Jhon Montesinos: “Legitimamos el compromiso de las universidades en la formación de la Criptoactividad”

La ideas es legitimar el conocimiento de la Criptoactivdidad y el Ecosistema Petro en el país.

La ideas es legitimar el conocimiento de la Criptoactivdidad y el Ecosistema Petro en el país.

por Yahvé Álvarez
Yahvealvarez1@gmail.com

En gira nacional desde el estado Zulia

En la cede la Universidad Unasur en el occidente del país, se promueve el conocimiento en la economías digitales como alternativa financiera positiva para el pueblo venezolano.

En gira nacional, de formación y divulgación instruccional la dinámica de la “Criptoactividad en Venezuela se legitima desde el pódium que ofrece la educación superior del país”, puntualizo en experto en Criptomonedas Jhon Montesinos.

El especialista en economía digital, Jhon Montesino, Secretario General de la Criptoactivo del Federación venezolana de Estudiantes Universitario (FVEU), y presidente de la Red de Entusiasta en Criptoeconomía (REC), desde el Centro De Investigación Administrativos, Contables y Económicos, del Municipio Colon Santa bárbara Estado Zulia, aseveró que “En esta nueva esta económica del país, producto de la agudización del bloque y las sanciones económicas del exterior, las universidades públicas de la nación, proponen legitimar el conocimiento de la zona Critopactivo, como mecanismo alternativo para oxigenar las finanzas del país”.

Contenido de la actividad

No obstante sobre la base de esta realidad, el especialista en economía digital, Montesinos, el Criptoentusiasta presentó una ponencia, titulada, “Criptomonedas y Ecosistemas Petro”, como parte de una agenda de gira nacional, orientada en informar en términos pedagógicos “la importancia que juega, en las universidades y centros de investigación especializados en la materia, la generación del conocimiento necesaria y practico, en la población general, todo esto para hacer posible una nueva cultura positiva en el país, en el uso productivo y óptimo de la dinámica que juega la Criptoactividad, para la sana finanzas de la nación, y su relación comercial con sus socios estratégicos fuera del país”.

Esta actividad académica y de divulgación pedagógica, estuvo acompañado con los especialistas en el área de la economía digital como Carlos Oñates Vicepresidente de la REC y Francisco Bueno, como coordinador REC para el área centro occidental del país; todo esto con el apoyo de las autoridades regionales del estado Zulia, y los miembros del Consejo Universitario de las instituciones de formación superior visitadas en la zona.

Es importante subrayar, que todo esto este esfuerzo de gira nacional, es para hacer posible, los preparativos del “II Congreso Nacional de Criptoactivos” Aragua 2021, actividad a realizarse entre los días 22 al 24 de abril del presente años. “EL PETRO EXISTE Y ES REAL EN LA ECONOMÍA DEL PAÍS”.

 

Che prezzo ha la pace?

Nessuna descrizione della foto disponibile.di Giuseppe Acciaio 

Alla fine del 2020 l’esercito australiano ha pubblicato il resoconto dei crimini di guerra commessi dai propri soldati in Afghanistan, i cui particolari hanno scosso tutte le comunità del mondo e hanno inferto un duro colpo alla reputazione politica del continente verde, uno dei principali alleati degli Stati Uniti al di fuori della NATO nella protezione e promozione della democrazia e dei valori europei.

Tanto acclamato rapporto è il frutto di un’indagine durata quattro anni, svolta sotto la guida del giudice e l’ispettore generale delle forze armate Australiane Paul Brereton. Il motivo di tale indagine è stata la relazione presentata dalla sociologa Samantha Crompvoets, che stava effettuando la ricerca sul servizio dei soldati delle forze armate speciali. Durante le numerose interviste dei soldati, lei ha scoperto che alcuni di loro hanno ucciso diversi afgani disarmati, cosa che lei ha immediatamente segnalato al comando dell’esercito australiano.

Dopo aver verificato numerosi fatti, descritti dettagliatamente dalla sociologa, la commissione capeggiata da Brereton è arrivata alla conclusione, che nel periodo della permanenza del gruppo internazionale nell’Afghanistan i soldati australiani hanno ucciso come minimo 39 civili e prigionieri. E due persone sono state sottoposte a delle torture.

Oltre alle prove fornite nel documento che testimoniavano i 39 omicidi commessi dall’élite delle forze speciali australiane, si è scoperto che le vittime dei soldati non erano i terroristi, come l’Occidente voleva credere e presentare al mondo intero, ma civili e i presunti membri dei gruppi radicali che al momento del massacro erano disarmati e non rappresentavano alcuna minaccia.

Ancora più scioccante è il fatto che gli omicidi dei civili, come segue dal rapporto, erano fondati su una specie del codice interno, esistente tra gli ufficiali militari noto anche come “il battesimo di sangue”, che doveva istruire i giovani soldati, arrivati per la prima volta nella zona di guerra, sottoponendosi a questo rito barbarico. Inoltre non era affatto necessario di scendere sul campo di battaglia, per nascondere le barbarie, i valorosi difensori dei valori e principi morali europei ai corpi martoriati aggiungevano le trasmittenti e gli armi per inscenare la minaccia.

Tra numerose atrocità elencate nel report vi è un episodio scioccante, che resterà impresso a lungo nelle menti della comunità mondiale, compromettendo del tutto l’immagine delle forze militari Australiane.

 Nel poco lontano 2012, durante il pattugliamento della zona i soldati australiani avevano fermato due adolescenti afgani i quali erano sospettati di essere collegati ai talebani.Durante la loro perquisizione non è stato trovato nulla di illegale, ciò nonostante i militari hanno tagliato senza pietà la gola ai quattordicenni,dopodiché li hanno messo nei sacchi e scaricato i corpi nel fiume più vicino. Purtroppo questo è solo un esempio, preso a caso, dal rapporto sui crimini commessi dalle forze speciali australiane in Afghanistan.

Oltre al fatto stesso degli omicidi di massa dei civili afgani, ancora di più suscita la preoccupazione il fatto che non è stata aperta alcuna indagine e la notizia di tali atrocità è sfuggita dall’attenzione delle organizzazioni internazionali per la tutela dei diritti umani, e i colpevoli restano a giorno d’oggi del tutto impuniti.

Il capo delle forze armate Australiane Angus Campbell per le barbarie dei suoi subordinati si è scusato pubblicamente davanti al paese, e per non danneggiare ulteriormente l’immagine ha annunciato una serie di riforme nella struttura militare e il riesame dell’assegnazione delle onorificenze dei soldati che hanno prestato il servizio militare in Afghanistan.

Il Primo Ministro australiano Scott Morrison ha chiesto pubblicamente scusa per gli omicidi al Presidente Afgano Ashraf Ghani, gli ha promesso che punirà severamente le persone che li hanno commesso. Anche se, a giorno d’oggi, a parte le vuote promesse nulla è stato fatto.

La maggior parte dei difensori dei diritti umani in Australia è convinta che il processo contro gli assassini si protrarrà per gli anni, in modo che, nessuno dei colpevoli sconterà la pena per i crimini commessi. Tuttavia l’indifferenza australiana all’argomento in qualche modo si spiega con la cinica indifferenza delle autorità afgane. Il presidente Ashraf Ghani ha accettato le pubbliche scuse del Primo Ministro, in prospettiva di non compromettere futuri investimenti e gli aiuti dell’Occidente, affrettandosi a dimenticare gli omicidi dei propri compatrioti. 

L’Europa insieme alle sue infrastrutture per la tutela dei diritti umani, ha preferito di non mettere sotto i riflettori le atrocità commesse per non danneggiare l’immagine dei valori europei, radicata nella società mondiale che esclude a priori la commissione di atti barbarici con tale violenza.

 Anche se gli atti sopramenzionati, nella loro sostanza sono i sintomi di una società psicologicamente malsana. In questa prospettiva, l’accettazione e la consapevolezza di tale piaga, e la sua discussione potrebbe essere il primo passo per il suo sradicamento e cura. Dopotutto, nessuno di noi vorrebbe incontrare in tempi pacifici le persone che hanno commesso tali crimini.

È importante sottolineare che il report di Brereton è solo la punta dell’iceberg, in realtà, tali omicidi vengono commessi più spesso di quanto si crede non solo dai rappresentati del contingente australiano, ma anche da altre forze alleate, dove negli Stati Uniti tutto questo è sostenuto da una sorta del “codice del silenzio”, che a sua volta produce un circolo vizioso per commettere altri crimini.

A questo proposito, è del tutto lecito chiedersi: l’Europa e l’Occidente hanno il diritto morale di promuovere gli alti valori della democrazia con le armi in mano, se i loro rappresentanti, portatori di questi valori, calpestano sfacciatamente e cinicamente ciò che è il cardine fondamentale dello sviluppo della società moderna –  la vita e i diritti umani?

Forze produttive, sanità pubblica, contrasto all’epidemia

di Adriano Ascoli e Ciro Brescia

* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

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Scriviamo queste note esprimendo la nostra piena solidarietà alla compagna Pia Panseri e al compagno Gianfranco Fornoni del Comitato Popolare Verità e Giustizia per le vittime della Covid-19 di Bergamo[1], colpiti dalla repressione per il loro impegno sociale e politico al fine di far emergere la verità sui responsabili della strage quotidiana che stiamo vivendo, a causa della mala gestione della pandemia da parte dello Stato, delle istituzioni centrali e regionali, delle politiche antipopolari da essi attuate nel nostro paese. Con queste righe vogliamo dare il nostro contributo alla riflessione collettiva su un tema oggi centrale: troppo spesso prevale una lettura della nuova fase pandemica confusa, quindi subalterna e funzionale alle narrazioni delle classi dominanti. Una polarizzazione controllata, spinta tanto nel mainstream quanto nel suo lato oscuro, tende a confondere e intossicare la percezione ed i pensieri di gran parte della popolazione. Riteniamo esiziale fare concessioni a questa polarizzazione nella ricerca di facile e spicciolo consenso, quando invece la situazione richiede un ragionamento rigoroso.

 

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Come è possibile che alcuni paesi arretrati nel loro sviluppo infrastrutturale, come Cuba ed altri – nonostante siano colpiti dalle criminali sanzioni internazionali da parte dei paesi imperialisti – abbiano ottenuto apprezzabili risultati rispetto alla lotta contro la pandemia da Covid-19, al contrario di ciò che sta accadendo nel nostro paese in un contesto di maggiore sviluppo delle forze produttive e spesso con un sistema sanitario – dal punto di vista delle infrastrutture e delle risorse disponibili – assai più evoluto? Ciò è stato possibile perché questi paesi si sono dati gli strumenti adeguati per fare fronte all’emergenza grazie ad una differente organizzazione della società, e lo hanno dovuto praticare facendo di necessità virtù poiché sono paesi che non godono di forze produttive ed infrastrutture sviluppate, capillari ed articolate di cui invece sono dotati i paesi più ricchi, i paesi imperialisti come lo è l’Italia (nonostante i quarant’anni di tagli alla sanità pubblica e le concomitanti privatizzazioni, il sistema sanitario italiano continua ad essere tra i più avanzati). Nel caso dei paesi che hanno al loro attivo il compimento di un processo rivoluzionario – nelle differenti varianti di socialismo ed anti-imperialismo – abbiamo visto la mobilitazione di organizzazioni di massa strutturate nei diversi ambiti della vita sociale e lavorativa, politica e culturale; queste non hanno solo improvvisato ma in qualche misura hanno agito sulla base di decenni di esperienza e di lavoro teorico e pratico, combinandoli con i necessari livelli di mobilitazione e direzione determinanti per far fronte all’emergenza. Organizzazioni che rispondono ad un comando unitario, che fanno capo a una direzione politica tendenzialmente chiara e coerente, ad una linea politica non certo improvvisata ma che ha una continuità sviluppatasi in decenni di costruzione dopo il trionfo della Rivoluzione nel loro paese.

 

Una linea che nel caso cinese e di molti altri paesi che hanno seguito quell’esempio, ha posto al centro la tutela della salute collettiva e i criteri scientifici, quale pilastro per un contrasto immediato all’epidemia, minimizzando sia il danno sanitario sia quello socio-economico, con interventi precoci e limitati nel tempo. In questi paesi – è necessario sottolineare, ancora una volta, questo concetto – i loro dirigenti ed i loro popoli hanno dovuto fare di necessità virtù puntando principalmente sulla prevenzione, per evitare di dover agire poi con strumenti di cui in generale sono scarsamente dotati e per evitare di cadere in una crisi ingestibile. I paesi imperialisti dotati di strumenti in teoria più avanzati, in realtà hanno fallito sul terreno del contenimento dei contagi cacciandosi in un pantano. Non hanno attuato una strategia di contenimento del contagio, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Nella Repubblica Popolare Cinese, così come in altri paesi, non hanno aspettato che arrivassero medicine specifiche o vaccini (che ancora non sono pronti e sufficienti, visto che i paesi imperialisti se li sono accaparrati, a cominciare dagli USA, dalla GB e da Israele, e a ruota gli altri paesi della UE e che le capacità produttive su scala planetaria continuano ad essere limitate). In Cina si sono dati da fare confinando – attraverso una capillare mobilitazione ed organizzazione di massa – la popolazione dove, come, quanto e quando è stato necessario farlo; così ne è uscita la Cina, così ha fatto la Corea popolare, chiudendo ancora più ermeticamente i suoi confini, così ha fatto il Vietnam, così ha fatto Cuba, mantenendo viva l’esperienza accumulata in ambito epidemiologico dall’URSS nel secolo passato, investendo nella ricerca scientifica fino alla progettazione e realizzazione di vaccini e medicamenti specifici. Nei principali paesi imperialisti e diretti da governi neoliberisti, si è lasciato correre il virus più o meno liberamente e con misure ogni volta tardive, fino ad arrivare a perdere il controllo dei contagi e a registrare decine di migliaia, centinaia di migliaia di morti (come in USA o in Brasile, ma anche dalle nostre parti). Abbiamo visto i balletti delle zone colorate, con i dati occultati o addomesticati dagli amministratori al fine di evitare misure necessarie. Chi ha attuato un vero contenimento, invece che una relativa mitigazione cronica, ha fermato TUTTO quando necessario, ma per un periodo breve e poi ha riaperto quasi tutto, minimizzando tanto i danni umani quanto quelli economico-sociali. Bene ricordare come i paesi che hanno attuato questa strategia vincente hanno fermato quando necessario e per periodi molto limitati anche fabbriche e pendolarismo ed ogni attività non strettamente essenziale. In Italia al contrario le fabbriche nel cuore dei focolai padani non chiusero neppure nel marzo-aprile 2020 e l’epidemia dilagò così in mezzo mondo nel giro di pochi giorni, mentre tra i principali leaders politici andavano di moda aperitivi sui navigli e scaramantiche negazioni della tempesta che stava arrivando.

 

Per completezza va menzionato che persino alcuni paesi non certo socialisti, come Israele (da non tacere la negazione criminale dei vaccini alla Palestina, come i paesi occidentali con le sanzioni) o l’Australia, hanno ottenuto risultati positivi al proprio interno proprio contenendo la circolazione della popolazione per periodi limitati, al fine di garantirsi la possibilità di “ritornare alla normalità” o per affrontare in sicurezza la fase della vaccinazione massiva. Questo dimostra che non bisogna aspettare di diventare un paese socialista per attuare le necessarie misure di prevenzione basate su criteri scientifici confermati dall’esperienza; lo si può fare già da subito se c’è la necessaria volontà politica per farlo. Anzi, nella misura in cui i movimenti popolari riescono ad imporre l’applicazione delle necessarie misure di prevenzione, questi saranno utili trampolini di lancio per avanzare con più forza e determinazione verso l’instaurazione del Socialismo.  

Incrociando i dati sulla mortalità generale dei principali paesi si può con facilità evidenziare come i decessi conseguenti all’epidemia covid-19 sono stati ampiamente sottostimati, e lo sono ancora. I paesi come il nostro che non hanno optato per un rigido controllo dei contagi e con un distanziamento anticipato nel momento opportuno (all’inizio di ogni ondata epidemica, prima di ogni repentino balzo esponenziale dei contagi) hanno dovuto agire con successive misure ad ampio spettro e prolungate nel tempo, o con mezze misure che per non scontentare nessun settore politico o della popolazione hanno finito poi per scontentare praticamente tutti. Gli unici che non a caso ne hanno tratto invece grande giovamento sono stati i grandi speculatori finanziari e capitalisti loro affini, in particolare il settore dell’industria da Export, i quali in molti casi non hanno fermato la produzione neppure una settimana, ciò a scapito di ogni altro ambito sociale ed economico penalizzato da misure prolungate. Trasmissioni e talk-show hanno sezionato perfino le buone abitudini intime, ma fabbrica, call-center e pendolarismo non li hanno nominati neppure i vari decreti, eccetto nel primo ed unico lockdown della primavera 2020, dopodiché entrò in scena il dicktat del potere economico sintetizzato nello slogan “convivenza con il virus”. Per occultare la propria impreparazione non potevano fare altrimenti. Le misure prese in prossimità del picco epidemico attenuano solo gli esiti più catastrofici sul sistema sanitario, ma non evitano decine di migliaia di vittime ogni volta, quando invece sarebbe opportuno e necessario “fare come la Cina” per mettere sotto controllo la diffusione dei contagi: lockdown (con connessi test e tracciamento massivi) per un periodo limitato ma anticipato e coordinamento di tutti i settori e delle organizzazioni di massa – nel caso italiano si tratta di tutto il tessuto del terzo settore, associativo e del volontariato che esiste e stimolando la creazioni di reti di solidarietà popolare apposite, realtà queste che pure hanno cominciato a nascere per fare fronte all’emergenza. È mancata la volontà politica istituzionale, da una parte, tirata da ogni lato nella subalternità agli interessi dei grandi gruppi economici, e la capacità, autonomia e forza dei comunisti, dall’altra, di individuare e proporre a tempo le misure da mettere in campo, le decisioni tempestive da attuare, lasciandosi spesso influenzare da scelte opportunistiche e di comodo o dalla subalternità diffusa ed alimentata ad arte dai padroni tra le larghe masse (codismo). Le forze politiche o sindacali organizzate – con poche eccezioni – non hanno chiesto e rivendicato di prendere misure energiche di contenimento all’inizio e non a metà di ogni ondata di contagi. In questa fase – quella delle decisioni – hanno spesso prevalso mobilitazioni funzionali chiedendo aperture, quando era invece il momento di chiudere tutto anche per pochi giorni per ottenere risultati significativi e duraturi. Si è rimasti subalterni a chi non voleva misure di contenimento, col risultato che i danni sanitari in termini di morti e casi gravi, i contagi di lavoratori e delle loro famiglie, e i danni per l’economia diffusa e la vita sociale, sono stati ogni volta maggiori. Se da un lato la denuncia delle evidenti responsabilità di alcuni amministratori (vedi il caso dell’amministrazione Fontana della Lombardia palesemente subalterna alle linee dettate da Confindustria) nella diffusione del contagio fu oggetto di una positiva campagna alla fine della scorsa primavera, dall’altro non ne è seguita una politica ed una aggregazione conseguente nel periodo successivo, quando alcuni prezzolati parlavano di “virus scomparso”, o quando goffamente chi aveva responsabilità nel prendere decisioni negava l’inizio della seconda e della terza ondata, evitando così i necessari interventi tempestivi di contenimento.

In mancanza di una copertura vaccinale non c’è alternativa all’operare un contenimento basato sul controllo del contagio, con fermi rapidi e concentrati nel tempo, per evitare quella cronicità di mezze misure che tanto danno ha arrecato alla vita sociale senza risolvere gli aspetti sanitari. Tutto ciò non è conseguenza del caso, ma del calcolo di chi ha considerato quale aspetto centrale non la salute collettiva e la tutela delle condizioni materiali sociali ed economiche del popolo, ma piuttosto il PIL, il fatturato ed i profitti delle grandi imprese capitaliste che, a ben guardare, in molti casi non hanno perso neppure un giorno di attività, ma a chi ha perso la vita per questo cinico calcolo non hanno pagato neppure il funerale.

La magistratura dello Stato italiano, così solerte nell’indagare chi ha denunciato le conseguenze di questo massacro sociale e materiale (e qui di nuovo va reiterata tutta la nostra solidarietà alle compagne e ai compagni inquisiti)[2], con oltre centomila decessi in più nel 2020 ed una aspettativa di vita calata di almeno un anno, poco si è occupata della mancanza di sicurezza e controlli nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche e nella rete della logistica; veri volani del contagio assieme ad un pendolarismo che ha visto scarsi interventi sulla rete del trasporto pubblico. I grandi luoghi di lavoro devono essere monitorati con test e tamponi a campione di tutto il personale e se necessario provvedere a chiusure per alcuni giorni. Necessario provvedere ai ristori e garantire il salario per i dipendenti nei luoghi di lavoro dove si verificano eventuali focolai che altrimenti si trasformano, come avvenuto, assieme al pendolarismo, in volano del contagio. Test su tutti i dipendenti e riapertura in sicurezza dovrebbero essere al centro delle rivendicazioni sindacali.

Su questo punto bisogna essere chiari ed espliciti: di fronte ad una epidemia il disciplinamento dei movimenti della popolazione in funzione degli interessi stessi delle larghe masse della popolazione, è imprescindibile e contro questa necessità cadono tutte le illusioni e le chiacchiere liberali fuori tempo massimo sulla presunta “libertà di movimento” come valore assoluto che non esiste in nessun paese socialista (e a ben vedere neppure nei paesi di tradizione liberale).

Su questi aspetti i comunisti non possono nicchiare, come sui vaccini che devono essere rivendicati come un diritto di ogni essere umano e non essere soggetti a mercificazione, benché attualmente i prezzi siano regolati non dalla “legge del libero mercato” ma da accordi tra stati (tra i quali è però in corso una partita geopolitica con evidenti venti di guerra). La priorità e l’accesso a questi strumenti bisogna che sia soggetta al più stretto controllo pubblico e popolare organizzato e cosciente, non perché altrimenti non siano attendibili i vaccini nel loro aspetto “merceologico” (quasi  tutti  gli strumenti che usiamo nella nostra vita, inclusi i medicinali, il computer di chi scrive e quello di chi legge, sono realizzati in regime capitalistico, il che non implica che non funzionino) ma perché, come vediamo, il meccanismo della competizione e del confronto geopolitico porta a rallentare ciò di cui ci sarebbe forte urgenza e necessità. I comunisti sono contro la globalizzazione capitalistica ed il “neoliberismo”, non sono contro la necessaria globalizzazione delle forze produttive, poiché questa è parte dello sviluppo del carattere collettivo di tali forze e della loro natura sociale. I comunisti non sono luddisti che si scagliano contro le macchine, contro la scienza e la tecnologia, contro la razionalità, ma lottano per sottrarre queste macchine, questa tecnologia e questa scienza al controllo delle attuali classi dominanti fino a metterle sotto la direzione di un governo che ne difenda autenticamente e coerentemente gli interessi popolari. Questi aspetti, proprio per non rimanere sospesi sulla nube dei massimi sistemi, è necessario che siano oggetto di un programma condiviso per un governo di emergenza popolare, raccogliendo le voci e le forze presenti non solo delle ristrette cerchie militanti, ma dei lavoratori organizzati sui proprio posti lavoro e della diffusa rete delle organizzazioni popolari e territoriali. Non bisogna alimentare letture irrazionalistiche e retrograde, come le psicosi contro i vaccini che razionalmente e scientificamente non hanno alcuna ragion d’essere, o altre tendenze reazionarie che pure si sono fortemente sviluppate in molti paesi, incluso il nostro.

Se tra le larghe masse della popolazione ci sono settori che in maniera del tutto legittima nutrono dubbi sui vaccini, o si mostrano subalterni ad alcune tendenze di tipo oggettivamente reazionario, bisogna trascinare loro con l’esempio non “a fare la guerra ai vaccini” ma indirizzare questo rifiuto verso le classi oggi dominanti (ma non più dirigenti), ossia verso chi è responsabile di speculazioni o giochi geopolitici per i quali la salute del popolo non vale nulla (non contro i centri vaccinali o le ambulanze o i lavoratori del sistema di salute pubblico!), ossia verso chi ogni volta ha compiuto la scelta calcolata di non agire tempestivamente nelle misure di contenimento per non toccare determinati interessi in tutta evidenza considerati – in questa società capitalistica – più importanti del bene supremo della tutela della salute collettiva e della vita di centinaia di migliaia di persone. Questo è il modo migliore per avere la certezza che cure e vaccini saranno utilizzati al meglio, nel pieno interesse nostro e non di chi specula su medicine e vaccini o su qualsiasi altra scoperta scientifica ed invenzione tecnologica, esattamente come avviene con ogni altra merce in regime capitalistico.

La situazione attuale in Italia ed in Europa è oggi coperta con una campagna di discredito della stessa strategia vaccinale, confondendo la normale prassi di sicurezza e farmacovigilanza con una propaganda terroristica circa l’uso dei vaccini, con le autorità europee che non sono in grado di garantire una vaccinazione in sicurezza lontano da continui picchi epidemici. Giochi di tipo geopolitico su aspetti che riguardano la tutela della salute collettiva – anche qui è bene rimarcarlo – frenano la possibilità di una più ampia disponibilità di dosi vaccinali (ad esempio ritardando la valutazione dei vaccini di produzione russa o cinese), limitano la massima disponibilità nel ricevere i necessari quantitativi di dosi dai differenti produttori, alzano barriere e campagne di discredito dettate dalla concorrenza tra differenti produttori, brevetti e stati, e frustrano ciò che dovrebbe essere al centro dell’interesse pubblico.

Sappiamo che i comunisti non sono riusciti sino ad oggi ad instaurare il socialismo in nessuno dei paesi compiutamente imperialisti, ossia in nessuno di quei paesi dove le forze produttive hanno raggiunto uno sviluppo più avanzato rispetto ai paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali. Assistiamo ad una innegabile marginalità politica e un sensibile ritardo nella comprensione della nuova fase pandemica. Il Movimento Comunista Cosciente ed Organizzato del secolo scorso è riuscito storicamente ad instaurare il socialismo solo in alcuni di questi paesi (semi)feudali e/o (semi)coloniali attraverso Rivoluzioni Antimperialiste, Guerre di Liberazione Nazionale e Rivoluzioni di Nuova Democrazia, trasformando la guerra imperialista in guerra civile contro la Borghesia Imperialista, durante la prima ondata della Rivoluzione Proletaria Mondiale (grossomodo dal 1917 al 1976), dalla Russia che fu zarista alla Cina che fu feudale, da Cuba al Vietnam, dalla Corea popolare al Laos, dai paesi dell’est Europa fino ad alcuni paesi africani, oltre alle esperienze rivoluzionarie latinoamericane, dove per lunghi periodi le forze antimperialiste e comuniste hanno affermato un controllo territoriale, pur non riuscendo a conquistare il potere. Sappiamo che i limiti ideologici e gli errori dei comunisti nei paesi imperialisti non hanno consentito loro di avere il successo necessario per evitare che il Movimento Comunista Internazionale rifluisse. Ossia, la Rivoluzione Proletaria ha trionfato solo in quei paesi in cui le forze produttive e le infrastrutture non erano ancora pienamente sviluppate, come invece lo sono nei paesi imperialisti. Lenin stesso mise in evidenza che nei paesi oppressi sarebbe stato più semplice far trionfare la Rivoluzione Proletaria, ma era più difficile costruire il Socialismo; viceversa nei paesi imperialisti più difficile sarebbe stato far trionfare la Rivoluzione (cosa poi ancor più vera alla luce del successivo sviluppo dei regimi di controrivoluzione preventiva negli stati borghesi) e più facile costruire poi il Socialismo visto il più avanzato sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive. Anche nei paesi imperialisti si fecero largo a più riprese tendenze revisioniste, non scientifiche, non rivoluzionarie, fino a sfociare nelle tendenze principali del revisionismo moderno, ma giusto cento anni fa, proprio in un contesto di crisi irrisolta post-bellica e post-pandemica presero corpo mobilitazioni di massa di tipo reazionario che le classi dominanti seppero indirizzare nel movimento fascista. Non sono mancati in questi mesi episodi e mobilitazioni dalle caratteristiche ambigue, quando non apertamente reazionarie, affermando l’inesistenza di una emergenza che ha accorciato di un anno l’aspettativa di vita in Italia, determinando oltre centomila morti in più nel numero di decessi annuale. Sono in errore coloro che hanno individuato come nemico le necessarie forme di tutela e di prevenzione sanitaria, o la ricerca dei vaccini, e non ad esempio il fatto che queste misure, se sono state scarsamente efficaci e di durata interminabile, è proprio perché la scelta è stata ogni volta quella di negare l’emergenza e l’intervento tempestivo, in favore dell’attività economica e produttiva immediata. Vediamo dopo un anno i risultati di questo approccio reiterato, fatto di ritardi e mezze misure. Risultati tragici sia sul piano sanitario sia su quello socio-economico.

 

Come afferma il compagno Fabrizio Chiodo – che dell’argomento in tutta evidenza se ne intende essendo collaboratore del centro Finlay de la Habana per la produzione dei vaccini cubani – la concezione stessa della vaccinazione contraddice gli interessi del capitalismo perché si basa sulla prevenzione più che sulla cura. È ormai noto, infatti, che prevenire è meglio che curare, ma curare invece che prevenire risulta in genere più redditizio per le speculazioni ed il parassitismo dei capitalisti, delle loro farmaceutiche, dei sistemi di salute privati. La prevenzione (e quindi anche gli strumenti della vaccinazione che ne sono parte imprescindibile) è la più efficace arma che l’organizzazione socialista della società può valorizzare al meglio. Il fallimento dell’ideologia del “libero mercato” e della crisi del modo di produzione capitalistico di fronte all’emergenza è oggi innegabile. Tutto ciò pone all’ordine del giorno la necessità dell’instaurazione del Socialismo come risposta a questa e alle grandi emergenze che affliggono l’umanità, in quanto modello di sviluppo calibrato sulle necessità umane. La prevenzione e la salute collettive valorizzate al meglio saranno al centro delle battaglie dei prossimi anni. Una sfida per i paesi socialisti ed antimperialisti ma anche nei paesi in cui il Socialismo non è stato ancora instaurato. Il Socialismo è prevenzione prima ancora che essere cura!

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[1]              Un Comitato Popolare non  addomesticato e che mette in evidenza pubblicamente le responsabilità di Confindustria e delle autorità istituzionali ad essa subalterne per la strage causata dalla male gestione della pandemia nella Bergamasca inevitabilmente finisce “attenzionato” e criminalizzato da chi ha tutto l’interesse a screditarlo (vedasi la omonima pagina fb del Comitato Popolare).

[2]              https://bgreport.org/procura-indaga-militanti-bergamaschi-lasciando-indisturbata-confindustria.html

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* A distanza di due settimane dalla pubblicazione, e dopo oltre un anno dai precedenti articoli “Il Covid dà i numeri!” e “Italia: riflessioni sulla pandemia e validità del distanziamento sociale“, oltre alla conferma del risultato cinese, del Vietnam e di altri Paesi, è interessante lo studio pubblicato sulla autorevole rivista scientifica The Lancet dove si evidenziano in forma comparativa gli effetti e le conseguenze, in termini di impatto sulla vita sociale, sulle conseguenze sanitarie, sulle conseguenze sul piano economico delle due vie: la via delle mezze misure seguita ad esempio dai paesi europei e la via di un contenimento stretto quanto delimitato nel tempo. Lo studio, sulla base di dati e raffronti tra i due differenti approcci, va nella direzione di confermare nella sostanza quanto qui affermato dal marzo 2020 nei suddetti precedenti articoli. *

 

Su The Lancet un confronto tra i risultati della strategia di mezze misure di mitigazione (interventi graduali di mitigazione mirati a non sovraccaricare il sistema sanitario e senza impatto su quello produttivo) e quelli conseguiti tramite la strategia #zerocovid di eradicazione tramite contenimento stretto del contagio, test massivi, tracciamento, riaperture.

Dal confronto emerge tra l’altro:

– Sul piano sanitario, i decessi da COVID-19 per 1 milione di abitanti nei paesi OCSE che hanno optato per la strategia di contenimento e eradicazione (Australia, Islanda, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud) sono stati circa *25 volte inferiori* rispetto ai paesi OCSE che hanno preferito la mitigazione delle mezze misure e la “convivenza con il virus”, tra cui l’Italia del dopo lockdown dello scorso anno.

– Chi pensa che la tattica di mezze misure sia servita a “tutelare l’economia” in generale, può vedere come nei cinque paesi che hanno optato per la strategia di contenimento ed eradicazione territoriale, la crescita del PIL è tornata ai livelli pre-pandemia già all’inizio del 2021, viceversa da noi la crescita è ancora negativa e così negli altri paesi OCSE che hanno seguito la via tortuosa delle mezze misure. In particolare ciò è avvenuto per non fermare produzione e grandi attività, anche solo due settimane all’inizio di ogni ondata, prima di una forte crescita numerica esponenziale. Si è sommato al costo in vite umane quello economico sociale, con un impatto disastroso sull’economia diffusa e sulle attività culturali. In pratica sull’altare del profitto da export si è sacrificata la vita di decine di migliaia di persone, oltre alle condizioni materiali di esistenza di milioni di lavoratori, con le piccole attività sul lastrico e con i licenziamenti alle porte.

– Chi ha abbaiato che “ci chiudono in casa” ai tempi del primo ed unico lockdown, incoraggiando le mezze misure prolungate, potrà constatare che per quanto riguarda le restrizioni, le libertà sono state più gravemente colpite nei paesi OCSE che hanno scelto la mitigazione e le mezze misure. Infatti le misure energiche di blocco rapide, adottate dai paesi che puntano al rapido contenimento, al controllo dei contagi fino alla eradicazione di ogni focolaio, la veloce soluzione del problema ha portato rapidamente alla normalità la vita sociale e l’economia diffusa, come del resto già dimostrato dal successo storico nella Repubblica Popolare Cinese sotto la direzione del PCC e delle locali autorità scientifiche e sanitarie.

Alcuni pensano che il dibattito tra la mitigazione delle mezze misure e la strategia di contenimento sia una questione accademica, priva di interesse politico o oggetto di una inutile polarizzazione, perché presto il vaccino risolverà ogni problema, o perché l’arrivo dell’estate farà dire ancora di virus clinicamente scomparso (ma non usciamo quest’anno dal lockdown di Conte, bensì dalla linea Bolsonaro di Draghi). In realtà, decenni di esperienza dicono che i vaccini da soli non sono risolutivi e non in tempi brevi, i vaccini possono mitigare ma non risolvere magicamente.

L’eradicazione del vaiolo ha significato una lotta decennale e la vaccinazione è stata accompagnata da campagne di comunicazione e impegno pubblico, test sulla popolazione, tracciamento, lo stesso con la polio. Ciò che si fa’ con le epidemie, deve essere fatto pure col covid se vogliamo levarcelo di torno, se non vogliamo restare condizionati e succubi per lunghi anni di questa situazione, esposti a tutti i rischi che comporta.

Chi dopo un anno, in ambito politico, insiste nel ritardo, non assume una posizione, non ha una linea sul da farsi per uscire dall’emergenza, resta accondiscende con le varie tesi minimizzatrici utili al capitale, quando non degne del regno di Q o di ByoBlu o altri propagandisti dell’irrazionalità, mostra incapacità di analisi della realtà concreta e/o malafede. Nei due casi tremenda subalternità ad una classe politica ed industriale tra le peggiori al mondo, dalle quali dipende una tragedia senza precedenti recenti, sia umana che sanitaria ed economica sociale.

Link The Lancet 28 Aprile 2021: thelancet.com

Grazie ad Alessandro Ferretti per le considerazioni e la segnalazione dell’articolo

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Potrebbe essere un meme raffigurante 1 persona e il seguente testo "IO ETERNAMENTE GRATO AI CUBANI CHE CI HANNO NEL MOMENTO DEL BISOGNO"

Lettera della sindaca di Crema al presidente del consiglio Mario Draghi

(VIDEO) “El Maizal”, la Comuna

por Julio Escalona

Tengo la convicción de que las comunas son el proceso que nos conducirá al socialismo, que lo fue creando Chávez en su diario y creador hacer, más leyes, documentos y propuestas, discursos, “Aló, Presidente”, etc. Maduro ha continuado elaborando. Él recibió orientaciones de Chávez y ha hecho un gran esfuerzo de reflexión y comunicación con el pueblo, incluso, con el movimiento comunero. Me ha sido de mucha utilidad el trabajo, “Comuna El Maizal. Diez años de construcción comunal,” elaborado por Saúl Curto, María Eugenia Freitez y Mikel Moreno.

Está ubicada en los estados Lara y Portuguesa, en los municipios Simón Planas y Araure. Surgió en 2009 y va para 12 años. El Maizal se basa en “la autogestión, corresponsabilidad, cooperación, sustentabilidad, libertad, justicia social, solidaridad, equidad, transparencia, honestidad, igualdad, eficiencia y eficacia, contraloría social, rendición de cuentas, asociación abierta y voluntaria, gestión y participación democrática, formación y educación”. Su principal dirigente es Ángel Prado. El feminismo es parte esencial de la visión y las prácticas de la comuna y la relevancia que han ido adquiriendo las mujeres.

Además, El Maizal va definiendo su carácter agropecuario y la incorporación de las familias, que no se disuelven sino que se fortalecen y ratifican, fomentando “la agroecología, promoción de la visión sistémica de la producción agrícola, el desarrollo rural sostenible y la soberanía alimentaria”.

Cuando he visitado la comuna y he compartido con ellos, he sentido una sensación de futuro, de la posibilidad de una nueva sociedad que está ahí como una promesa. Que los citadinos no sabemos de lo que nos perdemos tan absorbidos por la gran ciudad, tan insensibilizados por el ruido, tan indiferenciado e impersonal, que diluye las presencias de tal manera que los rostros se disuelven y los espíritus se vuelven una confusión de voces, que más que perturbar se diluyen como creando un silencio sepulcral. El Maizal es como una reunión de flores y de verdes, que es como una reivindicación de una naturaleza plena de vida y de encantos, que es como un renacimiento permanente de la vida y un sentir profano y sagrado. Es como un renacimiento de la esperanza cubierta de maíz y frutos que anuncian el porvenir, que plena las manos campesinas.

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tatuytv.org

Chávez: comunas y la Comuna de París

Nessuna descrizione della foto disponibile.por Julio Escalona

Discernir la importancia y el papel que le asigna Chávez a las comunas y a comuneras y comuneros, hace posible comprender el carácter de vanguardia que él les dio, como nuevo sujeto político: comuneras y comuneros y nuevo espacio para las luchas políticas: las comunas. Durante el asedio prusiano de París, la Comuna asumió la representación de todo el pueblo y enfrenta el cerco reaccionario. “Son parte del largo camino de lucha de los oprimidos para tomar el cielo por asalto” (Carlos Durich).

La Comuna de París va siendo parte del proceso para construir una nueva sociedad, el socialismo. A 150 años, la primera lucha cruenta por el socialismo es en Europa. Los comuneros comprenden “que es su deber imperioso y su derecho indiscutible hacerse dueños de sus propios destinos, tomando el Poder… ¡Paso al pueblo! ¡Paso a la Comuna!” (Carlos Durich). Marx escribió: “Sea cual sea el final, se ha obtenido un nuevo punto de partida, cuya importancia histórica es universal”. La Comuna de París fue derrotada y masacrada. Pero está viva.

El programa de la comuna fue sencillo: “dar la tierra a los campesinos, los instrumentos de trabajo a los obreros, y el derecho al trabajo para todos”.

Así como la Revolución Cubana marcó la segunda mitad del siglo XX, la Revolución Bolivariana es hoy hacia donde miran los pueblos del mundo y Chávez afirmó:

“La Revolución Bolivariana… es la última revolución del siglo XX y sobre todo, la primera gran revolución del siglo XXI, la Revolución Socialista”.

La maduración del pueblo venezolano ha sido acelerada, como se pudo observar en el golpe de Estado-paro petrolero de 2002-2003. Sobre esto David Paravisini me hizo la siguiente recomendación: “Los trabajadores y trabajadoras unidos al pueblo y a la Fuerza Armada Venezolana le infligieron una derrota sin precedentes en nuestra historia a las corporaciones petroleras globales. Ese fue el alerta para el imperialismo estadounidense y del mundo con respecto a lo que estaba sucediendo en el país. La burguesía no tolera ni tolerará otra comuna de París ni nada que se le parezca.” Pero el frente mundial de fuerzas que hoy podemos reunir, no puede ser aplastado con las groserías de Biden. La pelea es peleando. El imperio lo sabe bien. ¿Van a la guerra nuclear? No creo. No podrán.

Vaccini COVID-19: storie di monopolio, ricatti e disuguaglianze

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "CUBADEBATE NT Diseño: Edilberto Carmona Tamayo"di Randy Alonso Falcón*

Le apprensioni sollevate in alcuni paesi dal vaccino AstraZeneca/Oxford, la sporca campagna degli Stati Uniti contro lo Sputnik V russo e il rifiuto ratificato delle nazioni più potenti di consentire alle loro case farmaceutiche di rilasciare temporaneamente i brevetti dei loro antidoti contro COVID-19, hanno ulteriormente messo a dura prova la disponibilità di vaccini e hanno approfondito le profonde differenze nel diritto alla vita tra potenti e poveri in questo mondo. Mai prima d’ora un’emergenza sanitaria ha colpito così tanti in così tanti luoghi e in così poco tempo.

 

COVID-19 ha già colpito più di 120 milioni di persone nel mondo e ha causato la morte di oltre 2,6 milioni di esseri umani.

Una sfida così universale meritava una risposta globale e coordinata.

Ma ancora una volta, oltre alle richieste dell’ONU e dell’Organizzazione mondiale della sanità, hanno prevalso il nazionalismo, la meschinità, il potere travolgente delle multinazionali, chiunque fosse per se stesso.

I vaccini sembrano essere le uniche barriere efficaci alla pandemia.
Solo un’immunizzazione maggioritaria della popolazione mondiale potrebbe fermare la crescente trasmissione del virus SARS-CoV-2.

Ma né le multinazionali farmaceutiche né i governi del mondo ricco hanno quella vocazione di risposta collettiva e solidarietà globale.

Chi può sviluppare e produrre vaccini?

L’industria farmaceutica e biotecnologica soffre di alta concentrazione e transnazionalizzazione.
Le grandi aziende dei paesi sviluppati e delle economie emergenti monopolizzano la ricerca, la produzione e la distribuzione dei farmaci.

Nove di loro sono tra le 100 aziende che generano il maggior reddito a livello mondiale
Secondo Euromonitor Global, l’industria farmaceutica è responsabile di quasi il 4% dell’attività di produzione globale.

Se fosse un paese, sarebbe tra le 15 economie più ricche del pianeta.
Quasi la metà delle vendite totali del settore proviene da Cina e Stati Uniti, seguite da Svizzera, Giappone, Germania e Francia.

La produzione di vaccini, in particolare, concentra oltre l’80% del mercato in 4 grandi aziende, secondo i dati del 2019: la britannica GlaxoSmithKline, le americane Merck Sharp & Dohme e Pfizer, e la francese Sanofi.

Questo mercato globale ha generato circa 37 miliardi di dollari nel 2018 e si stima che entro il 2027 supererà i 64,5 miliardi.

Come è noto, le nazioni sottosviluppate – che sono la stragrande maggioranza – difficilmente hanno la capacità di sviluppare i propri vaccini (Cuba è una delle poche eccezioni onorevoli) e nemmeno hanno le proprie capacità produttive.

Ciò ha lasciato loro poco spazio di manovra per influenzare l’evoluzione disomogenea dei vaccini nel mezzo della pandemia.

Come sono stati finanziati i vaccini COVID-19?

Poiché l’11 marzo l’OMS ha dichiarato COVID-19 una pandemia, ha chiesto una soluzione concertata e congiunta alla minaccia.

Ma la logica furiosa del mercato detta le direzioni nel nostro mondo e quella che è stata da allora è una corsa frenetica per fare un obiettivo (immunitario e finanziario), in cui non sono mancati inciampi, pressioni e persino ricatti.

Le grandi potenze si sono alleate fin dall’inizio con le più grandi multinazionali farmaceutiche per gestire convenientemente la ricerca di una soluzione che permettesse loro di trarre vantaggio dalla crisi sanitaria ed economica che sta devastando il mondo.

Secondo la società di ricerca Airfinity, i governi hanno fornito almeno 8,6 miliardi di dollari per lo sviluppo di vaccini.

Gli Stati Uniti, l’UE e il Regno Unito hanno investito miliardi nel vaccino AstraZeneca, sviluppato dall’Università di Oxford.

La Germania ha investito 445 milioni di dollari nel vaccino sviluppato da Pfizer e dal suo partner tedesco, BioNTech.

Il vaccino di Moderna è stato interamente finanziato e co-prodotto dal governo degli Stati Uniti.
Mentre le organizzazioni filantropiche hanno contribuito con 1,9 miliardi.

Personalità individuali come Bill Gates, il fondatore di Alibaba Jack Ma e la star della musica country Dolly Parton hanno contribuito appena hanno sentito profumo di profitto.

Solo 3,4 miliardi di dollari provengono dagli investimenti delle società farmaceutiche, parte dei quali sono stati ottenuti anche da finanziamenti esterni.

Nonostante Big Pharma abbia fornito solo un terzo del finanziamento, chi ne ottiene i benefici economici?

Chi ha stabilito le regole del gioco nella distribuzione dei vaccini?

Gioco sporco

Il raggiungimento del vaccino contro COVID è diventato, al di là dell’interesse sanitario, un obiettivo geopolitico.

Chiunque fosse riuscito a ottenere il vaccino avrebbe capitalizzato sulla sua commercializzazione e chiunque avesse più risorse finanziarie potrebbe monopolizzare più immunizzazioni.
Scandalosa è stata la notizia della manovra dell’amministrazione Trump, già nel marzo 2020, per la società tedesca CureVac – che aveva iniziato a indagare su un possibile vaccino – di lasciare la sua sede nel Paese europeo e trasferirsi negli Stati Uniti.
In cambio di “big”. somme di denaro.

“Proprio come ha accumulato test PCR, ventilatori polmonari, maschere e accessori per la biosicurezza, Washington fin dall’inizio ha deciso di accumulare anche la produzione e la distribuzione di vaccini.
A loro si sono aggiunte campagne di discredito, a volte subdole e altre volte palesi, contro i candidati vaccini provenienti da Russia e Cina, in un tentativo concertato di sbarrarsi la strada verso altri mercati.
Molti dubbi sono stati seminati sulla velocità degli sviluppi, sulla qualità delle sperimentazioni cliniche e sull’efficacia dei candidati di entrambe le nazioni; soprattutto contro lo Sputnik V dei Laboratori Gamaleya.

Dopo che il vaccino principale della Russia è stato certificato dalle sue autorità e ha suscitato interesse in diverse nazioni, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno fatto inciampare ovunque. Il rapporto annuale 2020 del Dipartimento della salute e dei servizi umani (HHS) degli Stati Uniti ha recentemente rivelato che l’Ufficio per gli affari globali (OGA) ha utilizzato l’Ufficio dell’addetto sanitario in Brasile per persuadere il governo di quel paese sudamericano che “respinge Vaccino contro il covid19”.

Di fronte alla divulgazione, il portavoce presidenziale russo Dimity Peskov ha dichiarato: “In molti paesi l’entità della pressione è senza precedenti … Tali tentativi egoistici di costringere i paesi ad abbandonare alcuni vaccini sono senza prospettiva.

Numero possibile di dosi di vaccino in modo che tutti i paesi, compresi i più poveri, hanno la possibilità di fermare la pandemia”.
L’Unione Europea, da parte sua, non ha ancora concesso il via libera al vaccino russo da applicare nei suoi paesi membri, nonostante quella regione sia rimasta indietro nella disponibilità di vaccini rispetto a USA, Canada e Regno Unito, Stati Uniti e Israele, e sebbene la prestigiosa rivista sanitaria The Lancet abbia riconosciuto in una pubblicazione l’elevata efficacia di Sputnik V.

Al di là di tali barriere, i vaccini russi e cinesi si sono fatti strada in diverse regioni, a causa dell’efficacia dimostrata e della carenza globale di immunizzatori.

La Slovacchia ha addirittura lasciato l’ovile dell’Unione Europea per acquisire 2 milioni di dosi di Sputnik V e l’Ungheria, che ha approvato anche l’uso del vaccino russo, è stata fatta di dosi del Sinopharm cinese, che non ha ricevuto neanche il via libera dall’Agenzia europea per i medicinali.
Ricatto senza anestesia

Gli Stati hanno fatto l’investimento più grande, ma BigPharma ha stabilito le condizioni e mantiene le entrate.

Il monopolio di alcune multinazionali nell’approvvigionamento e nella produzione di vaccini COVID-19 conferisce a tali società un potere schiacciante.

Rapporti recenti mostrano come il gigante farmaceutico Pfizer abbia cercato di imporre condizioni onerose alle nazioni latinoamericane per fornire loro determinate quantità del suo iniettabile.
Il presidente brasiliano Jair Bolsonaro ha mostrato in questi giorni il suo disagio per le richieste della Pfizer al suo governo, rilevando che tra le condizioni poste dal consorzio c’è quella di una clausola nel contratto di acquisto che lo esonera da “ogni responsabilità” prima di possibili effetti collaterali del tuo immunizzatore.

“Siamo stati molto duri e loro sono stati molto duri con noi.
Non cambiano una sola virgola.
Il governo se ne occupa insieme al Congresso e se ne discute in termini di rendere la legge più flessibile”, ha recentemente respinto testimoniato Ministro della Salute brasiliano, Generale dell’Esercito Eduardo Pazuello.

Anche l’Argentina, il Perù e la Repubblica Dominicana hanno subito forti pressioni da parte della Pfizer, come dimostrato da un’indagine del The Bureau Investigative Journalism.

I rappresentanti della Pfizer hanno chiesto a Buenos Aires un risarcimento per qualsiasi pretesa civile che i cittadini potrebbero presentare se avessero sperimentato effetti negativi dopo essere stati vaccinati.

“Ci siamo offerti di pagare milioni di dosi in anticipo, abbiamo accettato questa assicurazione internazionale, ma l’ultima richiesta è stata straordinaria: Pfizer ha chiesto che anche i beni sovrani dell’Argentina facessero parte del supporto legale”, ha confessato un funzionario argentino. “Era una richiesta estrema che avevo sentito solo quando si doveva negoziare il debito estero, ma in questo caso come in questo l’abbiamo respinta immediatamente”.

Ci sono diverse voci che avvertono che l’urgenza di avere vaccini per una malattia che ha causato così tanti decessi nel mondo potrebbe aver portato alcuni governi ad accettare limitazioni di responsabilità significative e richiedere trasparenza sugli accordi con le aziende farmaceutiche.

Il professor Lawrence Gostin, direttore del Centro di collaborazione dell’Organizzazione mondiale della sanità in diritto sanitario nazionale e globale, ha apprezzato a questo proposito che “le aziende farmaceutiche non dovrebbero usare il loro potere per limitare i vaccini che salvano vite nei paesi a basso e medio reddito”. e ha osservato che la protezione contro la responsabilità non dovrebbe essere usata come “la spada di Damocle che pende dalle teste di paesi disperati con popolazioni disperate”.

Anche la potente Europa sembra aver sentito le pressioni.

Sebbene gli accordi dell’UE con i produttori di vaccini siano tenuti segreti con le loro clausole principali, la Strategia per l’acquisizione di vaccini pubblicata dalla Commissione europea afferma che “la responsabilità per lo sviluppo e l’uso del vaccino, inclusa qualsiasi compensazione specifica richiesta, ricadrà su Stati membri che lo acquisiscono”.

Chi potrà vaccinarsi nel 2021?
Le capacità di produzione di vaccini nel mondo sono insufficienti per avere quest’anno le dosi necessarie per immunizzare la popolazione mondiale.

La Federazione internazionale dei produttori e delle associazioni di prodotti farmaceutici (IFPMA) afferma che la domanda globale stimata di vaccini nel 2021 è compresa tra 10 e 14 miliardi di dosi. Secondo le statistiche citate dalla società di dati Statista, gli Stati Uniti possono produrre quasi 4,7 miliardi di dosi di vaccino COVID-19 e l’India più di 3 miliardi di possibili dosi.

La Cina, in precedenza non uno dei principali attori nel mercato delle esportazioni di vaccini, si è impegnata a produrre più di 1 miliardo di dosi. Anche Gran Bretagna, Russia, Germania e Corea del Sud sono tra i centri di produzione consolidati, ma con una capacità di produzione inferiore.

Di fronte a questa realtà, l’ingiustizia del mondo attuale è ancora una volta evidente:
i paesi più ricchi hanno acquistato la maggior quantità di vaccini che verranno prodotti nel 2021 (anche per riserva), mentre le nazioni povere non avranno dosi nemmeno per somministrarlo ai segmenti di popolazione più vulnerabili.

Più di 100 nazioni stanno aspettando l’arrivo del primo lotto.
Si stima che il 90% degli abitanti dei quasi 70 paesi a più basso reddito non avrà l’opportunità di vaccinarsi contro il COVID-19 quest’anno.
Le nazioni più potenti hanno usato il loro potere d’acquisto e gli investimenti nello sviluppo di vaccini per assicurarsi le forniture dell’antidoto tanto atteso.

Finora sono state acquistate in anticipo circa 12,7 miliardi di dosi di vari vaccini contro il coronavirus, sufficienti per vaccinare circa 6,6 miliardi di persone.
(Ad eccezione di Johnson & Johnson, tutti i vaccini approvati finora richiedono due dosi.)

Più della metà di quelle dosi, 4,2 miliardi di assicurati, con la possibilità di acquistarne altri 2,5 miliardi, sono state acquistate da paesi ricchi che ospitano appena 1,2 miliardi di persone.

Il Canada ha acquistato dosi sufficienti per inoculare ogni canadese cinque volte, mentre Stati Uniti, Regno Unito, UE, Australia, Nuova Zelanda e Cile hanno acquistato abbastanza per vaccinare i propri cittadini almeno due volte, sebbene alcuni dei vaccini non siano ancora stati approvati.
Israele ha raggiunto un accordo per ottenere 10 milioni di dosi e la promessa di un rifornimento costante da Pfizer in cambio di dati sui destinatari del vaccino.

Secondo quanto riferito, il paese ha anche pagato $ 30 per dose, il doppio del prezzo pagato dall’UE.
Come ha valutato il quotidiano El País lo scorso dicembre Irene Bernal, ricercatrice sull’accesso ai medicinali della ONG Salud por Derecho, “stiamo vedendo che chi ha i soldi sono quelli che hanno accesso. Abbiamo mantenuto il 53% dei vaccini 14% della popolazione, i ricchi. E le aziende hanno una capacità produttiva limitata.
“Quando arriveranno le dosi ai paesi più poveri, allora?”

I paesi a basso e medio reddito, con l’84% della popolazione mondiale, hanno trattato direttamente con le aziende farmaceutiche, ma finora si sono assicurati solo il 32% della fornitura.
“Siamo in una crisi così massiccia”, ha detto Fatima Hassan, fondatrice della South African Health Justice Initiative.

“Se anche in Sud Africa non possiamo vaccinare presto metà della nostra popolazione, non riesco nemmeno a immaginare come faranno Zimbabwe, Lesotho, Namibia e il resto dell’Africa.
Se questo deve continuare per altri tre anni, non otterremo alcun tipo di immunità continentale o globale”.

Il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador e il suo ministro degli Esteri Marcelo Ebrard hanno chiesto alle autorità statunitensi di consentire loro di acquistare parte delle decine di milioni di vaccini AstraZeneca prodotti negli Stati Uniti, che Washington ha accumulato senza aver approvato l’uso di questo farmaco.
Altri paesi che hanno già autorizzato questo vaccino chiedono di averli.

Il Messico, uno dei paesi con la più grande presenza di COVID-19, ha finora applicato circa 4,4 milioni di dosi utilizzando i vaccini Pfizer, AstraZeneca, Sinovac e Sputnik V, su una popolazione di oltre 128 milioni di abitanti, il che significa una bassa vaccinazione tasso, secondo il sito web www.ourworldindata.org governato dall’Università di Oxford.

Le statistiche più recenti di questo osservatorio mostrano la bassa proporzione e la distribuzione ineguale del numero di persone completamente vaccinate (con tutte le dosi necessarie) nel mondo:
Secondo i dati raccolti da Bloomberg, a partire da questo giovedì, più di 410 milioni di dosi di vaccini anti-COVID sono state somministrate in tutto il mondo in circa 132 paesi. Ciò rappresenta solo il 2,7% della popolazione mondiale.
Apartheid vaccino
Scienziati e attivisti avvertono che siamo sulla buona strada per un “vaccino apartheid” in cui gli abitanti del Sud del mondo verranno vaccinati anni dopo quelli dell’Occidente.
Non solo i paesi più poveri saranno costretti ad aspettare, ma molti stanno già facendo pagare prezzi molto più alti per ogni dose.
L’Uganda, ad esempio, ha annunciato un accordo per milioni di vaccini AstraZeneca, al prezzo di 7 dollari a dose, più del triplo di quanto pagato dall’Unione Europea.
Comprese le spese di trasporto, costerà 17 dollari per vaccinare completamente un ugandese.
Gli effetti di questa iniquità sarebbero gravi.
Un modello sviluppato dalla Northeastern University indica che se i primi 2 miliardi di dosi di vaccini Covid-19 fossero distribuiti proporzionalmente dalla popolazione nazionale, i decessi in tutto il mondo sarebbero ridotti del 61%.
Ma se le dosi fossero monopolizzate da 47 dei paesi più ricchi del mondo, si salverebbe solo il 33% in meno di persone.
Gli scienziati temono anche che, poiché ci sono paesi che non saranno in grado di immunizzare gran parte della popolazione, ci saranno maggiori opportunità per il virus di continuare a mutare e aumentare le morti in quei paesi sottovaccinati e rendere disponibili i vaccini meno efficaci nel tempo.

Come ha osservato all’inizio di quest’anno il direttore generale dell’OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus: “… affrontiamo il vero pericolo che mentre i vaccini portano speranza ad alcuni, diventano un altro mattone nel muro della disuguaglianza tra coloro che hanno risorse e coloro che le hanno”.

Un’alternativa sobria

La difficoltà nell’assicurarsi la fornitura di vaccini renderà molti paesi più poveri dipendenti da Covax, un’organizzazione creata nell’aprile 2020, coordinata dall’OMS, la Coalition for Innovations in Epidemic Preparedness e GAVI, l’alleanza internazionale per i vaccini.

Covax mira a fornire 2 miliardi di dosi a livello globale, di cui almeno 1,3 miliardi per 92 paesi a basso e medio reddito, entro la fine del 2021.
Ciò sarebbe sufficiente per inoculare il 20% della popolazione in ciascun paese, dando priorità agli operatori sanitari, gli anziani e persone con condizioni mediche di base, sebbene tale obiettivo sia stato criticato come inadeguato per affrontare la pandemia.
Invece, gli analisti stimano che Covax fornirà al massimo tra 650 e 950 milioni di dosi, divise tra 145 nazioni, comprese alcune di quelle che hanno abbastanza accordi confermati per i vaccini per vaccinare i loro cittadini più volte come il Canada e la Nuova Zelanda.
Le aziende farmaceutiche non hanno rispettato le consegne promesse a COVAX e AstraZeneca, che era il principale fornitore, deve anche affrontare la sua particolare situazione di milioni di dosi trattenute negli Stati Uniti e in Europa.
Nemmeno l’Europa si salva dalla stagnazione
La Germania ha sospeso la vaccinazione con AstraZeneca da lunedì 15.

Anche l’Unione Europea è frustrata dagli ostacoli che ha incontrato nel vaccinare la sua popolazione. L’unico vaccino europeo finora, il vaccino AstraZeneca/Oxford è in gravi difficoltà dopo la segnalazione di circa 30 casi di problemi di coagulazione in persone immunizzate con quell’iniezione.
Ci sono già 13 paesi dell’UE che hanno sospeso la vaccinazione con AstaZeneca, nonostante il fatto che l’OMS e l’agenzia di regolamentazione europea ne difendano l’uso come avente più benefici che impatti dannosi.
Per i mali maggiori, in mezzo alla ricrescita nella regione, AstraZeneca aveva consegnato all’UE solo il 25% delle dosi concordate per il primo trimestre e anche Pfizer ha avuto ritardi nelle consegne. All’inizio del 2021 l’Italia ha minacciato di citare in giudizio la Pfizer per aver ridotto del 29% la distribuzione delle dosi in quel paese.
Ora la Commissione Europea annuncia di aver raggiunto un accordo con Pfizer / BioNTech per anticipare 10 milioni di dosi per il secondo trimestre dell’anno.
Sebbene BioNtech e CureVac siano tedeschi, quel paese europeo ha avuto problemi con la vaccinazione.
Il quotidiano Der Spiegel ha sottolineato poche settimane fa che “l’Unione Europea e la Germania potrebbero mancare di forniture di vaccini.
Il ritardo nella firma dei contratti con le aziende farmaceutiche potrebbe significare che i vaccini sono in ritardo, oltre a non essere sufficienti.
L’UE ha finora somministrato 11 dosi per 100 persone, rispetto a 33 dosi negli Stati Uniti e 39 dosi nel Regno Unito, secondo l’indice Bloomberg Vaccine Tracker.
La scarsa disponibilità e la distribuzione disomogenea all’interno dell’Unione ha portato paesi come Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia e Lettonia a esprimere pubblicamente il proprio disagio e a chiedere una “correzione” nella distribuzione.
Di fronte al dilemma, la Commissione europea ha stabilito che le aziende farmaceutiche che hanno fabbriche di vaccini nei territori dell’UE non saranno in grado di esportare la produzione che generano in altre regioni se non ricevono il permesso di rimuoverle dal paese dalle autorità di quelle nazioni.
Già il 4 marzo, l’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia, si è basata su questa decisione della comunità di vietare l’esportazione in Australia di 250.000 dosi del vaccino Astrazeneca, che l’azienda farmaceutica anglo-svedese ha prodotto nello stabilimento di cui dispone nel comune di Agnani, vicino Roma.
Con l’intensificarsi delle frustrazioni, alcuni funzionari europei incolpano gli Stati Uniti e il Regno Unito.
Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che gli Stati Uniti, insieme alla Gran Bretagna, “hanno imposto un divieto totale all’esportazione di vaccini o componenti di vaccini prodotti sul loro territorio”.
Alla domanda, Jen Psaki, addetto stampa della Casa Bianca, ha detto ai giornalisti che i produttori di vaccini erano liberi di esportare i loro prodotti fabbricati negli Stati Uniti purché rispettassero i termini dei loro contratti con il governo.
Ma poiché il vaccino di AstraZeneca è stato prodotto con l’aiuto del Defence Production Act, per il quale ha ricevuto più di $ 1 miliardo di finanziamenti, Biden deve approvare le spedizioni di dosi all’estero.
Nessun ostacolo per un giro d’affari
I paesi più potenti hanno messo i profitti delle aziende farmaceutiche al di sopra dell’immunità globale, nonostante il discorso politico secondo cui non ci sarà soluzione alla pandemia se non sarà messa alle strette in tutto il mondo.
La scorsa settimana, lo stesso giorno che ha segnato l’anno in cui l’OMS ha dichiarato il COVID-19 una pandemia, gli Stati Uniti, l’UE, il Regno Unito e il Canada (tutti con un numero sufficiente di vaccini assicurati) hanno bloccato il tentativo più recente di reddito medio o basso nazioni per accelerare l’accesso ai vaccini e ai trattamenti per COVID-19, revocando temporaneamente le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio che proteggono la proprietà intellettuale.
Una risoluzione sponsorizzata da Sud Africa e India e sostenuta da 57 paesi, che chiedeva di sospendere durante le parti pandemiche dell’Accordo TRIPS (Protezione relativa ai diritti di proprietà intellettuale) che protegge i brevetti medici, è stata respinta dal blocco delle nazioni ricche.
Aveva già avuto la stessa sorte nelle discussioni tenutesi all’OMC nell’ottobre e nel dicembre 2020. Un accordo avrebbe consentito alle nazioni sottosviluppate o emergenti di produrre farmaci e vaccini COVID senza attendere o aderire ad accordi di licenza con le aziende farmaceutiche che possiedono la proprietà intellettuale di quei prodotti medici.
Ciò avrebbe ampliato la produzione di antidoti contro la malattia mortale e avrebbe abbassato i costi delle cure.
I governi delle nazioni ricche, principali finanziatori dei vaccini COVID, hanno basato la loro negazione sulla preoccupazione che il rilascio di proprietà intellettuale, anche temporanea, potesse ridurre gli incentivi per la ricerca aziendale e si sono anche chiesti se le “nazioni in via di sviluppo” potessero iniziare la produzione dei farmaci in anticipo abbastanza per impedire la diffusione del virus.
La verità è che le multinazionali Big Pharma erano inizialmente riluttanti a finanziare la ricerca sui vaccini contro COVID a causa dell’incertezza di una corsa contro il tempo per ottenere risultati e per la scarsa redditività in passato della creazione di vaccini per le emergenze sanitarie.

I farmaci che queste aziende cercano sono fondamentalmente quelli che offrono ai cittadini dei paesi ricchi, e soprattutto quelli necessari per le malattie croniche che richiedono dosi sistematiche, che le rendono molto redditizie.
Ma dopo aver visto la redditività che la durabilità del COVID-19 può lasciare loro, ora non vogliono alcun limite al “partito” di reddito di cui stanno godendo di fronte alla domanda urgente di vaccini.
Moderna ha riferito di aver firmato accordi di acquisto anticipato per oltre $ 18 miliardi di forniture da consegnare quest’anno, mentre Pfizer ha previsto circa $ 15 miliardi di entrate quest’anno dal suo vaccino con BioNTech.
I principali sviluppatori di vaccini hanno beneficiato di miliardi di dollari in sussidi pubblici, ma alle aziende farmaceutiche è stato concesso il monopolio sulla loro produzione, così come sui profitti che generano.
I prezzi di vendita dei vaccini ai diversi paesi (sono variabili) sono tenuti sotto il velo della segretezza degli accordi siglati tra le case farmaceutiche ed i governi, sebbene il sito specializzato Statista abbia calcolato i prezzi medi per dose negli importi che trovate sotto (cerca grafico statista).
Moltiplichiamo quei numeri per i miliardi di dosi che sono richieste ogni x anni (dipende dal tempo di immunità che raggiungono questi vaccini) e calcoleremo già quanto ammonterà la danza dei milioni.
Ma, mentre le aziende farmaceutiche beneficiano e controllano il tasso e la portata delle vaccinazioni, i costi della distribuzione ineguale dei vaccini nell’economia mondiale potrebbero raggiungere i 9 miliardi di dollari, secondo Katie Gallogly-Swan, una ricercatrice che lavora con la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e sviluppo (UNCTAD).
“È inconcepibile che nel mezzo di una crisi sanitaria globale, enormi aziende farmaceutiche multimiliardarie continuino a dare la priorità ai profitti, proteggere i loro monopoli e aumentare i prezzi, piuttosto che dare la priorità alla vita delle persone in tutto il mondo, compreso il Sud del mondo, gli Stati Uniti. Il senatore Bernie Sanders ha giustamente twittato pochi giorni fa: “Il mondo è sull’orlo di un catastrofico fallimento morale”, ha condannato il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.
Nel frattempo, qui, incrociamo le dita perché Soberana e Abdala ci immunizzino tutti, indistintamente, prima della scadenza di quest’anno.


* Giornalista cubano, direttore del portale web Cubadebate, del sito web Fidel Soldado de las Ideas e del programma televisivo cubano “Mesa Redonda”.

Ha diretto altre pubblicazioni cubane come Somos Jóvenes, Alma Mater e Juventud Técnica.
Premio nazionale di giornalismo Juan Gualberto Gómez in TV nel 2018.

Ha vinto diversi premi al Concorso nazionale di giornalismo il 26 luglio.~Articolo di Edilberto Carmona Tamayo Responsabile del Dipartimento di Produzione Multimediale, Monitoraggio e Innovazione di Cubadebate e Mesa Redonda. Laureato in giornalismo nel 2016 presso l’Università di Holguín.~

~Cubadebate Contra el Terrorismo mediático ~

Traduzione: Silvana Sale

(VIDEO) Napoli 20mar2021: Violenza Ostetrica, dall’Italia a Cuba esperienze a confronto

Consulta Popolare Salute e Sanità della Città di Napoli: Violenza Ostetrica e possibili soluzioni.
Dall’Italia a Cuba passando per la Francia, esperienze a confronto.

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Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone e il seguente testo "SABATO 20 MARZO- ORE 10.30 PRESSO G@LLERYART interno della Galleria Principe Napoli Diritti delle Donne& Sanità PutGlica Violenza possibio soluzioni Ostetrica e Intervengono: TERESA DE PASCALE Ostetrica fondatrice di Terra Prena LUIGI DI PAOLA Presidente Associazione Incurabili CONSULTA POPOLARE SALUTE SANITA Comune di Napoli INDIRA PINEDA Sociologa Cubana AMBULATORIO POPOLARE Ex OPG di Napoli terraprena Consulta Popolare Salute Sanità"

Il Brasile della pandemia: minaccia globale contro l’umanità

Fosse comuni in Amazzonia, a Manaus è una stragedi Marco Nieli

Una lettera aperta all’”umanità”, che richiede il ricorso al Tribunale Internazionale dell’Aja contro il “mostruoso governo genocida di Bolsonaro”, firmata, tra gli altri, da intellettuali e artisti di spessore come Leonardo Boff, Julio Lancellotti, Zelia Duncan e Chico Buarque de Hollanda e altri, è stata indirizzata al Congresso Nazionale, al Supremo Tribunale Federale e all’ONU in forma aperta lo scorso 6 marzo. Il Brasile di Jair Bolsonaro, denunciano i firmatari, si è trasformato in una “camera a gas”, ovvero in una vera e propria bomba epidemiologica, che minaccia l’intera umanità con lo sviluppo incontrollato di varianti sempre più letali del virus su scala planetaria.

“Brasiliane e Brasiliani legati alla vita sono ostaggio del genocida Jair Bolsonaro, che occupa la Presidenza del Brasile insieme a una banda di fanatici unicamente spinti dall’irrazionalità fascista”, riporta la lettera.

La politica di non-intervento messa in atto dal governo, unita a un sistematico discredito dei tentativi di mettere in piedi misure minime di riduzione/contenimento della diffusione della pandemia, per non parlare degli ostacoli frapposti a ogni iniziativa locale allo sviluppo di una risposta vaccinale (come quello del Governatore di São Paulo che sta producendo il Coronavac all’Istituto Butantan della capitale dello stato) ha già prodotto un record assoluto, a livello mondiale, di circa 260.000 morti evitabili (soprattutto nelle fasce sociali meno protette, quilombolas, indios, poveri delle favelas metropolitane), con una punta di 1.760 decessi registrati il 5 marzo.

Proprio giovedì scorso, il presidente, in visita per l’inaugurazione di un tratto di ferrovia nello Stato di Goias, si appellava al coraggio della bancada ruralista, ovvero i latifondisti con investimenti nel business della soia o in quello della carne bovina, che costituiscono la sua maggiore riserva di consenso elettorale, il che si spiega facilmente in base alla constatazione che il programma genocida è riconducibile a ben precisi interessi economici. Una lucida follia, insomma, in cui il capitalismo sta utilizzando l’occasione della pandemia per risolvere una parte delle “questioni storiche” che considera ancora oggi insolute, nella maniera più facile e sbrigativa.

Per rendere disponibile allo sfruttamento economico le ingenti estensioni del fertile terreno brasiliano, bisogna, infatti, prima di tutto sbarazzarsi dell’ingombro rappresentato dalle comunità indigene e quilombolas, come anche dagli insediamenti dei Sem Terra e movimenti affini. Analogo discorso può essere fatto per le grandi concentrazioni metropolitane dell’industria alimentare, petrolchimica ed estrattiva, dove si verificano i più alti tassi di contagio tra gli stati meridionali, per la più assoluta (e criminalmente deliberata) mancanza di misure di distanziamento e contenimento dell’infezione.

Una costante della politica non-interventista del presidente è, inoltre, l’assoluta contrarietà a ogni misura di lock-down, totale o anche parziale, intrapresa dai più seri governatori statali in giro per il paese (tra cui il PTista Wellington Dias del Piauì e il conservatore E. Wilson dell’Amazonas), prontamente affondata dalle mobilitazioni di fanatici “bolsoniti” che fanno il lavaggio del cervello alla popolazione, ripetendo che “si tratta solo di una gripezinha”, che “per fine anno sarà tutto passato”, che comunque “è meglio morire di virus che di fame” e che “bisogna leggere la Bibbia ed essere forti di fronte all’avversità”.

Di fronte a questa organizzata manipolazione delle masse popolari in senso reazionario, l’appello di scienziati ed esperti resta lettera morta, non riuscendo a tradursi nell’adozione di efficaci misure di distanziamento fisico nelle relazioni sociali, di contenimento del contagio attraverso l’uso delle mascarinhas (la cricca al governo riceve precise disposizioni dalla presidenza per non mostrarsi in pubblico indossandola, lo stesso presidente ha detto in un’occasione che quest’aggeggio sul volto umano “nasconde l’allegria e il sorriso naturali della persona”) e di adozione di una solida politica di tracciamento del virus, nonché di campagne vaccinali mirate.

Di fronte a questo esorbitante potere di influenzare il comportamento delle masse da parte del capitalismo agro-pecuario brasiliano, va registrata in questa fase un’evidente difficoltà delle organizzazioni popolari, partitiche e movimentiste, nell’articolare un’efficace risposta in termini di mobilitazione allargata dei settori proletari, contadini e sottoproletari urbani, per imporre l’agenda dell’impeachment, seguito dalla formazione di un governo di blocco popolare. Il quale, insieme alla politica vaccinale, dovrebbe mettere all’ordine del giorno la questione dei sussidi alle fasce sociali meno protette, da finanziare attraverso la nazionalizzazione della rendita petrolifera e mineraria e almeno delle industrie di base. I pronunciamenti di intellettuali e personalità di spicco del mondo artistico, religioso e giornalistico sono senz’altro importanti, ma non possono in alcun modo sostituirsi all’iniziativa dal basso, coordinata e organizzata, delle masse popolari.

Il discorso del “Bolsa ou a vida” nell’ultima uscita nel Goias, come spesso accade, ha superato, in quanto a cinismo delirante e tendenzioso, ogni precedente della sua inquietante biografia di fantoccio nelle mani del potere capitalistico brasiliano. “Noi dobbiamo affrontare i nostri propri problemi, basta con i capricci e i piagnistei, fino a quando volete restare a piangere?” sono le parole che, pronunciate nel giorno in cui, per la decima volta, si toccava un numero di vittime superiori al migliaio, hanno scosso e indignato l’opinione pubblica brasiliana e mondiale. Fino a provocare l’ennesima lettera firmata o appello da parte delle poche coscienze lucide e critiche rimaste in giro nei tempi oscuri di questa barbarie epocale.

Di queste parole, come anche degli inenarrabili crimini contro il popolo brasiliano e l’umanità tutta, il “Bolsa ou a vida” sarà chiamato a rispondere, speriamo quanto prima, di fronte a un Tribunale del Popolo.

Nápoles 5mar2021: “Chávez Corazón del Pueblo”

Desde Nápoles invitamos al encuentro online: “Chávez Corazón del Pueblo” – Homenaje al Comandante Eterno en el 8vo Aniversario de su Siembra, el 5 de marzo de 2021. Hora 11.00 am.
Enviar confirmación de participación a: redportiamerica.cu@gmail.com

Venezuela, Aryenis y Alfredo: el reto de la verdad, la justicia y la reparación

por Comunicado de Surgentes

La noche del 04.02.21 fueron condenados, sin pruebas, por el Tribunal 8vo de Juicio de Caracas, Aryenis Torrealba y Alfredo Chirinos a 5 años de prisión por el delito de “divulgación, reserva o suministro de información” previsto en el artículo 55 de la Ley Orgánica de Seguridad de la Nación. Seis días después, el 10.02.21, el tribunal decidió una medida de prisión domiciliaria. Frente a estos hechos, Surgentes, Colectivo de DDHH, se pronuncia en los siguientes términos:

*1.* Surgentes tuvo acceso a la acusación de la Fiscalía y no encontró ahí ni el más mínimo indicio de responsabilidad penal de Aryenis y Alfredo. Durante el juicio tampoco surgieron documentos, testimonios, videos, correos electrónicos, llamadas, cuentas bancarias u otras pruebas que evidenciaran que Aryenis o Alfredo eran culpables de algún delito. Todo el juicio fue una continua demostración de su inocencia. Las acusaciones que a través de los medios de difusión masiva emitieron el ministro Néstor Reverol, la Comisión Alí Rodríguez Araque (presidida por el ministro El Aissami) y el Fiscal General contra Aryenis y Alfredo (“traición a la patria”, “terrorismo”, “espías” “colaboradores del alto nivel de EEUU”), fueron haciendo aguas durante el juicio.  Ante la falta de pruebas fueron sobreseídos los delitos de Terrorismo y Asociación para delinquir (en la audiencia preliminar, el 22.09.20) y los delitos de Corrupción y Agavillamiento (en la audiencia del 04.02.21). Aun sin pruebas, el juez a cargo del Tribunal 8vo decidió condenarlos por uno de los 5 delitos que les fueron imputados: “divulgación, reserva o suministro de información”. Dada la ausencia de una racionalidad basada en el derecho; así como la intervención pública de actores institucionales de la alta dirección del Estado, cabe suponer que la sentencia condenatoria se explica por intereses y razones políticas, ajenos a la justicia.

*2.* Esta sentencia condenatoria se suma a larga lista de vicios e irregularidades que caracterizaron el proceso desde la detención, el 28.02.20: a) Fueron incomunicados; b) Alfredo fue torturado y Aryenis fue víctima de malos tratos; c) Se les impidió nombrar a un abogado privado hasta 82 días después de su detención; d) No fue sino hasta 115 días después de la detención que la defensa logró obtener las copias del expediente, pero sin la totalidad de los elementos probatorios y; e) Fueron difamados por varias de las más altas autoridades del Estados y se les vulneró reiteradamente sus derechos a la presunción de inocencia, a su honra y reputación.

*3.* La movilización popular por la justicia en el caso de Aryenis y Alfredo, tuvo logros relevantes a lo largo de casi un año de lucha. Permitió develar las inconsistencias de la acusación, denunciar la violación a sus derechos y sumar solidaridades, particularmente en sectores del chavismo popular y de izquierda, que es el espacio de militancia de Aryenis y Alfredo y de sus familias. Un balance de este año de lucha demuestra la importancia de mantenerse movilizadas/os en torno a la defensa de los derechos del pueblo. No es con el silencio o renunciando al protagonismo popular que el pueblo ha logrado sus mejores conquistas en el marco de la Revolución Bolivariana. La medida de prisión domiciliaria es consecuencia de esa movilización y constituye, sin duda, una mejora de las condiciones de vida de ambos jóvenes. Es un logro de la lucha colectiva, que celebramos. Pero se trata de un logro parcial e insuficiente.

*4.* A la lucha por la justicia en el caso de Aryenis y Alfredo aún le queda un largo trecho. No debe terminar hasta que no se logre que se imponga la *Verdad* (y que sea ampliamente difundida), la *Justicia* (mediante sentencia definitivamente firme) y la *Reparación* integral de todos los daños que han sufrido ambos jóvenes y sus familias.

*5.* La violación a los derechos humanos de Aryenis y Alfredo se inscribe en un proceso creciente de represión a sectores populares en lucha: trabajadores presos o judicializados por luchar o por denunciar irregularidades; campesinos presos o judicializados por defender sus tierras; sectores de izquierda difamados como aliados del imperialismo por denunciar políticas contrarias a los derechos laborales y la mutación programática de la clase dirigente. Detener la represión y garantizar los derechos humanos del pueblo pobre pasa, a juicio de Surgentes, por recuperar el protagonismo popular en el marco de las coordenadas nacionales, populares y postcapitalistas que forman parte del programa de la Revolución Bolivariana.

*#SoloElPuebloSalvaAlPueblo*

*Surgentes, Colectivo de DDHH*

Caracas, 24.02.21

Italia 28feb2021: Solidarietà militante artistica con Pablo Hasél!

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