattamente il contrario: che nulla rimanga uguale, illuminando con le nostre lotte e con la nostra coscienza i contorni della nuova società che sta lottando per nascere. Una società, insomma, dove la salute, la medicina, l’istruzione, la sicurezza sociale, l’abitare, i trasporti, la cultura, la comunicazione, la svago, lo sport e tutte le cose che fanno la vita dignitosa non siano più merci, ma acquisiscano il loro irrinunciabile status di diritti universali. E questa sarà una grande opportunità per cercare di farlo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

A medio camino del “Armagedón”: “Solo dos acuerdos separan al mundo del desastre”

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Desatar una guerra siempre es más fácil que mantener la paz. No se necesita mucho para declarar la guerra, mientras que la paz se basa en garantías concretas. Una vez tuvimos cuatro acuerdos que nos protegieron de la carrera armamentista y de las crecientes tensiones. Eran garantías de paz. Dos de ellos ya han dejado de existir.

Tratado sobre Misiles Anti balísticos

El acuerdo entre los Estados Unidos y la URSS, concluido en mayo de 1972, obligó a ambos países a abandonar la creación de un sistema de defensa antimisiles estacionados en mar, aire, espacio o tierra móvil. Hasta finales de los años 70, tanto la URSS como los Estados Unidos se adhirieron estrictamente a los acuerdos. Cuando Reagan llegó al poder en los EE.UU., comenzaron a promover la idea de una retirada unilateral del acuerdo. La firma del acuerdo se justificó por el hecho de que las superpotencias alcanzaron la paridad militar-estratégica. Pero fue precisamente este factor el que atormentó a Washington.

Cuando la URSS se derrumbó y Moscú heredó la responsabilidad del cumplimiento, Estados Unidos reanudó las críticas al Tratado sobre Misiles Anti balísticos. En este contexto, aparecieron las primeras acusaciones contra Rusia. En la primavera de 1996, los miembros del Comité de las Fuerzas Armadas del Senado de los Estados Unidos enviaron una carta al Kremlin. En el documento, los senadores expresaron su descontento con la instalación subterránea en el monte Yamantau, en los Urales del Sur. Además, declararon sin rodeos que esta instalación “socavaría el apoyo del Congreso para la cooperación bilateral continua y la preservación del Tratado sobre Misiles Anti balísticos”.

En respuesta, Moscú se apresuró a dar todas las explicaciones necesarias sobre la instalación en los Urales del Sur. En particular, el Asesor del Presidente de la Federación Rusa (en se tiempo Yeltisn) para la Seguridad Nacional, en respuesta a Washington, dijo que la instalación en disputa en realidad “se refiere al sistema estratégico de control de las fuerzas nucleares”. No se aplicaron restricciones a este sistema, y ​​los países tenían derecho a construirlo, guiados por las tareas de fortalecer la seguridad estratégica.

Luego, el Kremlin intentó mantener un diálogo con extrema precaución, ya que entendía las intenciones de los círculos políticos estadounidenses. Los temores estaban bien fundados, y los Estados Unidos deberían recibir su merecido. Terminaron el acuerdo allí cuidadosamente, para no dañar la reputación. Para credibilidad, presentaron la iniciativa de revisar el Tratado sobre Misiles Anti balísticos. Dado que las antiguas repúblicas soviéticas se independizaron, Estados Unidos exigió que Ucrania, Bielorrusia y Kazajstán se unieran al acuerdo.

En este contexto, el Congreso apoyó la Ley Nacional de Defensa de Misiles de los Estados Unidos, que preveía el “despliegue de un sistema nacional eficaz de defensa antimisiles capaz de proteger el territorio estadounidense de un ataque limitado” tan pronto como sea tecnológicamente posible. El hecho de que la ley contradiga el Tratado sobre Misiles Anti balísticos se confirmó incluso en la administración del presidente Clinton. Rusia consideró que este paso era inaceptable, y la tesis de que la situación estaba en punto muerto comenzó a circular en los Estados Unidos. En resumen, Washington presentó un ultimátum tácito: o se aceptaba el despliegue del sistema de defensa antimisiles de los Estados Unidos, o el tratado no cumpliría con los intereses de los Estados Unidos. Cómo terminó todo es bien conocido por todos.

Las consecuencias del colapso del acuerdo, lo sentimos ahora. Cuando Estados Unidos ya no estaba limitado en sus acciones, comenzaron a desplegar sus sistemas de defensa antimisiles en Alaska, Corea del Sur, el Mar Mediterráneo y también en Europa. Si simulamos un conflicto armado en esta situación, Estados Unidos podría atacar misiles de crucero con ojivas nucleares de baja potencia y causar daños irreparables al potencial nuclear del enemigo, es decir, Rusia. Además, la abundancia de sistemas de defensa antimisiles permitiría interceptar los restos de misiles balísticos lanzados como un ataque de respuesta.

Moscú entendió que tarde o temprano explotarían tal desequilibrio, provocando un conflicto de proporciones espantosas. Como resultado, los rusos pudieron lanzar la producción de misiles supersónicos daga. Su velocidad y maniobrabilidad anularon la defensa antimisiles estadounidense. Y los sistemas de defensa antimisiles estadounidenses desplegados en Europa perderían relevancia si no fuera por un “pero”. Así que pasamos al próximo Tratado.

Tratado sobre la eliminación de los misiles de mediano y de corto alcance-INF

Estados Unidos se retiró de este acuerdo hace casi un año. En ese momento, el Tratado INF ya había perdido su relevancia, ya que la tecnología militar estadounidense lo contradecía cada vez más. Para ser justos, vale la pena señalar que en 1987, cuando Moscú y Washington firmaron el acuerdo, no había una comprensión clara de las armas de corto y mediano alcance. Por lo tanto, incluso los drones de combate estadounidenses MQ-1 Predator, MQ-9 Reaper y Avenger estaban sujetos a las limitaciones del Tratado INF. Con un rango de vuelo de más de 1200 km, pueden transportar misiles aire-tierra a bordo.

Los misiles Pershing II y MinutemanII fueron eliminados correspondientes con los requisitos del tratado, pero los logros fueron preservados. Más tarde se utilizaron para crear el misil objetivo Hera con un alcance de aproximadamente 1200 km. Estados Unidos no dejó de afirmar que este misil se usó exclusivamente para defensa antimisiles, solo que esto no excluyó el hecho de una violación de los acuerdos.

Por supuesto, todo esto palidece en el contexto de un impresionante desarrollo estadounidense: los lanzadores Mk-41. Estaban equipados con sistemas de defensa antimisiles “Aegis”. Desde el 2016, se encuentra en una base militar en la rumana Devesela. La situación no sería tan triste si no fuera por la versatilidad del Mk-41. Estas instalaciones son capaces de lanzar un sistema de defensa antimisiles y el conocido misil de crucero Tomahawk. Estados Unidos confirmó esta oportunidad cuando realizaron pruebas apropiadas en la isla de San Nicolás frente a la costa de California el 19 de agosto del 2019. Luego, el Tratado INF ya no existiría, solo el Mk-41 se ha utilizado desde 1986 y los Tomahawks desde 1983.

Rusia ha señalado repetidamente un desajuste tecnológico con el tratado, pero Estados Unidos tomó la iniciativa cuando presentó cargos contrarios. En el verano del 2014, Barack Obama dijo que las características del misil ruso 9M729 violan el Tratado INF. La situación se intensificó gradualmente, y solo tres años después, en el Congreso de los Estados Unidos, se planteó la cuestión de rescindir el contrato. Entonces comenzó la cuenta atrás.

“Quizás podamos acordar otro acuerdo agregando a China y otros”, dijo Trump en febrero del 2019.

Todos tenían claro que Pekín no se limitaría voluntariamente, el hecho es que la posibilidad de terminar el Tratado INF alarmó a los países de Europa. Eran los que estaban en mayor riesgo. Era importante para Washington que no hubiera disturbios al otro lado del Atlántico, por lo tanto, mostró su disposición a llegar a un acuerdo.

No es difícil observar que las circunstancias de la terminación del Tratado sobre Misiles Anti balísticos y el Tratado INF son muy similares. En el primer caso, Rusia fue acusada de violación debido a una instalación subterránea en los Urales del Sur, en el segundo, debido al misil 9M729. En el primer caso, Estados Unidos exigió extender los términos del acuerdo a las antiguas repúblicas soviéticas, en el segundo, a China. Por cierto, tanto en el primer como en el segundo caso, Moscú refutó exhaustivamente su culpa. A principios del 2019, Rusia incluso acordó permitir que expertos extranjeros usaran el misil 9M729, solo los países de la OTAN ignoraron esta posibilidad.

Entonces, otro tratado importante se vino abajo. De ahora en adelante, nada impide convertir a Europa en un cohete. Pronto el sistema Aegis aparecerá en Polonia, pero es poco probable que esto mejore la seguridad en la región. Dado el potencial de choque de este complejo, Rusia ciertamente lo llevará a la vista. Lo único que se lamenta es que los líderes europeos ignoren este hecho. Las declaraciones en voz alta pero sin sentido en sitios internacionales no cuentan.

Start-3

Todavía existe un tratado de reducción de armas ofensivas estratégicas. Expirará el 5 de febrero del 2021, lo que significa que hay más de 9 meses para que Washington y Moscú encuentren un idioma común. Son pocas las posibilidades de un resultado exitoso, y el nuevo año probablemente comenzará con otra ronda de escalada de tensión. El escepticismo no es infundado. La experiencia de los dos casos anteriores nos permite simular el desarrollo posterior de eventos en torno al Start-3.

Tanto Rusia como Estados Unidos ahora están demostrando un compromiso para extender el tratado. Moscú requiere una extensión sin condiciones previas. En el caso de Washington, todo es más complicado. Trump insiste en que el acuerdo sea tripartito. Se propone atraer a China al acuerdo. Una situación familiar, ¿verdad?

Pero, ¿es realmente necesario arriesgar un documento tan importante en un intento de imponerlo sobre China? “Por supuesto”, dirán en Washington. -China representa una amenaza para los estadounidenses. ¿Cuál es el punto de extender el acuerdo si no cumple con los intereses estadounidenses?

Es difícil discutir con esta declaración, porque la confrontación entre los Estados Unidos y China es obvia. Solo que nadie aclara cómo se relaciona con las armas nucleares. El arsenal nuclear de China es 21 veces más pequeño que el de Estados Unidos: 6185 ojivas estadounidenses frente a 290 chinas. Rusia tiene 6.500 ojivas nucleares.

Obviamente, el Start-3 es un acuerdo de iguales. El arsenal nuclear de los Estados Unidos y Rusia representa más del 90% de todas las armas nucleares en el mundo. La brecha es enorme. China, como otros países, pronto no podrá alterar este estado de cosas. Esto significa que no tiene sentido expandir el acuerdo, al menos en esta etapa.

Si sigue la lógica de los Estados Unidos, entonces el concepto de un acuerdo de iguales pierde su significado, lo que significa que Francia, Gran Bretaña, India y otros países deben firmar el nuevo acuerdo. ¿Por qué Washington prefiere ignorarlos? No es en absoluto una amenaza china. Este es solo un truco cuya tarea es justificar a los Estados Unidos.

“Estamos de acuerdo, pero…” es la posición de Washington. Desafortunadamente, este “pero” significa el colapso del Tratado de Reducción de Armas Estratégicas. China no firmará ningún acuerdo. Esto es exactamente lo que necesitan los Estados Unidos. Trump ya dejó en claro que no está esperando la extensión del Start-3. En el presupuesto para el 2021, planea colocar $ 44 mil millones para expandir el arsenal nuclear. A modo de comparación, todo el presupuesto militar ruso de este año es de solo $ 24 mil millones.

Las consecuencias de terminar el Start-3 para el mundo serán desastrosas. La gente ha olvidado cómo se siente vivir con el miedo constante a una llama nuclear chisporroteante. Todo esto fue en medio de la crisis del Caribe. Ahora imagine una carrera nuclear en condiciones modernas y con tecnología moderna. Imagine un mundo donde una decisión política puede conllevar consecuencias irreversibles, porque hacer clic en un botón es así de simple.

Tratado sobre el espacio

Quizás este acuerdo sea el más obvio y subestimado en la lista de aquellos que subyacen en la estabilidad global. Ahora pocas personas le prestan atención. Esto es comprensible, porque el Start-3 está en juego. Sin embargo, el Tratado sobre el espacio ultraterrestre es el primer y único documento de este tipo.

Fue firmado en 1967, prohibiendo a los países colocar armas de destrucción masiva en la órbita terrestre baja. Por supuesto, durante medio siglo la existencia del acuerdo, mucho ha cambiado. Rusia renombró su Fuerza Aérea a Fuerzas Aeroespaciales. Estados Unidos también creó las Fuerzas Espaciales. ¿Pero puede haber tropas sin armas?

Actualmente, los países están investigando con cautela una nueva cabeza de puente para la guerra, pero ya existen ciertas tendencias negativas. Por ejemplo, recientemente estalló un escándalo sobre un satélite ruso, que se acercaba a uno estadounidense. Luego, Estados Unidos acusó a Rusia de espionaje. Afortunadamente, no comenzaron a replicar esta historia durante mucho tiempo. Debe entenderse que Estados Unidos también tiene satélites espías, de los cuales en Washington preferirían no volver a hablar. Sin embargo, la situación mostró cuán volátil es el status quo del espacio.

En octubre del 2018, Mike Pence dejó en claro que Washington no descartó el despliegue de armas nucleares en el espacio. “Creo que debemos hacer todo lo posible para proteger a los ciudadanos estadounidenses. El Presidente apoya el principio de que la paz no puede estar sin poder”, dijo.

En agosto del 2019, la Casa Blanca emitió un documento con el siguiente contenido: “Estados Unidos desarrollará y utilizará sistemas nucleares espaciales cuando dichos sistemas proporcionen o expandan de manera estable las capacidades de investigación espacial y capacidades operativas”.

Uno solo puede adivinar cuándo Estados Unidos declarará que el Tratado del Espacio Ultraterrestre no corresponde a sus intereses. La militarización del espacio ultraterrestre llevará la carrera armamentista a un nivel completamente nuevo. Ni que decir tiene, ¿cómo va a socavar la situación en el planeta? Al principio, hablamos sobre el hecho de que los cuatro tratados son garantías de paz. Si no lo hacen, el desequilibrio en volúmenes de armas alcanzará límites increíbles.

Imagine una situación: dos personas que están en desacuerdo entre sí. Cada uno de ellos tiene una pistola. Ellos lo saben. Pueden usar armas, pero no lo hacen, porque entonces el oponente también usará el arma. El resultado del tiroteo es impredecible. Pero la situación cambia cuando solo uno tiene un arma. En un sentido global, todo es exactamente igual. Si un país está armado con tanques y aviones, y el otro es capaz de atacar un misil nuclear directamente desde el espacio, tarde o temprano esta ventaja se utilizará.

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