Cile: intervista al portavoce del Collettivo antifascista del Colo Colo

da resumenlatinoamericano.org

Si chiama Alfredo Vielma, è il giovane portavoce del Collettivo Antifascista La Garra Blanca (valorosi sostenitori del Colo Colo, iconica squadra di calcio cilena) e soprattutto è un combattente dal basso e di sinistra. Un partecipante attivo, come molti della sua età (Alfredo ha 25 anni), a questa grande rivolta contro il capitalismo, che richiede le dimissioni di

Sebastian Piñera e qualcosa di più: la caduta del sistema oppressivo e repressivo.

Abbiamo parlato con Vielma in Plaza de la Dignidad, mentre i carabinieri si preparavano, come sempre, a reprimere, e il Gruppo Illapu accordava le chitarre per cantare e chiamare tutti a raccolta dai balconi di Radio de la Plaza, con migliaia di manifestanti che ridevano, cantavano e si preparavano  alla lotta.

Come è nata quest’ idea che le persone del collettivo… si unissero alla rivolta iniziata il 18 ottobre?

Abbiamo sempre auspicando che potesse verificarsi una situazione di ingovernabilità. Da quando ci siamo formati circa cinque anni fa, la nostra missione è sempre stata quella di partecipare attivamente al movimento popolare e in un certo senso di poter costruire situazioni di ingovernabilità che aprissero uno spazio di trasformazione per la società cilena.

Ecco perché, più che partecipare, ci consideriamo parte delle organizzazioni sociali e popolari che hanno dato vita a questa rivolta. Circa un mese prima del 18 ottobre, stavamo già sostenendo gli studenti delle scuole superiori quando chiedevano di saltare i tornelli della metropolitana, invitando alla disubbidienza di massa. Anche noi facevamo parte di quel movimento. Così, quando è successo, quello che abbiamo fatto è stato mettere tutta la nostra capacità pratica al servizio del movimento, il che significa che fondamentalmente ci siamo mobilitati e abbiamo partecipato a tutte le istanze collettive che hanno avuto luogo fin dall’inizio.

Come giudicate l’evoluzione di questo movimento? Lo vedete crescere o stabilizzarsi su quello che fa in quanto non è riuscito a rovesciare Piñera?

Penso che sia molto difficile poter stimare lo stato della mobilitazione perché, per prima cosa, è una mobilitazione super inorganica, e secondariamente bisogna considerare le componenti territoriali. Parlando con un compagno francese, mi ha detto che la lotta di classe in Francia si ferma durante le vacanze. Qui non è successo esattamente  la stessa cosa. Tuttavia, la lotta popolare è calata un po’, in un certo senso, nel periodo delle vacanze, ma ora si sta intensificando di nuovo. Quello che posso dire è che effettivamente a livello di coscienza, la mobilitazione ha portato un importante cambiamento qualitativo che non si vedeva da molto tempo in Cile. Oggi la mobilitazione è più piccola di prima, ma c’è molta organizzazione popolare, è diventata più compatta.

Pensi che questa inorganicità di cui parli, questa orizzontalità nel movimento, questa mancanza di leader, complichi o aiuti?
Credo che bisogna distinguere gli elementi di cui stiamo parlando. Prima di tutto, l’inorganicità. Il fatto che ci sia poca organicità è un problema, il basso livello di coordinamento tra tutte le persone che stiamo mobilitando è ovviamente un problema.

Ma, per esempio, la mancanza di leadership è una diagnosi politica della mobilitazione, che ha a che fare con una sinistra che per molto tempo non ha dato abbastanza spazio per formare una leadership di classe e popolare, quindi ora la gente non è disposta ad accettare una qualsiasi leadership che emerga da una linea politica che in realtà non ha senso o radicamento.

Penso che l’orizzontalità sia più che altro una virtù. Gli ultimi processi latinoamericani mostrano che i movimenti di sinistra e popolari hanno ripetutamente bisogno di un cambiamento di leadership o, meglio, di formare figure di leadership collettiva. Quindi, riconosco quella presunta mancanza di leadership e di orizzontalità come una virtù.

 

title=Questi giovani di Prima Linea che combatto per le strade, sono stanchi dei partiti e della politica borghese?

Non solo della politica borghese. Io sono una persona squisitamente di sinistra, ma sono critico nei confronti della mia parte politica. Anche noi, anche quelli di noi che hanno cercato di fare organizzazione di classe, abbiamo fallito. Penso che la gente, infatti, non sia stanca di stare a sinistra, sa di essere di sinistra, sa che c’è questa classica, storica, dialettica dicotomia tra destra e sinistra. Sono però stanchi di un’organicità che non porta cambiamenti e che non è efficace nel momento della trasformazione. Lo stesso vale per la demagogia, i discorsi vuoti, le dichiarazioni in venti punti che non vanno da nessuna parte. Siamo a favore di una nuova politica, di un nuovo modo di essere a sinistra.

Cosa rappresenta per voi la Prima Linea?

E’ un’espressione politica nata proprio qui in Cile, che non ha più alcun riferimento da molto tempo, praticamente dalle lotte contro la dittatura. Dal 2011 esperienze simili si rispecchiano in questo senso. Prima Linea ha a che fare con i giovani del popolo che non hanno nulla da perdere perché si trovano in una situazione di emarginazione neoliberale. Sono tutti i giovani che il neoliberismo alla fine esclude dalla vita pubblica e che dà loro peggiori condizioni di vita privata. Sono questi che stanno dando il petto ai proiettili, sono i Mauricio Fredes (morto perchè braccato dai carabinieri), sono le persone che sono cadute nelle città e che rimangono anonime, sono le persone che sono state bruciate a morte dai militari nei supermercati. Questa è la Prima Linea, un’espressione politica molto ricca, un fenomeno degno di partecipazione e di studio perché rappresenta l’unico modo in cui i giovani che non sono rappresentati rappresentano se stessi.

Ed è interclassista, infatti vediamo persone molto umili ma anche persone della classe media coinvolte in questo movimento.

E’ interclassista come tutto questo movimento, ma penso che la grande virtù che va riconosciuta al movimento sia proprio quella di essere espressione delle classi popolari. Abbiamo accenni di multiclassismo in diverse esperienze: le assemblee territoriali e le manifestazioni in Plaza de la Dignidad, ne danno un resoconto. Ma, infine, direi che l’80% dei giovani che vi si trovano sono appartenenti alle classi popolari, tra questi abbiamo incontrato anche i giovani migranti boliviani, peruviani e haitiani. Quindi credo che sia una delle espressioni più popolari di questo movimento.

In Prima Linea, ci sono tanto ragazzi che ragazze, o per dirla con il gergo cileno: “cabras y capros”.

Ci sono molte ragazze perché penso che questo movimento abbia a che fare anche con i movimenti che stanno simultaneamente avvenendo in Cile. Prima del 18 ottobre, il movimento principale in politica era il femminismo. Ecco perché vediamo che le donne oggi sono assolutamente integrate: ci sono i compagni della Prima Linea, quelli delle assemblee territoriali e in tutte le espressioni di lotta, semplicemente perché sono protagoniste della politica. Di fatto, l’8M è stata una sfida per il movimento delle donne anche in virtù del movimento popolare. Nei giorni precedenti si è innescata una situazione che con l’8M è esplosa e sono state le compagne a farla esplodere.

Questo processo è sufficiente a far cadere Piñera?

Penso che questo movimento stia finalmente sottolineando che le riforme nel quadro neoliberale, il ricambio di leader, non siano sufficienti, non siano all’altezza. Se c’è una virtù e un difetto che possiamo riconoscere in parallelo a questo movimento, è che nessuno sa veramente quando finirà. Tutti sappiamo che stiamo chiedendo concretamente la fine della precarizzazione della vita, vogliamo una vita più dignitosa, ma evidentemente questo non si risolve con la cacciata di Piñera, la sua caduta non è sufficiente e tanto meno sappiamo fino a che punto si spingerà. Forse questo movimento apre un enorme breccia per la trasformazione di questo paese, come non accadeva dai tempi dell’Unità Popolare negli anni ’70.

C’è la possibilità che questo nuovo movimento abbia un legame con il precedente, con quello che viene dalla lotta contro la Dittatura, che ha morti, scomparsi, prigionieri ed ex-prigionieri? Vedi un filo conduttore che potrebbe unire queste due storie?

C’è un filo conduttore nel fatto che questi leader politici assumono criticamente che non possono più tentare di guidare ciò che non hanno mai guidato. Siamo colpevoli oggi dello stato di disgregazione della politica della sinistra rivoluzionaria, dei movimenti popolari, purtroppo a causa di quella generazione, lo dico con immenso dolore perché sono stato formato politicamente da quella generazione, sono diventato un rivoluzionario di sinistra con quelle persone. Ma questo movimento è anche un segno di stanchezza verso il loro modo di fare politica, perché se qui siamo stanchi della politica neoliberale, siamo anche stanchi di una verbosità e di una demagogia vuota che, purtroppo, ci è stata trasmessa dai compagni. Sono compagni che sono qui oggi, e credo che ci sia una buona disposizione da parte loro ad essere integrati in questi movimenti. Alcuni lo fanno con l’umiltà di accettare il rinnovamento, sapendo che noi riconosciamo la loro esperienza come positiva, che le lotte antidittatoriali sono state la lotta di liberazione nazionale del popolo cileno, ma anche sapendo che ci hanno lasciato costumi che ci sono stati dannosi, e questo movimento porta con sé anche questa trasformazione.

Che ne pensi del prossimo referendum? Sono in molti, da sinistra e dalla strada, a dire che il processo è stato cooptato da coloro che facevano parte del governo a quel tavolo per lanciare quell’appello, e ce ne sono altri che dicono che al di là del referendum la lotta deve continuare in strada.

Parlerò da sostenitore del Colo Colo, anche perché noi de La Colo siamo un movimento composto da vari ambienti: ci sono i collettivi politici, il mio collettivo antifascista de La Garra Blanca, c’è il Club Social y Deportivo La Garra Blanca, i tifosi in generale. In questo momento tutte queste componenti sono per APPROVO per il referendum. Da antifascisti de La Garra Blanca abbiamo cercato di caratterizzarlo come un APPROVO combattivo, che sappiamo anche che nel quadro delle riforme neoliberali non sono possibili tutte le trasformazioni della vita di cui abbiamo bisogno, ma siamo consapevoli che comunque apre un’importante finestra di sovranità popolare.

Credo che dobbiamo capire che, come agli intellettuali piace dire molto, con una cittadinanza vigile, come quella che abbiamo oggi in Cile, è possibile aprire nuovi spazi di trasformazione. Più che un cittadino, abbiamo un popolo vigile che osserva ciò che accade in politica. In Cile, tanto tempo fa, oserei dire che 40 anni fa, non avevamo un popolo interessato alla politica e oggi la politica è tornata al centro della vita.

Se mi chiedeste cosa vorrei che lasciasse un segno in questa Costituzione, in questa possibilità costituente, sarebbe ovviamente la sovranità nazionale popolare e, d’altra parte, il centro della vita nella politica, la politica come strumento per risolvere i problemi, dialogo, in modo da poter mettere in luce anche le posizioni popolari, perché oggi non ce l’abbiamo, abbiamo una chiusura costituzionale molto forte, e quello che cerchiamo è proprio di rompere questo muro. Forse non avremo la società che vogliamo, non conquisteremo l’uguaglianza, la solidarietà, le espressioni di sovranità popolare che vogliamo, ma riusciremo a ripristinare i dibattiti che sono molto importanti.

Ecco perché il referendum e la Costituzione stessa non devono essere visti come fine a se stessi, ma come strumenti politici, come ciò che sono. Le Costituzioni sono strumenti politici soggetti a interpretazione, e oggi ne abbiamo una che favorisce le interpretazioni borghesi e oligarchiche. Dobbiamo rompere con questo paradigma per avere un nuovo strumento costituzionale che ci favorisca nella costruzione popolare.

Chi era Neko Mora, uccisa dai moschettoni giorni fa?

Era un sostenitore molto importante del Colocolo, non faceva parte del nostro collettivo, ma era un antifascista. Lo conoscevo e posso dire che era una individuo e compagno molto unitario, un militante comunista e un “colocolino” che si dedicava sempre alla costruzione di un movimento Colocolino organizzato e cosciente, almeno così lo ricordiamo. Inoltre, dobbiamo ricordare che Neko è un giovane morto durante una mobilitazione, non è morto fuori dallo stadio, è morto perché quel giorno aveva organizzato una mobilitazione fuori dallo stadio, è morto su una barricata. Un enorme camion, di molte tonnellate, lo ha schiacciato perché ha travolto la barricata che Neko stava difendendo.

L’unità dei tifosi cileni è ancora forte. Ne siamo rimasti molto colpiti perché non è facile unire persone che sono separate dal calcio.

Penso che ci sia qualcosa da dire sul movimento delle tifoserie cilene. Voglio dire, i gruppi cileni hanno un’unità che oggi si costituisce come unità di classe, le differenze che si sono aperte sulla base del calcio sono molto forti perché sono differenze che si basano sull’ideologia neoliberale. Il neoliberismo ha creato divisione nel popolo e lo ha fatto, purtroppo, anche attraverso il calcio.

Oggi dobbiamo riconoscere che ricostruire questo processo organico per ridiventare un popolo è qualcosa di importante su cui stiamo lavorando. Ma, almeno per la strada abbiamo una neutralità, siamo uniti come popolo e siamo anche favorevoli a questo movimento di rivolta di cui il barrismo( fenomeno dei gruppi delle tifoserie) è stato indubbiamente protagonista.

Grazie mille.

Grazie mille per aver reso visibile quello che vogliamo dire, pochissime persone ascoltano quello che sta succedendo con il calcio e vorrei confermare che questo movimento sfida oggi il modello culturale neoliberista dell’America Latina. Ci hanno sempre rimproverato, a noi garristi(tifosi di calcio), dei bassi fondi, poveracci, ladruncoli, ci hanno attaccato la croce addosso, di essere tutto ciò che c’è di male nella società, ma questo movimento ha appena ribaltato la situazione e minaccia l’egemonia culturale della destra latinoamericana su l’emarginazione, di costruirci in modo negativo.

Un’altra cosa che credo che questo movimento abbia appena invertito è vedere tante bandiere mapuche a Santiago del Cile, non solo il 12 ottobre, ma ogni giorno.

Ha a che fare con la sconfitta di un’egemonia su ciò che è negativo, perché il negativo in Cile è sempre stato essere un indio, essere un tifoso di calcio, ascoltare il reggaeton, essere un cumbiero, questa è sempre stata indicata come una cosa negativa. Noi gli abbiamo ridato un significato politico, il nostro movimento dice che essere Cuma(dei bassi fondi), essere poveri, essere neri, essere mapuche, è qualcosa di politico ed è dovuto all’emarginazione. Ci siamo uniti in questa emarginazione. Ecco perché penso che oggi si radichi la paura culturale che la borghesia ha nei nostri confronti, ecco perché la paura della bandiera mapuche, ecco perché l’assassinio di Camilo Catrillanca, come se fosse stata una profezia che tutto questo stesse arrivando, come se fosse stata una vendetta in anticipo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

L’economia dopo la catastrofe

La economía después de la catástrofedi Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Il gold standard fu sostituito, dopo un turbolento interregno che si sarebbe concluso solo con la fine della seconda guerra mondiale, dal dollaro, che fu introdotto come moneta di scambio universale perché a quel tempo non c’era altra moneta che potesse competere con essa per le distruzioni causate dalla guerra. E soprattutto la cosa più importante: i mercati furono sottoposti ad una crescente regolamentazione da parte dei governi, il che portò a rovesciare un’asimmetria che se prima era stata molto favorevole ai mercati, per poi cominciare a spostarsi a favore degli Stati. Di conseguenza la spesa pubblica richiesta dalle nuove esigenze di una cittadinanza mobilitata e rafforzata dalle lotte contro la depressione e dalla ricostruzione post bellica fece crescere notevolmente la dimensione dello Stato in rapporto al PIL, come mostra la tabella seguente.


Debito totale dei governi, 1900, 1929, 1975
(% del Pil)


1900         1929         1975
__________________

Germania                     19.4          14.6          51.7

Regno Unito                 11.9          26.5          53.1

Stati Uniti                       2.9            3.7          36.6

Giappone                        1.1            2.5          29.6

Fonte: IMF Data, Fiscal Affairs Departmental Data, Public Finances in Modern History

 

Le cifre parlano da sole e ci risparmiano di dover ricorrere a complicate argomentazioni per dimostrare l’enorme portata del cambio di paradigma della governance macroeconomica del capitalismo dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. La Germania ha più che triplicato la spesa pubblica tra il 1929 e il 1975; il Regno Unito l’ha aumentata di poco più del doppio e gli Stati Uniti e il Giappone rispettivamente quasi di dieci e dodici volte! Più Stato che mercato per sostenere il processo di democratizzazione e di cittadinanza del dopoguerra. La salute, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’abitare e tutti i beni pubblici che lo Stato deve garantire sono stati i motori della crescente centralità dello Stato nella vita economica e sociale.

Ma questo non è tutto: un altro aspetto da sottolineare è che una volta esaurito il ciclo keynesiano nel 1974/75 e realizzato il nefasto ritorno del liberalismo (ora addolcito con il prefisso “neo”, per indurre l’ingenuo a credere che si tratti di una formula innovativa) in nessuno di quei Paesi lo Stato si è ridotto al livello che aveva alla vigilia della Grande Depressione, stravolgendo il ruolo di centro gravitazionale ormai assunto nelle economie. Il ritmo di crescita conobbe un rallentamento e la spesa pubblica si ridusse, soprattutto in Gran Bretagna (sotto il Thatcherismo) e in Germania (con la truffa della “terza via”) e meno negli Stati Uniti e in Giappone. Ma anche così, nel 2010, questi quattro paesi erano ancora, in termini di peso dello Stato, ben al di sopra dei livelli esibiti durante il periodo di massimo splendore del liberalismo dei primi tre decenni del ventesimo secolo. Anche tenendo conto dei tagli avvenuti negli ultimi dieci anni, lo Stato ha un peso ancora superiore rispetto al 1929.

Quale sarebbe la conclusione da trarre da quest’analisi? Che la pandemia che oggi colpisce il pianeta, avrà un impatto pari o superiore a quello della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Il capitalismo europeo e americano, che aveva già dato chiari segnali di avvicinarsi a un’imminente recessione, sarà spazzato via dalle conseguenze economiche dell’attuale catastrofe sanitaria. E la via d’uscita da quella crisi avrà come uno dei suoi segni distintivi il fallimento ideologico del neoliberismo, con la sua stupida fede nella “magia dei mercati”, nelle privatizzazioni e nelle deregolamentazioni, e nella presunta capacità delle forze di mercato di allocare razionalmente le risorse. Questo costringerà ad una profonda revisione del paradigma delle politiche pubbliche a partire dall’assistenza sanitaria e, subito dopo, dalla previdenza sociale, come preludio a quella che sarà la battaglia decisiva: mettere sotto controllo il capitale finanziario e la sua rete globale che sta soffocando l’economia mondiale, causando recessioni, aumentando la disoccupazione e portando la disuguaglianza economica a livelli estremamente elevati. Un capitale finanziario ultra parassitario che finanzia e protegge le mafie dei “colletti bianchi” e che, con la compiacenza o la complicità dei governi dei capitalismi centrali e delle istituzioni economiche internazionali, crea “paradisi fiscali” che facilitano l’occultamento dei loro crimini e l’evasione fiscale che impoverisce gli Stati privandoli delle risorse necessarie per garantire una vita dignitosa ai propri popoli.

Questo è il mondo che verrà una volta che la pandemia sarà un triste ricordo del passato. Naturalmente, a quel punto le forze popolari dovranno essere molto ben organizzate e coscienti (e coordinate a livello internazionale) perché questi cambiamenti non saranno un regalo di una borghesia imperialista pentita dei suoi crimini e disposta ad abbandonare i suoi privilegi, ma dovranno essere conquistati attraverso grandi mobilitazioni e lotte sociali per imporre un nuovo ordine economico e sociale post-capitalista. Ci vorrà coraggio per combattere per la costruzione di quel nuovo mondo, ma anche intelligenza per stimolare la coscienza critica delle grandi masse popolari ed evitare che cadano, ancora una volta, nelle trappole che gli stregoni del neoliberismo stanno già preparando. Hanno un obiettivo molto chiaro: dopo la pandemia, che tutto rimanga uguale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarli e ad assumerci la responsabilità di realizzare esattamente il contrario: che nulla rimanga uguale, illuminando con le nostre lotte e con la nostra coscienza i contorni della nuova società che sta lottando per nascere. Una società, insomma, dove la salute, la medicina, l’istruzione, la sicurezza sociale, l’abitare, i trasporti, la cultura, la comunicazione, la svago, lo sport e tutte le cose che fanno la vita dignitosa non siano più merci, ma acquisiscano il loro irrinunciabile status di diritti universali. E questa sarà una grande opportunità per cercare di farlo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

 

 

A sette anni della dipartita fisica del Comandante Chá­vez

Risultato immagini per Chavez siete anosdi Atilio Boron

Oggi son passati sette anni dalla dipartita del Comandate eterno, di una delle grandi figure della
storia contemporanea dell’America Latina e dei Caraibi.

Messomi a scrivere qualche riga per un breve ricordo di un indimenticabile personaggio, mi sono reso conto che sette è un numero abbastanza speciale.

In tutte le religioni gli si attribuisce un significato particolare: nel cattolicesimo, nell’ebraismo, nell’induismo e persino nell’antica Grecia, il sette aveva un significato speciale. Per i primi perché sette sono i doni dello spirito santo, i peccati capitali, i sacramenti e i giorni che Dio impiegò a creare il mondo. Per la Kabalah, l’interpretazione mistica della Torà, il candelabro sacro deve avere sette braccia, tante quante le colonne che aveva il tempio di Salomone. Nell’Hinduismo sette sono i Chakra dell’essere e le città sacre dell’India.

Nell’antica Grecia si raccontava dei sette savi, si dilettavano ascoltando le sette note musicali o i sette colori dell’arcobaleno, mentre gli astronomi studiavano le sette fasi lunari e prendevano nota dei sette giorni della settimana.

Questa breve digressione nasce da una vecchia lettura, da una frase che al tempo mi impressionò: il sette rappresenterebbe il ponte tra le divinità e i mortali. E mi è venuto da pensare che oggi, chissà dove, Hugo sta attraversando quel ponte che lo farà diventare una divinità.

Così lo sento, un ricordo, una presenza sorprendentemente vicina che ha la capacità di influenzare le azioni di quelli che restano nel mondo dei vivi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Mastracchio]

Napoli 19dic2019: Cosa sta accadendo in sud America?

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Fanno sempre più notizia gli ampi sommovimenti popolari che stanno scuotendo l’America latina negli ultimi mesi, tanti sono i fronti di questo sommovimento: le ampie mobilitazioni in Ecuador e in Cile, la rielezione di Evo Morales in Bolivia e i recenti sviluppi della resistenza antimperialista venezuelana, un paese che sempre più si pone alla testa dei popoli non allineati a Washington in sud America.

Ma cosa sta accadendo davvero in sud America? Qual è il contributo che noi possiamo dare a quei popoli per sostenerli nella lotta che stanno conducendo?

Ne parliamo con Antonio Sparano e il Partito dei CARC – Campania il 19 dicembre in Galleria Principe di Napoli a partire dalle ore 18:00.A seguire aperitivo di autofinanziamento.

Agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina

Risultati immagini per chavismo en marchapor Atilio Alberto Borón
atilioboron.com

30 Octubre 2019.- En las últimas semanas el neoliberalismo sufrió una serie de derrotas que aceleraron su agonía y en medio de aparatosas y violentas convulsiones desencadenaron su deceso. Tras casi medio siglo de pillajes, tropelías y crímenes de todo tipo contra la sociedad y el medio ambiente, la fórmula de gobernanza tan entusiastamente promovida por los gobiernos de los países del capitalismo avanzado, las instituciones como el FMI y el BM y acariciada por los intelectuales bienpensantes y los políticos del establishment yace en ruinas.

La nave insignia de esa flotilla de saqueadores seriales, el Chile de Sebastián Piñera, se hundió bajo el formidable empuje de una protesta popular sin precedentes, indignada y enfurecida por décadas de engaños, artimañas leguleyas y manipulaciones mediáticas.

A las masas chilenas se les había prometido el paraíso del consumismo capitalista, y durante mucho tiempo creyeron en esos embustes. Cuando despertaron de su sonambulismo político cayeron en la cuenta que la pandilla que las gobernó bajo un manto fingidamente democrático las había despojado de todo: les arrebataron la salud y la educación públicas, fueron estafadas inescrupulosamente por las administradoras de fondos de pensión, se encontraban endeudadas hasta la coronilla y sin poder pagar sus deudas mientras contemplaban estupefactas como el 1 por ciento más opulento del país se apropiaba del 26.5 por ciento del ingreso nacional y el 50 por ciento más pobre sólo capturaba el 2.1 por ciento.

Todo este despojo se produjo en medio de un ensordecedor concierto mediático que embotaba las conciencias, alimentaba con créditos indiscriminados esta bonanza artificial y hacía creer a unas y otros que el capitalismo cumplía con sus promesas y que todas y todos podían hacer lo que querían con sus vidas, sin que se inmiscuyera el estado y aprovechando las inmensas oportunidades que ofrecía el libre comercio.

Pero ninguna utopía, aún la del mercado total, está a salvo de la acción de sus villanos. Y éstos aparecieron de súbito personificados en las figuras de unos adolescentes de escuela secundaria que, con ejemplar audacia y filial solidaridad, se rebelaron contra el aumento en las tarifas del metro que perjudicaba no a ellos sino a sus padres. Su osadía hizo trizas el hechizo y quienes habían caído en la trampa de resignar su ciudadanía política a cambio del consumismo se dieron cuenta que habían sido burlados y estafados, y salieron a las calles para expresar su descontento y su furia.

Se convirtieron, de la noche a la mañana, en “vándalos”, “terroristas” o en una revoltosa banda de “alienígenas” –para usar la elocuente descripción de la mujer del presidente Piñera– que avizoraron los límites infranqueables del consumismo y del endeudamiento infinito y el carácter grotesco del menú democrático que ocultaba, bajo prolijos ropajes y vacías formalidades, la implacable tiranía del capital. Comprobaron en ese violento despertar que una de las sociedades antaño más igualitarias de Latinoamérica ahora compartía, según el Banco Mundial, el dudoso honor de ser junto a Ruanda uno de los ocho países más desiguales del planeta.

Nada volverá a ser igual en Chile

Como un relámpago advirtieron que habían sido condenados a sobrevivir endeudados de por vida, víctimas de una plutocracia –insaciable, intolerante y violenta– y de la corrupta partidocracia que era cómplice de aquélla y gestora del saqueo contra su propio pueblo y los recursos naturales del país. Por eso tomaron las calles y salieron en imponentes manifestaciones a luchar contra sus opresores y explotadores, y lo hicieron –y aún hoy lo hacen– con una valentía y heroísmo pocas veces vistos. Ya son por lo menos veinte los muertos por la represión de las fuerzas de seguridad y los desaparecidos reportados suman más de cien, amén de los centenares de heridos y torturados y los miles de detenidos que marcan, con lúgubres tonalidades, los estertores finales del tan admirado modelo.

Después de esta espontánea insurrección popular ya nada volverá a ser igual, nada revivirá al neoliberalismo, nadie lo señalará como la vía regia hacia la democracia, la libertad y la justicia social. Eso aunque Piñera continúe en La Moneda y prosiga su brutal represión. Pese a lo cual ni la OEA, ni los gobiernos “democráticos” del continente –presididos por turbios personajes de frondosos prontuarios– ni tampoco los hipócritas custodios de los valores republicanos tendrán un átomo de decencia para caracterizar a su gobierno como una dictadura, calificación que sólo merece Nicolás Maduro aunque jamás haya habido en su gobierno una represión tan bestial y sanguinaria como la que quedó documentada en infinidad de videítos grabados en Chile y que se viralizaron por internet.

Para Donald Trump, Piñera es amigo, vasallo y sicario político de la Casa Blanca, imprescindible para atacar a la Venezuela Bolivariana y esas son razones más que suficientes para defenderlo y protegerlo a cualquier precio. Obedientes, las ONG del imperio y sus sucursales en Europa y Latinoamérica –inverosímiles defensoras de los derechos humanos, la democracia, la sociedad civil y el medio ambiente– mantendrán un silencio cómplice ante los crímenes que cometa el ocupante de La Moneda. Algunas expresarán otras opiniones, más no aquellas que son los tentáculos ocultos del imperialismo. Impertérritos, los publicistas del sistema seguirán señalando a Nicolás Maduro como el arquetipo de la dictadura y al chileno como la personificación misma de la democracia. Pero todo será inútil, y lo que murió –la receta neoliberal– bien muerta está.

El traidor se revuelca en su estiércol

Claro que la historia no comienza ni termina en Chile. Poco antes del estallido social todavía en curso, el Ecuador del traidor y corrupto presidente Moreno había sido convulsionado por inmensas protestas populares. El detonante, la chispa que incendió la pradera fue la quita de los subsidios a los combustibles. Pero el factor determinante fue la implementación del “paquetazo” ordenado por el FMI al servil agente instalado en el Palacio de Carondelet.

La reacción popular, iniciada primero entre los transportistas y sectores populares urbanos y luego potenciada por la multitudinaria irrupción de las poblaciones originarias en las principales ciudades del país, se extendió poco más de una semana y obligó al cobarde presidente a trasladar la sede del Ejecutivo a Guayaquil. Poco después tuvo que suspender la cruel represión con que había respondido al desafío y abrir una fraudulenta negociación con los autoproclamados líderes de la revuelta indígena.

Astuto, pactó una tregua con la desprestigiada y también ingenua dirigencia de la CONAIE y derogó el decreto relativo al subsidio a los combustibles, prometiendo revisar lo actuado. Nada de eso ha ocurrido, pero logró desarticular la protesta, por ahora. Como le cuadra a un traidor serial como Moreno, el jefe de los negociadores indígenas, Jaime Vargas, está siendo judicialmente perseguido por el gobierno.

El “paquetazo” será puesto en práctica porque el mandato del FMI es inapelable y Moreno es un peón más que obediente: es obsecuente. Es sabido que estos programas del Fondo sólo son factibles si se los gestiona con una mezcla –variable según los casos– de engaños y represión. Pero ahora la pasividad ciudadana tiene mecha corta y en pocos meses más, en cuanto se dejen sentir los rigores del ajuste salvaje, no sería extraño que estalle una nueva rebelión plebeya que esperemos no caiga en las trampas de Moreno y sus compinches y culmine exitosamente con la destitución del presidente y la refundación de la democracia en el Ecuador.

El presidente está entrampado: si aplica el programa del FMI la poblada popular probablemente acabe con su gobierno; si no lo hace, el imperio puede decidir que llegó la hora de prescindir de sus servicios por inútil. Y como la Casa Blanca “sabe demasiado” de las trapisondas y los negocios sucios de Moreno no tendrá más remedio que aceptar el ultimátum imperial y acogerse a un “desempleo involuntario”, como decía Keynes. Pero, pese a su inutilidad y a los crímenes perpetrados durante la represión de las protestas populares Washington se encargará de esconderlo y protegerlo. Como lo hizo con otro asesino, Gonzalo Sánchez de Lozada y con tantos otros. En poco tiempo sabremos cual será el desenlace.

Evo, siempre vencedor

El neoliberalismo sufrió otra derrota en Bolivia, cuando el presidente Evo Morales fue reelecto con el 47,08 por ciento de los votos contra el 36,51 por ciento obtenido por Carlos Mesa, el candidato de Comunidad Ciudadana. El presidente le sacó una ventaja de 10.57 por ciento de los votos a su contrincante (más del 10 % que señala la legislación boliviana para declararlo ganador en primera vuelta) y pese a que no hubo ninguna denuncia concreta de fraude sino tan sólo gritos y aullidos de la oposición, ésta exige que se proceda a convocar al balotaje.

Quienes manejan desde Estados Unidos a los enemigos de Evo en Bolivia cuentan con la previsible connivencia de la OEA y algunos desastrados gobiernos de la región como los de la Argentina de Macri, Brasil, Chile, Colombia. Dicen que las irregularidades habidas en la transmisión y difusión del escrutinio (explicada convincentemente por las autoridades bolivianas) unido lo exiguo de la diferencia obtenida por Evo (pero por encima del 10%, por supuesto) obliga a proceder de tal manera.

Si este fuera el caso, estos virtuosos vestales de la democracia deberían ordenar sin más dilaciones la anulación de la elección presidencial de 1960 en Estados Unidos, cuando John F. Kennedy aventajó a Richard Nixon por 0.17 centésimos (49.72 versus 49.55 %) y Nixon fue investido como presidente sin enfrentar reclamo alguno.

Mesa, que perdió por una diferencia de 10.57 por ciento, haría bien en llamarse a silencio. No lo hará, porque en un prodigio de adivinación (que, por supuesto, le salió mal) había anticipado su victoria y que desconocería otro resultado que no fuera ese, como corresponde a un demócrata “made in the USA”: Si gano, la elección fue limpia; si pierdo, hubo fraude. Nada nuevo: la derecha jamás creyó en la democracia, mucho menos en estas latitudes, y está de modo irresponsable llamando a la desobediencia civil y promoviendo desmanes para “corregir” el resultado que le fuera negado por las urnas.

Evo, en un gesto que lo enaltece, desafió a la OEA a que realice un peritaje íntegro del proceso y que si encuentra evidencia de fraude, convocaría de inmediato al balotaje. Será inútil, pero igual el capataz Almagro enviará una misión a Bolivia para agitar el avispero y entorpecer la labor del gobierno. Desgraciadamente habrá gente que morirá o sufrirá graves heridas a causa de los disturbios que ocasionará esa misión.

Claro está que los movimientos sociales de Bolivia no van a permitir que una victoria de más de diez puntos obligue a un balotaje o empine como ganador al perdedor. Además, no es un dato menor que ya los gobiernos de México y el nuevo de Argentina reconocieron el triunfo de Evo, al igual que los de Cuba, Nicaragua y la República Bolivariana de Venezuela. En suma: la restauración del neoliberalismo en Bolivia parece haberse frustrado de nueva cuenta, por más esfuerzos que hagan el imperio y sus lugartenientes locales.

Los Fernández derrotan a Macri

En línea con este marco regional signado por un generalizado clima ideológico de repulsa al neoliberalismo imperante, en la Argentina la experiencia neoliberal de Mauricio Macri fue repudiada en las urnas. Ampliamente, porque lo que hubo el 27 de octubre no fue la primera vuelta de una elección presidencial. Ésta, en realidad, tuvo lugar el 11 de agosto, en las PASO (elecciones primarias, abiertas, simultáneas y obligatorias) y allí las distintas alianzas políticas midieron sus fuerzas.

Dado que en esa ocasión quedó demostrado que sólo Mauricio Macri poseía los votos como para desafiar el poderío electoral del Frente de Todos, el presidente atrajo las preferencias de electores de derecha que en las PASO habían optado por otras candidaturas (Juan José Gómez Centurión o José Luis Espert, y algunos de Roberto Lavagna) y probablemente con un segmento mayoritario de la mayor afluencia ciudadana que concurrió a los comicios este domingo.

De todos modos quedan algunas incógnitas de difícil resolución y que despiertan cada vez más fundadas suspicacias sobre el genuino veredicto de las urnas. Por ejemplo, el hecho de que la fórmula Fernández–Fernández sólo hubiera acrecentado su caudal electoral en unos 250,000 votos, disminuyendo su gravitación porcentual con relación a las PASO en casi un uno y medio por ciento es difícil de entender. Sí que su rival lo acrecentase, pero que lo hiciera en 2,350,000 votos y casi siete y medio por ciento provoca. por lo menos una cierta curiosidad.

Es obvio que el macrismo se benefició con la fuga de votos hacia su candidatura, pero su crecimiento luce como excesivo al igual que el muy poco que experimentó el Frente de Todos en un contexto de profundización de la crisis económica como la vivida por la Argentina en los últimos dos meses.

Otro misterio de la aritmética electoral lo ofrece el paradero de los 900,000 votos obtenidos en las PASO por las dos candidaturas presidenciales del trotskismo y que se redujeron a poco más de 550,000 el domingo pasado. ¿Qué ocurrió con esos 350,000 votos faltantes? ¿se evaporaron, votaron a Macri? Son demasiadas interrogantes que no podremos resolver aquí pero que alimentan la sospecha de que pudo haber habido un muy sofisticado fraude informático que seguramente será descubierto en cuanto se termine el escrutinio definitivo de los comicios.

De todos modos, más allá de estas disquisiciones, los casi ocho puntos porcentuales que separan a Fernández de Macri (que pueden acrecentarse cuando se conozcan los datos definitivos) son, para un balotaje, una diferencia muy significativa. Recuérdese que en la segunda vuelta de la elección presidencial de 2015, Macri se impuso a Daniel Scioli por dos puntos y medio, 2.68 % según el escrutinio definitivo.

Lo cierto es que la ardua tarea de reconstruir a la economía y sanar las profundas heridas que el macrismo dejó en el tejido social, sólo será posible abandonando las recetas del neoliberalismo. Éste ocasionó en la Argentina la crisis más grave de su historia, peor aún que el traumático desplome de la Convertibilidad en el 2001. Será como remontar una empinada cuesta, porque Macri deja al país en profunda recesión, acribillado por la inflación y un desempleo de dos dígitos, con casi cuarenta por ciento de gente en la pobreza y una deuda descomunal y a corto plazo, nada menos que con el FMI. Pero los estallidos sociales de Chile y Ecuador son un elocuente disuasivo para desalentar a quien quiera aconsejar al nuevo presidente que lo que hay que hacer es emular los logros del neoliberalismo tal cual se conocieran en Chile.

El uribismo y el Frente Amplio

No podría concluir esta mirada panorámica sobre la agonía del neoliberalismo en Latinoamérica, sin mencionar el serio revés sufrido el domingo pasado por esta corriente ideológica en las elecciones regionales de Colombia. En ese país, el autodenominado Centro Democrático (que no es ni lo uno ni lo otro, sino una derecha radical y visceralmente antidemocrática), partido al que pertenecen Álvaro Uribe y el actual presidente Iván Duque, sufrió una dura derrota en la disputa librada en las dos principales ciudades del país, Bogotá y Medellín. En ambas se impuso la oposición de centro izquierda y el uribismo sólo prevaleció en dos de las 32 gobernaciones de Colombia. Si bien es prematuro anticipar previsión alguna acerca de lo que podría acontecer en las elecciones presidenciales de 2022, lo cierto es que si algo no se esperaba en Colombia era un tropiezo tan contundente de la derecha ultraneoliberal en aquellas ciudades. Una señal muy positiva, sin dudas.

Tampoco podría poner fin a estas líneas sin compartir en este caso la preocupación que genera el proceso electoral en el Uruguay, en cuya primera vuelta el candidato del Frente Amplio y ex intendente de Montevideo, Daniel Martínez, obtuvo un 39,2 % de los votos contra el 28,6 % de Luis Lacalle Pou, del conservador Partido Nacional. Esto pronostica una reñida contienda en el balotaje que tendrá lugar el próximo 24 de noviembre, porque las restantes fuerzas políticas de la derecha han comprometido su apoyo a Lacalle Pou, incluyendo a la desgraciada novedad de la política uruguaya: el “bolsonarismo” encarnado en el partido Cabildo Abierto liderado por el ex Comandante del Ejército Nacional Guido Manini Ríos, ardiente opositor a cualquier pretensión de revisar los casos de violación de los derechos humanos perpetrados por la dictadura en Uruguay y duro crítico de toda la legislación progresista aprobada por el Frente Amplio a lo largo de quince años de gobierno.

No está todo perdido, pero quedan sólo cuatro semanas para persuadir al electorado del Uruguay que elegir un gobierno neoliberal en momentos en que esa corriente se desbarranca en medio de tremendas convulsiones sociales –en Chile, en Ecuador, en Haití y antes en México, con el triunfo de López Obrador– condenaría a ese país a internarse en un sendero que terminó en un rotundo fracaso en todos los países de la región. Sería ingenuo pensar que lo que produjo un holocausto social sin precedentes en México, luego de 36 años (1982–2018) de cogobierno FMI–PRI–PAN; o la gravísima crisis que azota a la Argentina y la debacle que devora a Chile y Ecuador pueda dar nacimiento a un resultado virtuoso en la nación rioplatense. Mucho tendrá que trabajar el Frente Amplio para hacer que sus compatriotas observen con cuidado a la escena regional y extraigan sus propias consecuencias.

Lo muerto, muerto está

Ponemos punto final a esta mirada panorámica sobre las vicisitudes de la agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina. Lo muerto, muerto está, pero lo que brotará de sus cenizas no es fácil de discernir.

Será dictado, como todos los procesos sociales, por los avatares de la lucha de clases, por la clarividencia de las fuerzas dirigentes del proceso de reconstrucción económica y social; por su audacia para hacer frente a toda clase de contingencias y preservar la preciosa unidad de las fuerzas políticas y sociales democráticas y de izquierda; por su valentía para desbaratar los planes y las iniciativas de los personeros del pasado, de los guardianes del viejo orden; por la eficacia con que se organice y concientice al heteróclito y tumultuoso campo popular para enfrentar a sus enemigos de clase, al imperio y sus aliados, al capitalismo como sistema, que cuenta con enormes recursos a su disposición para conservar sus privilegios y continuar con sus exacciones.

Será una tarea hercúlea, pero no imposible. Se avecinan “tiempos interesantes” y preñados de grandes potencialidades de cambio. La incertidumbre domina la escena, como invariablemente sucede en todos los puntos de inflexión de la historia. Pero donde hay una certeza absoluta es que ya más nadie en Latinoamérica podrá engañar a nuestros pueblos, o pretender ganar elecciones diciendo que “hay que imitar al modelo chileno”, o seguir los pasos del “mejor alumno” del Consenso de Washington. Esto fue lo que por décadas recomendaron –en vano, visto el inapelable veredicto de la historia– el antes locuaz y ahora silente Mario Vargas Llosa, junto a la pléyade de publicistas del neoliberalismo que imponían con prepotencia sus falacias y sofismas gracias a su privilegiada inserción en los oligopolios mediáticos y aparatos de propaganda de la derecha.

Pero esto ya es pasado. Y no cometeremos la imbecilidad de pretender hacer gala de una inverosímil “neutralidad” o de buenos modales a la hora de despedir a esta corriente ideológica en sus exequias deseándole que “descanse en paz”, como se hace con quienes dejaron una huella virtuosa en su paso por este mundo. Lo que diremos en cambio es: “¡vete al infierno, maldita, a purgar por los crímenes que tú y tus mentores han perpetrado!”.

Ecuador: un Octubre que fue Febrero

Risultati immagini per protestas en ecuador 2019por Atilio A. Boron

Concluida la supuesta negociación entre la cúpula dirigente de la CONAIE y Lenin Moreno este 14 de Octubre quedó sentenciada la derrota del alzamiento popular. 


La movilización había comenzado, según un tuit oficial de la CONAIE, para poner fin a “las políticas económicas de muerte y miseria que genera el FMI y las políticas extractivistas que afectan a nuestros territorios.” En la muy completa y detallada “Declaratoria de Agenda de Lucha de Organizaciones de Pueblos, Nacionalidades y Comunidades Indígenas y Amazónicas en Apoyo a la Movilización Nacional y el Ejercicio de Nuestra Autodeterminación”, aprobada en Puyo (Pastaza), el 7 de Octubre de 2019 destacaban como algunos de sus contenidos más sobresalientes el rechazo a “las medidas económicas, denominadas el ‘paquetazo’, y se agregaba que “demandamos la reversión íntegra de la carta de intención suscrita con el Fondo Monetario Internacional cuyo contenido no se ha hecho de carácter público violando la obligación de transparentar los actos del ejecutivo; así como la terminación de los intentos de privatización de las empresas públicas encubiertas bajo la figura de ‘concesión’.” La Agenda y otras declaraciones de la CONAIE también denunciaban “los enormes beneficios que la burguesía sigue recibiendo a través de múltiples políticas de reactivación económica” y diciendo que había llegado el “momento de una acción para conquistar reivindicaciones populares e impedir que la aplanadora de reformas pase sobre la economía de los hogares pobres”. Esto se traducía, según los líderes del movimiento, en escandalosas medidas a favor de los bancos y grandes empresas que fueron exoneradas del pago de 4.295 millones de dólares en impuestos así como la “colonización” por parte de sus representantes de los principales cargos de la administración pública así como la desregulación y precarización laboral exigida en el “paquetazo” del FMI. 

Recuérdese que las medidas anunciadas por Moreno el 1º de Octubre establecía que los trabajadores de las empresas públicas “deberían aportar cada mes un día de su salario” y que con el objeto de “reducir la masa salarial los contratos ocasionales se renovarían con un 20% menos de remuneración, al paso que el tiempo de sus vacaciones se baja de 30 a 15 días.” A esto había que añadirle el enorme aumento del precio de los combustibles ocasionado por la eliminación de unos subsidios establecidos hacía ya cuarenta años, lo que encarecería casi todas las mercancías de consumo popular y generaría un fuerte recorte en los ingresos de la población.

Sorprende que esta frondosa agenda quedara por completo al margen de la discusión entre la dirigencia de los pueblos originarios y el presidente ecuatoriano. No se entiende, por consiguiente, el triunfalismo que trasuntan algunos protagonistas y observadores del conflicto al hablar de la “negociación” que puso fin a la revuelta. Salvo la cuestión del precio de la gasolina -sin duda importante- todo lo demás sigue intacto, como si la enorme movilización popular en contra de las imposiciones del FMI no hubiera ocurrido. Los temas que hacían al “paquetazo” asombrosamente quedaron fuera de la discusión, lo mismo que el reclamo, anteriormente expresado por la dirigencia indígena, de revertir la carta de intención firmada con el FMI “de manera inconsulta.” No sólo esto: también quedaron sepultados en el olvido, al menos por ahora, el hecho de que Moreno hubiera llegado al gobierno con el programa de la Revolución Ciudadana del ex presidente Rafael Correa que contemplaba continuar aplicando las medidas de corte pos-neoliberal que habían sido encarnizadamente combatidas por las elites económicas del Ecuador y con una agenda que reposicionaba a ese país en línea con los gobiernos progresistas de la región, pugnando por emanciparse de la pesada tutela que Washington tradicionalmente había ejercido sobre las naciones ubicadas en lo que con tanto respeto por nuestros pueblos denominan el “patio trasero” de Estados Unidos. Mediante una espectacular voltereta política Moreno malversó ese mandato con una velocidad y radicalidad pocas veces vistas al tiempo que convirtió a Rafael Correa -quien hasta el día de la toma de posesión no se cansaba de decir que había sido una de las más señeras figuras del Ecuador, sólo superado por Eloy Alfaro-  en un nefasto personaje causante de las mayores desgracias jamás padecidas por el Ecuador y a quien persiguió -y persigue- con enfermiza saña y sin tregua. Moreno no sólo revirtió el camino transitado por Correa sino que lo hizo sometiéndose vilmente a los mandatos de Washington: abandonó el ALBA; entregó una base militar en Galápagos (uno de los últimos refugios incontaminados de la humanidad); desalojó a las autoridades y funcionarios de la UNASUR del edificio construido en las afueras de Quito, precisamente sobre la línea ecuatorial; y se puso de rodillas ante Donald Trump para satisfacer con inigualada ignominia (en un continente pródigo en lamebotas del imperio) los menores caprichos del emperador. Por empezar, tratar de destruir la Unasur y promover el nefasto Grupo de Lima para atacar a la Revolución Bolivariana. En suma, Ecuador pasó de la autodeterminación nacional conquistada por el gobierno de Correa a ser un  “proxy”, mejor dicho: un estado-peón que se limita a obedecer las órdenes emanadas de Washington y de las corruptas oligarquías dominantes en el Ecuador. Nada, absolutamente nada de esto, apareció en las “negociaciones” que la dirigencia de la CONAIE mantuvo con Moreno y que puso fin al conflicto. Tampoco hubo en esa peculiar “negociación” una condena de la brutalidad de la represión policial y militar, los muertos (mínimo diez), casi 100 desaparecidos, centenares de heridos y encarcelados, estos últimos por millares, y nada se dijo sobe el pedido de dimisión de los ultra-reaccionarios ministros del Interior y Defensa y sobre los atropellos a los derechos humanos. ¿Toda la conmoción que sacudió al Ecuador fue tan sólo por el precio de la gasolina? ¿Y qué hay del “paquetazo” del FMI? Por lo visto los montes parieron un ratón.

Permítasenos ofrecer algunas conjeturas para tratar de desentrañar lo ocurrido y sus razones. Primero, lo que caracterizó esta revuelta fue su tremenda debilidad ideológica y política que mal podía ocultare bajo lo multitudinario de su convocatoria. Pero carecía de una dirección política motivada por un genuino deseo de cambio y de oposición al régimen gobernante. En realidad, vistas las cosas con la ventaja que otorga el paso del tiempo, podría decirse con un cierto dejo de exageración que fue una disputa al interior del proyecto morenista y nada más, y que el espontaneísmo de la protesta gatillada por el decreto del 1º de Octubre fue visto con beneplácito por sus conductores, para nada interesados en una elevación del nivel de conciencia de las masas insurgentes. El resto era una hojarasca retórica que tenía por finalidad más confundir a las masas que clarificar su conciencia y el sentido de su lucha. Segundo, la traición de Moreno encuentra su espejo en la de algunos de los más connotados dirigentes de la CONAIE, en especial Jaime Vargas, que arrojó por la borda sus propios muertos y desaparecidos para obtener a cambio la promesa -entiéndase bien, “la promesa”- de un nuevo decreto que sólo un iluso, o un perverso cómplice, puede creer que significará desandar el camino del total sometimiento al FMI. Cabe esperar una profunda discusión en el seno de la CONAIE porque hay indicios de que un sector de la dirección, y no pocos en sus bases, no están de acuerdo con lo pactado con el régimen de Moreno. No sólo con lo acordado por Vargas sino también con el papel jugado por Salvador Quishpe, ex Prefecto de Morona y encarnizado enemigo de Correa y cuya animosidad hacia éste lo llevó a forjar un obsceno contubernio con Moreno. No es para nada arriesgado pronosticar que este conflicto latente no tardará en estallar. Tercero, el presidente se movió con astucia, bien aconsejado por Enrique Ayala Mora, presidente del Partido Socialista del Ecuador y algunos otros mercenarios de la política ecuatoriana (unidos por su enfermizo rencor que tienen con el ex presidente Correa) como Pablo Celi, Juan Sebastián Roldán y Gustavo Larrea, asiduos visitantes y correveidiles de “la embajada” (por no calificarlos de “agentes”) quienes le indicaron  de qué modo tenía que negociar con los indígenas: promesas, gestos simpáticos, fotos, un montaje televisivo, exaltación de la falsa unidad tipo “somos todos ecuatorianos”, una fraternidad de opereta a cargo del camaleón mayor de la política latinoamericana, Lenín Moreno, para hacer que los rebeldes se vuelvan a sus comunidades dejando el campo despejado para que luego el gobierno prosiga sin tropiezos con su proyecto. Cuarto, el éxito de la estrategia del gobierno se monta también en un hecho tan cierto como lamentable: la profunda penetración de las ideas de la “antipolítica” en la sociedad civil del Ecuador, que concibe a los partidos como incurables nidos de corrupción, amén del virulento y sostenido ataque contra el correísmo y todo lo que se le parezca, la complicidad del poder judicial en convalidar la sistemática violación del estado de derecho durante la gestión de Moreno y el papel manipulador de la oligarquía mediática que no cesó de (mal)informar y desinformar a lo largo del conflicto. Quinto, que si bien la insurgencia indígena contó con el apoyo de amplios sectores de la población, éstos no fueron sino un coro que acompañó pasivamente las iniciativas de la dirigencia de la CONAIE. No de otro modo puede interpretarse el hecho anómalo de que sólo la dirigencia de esa organización (muy influida, es sabido, por algunas ONGs que actúan en el Ecuador y  que son los invisibles tentáculos del imperio e inclusive algunas agencias federales del gobierno de Estados Unidos) hubiera estado sentada en la mesa de las negociaciones. ¿Y los otros sectores del campo popular, qué? Nada. De golpe y porrazo se esfumaron todos sus otros componentes y todo aquello sólido “se disolvió en el aire”, sin dejar huellas en el conflicto. El debilitamiento de los partidos y sindicatos facilitó enormemente las cosas para el gobierno y para la dirigencia conservadora de la CONAIE. No deja de ser un dato vergonzoso y extravagante que el principal blanco de ataque de ésta hubiera sido Rafael Correa y no el verdugo que estaba asesinando a sus seguidores en las calles de Quito. Esto revela la hondura de un conflicto entre el ex presidente y aquella organización que en esta coyuntura sirvió para impedir que el correísmo, así como otras fuerzas políticas y sociales, pudieran converger en la conducción de la revuelta. Es más, el gobierno encarceló a varios de los más importantes líderes del correísmo, comenzando por nada menos que la Prefecta de Pichincha, Paola Pabón, sin que hubiese la menor protesta de la dirigencia de la CONAIE  ante semejante atropello.

Para concluir: lejos de haber triunfado lo que realmente ocurrió fue la consumación de una derrota de la insurgencia popular, cuyo enorme sacrificio fue ofrendado sin nada concreto a cambio y para colmo en una falsa mesa de negociaciones. Una dirigencia indígena que o bien es ingenua o si no corrupta porque, parafraseando lo que decía el Che a  propósito del imperialismo, “¡a Moreno no se le puede creer ni un tantito así, nada»! Y esta dirigencia le creyó al “capo” de un régimen francamente dictatorial y corrupto hasta las vísceras. ¡Le creyó a un personaje como Moreno, traidor serial que si faltó a sus promesas cien veces lo hará ciento y una, sin escrúpulo alguno y muriéndose de risa de los negociadores indígenas! Claro que el presidente también salió debilitado del conflicto: tuvo que huir de Quito y montar una negociación, fraudulenta pero vistosa y eficaz ante las cámaras de televisión. El FMI le reprochará su actitud y volverá a la carga, obligándole a cumplir con lo que pactó, pese a las promesas que le hiciera a la CONAIE. No pasará mucho tiempo antes que las masas populares del Ecuador, no sólo los pueblos originarios sino también las capas pobres de la ciudad y el campo, los sectores medios empobrecidos y desempoderados, en fin, la mayoría de la población del Ecuador caiga en la cuenta de la gran estafa perpetrada por Moreno y sus torvos asesores con la imperdonable complicidad de la dirigencia de la CONAIE y decidan tomar las calles nuevamente. Es una venerable tradición del pueblo ecuatoriano que derrocó a varios presidentes reaccionarios y si esta vez, cuando hizo un esfuerzo increíble, las cosas salieron mal es probable que en su segura resurgencia los resultados sean muy distintos. Trazando un paralelo con la historia de la revolución rusa lo que vimos en Ecuador parecía ser un Octubre y resultó ser un Febrero. Por eso el “Kerenski” ecuatoriano todavía se mantiene en el poder, como se mantuvo el ruso hasta que le llegó su Octubre. Más pronto que tarde también al ecuatoriano le llegará su Octubre y, si las masas populares algo aprendieron de esta lección en el futuro no se equivocarán y cuando se rebelen de su dirigencia entreguista y pondrán fin a un régimen cipayo, inmoral y retrógrado como pocos ha habido en la historia de Nuestra América.

Argentina: Una elección difícil entre la soberanía y un retorno al pasado colonial

por Dmitry Pavlenko, especialmente para News Front

Las estructuras globalistas controladas por Estados Unidos y Washington están tratando de evitar la victoria de los patriotas de izquierda en las elecciones en Argentina

Dos semanas después, el 27 de octubre de 2019, se realizarán elecciones presidenciales en Argentina. Diez personas aspiran al puesto de jefe de Estado, pero la lucha principal se desarrollará entre el actual presidente del país, el líder de la coalición liberal «Juntos por el cambio» Mauricio Macri y el candidato del bloque de centro-izquierda «Frente para Todos» (Frente de Todos) Alberto Fernández.

Durante las elecciones primarias celebradas el 11 de agosto de 2019, el candidato de la oposición Fernández obtuvo una victoria aplastante con más del 47% de los votos. El actual presidente, Macri, obtuvo un poco más del 32%. Para ganar la primera ronda de la etapa principal de las elecciones, el candidato a la presidencia necesita obtener más del 45% de los votos o más del 40%, siempre que la brecha con el segundo lugar supere el 10%.

La victoria en las elecciones presidenciales en Argentina de la oposición Fernández causó un verdadero pánico en las estructuras globalistas controladas por Estados Unidos y Washington. Los prestamistas mundiales, a quienes Macri le asignó el país, comenzaron a presionar activamente a Argentina para evitar la venganza izquierdista. El día después de que se publicaron los resultados de las primarias, el tipo de cambio del peso nacional cayó un 30%, comenzó la salida de capital del país. Todo tipo de expertos financieros, que representan al equipo de servicio del FMI, comenzaron a hablar sobre el hecho de que Argentina está esperando otro incumplimiento en toda regla.

Entonces, ¿qué preocupaba a los globalistas?

El opositor Alberto Fernández es un ex primer ministro de Argentina y miembro del Partido Peronista, cuyo líder es la ex presidenta Christina Kirchner. En las elecciones de 2015, Kirschner, quien ocupó la presidencia por dos períodos seguidos, no tenía derecho a postularse, y su nominado Daniel Sioli perdió un ligero margen en la segunda vuelta ante el protegido, neoliberal y líder de bloque de los EE. UU.

«Cambiemos» Mauricio Macri, quien había servido anteriormente como alcalde de Buenos Aires durante ocho años.

Lo que trajo el macrismo a la Argentina
La política interna y externa de Macri era fundamentalmente diferente de las políticas de sus predecesores, los cónyuges Nestor y Christina Kirchner. El rechazo de las medidas proteccionistas en la economía, la abolición de los aranceles a la exportación, la reducción de muchos programas sociales para la población, la alta inflación, un aumento de las tarifas eléctricas de 4 a 6 veces, la devaluación de la moneda nacional, un aumento de la tasa clave al 70%, todo esto arrojó a la tercera economía en América Latina En un estado de profunda recesión, causó un empobrecimiento catastrófico de la población y un aumento de la tensión política y social.

La situación se agravó al esclavizar la dependencia del FMI, que en 2018 aprobó la concesión de un préstamo de $ 57 mil millones a Argentina. Uno de los países más ricos del mundo, como resultado de las reformas neoliberales, se encontró en la posición de un mendigo con la mano extendida. Sin embargo, los fondos que podrían utilizarse para revivir la economía nacional, los argentinos no vieron. Los tramos recibidos se destinaron a las cuentas de inversionistas y acreedores extranjeros, lo que condujo al país aún más al abismo económico y al agujero de la deuda.

En política exterior, Macri abandonó el curso soberano de Kirchner, quien se caracterizó, entre otras cosas, por las relaciones amistosas con Rusia, a favor de la dependencia neocolonial absoluta de los Estados Unidos. Los estadounidenses recibieron no solo preferencias económicas en forma de libre acceso al mercado argentino y el derecho a comprar los activos más valiosos, sino también una oferta generosa en forma de despliegue de tres bases militares en el territorio del país, en la provincia de Neuquen, donde se encuentran los depósitos de gas de esquisto, en la provincia de Misiones, en la frontera con Brasil y Paraguay, así como en Tierra del Fuego, desde donde se brinda una oportunidad verdaderamente única para ejercer el control sobre el Estrecho de Magallanes y la Antártida. Esto sin mencionar el hecho de que Buenos Aires se convirtió en un participante activo en el «grupo de Lima» latinoamericano organizado por Washington,

Fernández, en caso de su victoria en las elecciones, ya ha anunciado su disposición a retirar a Argentina del «grupo de Lima» pro estadounidense y junto con

México y Uruguay abogan por una resolución pacífica del conflicto en Venezuela a través del diálogo entre el legítimo presidente Maduro y la oposición. Los países amigos de Venezuela, incluidos Rusia, China y Cuba, respaldan esta opinión.

“Argentina debería estar entre los países que quieren ayudar a los venezolanos a encontrar una salida. Estar en el «grupo Lima» contradice esto «, dijo Fernández en una reunión con el candidato presidencial de Uruguay del Frente Amplio de centro izquierda, Daniel Martínez.

También promete abolir las reformas impopulares del mercado y estimular la economía aumentando el gasto social en salarios y pensiones. Al mismo tiempo, Fernández tiene la intención de mantener un presupuesto equilibrado y evitar un incumplimiento previsto.

Quiere decir que tales iniciativas no causan entusiasmo en Washington, donde todavía se sigue la doctrina Monroe, consideran a América Latina como su «patio trasero» y perciben cualquier frente por parte de los políticos latinoamericanos como una amenaza para su seguridad nacional.

Regresa Kirschner: cómo se hizo realidad la pesadilla de Washington

Sin embargo, el propio Fernández parece ser una figura bastante flexible, bajo la cual, bajo ciertas condiciones, puede presionarlo, hacer que obedezca las reglas del juego establecidas por el jugador global y, por lo tanto, desacreditar a todos los herederos ideológicos de Juan Domingo Perón. El pánico de los globalistas es que, junto con Fernández, está la insumergible Christina Kirchner, en la que Argentina realizó con éxito un curso socialmente orientado y, lo más importante, soberano, dirigido a proteger los intereses estatales, apoyando al productor nacional y la protección social para los pobres. En política exterior, el país mantuvo estrechas relaciones con los gobiernos de izquierda de Venezuela, Bolivia, Ecuador y Brasil, y mantuvo relaciones amistosas con Rusia y China.

Ejemplos típicos de cooperación ruso-argentina fueron la cooperación en el campo de la energía nuclear y la firma de un memorando entre Gazprom y la Corporación Nacional de Petróleo y Gas del Estado argentino sobre la participación de la compañía rusa en el desarrollo de los campos de petróleo y gas argentinos. También en 2014

Putin y Kirchner lanzaron la transmisión las 24 horas de la versión en español de Russia Today. Dos años después, el nuevo gobierno de Macri, para complacer a sus patrocinadores estadounidenses, detuvo la transmisión gratuita de RT, que en Washington se considera «el portavoz principal de la propaganda rusa».

No se pueden decir algunas palabras sobre la posición de Christina Kirchner sobre la reunificación de Crimea con Rusia. Argentina se abstuvo en la votación de la ONU sobre el no reconocimiento del referéndum de Crimea. Al mismo tiempo, Kirchner condenó a Occidente por doble rasero, trazando paralelos con la situación en torno a las Islas Malvinas (Malvinas), que son reconocidas como el territorio de ultramar de Gran Bretaña.

Si Fernández gana, Christina Kirchner asumirá el cargo de vicepresidenta, lo que garantiza al menos un retorno parcial al kirchnerismo en la economía y el rechazo del papel del títere estadounidense en la política exterior.

No es casualidad que durante la presidencia de Kirchner y los últimos cuatro años, cuando los peronistas fueron a la oposición, los medios controlados por los neoliberales denunciaron activamente a Kirchner, acusándola de corrupción y todos los pecados posibles. WikiLeaks publicó documentos curiosos: cuando Macri era el alcalde de la capital, tenía estrechos vínculos con el establecimiento estadounidense y exigía una presión externa más activa sobre el gobierno de Kirchner por parte de sus patrocinadores. En particular, en enero de 2010, en una conversación con el ex embajador de Estados Unidos en Buenos Aires, Macri se quejó de lo «demasiado blando», en su opinión, de la actitud de Washington hacia el gobierno argentino y pidió ayuda para demonizar a Kirchner.

Para desacreditar a la ex presidenta, privándola de inmunidad senatorial, seguida de encarcelamiento o al menos una prohibición de actividades políticas contra Christina Kirchner, se inició un proceso penal (siguiendo el ejemplo de la ex presidente de Brasil Lula da Silva, que también es objetable para los estadounidenses). El mismo Macri en uno de sus discursos acusó a su predecesor de haberle dejado un «legado pesado». Es cierto que Kirschner no buscó palabras en su bolsillo e invitó al neoliberal a devolverle esta herencia.

Estados Unidos listo para sumir a Argentina en el caos para evitar otra derrota geopolítica
Y ahora Washington y sus instituciones financieras globales bajo su control están organizando una intervención directa en las elecciones argentinas para evitar la victoria del tándem Fernández-Kirchner, lo que significará la próxima derrota geopolítica de Estados Unidos en América Latina después del golpe fallido en Venezuela y el comienzo del fin del llamado «giro a la derecha», proporcionando la hegemonía de los Estados Unidos en la región.

Por lo tanto, no es casualidad que Trump ya haya expresado su apoyo demostrativo a Macri en su confrontación política con los peronistas. Cabe esperar que los llamados «fondos buitre» estadounidenses, que compran deudas argentinas y luego a través de los tribunales estadounidenses que exigen su reembolso inmediato sin demora y reestructuración, se unan activamente a la presión externa. En 2014, una situación similar ya era la causa del incumplimiento técnico. Ahora, cuando Argentina se encuentra en un estado de dependencia crítica del FMI, esto podría resultar en consecuencias financieras, económicas y políticas mucho más graves para el país y su soberanía.

“Podemos esperar que si Alberto Fernández y Christina ganan, el FMI arreglará una obstrucción completa para Argentina. El país se encontrará en un bloqueo financiero «, dijo Valentin Katasonov, Doctor en Economía.

Los intentos de Estados Unidos de implementar el escenario venezolano sin el reconocimiento de los resultados electorales y los intentos de mantener con fuerza las palancas del gobierno en manos de los títeres pro-estadounidenses no deben descartarse.

Deseamos que los argentinos no sucumban a la presión externa, resistan todas las pruebas con honor y defiendan su derecho a implementar un curso soberano.

 

Elecciones en Argentina: Macri, el FMI, su megalomanía y sed de poder

Christine Lagarde, Managing Director of the International Monetary Fund (IMF) and Argentina's President Mauricio Macri talk during a ceremony at the Atlantic Council in New York

por Oficina de la Información Soviética

Mauricio Macri, tras la aplastante derrota sufrida en las elecciones Primarias el pasado 11 de agosto, a manos de la dupla conformada por el candidato presidencial Alberto Fernández y la vicepresidencia, Cristina Fernández (que obtuvieron un 47,1% de los sufragios contra un 32,48%) Como también, asignar la culpa de todos los males que afectan a Argentina, no sólo al gobierno anterior presidido por la propia Cristina Fernández, sino que también organizar una campaña del miedo ante la posibilidad, que en las elecciones del 27 octubre próximo triunfe ampliamente el binomio de Alberto Fernández y Cristina Fernández.

Tal eventualidad aterroriza a la organización política que acoge a Macri y sus aliados, no sólo porque hecha por el suelo el sueño derechista de afianzarse en la conducción del país sino también porque pone en peligro, el seguir favoreciendo los intereses empresariales ligados a sus familiares y sobre todo, tener que responder políticamente, frente al millonario préstamo solicitado al Fondo Monetario internacional (FMI) por 57 mil millones de dólares . El gobierno argentino ya recibió 44.000 millones de dólares del programa a tres años acordado en 2018, que seguramente será revisado en plazos y condiciones por el próximo gobierno, si los pronósticos se concretan respecto al posible triunfo de Macri en las elecciones presidenciales

Macri, a pesar de cifras que permiten catalogar a su gobierno como uno de los peores en Argentina en los últimos 30 años, con un manejo económico deficiente, catastrófico. Una Argentina con un futuro difícil, que deberá asignar responsabilidades frente a un manejo político y económico escaso de luces, en un país cuya sociedad no merece seguir sometido a gobiernos mediocres.

 

(VIDEO) Gisel Rosso: el arte al servicio del pueblo

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Gisel Rosso, muralista argentina a carta cabal. Un ejemplo de mujer latinoamericana con visión universal, que dedica su vida al desarrollo del arte para el pueblo que considera una herramienta al servicio de la lucha contra el capitalismo depredador. En esto video, realizado durante su viaje en el estado español, la artista de origen italiano, habla de sus experiencias, su proyecto de vida que corresponde a su proyecto de arte hecha con amor, y su visión sobre la sociedad que contribuye con su ejemplo a construir.  

giselrosso.com

La propaganda no es periodismo

Risultati immagini per chavismo en marchapor Atilio Boron – atilioboron.com.ar

Mientras esperaba una conexión aérea que me transportara de Santa Cruz de la Sierra a La Paz la pantalla gigante del bar donde estaba disponiéndome a almorzar estaba clavada en la CNN. Por supuesto ignoré lo que allí se transmitía porque era un chismerío sobre el posible juicio político a Donald Trump (que ni los demócratas se lo creen), el papel del presidente de Ucrania inmiscuyéndose supuestamente en la campaña presidencial de Estados Unidos y otras menudencias destinadas a distraer a la audiencia y evitar que se enriquezca con la recepción de insumos cognitivos rigurosos, adecuadamente contextualizados, que le ayuden a comprender que es lo que realmente pasa en el mundo.

Seguí ensimismado en la revisión de a ponencia que leería en La Paz a últimas horas de la tarde pero al rato me llamó la atención el tono sumamente enfático de alguien que ahora ocupaba la pantalla y que se preguntaba cómo podía ser que Alberto Fernández dijera que no había una dictadura en Venezuela, aunque sí una deriva autoritaria. Traté de seguir con mi trabajo pero me resultó imposible porque no sólo Andrés Oppenheimer seguía rasgándose las vestiduras sobre los dichos de Fernández sino que comenzó a tirar cifras de las miles de ejecuciones extrajudiciales que habría perpetrado el gobierno bolivariano pese a que la evidencia que sustenta tan grave acusación no resistiría un día de examen en sede judicial. Claro, esto siempre y cuando jueces y fiscales no hubieran sido alumnos de los cursos de “buenas prácticas” organizados por el gobierno de Estados Unidos en donde se instruye a los magistrados a administrar la justicia como Dios manda. El actual ministro de Justicia de Brasil, Sergio Moro, es uno de los más brillantes egresados de esos cursos y su condena del ex presidente Lula una verdadera hazaña de la orfebrería jurídica imperial.

Oppenheimer intensificó sus críticas pasando de Maduro a Cristina Fernández a la que acusó de haber producido un desastre económico  durante su mandato pero sin fundamentar, otra vez, tan descalificadora valoración. Sus palabras eran un eco de otro disparate pronunciado por Mario Vargas Llosa, gran novelista pero un mero diletante a la hora de analizar la vida política, que en una nota publicada a comienzos de septiembre en La Nación calificó al gobierno de Mauricio Macri –que arrasó con la economía, la sociedad, la cultura y el estado de derecho en la Argentina- como uno de “los más honestos y competentes” de nuestra historia. Dado que ya me referí a este exabrupto en un posteo reciente vuelvo a lo de Oppenheimer para pedirle que por favor antes de seguir hablando de la “dictadura” de Maduro se sirva contemplar las dos fotografías que acompañan esta nota y que fueron publicadas en el Facebook de Nilson Peña Mora, Alcalde del municipio Rivas Dávila, en el Estado Mérida, de la República Bolivariana de Venezuela. Este sujeto aparece luciendo orgullosamente una camiseta con un grosero insulto al presidente Maduro y en la otra con alguna de sus admiradoras, ataviada de la misma manera. No sólo eso sino que en más de una ocasión declaró públicamente que “su presidente” era Juan Guaidó y no quien había usurpado ese cargo, que no era otro que Nicolás Maduro. Por supuesto, el Alcalde sigue en funciones y haciendo lo que le viene en gana, al igual que el “presidente encargado” (por Donald Trump) de reemplazar a este último. Yo le pregunto a un observador tan atento de la vida política como Oppenheimer qué cree que hubiera ocurrido si alguna persona cualquiera hubiera salido a la calle para pasearse con una camiseta con la misma inscripción pero que en lugar de Maduro dijera Pinochet, Videla, Franco. Bajo esas dictaduras el pobre sujeto habría sido apresado al instante, sometido a feroces torturas y hecho desaparecer sin dejar el menor rastro. Así operan las dictaduras. Nada de esto ha ocurrido con Peña Mora, que al igual que Guaidó, siguen haciendo de las suyas sin ser molestados por las autoridades del estado bolivariano precisamente porque no es una dictadura sino una democracia sometida a una brutal guerra económica (que algunos analistas norteamericanos estiman que ha producido por lo menos 40.000 muertos por el bloqueo en el suministro de medicamentos y comida), tema sobre el cual Oppenheimer y sus cofrades guardan escandaloso silencio.  Don Andrés, por favor: todo periodista tiene que hacer honor a un “juramento hipocrático” que establece que su obligación moral, inescapable, es “decir la verdad y denunciar las mentiras.” Obligación que, claro está, no existe para los cultores de la propaganda política, que pueden mentir a sabiendas, ignorar datos escandalosos como los que ilustran estas fotografías, y seguir con las  prédicas desestabilizadoras que le dictan sus amos desde Washington como parte de la guerra de quinta generación encaminada a producir un “cambio de régimen” en Venezuela, como para enorme felicidad de sus pueblos hicieron en Libia e Irak, e intentan hacer ahora en Siria y Venezuela.

La OEA desempolva un tratado para asediar a Venezuela

Risultati immagini per chavismo en marchapor Marco Teruggi
pagina12.com.ar

Estados Unidos y once países de América Latina se pronunciaron a favor de una posible intervención militar contra el gobierno venezolano. Lo hicieron a través de la activación en una asamblea de la Organización de Estados Americanos (OEA) del Tratado Interamericano de Asistencia Recíproca (TIAR), un acuerdo de 1947 que suscribe el compromiso de defensa mutua entre naciones americanas, es decir, la posibilidad de conformar una coalición armada.

“Se reconoce con esta decisión el hecho de que la profundidad de la crisis venezolana obliga a apelar a todos los mecanismos”, afirmó el jefe de gabinete de Luis Almagro, secretario general de la OEA, defensor desde el año pasado de la posibilidad de una intervención militar en Venezuela.

México, uno de los países que se opuso, publicó un comunicado donde afirmó que “rechaza categóricamente la invocación del TIAR para intervenir en los asuntos internos de los Estados por considerar inaceptable utilizar un mecanismo que contempla el uso de la fuerza militar”. También señaló que con este paso “nos acercamos peligrosamente a un punto sin retorno”.

El gobierno venezolano condenó a quienes, dentro de la Organización de Estados Americanos (OEA) dieron el paso para activar el TIAR, entre los cuales se encuentran los gobiernos de Argentina, Colombia y Brasil. En el comunicado de la cancillería, se señala que: “Es necesario recordar que el TIAR fue impuesto a nuestra región por Estados Unidos en el marco de la Guerra Fría, y su propósito fue legitimar intervenciones militares en América Latina por razones ideológicas. Así sucedió en Guatemala en 1954, en Cuba en 1961, en República Dominicana en 1965, en Granada en 1983 y en Panamá en 1989”.

“La amenaza del uso del TIAR, del uso de la fuerza implícito en la convocación del TIAR, es completamente absurda, contradice todos los principios de convivencia y solución pacífica de controversia y autodeterminación de los pueblos”, expresó por su parte Celso Amorín, ex canciller de Brasil.

Parte del acuerdo alcanzado entre los doce países está el de reunirse durante la Asamblea General de Naciones Unidas, que tendrá lugar a finales de septiembre, para decidir qué medidas tomarán. También acordaron que informarán de la decisión tomada al Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas.

La activación de este mecanismo había sido pedida durante varios meses por los sectores de la oposición venezolana que sostienen que la única manera de alcanzar el poder político es a través de una intervención militar extranjera, un ejército mercenario infiltrado desde fuera, o un golpe interno de un sector de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB). Entre ellos se encuentran, por ejemplo, María Corina Machado, Antonio Ledezma, y el abanico de la derecha reunida en Miami.

Juan Guaidó, por su parte, había intentando mantener una posición de equilibrio entre partes, planteando que todas las opciones eran posible, desde el diálogo hasta el TIAR, siempre y cuando alcanzara sus objetivos, condensados en la fórmula: cese de la usurpación, gobierno de transición, elecciones libres.

El problema de Guaidó fue que nunca decidió sobre los pasos a dar: la dirección siempre vino de Estados Unidos, y, en menor medida, de su partido Voluntad Popular, del cual no era dirigente al autoproclamarse presidente.

Y las direcciones dadas desde Estados Unidos han sido marcadas por un signo de pregunta a partir de la destitución de John Bolton como asesor de seguridad. Su salida se dio en un marco de desacuerdos con Donald Trump sobre varios conflictos, como Corea del Norte, Irán, Afganistán, y en particular Venezuela, donde el presidente afirmó que Bolton se había “pasado de la raya”.

El despido de Bolton se dio en el momento de mayor tensión entre Venezuela y Colombia, en un escenario donde Nicolás Maduro afirmó que desde el gobierno de Iván Duque se busca activar “un falso positivo para crear un conflicto armado” entre ambos países. Bolton, y así como lo expresó en diferentes conflictos geopolíticos abiertos, se mostró favorable a una salida por la fuerza en el caso Venezuela, y se encargó de atacar públicamente los diálogos en Barbados mediados por Noruega.

La escalada de tensión entre ambos países fue denunciada por Maduro como una vía principal trabajada por Estados Unidos y las derechas de Colombia y Venezuela para alcanzar el escenario de choque militar. ¿Fue esa la raya que pasó Bolton? Trump no lo especificó, así como no respondió a la posibilidad de reunirse con el presidente venezolano.

La política contra Venezuela seguirá a cargo hombres como Elliot Abrams, Mike Pompeo, junto con el nuevo asesor de seguridad, por el momento interino, Charles Kupperman, asesor del expresidente Ronald Regan entre 1981 y 1989 y segundo al mando dentro de la gestión de Bolton.

Mientras tanto, la jefa de política exterior de la Unión Europea, Federica Mogherini, se pronunció en el marco de su gira por Cuba, México y Colombia, a favor de la reanudación del diálogo entre el gobierno y la oposición. Sus declaraciones fueron dadas mientras era activado el TIAR, en una fotografía de las dos líneas de fuerza: aquella que insiste en un derrocamiento por la acción militar, y aquella que apuesta por un diálogo con acuerdo.

La Asamblea General de la ONU será el próximo terreno donde la diplomacia de asedio contra Venezuela jugará sus cartas. Tanto en el ámbito del TIAR, como las posiciones de Duque y Maduro que se acusarán mutuamente: el primero por afirmar que Venezuela ampara a las guerrillas colombianas, el segundo por señalar que Colombia busca fabricar una guerra de la cual ya existen acciones subterráneas y para lo cual ha movilizado a la FANB en ejercicios de frontera.

La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

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