Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia

di Adriano Ascoli e Ciro Brescia

* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

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Scriviamo queste note esprimendo la nostra piena solidarietà alla compagna Pia Panseri e al compagno Gianfranco Fornoni del Comitato Popolare Verità e Giustizia per le vittime della Covid-19 di Bergamo[1], colpiti dalla repressione per il loro impegno sociale e politico al fine di far emergere la verità sui responsabili della strage quotidiana che stiamo vivendo, a causa della mala gestione della pandemia da parte dello Stato, delle istituzioni centrali e regionali, delle politiche antipopolari da essi attuate nel nostro paese. Con queste righe vogliamo dare il nostro contributo alla riflessione collettiva su un tema oggi centrale: troppo spesso prevale una lettura della nuova fase pandemica confusa, quindi subalterna e funzionale alle narrazioni delle classi dominanti. Una polarizzazione controllata, spinta tanto nel mainstream quanto nel suo lato oscuro, tende a confondere e intossicare la percezione ed i pensieri di gran parte della popolazione. Riteniamo esiziale fare concessioni a questa polarizzazione nella ricerca di facile e spicciolo consenso, quando invece la situazione richiede un ragionamento rigoroso.

 

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Come è possibile che alcuni paesi arretrati nel loro sviluppo infrastrutturale, come Cuba ed altri – nonostante siano colpiti dalle criminali sanzioni internazionali da parte dei paesi imperialisti – abbiano ottenuto apprezzabili risultati rispetto alla lotta contro la pandemia da Covid-19, al contrario di ciò che sta accadendo nel nostro paese in un contesto di maggiore sviluppo delle forze produttive e spesso con un sistema sanitario – dal punto di vista delle infrastrutture e delle risorse disponibili – assai più evoluto? Ciò è stato possibile perché questi paesi si sono dati gli strumenti adeguati per fare fronte all’emergenza grazie ad una differente organizzazione della società, e lo hanno dovuto praticare facendo di necessità virtù poiché sono paesi che non godono di forze produttive ed infrastrutture sviluppate, capillari ed articolate di cui invece sono dotati i paesi più ricchi, i paesi imperialisti come lo è l’Italia (nonostante i quarant’anni di tagli alla sanità pubblica e le concomitanti privatizzazioni, il sistema sanitario italiano continua ad essere tra i più avanzati). Nel caso dei paesi che hanno al loro attivo il compimento di un processo rivoluzionario – nelle differenti varianti di socialismo ed anti-imperialismo – abbiamo visto la mobilitazione di organizzazioni di massa strutturate nei diversi ambiti della vita sociale e lavorativa, politica e culturale; queste non hanno solo improvvisato ma in qualche misura hanno agito sulla base di decenni di esperienza e di lavoro teorico e pratico, combinandoli con i necessari livelli di mobilitazione e direzione determinanti per far fronte all’emergenza. Organizzazioni che rispondono ad un comando unitario, che fanno capo a una direzione politica tendenzialmente chiara e coerente, ad una linea politica non certo improvvisata ma che ha una continuità sviluppatasi in decenni di costruzione dopo il trionfo della Rivoluzione nel loro paese.

 

Una linea che nel caso cinese e di molti altri paesi che hanno seguito quell’esempio, ha posto al centro la tutela della salute collettiva e i criteri scientifici, quale pilastro per un contrasto immediato all’epidemia, minimizzando sia il danno sanitario sia quello socio-economico, con interventi precoci e limitati nel tempo. In questi paesi – è necessario sottolineare, ancora una volta, questo concetto – i loro dirigenti ed i loro popoli hanno dovuto fare di necessità virtù puntando principalmente sulla prevenzione, per evitare di dover agire poi con strumenti di cui in generale sono scarsamente dotati e per evitare di cadere in una crisi ingestibile. I paesi imperialisti dotati di strumenti in teoria più avanzati, in realtà hanno fallito sul terreno del contenimento dei contagi cacciandosi in un pantano. Non hanno attuato una strategia di contenimento del contagio, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Nella Repubblica Popolare Cinese, così come in altri paesi, non hanno aspettato che arrivassero medicine specifiche o vaccini (che ancora non sono pronti e sufficienti, visto che i paesi imperialisti se li sono accaparrati, a cominciare dagli USA, dalla GB e da Israele, e a ruota gli altri paesi della UE e che le capacità produttive su scala planetaria continuano ad essere limitate). In Cina si sono dati da fare confinando – attraverso una capillare mobilitazione ed organizzazione di massa – la popolazione dove, come, quanto e quando è stato necessario farlo; così ne è uscita la Cina, così ha fatto la Corea popolare, chiudendo ancora più ermeticamente i suoi confini, così ha fatto il Vietnam, così ha fatto Cuba, mantenendo viva l’esperienza accumulata in ambito epidemiologico dall’URSS nel secolo passato, investendo nella ricerca scientifica fino alla progettazione e realizzazione di vaccini e medicamenti specifici. Nei principali paesi imperialisti e diretti da governi neoliberisti, si è lasciato correre il virus più o meno liberamente e con misure ogni volta tardive, fino ad arrivare a perdere il controllo dei contagi e a registrare decine di migliaia, centinaia di migliaia di morti (come in USA o in Brasile, ma anche dalle nostre parti). Abbiamo visto i balletti delle zone colorate, con i dati occultati o addomesticati dagli amministratori al fine di evitare misure necessarie. Chi ha attuato un vero contenimento, invece che una relativa mitigazione cronica, ha fermato TUTTO quando necessario, ma per un periodo breve e poi ha riaperto quasi tutto, minimizzando tanto i danni umani quanto quelli economico-sociali. Bene ricordare come i paesi che hanno attuato questa strategia vincente hanno fermato quando necessario e per periodi molto limitati anche fabbriche e pendolarismo ed ogni attività non strettamente essenziale. In Italia al contrario le fabbriche nel cuore dei focolai padani non chiusero neppure nel marzo-aprile 2020 e l’epidemia dilagò così in mezzo mondo nel giro di pochi giorni, mentre tra i principali leaders politici andavano di moda aperitivi sui navigli e scaramantiche negazioni della tempesta che stava arrivando.

 

Per completezza va menzionato che persino alcuni paesi non certo socialisti, come Israele (da non tacere la negazione criminale dei vaccini alla Palestina, come i paesi occidentali con le sanzioni) o l’Australia, hanno ottenuto risultati positivi al proprio interno proprio contenendo la circolazione della popolazione per periodi limitati, al fine di garantirsi la possibilità di “ritornare alla normalità” o per affrontare in sicurezza la fase della vaccinazione massiva. Questo dimostra che non bisogna aspettare di diventare un paese socialista per attuare le necessarie misure di prevenzione basate su criteri scientifici confermati dall’esperienza; lo si può fare già da subito se c’è la necessaria volontà politica per farlo. Anzi, nella misura in cui i movimenti popolari riescono ad imporre l’applicazione delle necessarie misure di prevenzione, questi saranno utili trampolini di lancio per avanzare con più forza e determinazione verso l’instaurazione del Socialismo.  

Incrociando i dati sulla mortalità generale dei principali paesi si può con facilità evidenziare come i decessi conseguenti all’epidemia covid-19 sono stati ampiamente sottostimati, e lo sono ancora. I paesi come il nostro che non hanno optato per un rigido controllo dei contagi e con un distanziamento anticipato nel momento opportuno (all’inizio di ogni ondata epidemica, prima di ogni repentino balzo esponenziale dei contagi) hanno dovuto agire con successive misure ad ampio spettro e prolungate nel tempo, o con mezze misure che per non scontentare nessun settore politico o della popolazione hanno finito poi per scontentare praticamente tutti. Gli unici che non a caso ne hanno tratto invece grande giovamento sono stati i grandi speculatori finanziari e capitalisti loro affini, in particolare il settore dell’industria da Export, i quali in molti casi non hanno fermato la produzione neppure una settimana, ciò a scapito di ogni altro ambito sociale ed economico penalizzato da misure prolungate. Trasmissioni e talk-show hanno sezionato perfino le buone abitudini intime, ma fabbrica, call-center e pendolarismo non li hanno nominati neppure i vari decreti, eccetto nel primo ed unico lockdown della primavera 2020, dopodiché entrò in scena il dicktat del potere economico sintetizzato nello slogan “convivenza con il virus”. Per occultare la propria impreparazione non potevano fare altrimenti. Le misure prese in prossimità del picco epidemico attenuano solo gli esiti più catastrofici sul sistema sanitario, ma non evitano decine di migliaia di vittime ogni volta, quando invece sarebbe opportuno e necessario “fare come la Cina” per mettere sotto controllo la diffusione dei contagi: lockdown (con connessi test e tracciamento massivi) per un periodo limitato ma anticipato e coordinamento di tutti i settori e delle organizzazioni di massa – nel caso italiano si tratta di tutto il tessuto del terzo settore, associativo e del volontariato che esiste e stimolando la creazioni di reti di solidarietà popolare apposite, realtà queste che pure hanno cominciato a nascere per fare fronte all’emergenza. È mancata la volontà politica istituzionale, da una parte, tirata da ogni lato nella subalternità agli interessi dei grandi gruppi economici, e la capacità, autonomia e forza dei comunisti, dall’altra, di individuare e proporre a tempo le misure da mettere in campo, le decisioni tempestive da attuare, lasciandosi spesso influenzare da scelte opportunistiche e di comodo o dalla subalternità diffusa ed alimentata ad arte dai padroni tra le larghe masse (codismo). Le forze politiche o sindacali organizzate – con poche eccezioni – non hanno chiesto e rivendicato di prendere misure energiche di contenimento all’inizio e non a metà di ogni ondata di contagi. In questa fase – quella delle decisioni – hanno spesso prevalso mobilitazioni funzionali chiedendo aperture, quando era invece il momento di chiudere tutto anche per pochi giorni per ottenere risultati significativi e duraturi. Si è rimasti subalterni a chi non voleva misure di contenimento, col risultato che i danni sanitari in termini di morti e casi gravi, i contagi di lavoratori e delle loro famiglie, e i danni per l’economia diffusa e la vita sociale, sono stati ogni volta maggiori. Se da un lato la denuncia delle evidenti responsabilità di alcuni amministratori (vedi il caso dell’amministrazione Fontana della Lombardia palesemente subalterna alle linee dettate da Confindustria) nella diffusione del contagio fu oggetto di una positiva campagna alla fine della scorsa primavera, dall’altro non ne è seguita una politica ed una aggregazione conseguente nel periodo successivo, quando alcuni prezzolati parlavano di “virus scomparso”, o quando goffamente chi aveva responsabilità nel prendere decisioni negava l’inizio della seconda e della terza ondata, evitando così i necessari interventi tempestivi di contenimento.

In mancanza di una copertura vaccinale non c’è alternativa all’operare un contenimento basato sul controllo del contagio, con fermi rapidi e concentrati nel tempo, per evitare quella cronicità di mezze misure che tanto danno ha arrecato alla vita sociale senza risolvere gli aspetti sanitari. Tutto ciò non è conseguenza del caso, ma del calcolo di chi ha considerato quale aspetto centrale non la salute collettiva e la tutela delle condizioni materiali sociali ed economiche del popolo, ma piuttosto il PIL, il fatturato ed i profitti delle grandi imprese capitaliste che, a ben guardare, in molti casi non hanno perso neppure un giorno di attività, ma a chi ha perso la vita per questo cinico calcolo non hanno pagato neppure il funerale.

La magistratura dello Stato italiano, così solerte nell’indagare chi ha denunciato le conseguenze di questo massacro sociale e materiale (e qui di nuovo va reiterata tutta la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti)[2], con oltre centomila decessi in più nel 2020 ed una aspettativa di vita calata di almeno un anno, poco si è occupata della mancanza di sicurezza e controlli nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nella rete della logistica; veri volani del contagio assieme ad un pendolarismo che ha visto scarsi interventi sulla rete del trasporto pubblico. I grandi luoghi di lavoro devono essere monitorati con test e tamponi a campione di tutto il personale e se necessario provvedere a chiusure per alcuni giorni. Necessario provvedere ai ristori e garantire il salario per i dipendenti nei luoghi di lavoro dove si verificano eventuali focolai che altrimenti si trasformano, come avvenuto, assieme al pendolarismo, in volano del contagio. Test su tutti i dipendenti e riapertura in sicurezza dovrebbero essere al centro delle rivendicazioni sindacali.

Su questo punto bisogna essere chiari ed espliciti: di fronte ad una epidemia il disciplinamento dei movimenti della popolazione in funzione degli interessi stessi delle larghe masse della popolazione, è imprescindibile e contro questa necessità cadono tutte le illusioni e le chiacchiere liberali fuori tempo massimo sulla presunta “libertà di movimento” come valore assoluto che non esiste in nessun paese socialista (e a ben vedere neppure nei paesi di tradizione liberale).

Su questi aspetti i comunisti non possono nicchiare, come sui vaccini che devono essere rivendicati come un diritto di ogni essere umano e non essere soggetti a mercificazione, benché attualmente i prezzi siano regolati non dalla “legge del libero mercato” ma da accordi tra stati (tra i quali è però in corso una partita geopolitica con evidenti venti di guerra). La priorità e l’accesso a questi strumenti bisogna che sia soggetta al più stretto controllo pubblico e popolare organizzato e cosciente, non perché altrimenti non siano attendibili i vaccini nel loro aspetto “merceologico” (quasi  tutti  gli strumenti che usiamo nella nostra vita, inclusi i medicinali, il computer di chi scrive e quello di chi legge, sono realizzati in regime capitalistico, il che non implica che non funzionino) ma perché, come vediamo, il meccanismo della competizione e del confronto geopolitico porta a rallentare ciò di cui ci sarebbe forte urgenza e necessità. I comunisti sono contro la globalizzazione capitalistica ed il “neoliberismo”, non sono contro la necessaria globalizzazione delle forze produttive, poiché questa è parte dello sviluppo del carattere collettivo di tali forze e della loro natura sociale. I comunisti non sono luddisti che si scagliano contro le macchine, contro la scienza e la tecnologia, contro la razionalità, ma lottano per sottrarre queste macchine, questa tecnologia e questa scienza al controllo delle attuali classi dominanti fino a metterle sotto la direzione di un governo che ne difenda autenticamente e coerentemente gli interessi popolari. Questi aspetti, proprio per non rimanere sospesi sulla nube dei massimi sistemi, è necessario che siano oggetto di un programma condiviso per un governo di emergenza popolare, raccogliendo le voci e le forze presenti non solo delle ristrette cerchie militanti, ma dei lavoratori organizzati sui proprio posti lavoro e della diffusa rete delle organizzazioni popolari e territoriali. Non bisogna alimentare letture irrazionalistiche e retrograde, come le psicosi contro i vaccini che razionalmente e scientificamente non hanno alcuna ragion d’essere, o altre tendenze reazionarie che pure si sono fortemente sviluppate in molti paesi, incluso il nostro.

Se tra le larghe masse della popolazione ci sono settori che in maniera del tutto legittima nutrono dubbi sui vaccini, o si mostrano subalterni ad alcune tendenze di tipo oggettivamente reazionario, bisogna trascinare loro con l’esempio non “a fare la guerra ai vaccini” ma indirizzare questo rifiuto verso le classi oggi dominanti (ma non più dirigenti), ossia verso chi è responsabile di speculazioni o giochi geopolitici per i quali la salute del popolo non vale nulla (non contro i centri vaccinali o le ambulanze o i lavoratori del sistema di salute pubblico!), ossia verso chi ogni volta ha compiuto la scelta calcolata di non agire tempestivamente nelle misure di contenimento per non toccare determinati interessi in tutta evidenza considerati – in questa società capitalistica – più importanti del bene supremo della tutela della salute collettiva e della vita di centinaia di migliaia di persone. Questo è il modo migliore per avere la certezza che cure e vaccini saranno utilizzati al meglio, nel pieno interesse nostro e non di chi specula su medicine e vaccini o su qualsiasi altra scoperta scientifica ed invenzione tecnologica, esattamente come avviene con ogni altra merce in regime capitalistico.

La situazione attuale in Italia ed in Europa è oggi coperta con una campagna di discredito della stessa strategia vaccinale, confondendo la normale prassi di sicurezza e farmacovigilanza con una propaganda terroristica circa l’uso dei vaccini, con le autorità europee che non sono in grado di garantire una vaccinazione in sicurezza lontano da continui picchi epidemici. Giochi di tipo geopolitico su aspetti che riguardano la tutela della salute collettiva – anche qui è bene rimarcarlo – frenano la possibilità di una più ampia disponibilità di dosi vaccinali (ad esempio ritardando la valutazione dei vaccini di produzione russa o cinese), limitano la massima disponibilità nel ricevere i necessari quantitativi di dosi dai differenti produttori, alzano barriere e campagne di discredito dettate dalla concorrenza tra differenti produttori, brevetti e stati, e frustrano ciò che dovrebbe essere al centro dell’interesse pubblico.

Sappiamo che i comunisti non sono riusciti sino ad oggi ad instaurare il socialismo in nessuno dei paesi compiutamente imperialisti, ossia in nessuno di quei paesi dove le forze produttive hanno raggiunto uno sviluppo più avanzato rispetto ai paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali. Assistiamo ad una innegabile marginalità politica e un sensibile ritardo nella comprensione della nuova fase pandemica. Il Movimento Comunista Cosciente ed Organizzato del secolo scorso è riuscito storicamente ad instaurare il socialismo solo in alcuni di questi paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali attraverso Rivoluzioni Antimperialiste, Guerre di Liberazione Nazionale e Rivoluzioni di Nuova Democrazia, trasformando la guerra imperialista in guerra civile contro la Borghesia Imperialista, durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale (grossomodo dal 1917 al 1976), dalla Russia che fu zarista alla Cina che fu feudale, da Cuba al Vietnam, dalla Corea popolare al Laos, dai paesi dell’est Europa fino ad alcuni paesi africani, oltre alle esperienze rivoluzionarie latinoamericane, dove per lunghi periodi le forze antimperialiste e comuniste hanno affermato un controllo territoriale, pur non riuscendo a conquistare il potere. Sappiamo che i limiti ideologici e gli errori dei comunisti nei paesi imperialisti non hanno consentito loro di avere il successo necessario per evitare che il Movimento Comunista Internazionale rifluisse. Ossia, la Rivoluzione Proletaria ha trionfato solo in quei paesi in cui le forze produttive e le infrastrutture non erano ancora pienamente sviluppate, come invece lo sono nei paesi imperialisti. Lenin stesso mise in evidenza che nei paesi oppressi sarebbe stato più semplice far trionfare la Rivoluzione Proletaria, ma era più difficile costruire il Socialismo; viceversa nei paesi imperialisti più difficile sarebbe stato far trionfare la Rivoluzione (cosa poi ancor più vera alla luce del successivo sviluppo dei regimi di controrivoluzione preventiva negli stati borghesi) e più facile costruire poi il Socialismo visto il più avanzato sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive. Anche nei paesi imperialisti si fecero largo a più riprese tendenze revisioniste, non scientifiche, non rivoluzionarie, fino a sfociare nelle tendenze principali del revisionismo moderno, ma giusto cento anni fa, proprio in un contesto di crisi irrisolta post-bellica e post-pandemica presero corpo mobilitazioni di massa di tipo reazionario che le classi dominanti seppero indirizzare nel movimento fascista. Non sono mancati in questi mesi episodi e mobilitazioni dalle caratteristiche ambigue, quando non apertamente reazionarie, affermando l’inesistenza di una emergenza che ha accorciato di un anno l’aspettativa di vita in Italia, determinando oltre centomila morti in più nel numero di decessi annuale. Sono in errore coloro che hanno individuato come nemico le necessarie forme di tutela e di prevenzione sanitaria, o la ricerca dei vaccini, e non ad esempio il fatto che queste misure, se sono state scarsamente efficaci e di durata interminabile, è proprio perché la scelta è stata ogni volta quella di negare l’emergenza e l’intervento tempestivo, in favore dell’attività economica e produttiva immediata. Vediamo dopo un anno i risultati di questo approccio reiterato, fatto di ritardi e mezze misure. Risultati tragici sia sul piano sanitario sia su quello socio-economico.

 

Come afferma il compagno Fabrizio Chiodo – che dell’argomento in tutta evidenza se ne intende essendo collaboratore del centro Finlay de la Habana per la produzione dei vaccini cubani – la concezione stessa della vaccinazione contraddice gli interessi del capitalismo perché si basa sulla prevenzione più che sulla cura. È ormai noto, infatti, che prevenire è meglio che curare, ma curare invece che prevenire risulta in genere più redditizio per le speculazioni ed il parassitismo dei capitalisti, delle loro farmaceutiche, dei sistemi di salute privati. La prevenzione (e quindi anche gli strumenti della vaccinazione che ne sono parte imprescindibile) è la più efficace arma che l’organizzazione socialista della società può valorizzare al meglio. Il fallimento dell’ideologia del “libero mercato” e della crisi del modo di produzione capitalistico di fronte all’emergenza è oggi innegabile. Tutto ciò pone all’ordine del giorno la necessità dell’instaurazione del Socialismo come risposta a questa e alle grandi emergenze che affliggono l’umanità, in quanto modello di sviluppo calibrato sulle necessità umane. La prevenzione e la salute collettive valorizzate al meglio saranno al centro delle battaglie dei prossimi anni. Una sfida per i paesi socialisti ed antimperialisti ma anche nei paesi in cui il Socialismo non è stato ancora instaurato. Il Socialismo è prevenzione prima ancora che essere cura!

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[1]              Un Comitato Popolare non  addomesticato e che mette in evidenza pubblicamente le responsabilità di Confindustria e delle autorità istituzionali ad essa subalterne per la strage causata dalla male gestione della pandemia nella Bergamasca inevitabilmente finisce “attenzionato” e criminalizzato da chi ha tutto l’interesse a screditarlo (vedasi la omonima pagina fb del Comitato Popolare).

[2]              https://bgreport.org/procura-indaga-militanti-bergamaschi-lasciando-indisturbata-confindustria.html

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* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

 

Su The Lancet un confronto tra i risultati della strategia di mezze misure di mitigazione (interventi graduali di mitigazione mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario e senza impatto su quello produttivo) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eradicazione tramite contenimento stretto del contagio, test massivi, tracciamento, riaperture.

Dal confronto emerge tra l’altro:

– Sul piano sanitario, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per la strategia di contenimento e eradicazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione delle mezze misure e la “convivenza con il virus”, tra cui l’Italia del dopo lockdown dello scorso anno.

– Chi pensa che la tattica di mezze misure sia servita a “tutelare l’economia” in generale, può vedere come nei cinque paesi che hanno optato per la strategia di contenimento ed eradicazione territoriale, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia già all’inizio del 2021, viceversa da noi la crescita è ancora negativa e così negli altri paesi OCSE che hanno seguito la via tortuosa delle mezze misure. In particolare ciò è avvenuto per non fermare produzione e grandi attività, anche solo due settimane all’inizio di ogni ondata, prima di una forte crescita numerica esponenziale. Si è sommato al costo in vite umane quello economico sociale, con un impatto disastroso sull’economia diffusa e sulle attività culturali. In pratica sull’altare del profitto da export si è sacrificata la vita di decine di migliaia di persone, oltre alle condizioni materiali di esistenza di milioni di lavoratori, con le piccole attività sul lastrico e con i licenziamenti alle porte.

– Chi ha abbaiato che “ci chiudono in casa” ai tempi del primo ed unico lockdown, incoraggiando le mezze misure prolungate, potrà constatare che per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione e le mezze misure. Infatti le misure energiche di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano al rapido contenimento, al controllo dei contagi fino alla eradicazione di ogni focolaio, la veloce soluzione del problema ha portato rapidamente alla normalità la vita sociale e l’economia diffusa, come del resto già dimostrato dal successo storico nella Repubblica Popolare Cinese sotto la direzione del PCC e delle locali autorità scientifiche e sanitarie.

Alcuni pensano che il dibattito tra la mitigazione delle mezze misure e la strategia di contenimento sia una questione accademica, priva di interesse politico o oggetto di una inutile polarizzazione, perché presto il vaccino risolverà ogni problema, o perché l’arrivo dell’estate farà dire ancora di virus clinicamente scomparso (ma non usciamo quest’anno dal lockdown di Conte, bensì dalla linea Bolsonaro di Draghi). In realtà, decenni di esperienza dicono che i vaccini da soli non sono risolutivi e non in tempi brevi, i vaccini possono mitigare ma non risolvere magicamente.

L’eradicazione del vaiolo ha significato una lotta decennale e la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, test sulla popolazione, tracciamento, lo stesso con la polio. Ciò che si fa’ con le epidemie, deve essere fatto pure col covid se vogliamo levarcelo di torno, se non vogliamo restare condizionati e succubi per lunghi anni di questa situazione, esposti a tutti i rischi che comporta.

Chi dopo un anno, in ambito politico, insiste nel ritardo, non assume una posizione, non ha una linea sul da farsi per uscire dall’emergenza, resta accondiscende con le varie tesi minimizzatrici utili al capitale, quando non degne del regno di Q o di ByoBlu o altri propagandisti dell’irrazionalità, mostra incapacità di analisi della realtà concreta e/o malafede. Nei due casi tremenda subalternità ad una classe politica ed industriale tra le peggiori al mondo, dalle quali dipende una tragedia senza precedenti recenti, sia umana che sanitaria ed economica sociale.

Link The Lancet 28 Aprile 2021: thelancet.com

Grazie ad Alessandro Ferretti per le considerazioni e la segnalazione dell’articolo

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Potrebbe essere un meme raffigurante 1 persona e il seguente testo "IO ETERNAMENTE GRATO AI CUBANI CHE CI HANNO NEL MOMENTO DEL BISOGNO"

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3 commenti

  1. Fuerzas productivas, salud pública, lucha contra la epidemia | ALBAinformazione
  2. Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia – Comitato Nazionale "Chiarezza Sui Vaccini"
  3. Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia – Comitato Nazionale "Chiarezza Sui Vaccini"

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