Cuba e Cina: una lezione di umanità

di Anika Persiani

Domani sbarcheranno a Malpensa 52 infermieri e medici cubani, accompagnati da coordinatori e traduttori.

Mentre tutti i nostri paesi “amici” ci hanno chiuso la porta in faccia, ci hanno derisi, ci hanno trattati come “sporchi e maledetti”, ci hanno lasciati affogare in questa orribile pandemia che con una presa di coscienza ed un aiuto europeo dal primo giorno si sarebbe potuta fermare, domani arriveranno “i cubani”.

 

Donne e uomini che, per umanità, stanno lasciando le loro famiglie, i loro cari, i loro amici, nell’incertezza di non rivederli mai più.

Resteranno in Italia, in Lombardia, con il rischio di ammalarsi a 8 mila chilometri da casa loro, di morire ed anche di non farcela a salvare tutti.
Persone che staranno a contatto con i nostri malati, che piangeranno con noi i nostri morti, che daranno un contributo per salvaguardare la nostra comunità, che ci aiuteranno a gestire questa catastrofe; esseri umani che si impegneranno, senza conoscere il nostro paese, la nostra lingua, le nostre abitudini. E non per un lauto stipendio, ma per far fede al loro giuramento di Ippocrate e dare una mano ai nostri medici ed infermieri che hanno in faccia i segni della fatica, della distruzione morale, che hanno la disperazione anche nelle ossa giacché devono pure combattere con la strafottenza dei loro concittadini che stanno cercando di salvare.


I cubani sono abituati a farlo, per poco più di 50 dollari al mese; così come i nostri operatori sanitari, i nostri volontari, lo fanno per altrettante “briciole occidentali”.
Verranno qua perché i cubani sono stati in prima linea nelle più grandi catastrofi della storia.

Perché i cubani hanno curato i malati di Ebola, evitando che quel virus arrivasse anche qua, in Europa, dove sapevamo solo spaventarci e guardare l’Africa con profondo senso di schifo. E dove loro rischiavano la loro vita, ancora una volta, per tutelare l’umanità intera.

Perché i cubani si portano in casa i malati, i peggiori malati, quelli che per il resto del mondo potrebbero pure morire in mezzo ad una tempesta di sabbia o nei cassonetti della spazzatura.
Perché i cubani aiutano chiunque abbia bisogno di aiuto e se ne strafottono di macchiarsi il camice, di sporcarsi le mani con i lebbrosi o di avere le condizioni adeguate.

I cubani si arrangiano. Da sessant’anni si arrangiano. Con quello che hanno, cercando di accomodare il tutto.

Negli ospedali dell’isola ti devi portare le lenzuola da casa, a volte mancano gli strumenti diagnostici, a volte mancano materiali essenziali. Ma i medici, là, trovano sempre il modo di salvarti la vita, come hanno fatto con me. Come fanno con chiunque. E gratis, senza chiederti neanche il nome, la nazionalità o la residenza.
Quando arrivi in un ospedale cubano, sei cubano. Quando hai bisogno di un medico, c’è: in mezzo di strada, in un ambulatorio, in una clinica, in un ospedale, in un bar, in un ristorante, in una piazza. Quando hai bisogno di assistenza, c’è. Che tu sia un milionario, un clochard, un anticastrista, uno spaccone, un batman o un puffo blu, c’è sempre qualcuno pronto a salvarti la vita, senza lamentarsi, senza spaventarsi, senza farti male, ma direttamente, parlando in modo duro. Magari pure con quella poca cortesia che non fa distinzioni, ma che ti tira fuori dal problema, perdio.

Io sono viva grazie ad un medico cubano di nome Lazaro. Che, quando mi ha vista arrivare all’ambulatorio della via Monserrate, mi ha guardata negli occhi, mi ha fatto girare il collo e destra e poi a sinistra, mi ha preso le pulsazioni, i parametri vitali, mi ha fatta parlare venti minuti (ed io che lo guardavo perplessa, chiedendomi il perché volesse sapere i dettagli delle mie giornate) e poi mi ha detto: “Oye chama, tu tienes un cancer de tiroides muy peligroso, hay que sacarlo rapido. Manana hacemos la ecografia y te mando al Almejeira y te van a operar” (“Ehi, ragazza, hai un tumore alla tiroide molto pericoloso, va tolto subito. Domani ti faremo l’ecografia e ti mando all’ospedale Almejeira e ti operano”). Stravolta, gli ho risposto: “E mi devo fidare? E se succede qualcosa? E se non è vero? Come fa a diagnosticarmi una cosa così se non ha in mano niente?”.
E lui: “Fai come vuoi. Se ti operiamo qua, andrà tutto bene e vivrai bene. E quello che hai lo so, perché sono 23 anni che faccio diagnosi con le mie mani”.

Quella sera volevo svenire. E lo volevo insultare, pure. Perché i cubani sono così, sicuri, strasicuri e sono diretti. I medici, soprattutto. Perché dal secondo anno di università vanno in corsia a curare la gente, perché sanno cosa è la medicina delle catastrofi, perché vivono costantemente in una catastrofe.

I medici cubani e gli infermieri cubani sono speciali. Sono umani, non ti fanno le moine di circostanza, sono persone che stanno fra la gente, che girano con le magliette scolorite dai tanti lavaggi fatto con il sapone delle botteghe dello stato, con le scarpe di quando facevano il liceo, con i sacchetti di plastica bianchi e con il cestino del pranzo che si portano dietro. I medici e gli infermieri cubani restano giorno e notte negli ospedali, nelle sale operatorie, senza sapere l’orario. Perché, dicono, sono medici e infermieri.

Ed io, quando posso, mi precipito all’Avana e mi porto tutte le mie cartelle cliniche per capire le mie condizioni e per farmi seguire. GRATIS. Perché ormai sono una di loro.

La mia dentista è cubana, Lucy. Ed io vado all’Avana da Lucy perché, mentre qua mi volevano togliere i denti e fare gli impianti per migliaia di euro, lei – mi segue da dieci anni – non mi ha fatto perdere neanche un premolare.

Tutto cambierà dopo questa esperienza con loro. Cubani orgogliosi che la maggior parte della gente immagina come ballerini e musicisti che intrattengono le nostre serate latine.

Cubani che seguono gli insegnamenti di un medico argentino che si chiamava Ernesto e che ben presto è diventato semplicemente il Che.

Cubani che hanno conosciuto questo virus perché, il 9 marzo, 4 turisti italiani provenienti da quella regione dove andranno a lavorare, la Lombardia, sono sbarcati all’Avana ed hanno portato su quell’isola di palme e spiagge meravigliose, anche il Covid19.

Ho le lacrime agli occhi da giorni, da quando ho visto l’Assessore Gallera e il governatore della Lombardia presentarsi in conferenza stampa prima con i medici cinesi, arrivati qua con i cargo di materiali sanitari, e che continuano a portare solidarietà e strumenti per gestire l’emergenza, e poi annunciare l’arrivo di questa brigata di caraibici. E penso: “Ma io lo farei?”.

Mi rispondo sì, lo farei, anche se mi sento impotente quando leggo le puttanate scritte sui social da complottisti o fanatici delle teorie del cazzo. Affermazioni che, sinceramente, farebbero passare – a chiunque – la voglia di combattere anche per loro.

Non conosco la Cina, ma Cuba la conosco bene. Cuba è parte della mia storia, ed io sono parte di Cuba, come una cubana di adozione. Ho trovato una grande famiglia, a Cuba: due mamme, Marta e Ladys che mi curano come se io fossi veramente la loro figlia. Ho trovato una sorella, Jesahel, ho trovato un’amica del cuore, Dania Tamayo. Ed io sono diventata la mamma italiana di ragazzi che mi hanno dato grandi soddisfazioni e che, neanche un giorno, si sono dimenticati di me.

Ho trovato grandi amici, persone che mi sono quotidianamente accanto, nonostante la distanza, persone che conosco meglio dei miei parenti e che, puntualmente, si preoccupano per me.

Mi sono incazzata tante volte, nella mia vita all’Avana. Sono stata irriverente, insopportabile, irascibile – quando non trovavo quello che cercavo nei negozietti arrangiati della provincia. Ho bestemmiato per parecchi giorni quando mancavano i trasporti, quando mancava l’acqua, quando pretendevo di capire cose inspiegabili, quando mancava la luce o il pane ed io non me ne facevo una ragione, nonostante stessi su un’isola che vive un embargo economico da sessant’anni.

Ma ormai sono cubana. E mi sento orgogliosa, oggi, di esserlo.

Per orgoglio mi sento anche di ricordare che comunque, i medici cinesi e cubani non sono ONLUS che operano all’estero.

Sono operatori dei loro governi; perché il governo cubano ed il governo cinese – descritti da tanti come dittature – mandano i loro dipendenti a salvare il mondo. A salvare ognuno di noi. A salvare

le nostre vite e ad insegnarci che, insieme, tutto è possibile.

E IO SPERO CHE TUTTO SIA POSSIBILE. Spero che i nostri operatori sanitari possano avere almeno la speranza di non essere soli in questa guerra. Perché sono stati lasciati soli. Purtroppo anche da tanti di noi: egoisti ed individualisti.

Nicaragua: la storia sulla pelle

Risultati immagini per Marcha Sandinistadi Anika Persiani

Il Nicaragua è un paese fatto di vulcani e lagune, di spettacolari paesaggi che ti mordono dentro fino a farti sentire debole come un essere umano. È un paese fatto di territori che non conoscono l’aggressività industriale che ha distrutto buona parte degli ecosistemi latinoamericani, è una culla di resistenza e di scintille capaci di illuminare due oceani di speranza.

Nonostante gli svariati tentativi di destabilizzare il paese, i più recenti portati avanti l’anno scorso grazie ad una manipolazione mediatica e strumentale su quelle nuove generazioni cresciute sui castelli gonfiabili dei McDonald e a suon di hamburger e salse che li hanno resi una massa di palle vaganti e deformate, il Fronte Sandista ha retto. Perché per un nica essere sandinista è come respirare, è come rivendicare la propria appartenenza alla propria terra che, oltre alle lacrime sparse sui volti della gente e alle tracce oscure che tutte le guerre sporche lasciano come orme per la ricostruzione storica, ha lasciato anche una concezione della società che va oltre la semplice gloria guerrigliera.

Il Nicaragua è la pelle di ogni persona che appartiene a questa terra, è il vestito nuovo di ogni persona che, come me, in questa terra ci è capitata per caso facendosi travolgere in una danza fra il cielo, la nebbia ed il mistero. È l’anima di chi resiste, il morso feroce di un orso minacciato e l’allegria di un guardabarranco che vola dietro alla parola libertà.

Qua, il Fronte Sandista, si è confrontato con una Guerra eterna e con la maledizione di avere un impero, pochi chilometri più a nord, che vuole prendere tutto, come in una roulette russa dove, un tiro su sei, può essere quello decisivo.

Ma si va avanti, si va avanti, si va avanti. Si prosegue un cammino mantenendo un processo di sviluppo uniforme nel territorio con politiche sociali vere, con la redistribuzione del reddito e dei vantaggi che, negli anni dei governi neoliberali, erano privilegio di pochi.

Ci sono cose che ti sorprendono, che non ti immagineresti mai di trovare in un paese del centro America, dove pure il clima caldo umido non aiuta per niente: le strade sono più che decenti pur non esistendo un pedaggio; in ogni bagno di ogni bar, di ogni ristorante, di ogni distributore di benzina, c’è sapone, c’è carta igienica. Una cosa banale, direte, ma veramente insolita, a queste latitudini.

La pulizia dei locali è ottima, addirittura più efficiente di quella di certi sobborghi di Miami o delle metropoli del Sud degli Stati Uniti che hanno sindaci e politici troppo distratti per promuovere affari e fuffa, senza un programma di educazione di base.

È vero, questo è un paese che è stato devastato da anni di guerra, poi da anni di sanzioni, poi ancora da un embargo; e, non da meno, è stato saccheggiato dai vari governanti di turno che cercavano di ripartirsi le fette di torta di uno straccetto di terra poco più grande di Svizzera ed Austria e con neanche sei milioni di abitanti. Ma dice no all’aggressione imperialista che si presenta con mille volti diversi, con canzoni sempre nuove e spettri creati per infondere paura.

Il Nicaragua è una fetta di America, a poche ore di volo da Washington, dove potrebbe passare il canale più importante della storia dei prossimi secoli, di gran lunga più agevole dell’istmo di Panama. E, proprio da Washington, si affinano e si cercano nuove tecniche sofisticate di guerra politica ed economica, oltre le rivoluzioni arancioni, oltre i bombardamenti che, in questo momento, farebbero comunque scattare l’allarme in molti altri paesi latinoamericani.

Ma qua siamo in Nicaragua, un paese dove la storia ha reso protagonista il popolo, dove il popolo sa benissimo cosa fare. Che abbia in pugno le armi, che abbia i libri, che abbia la coscienza di classe o la coscienza antimperialista, è il Popolo che fa la storia.

La fa la gente che ha vissuto, la gente che non dimentica, la gente che ha lottato per avere diritti fondamentali come quello all’abitazione, all’istruzione, all’assistenza sanitaria; la storia la fa la gente che riconosce dall’odore ciò che sa di rivolta popolare e ciò che sa di manipolazione politica fatta da fuori.

Ed ha ben chiaro il disegno orchestrato per attaccare l’improbabile coscienza internazionalista degli studenti che, l’anno scorso, sono scesi a devastare le città; ma si sa bene che quei ragazzi sono solo le vittime di un piano che, nelle alte sfere del Pentagono, è stato costruito in modo più che dettagliato. Unico errore: non aver calcolato che questo paese non è fatto solo da studenti, ma dai figli e dai nipoti di Sandino che, ironia della sorte, hanno ancora scorte di sangue da versare.

Non importa se, come in ogni dove, si incontra l’esaltato di turno o un giullare di corte che sventola una bandiera rossa e nera per convenienza, per scimmiottare la fede sandinista vivendo nel proprio personale esattamente in modo opposto a quei principi rievocati in ogni discorso di circostanza, per convenienza. Non importa se qualche cialtrone si mescola fra la gente sana e rotola nella sua stessa cialtroneria. Sono i numeri reali quelli che condizionano gli eventi, e i numeri reali propendono per l’onestà intellettuale e morale. Tutto il resto è nada, dimenticabile come il gusto di una caramella scartata con distrazione.

Qua, in Nicaragua, per quanto ci siano persone estremamente formate e persone deboli, si conosce la parola dignità. Parola spesso accompagnata dallo slogan: “Yankees go home”.

Venezuela: fra doppia cittadinanza e fake news

Risultati immagini per marcha chavistadi Anika Persiani – sinistrasindacale.it

I tanti doppi cittadini diventano pretesto per ingerenze occidentali, mentre la stampa estera accusa il governo anche per fatti inesistenti o normali negli altri paesi.

In Venezuela si continua a vivere, a discutere di politica. Con una popolazione che, per il 30%, è fatta da gente che ha doppia nazionalità e doppio passaporto, pur non conoscendo né la lingua, né le tradizioni del paese di origine. La nazionalità si acquisisce per sangue, basta avere un bisnonno italiano, portoghese, spagnolo o tedesco e, automaticamente, come per miracolo e in barba alle discussioni becere sul negare il diritto di cittadinanza per nascita che si sostengono oggi in Italia (diritto sicuramente più legittimo di quello di avere bisnonni italiani), si conquista il diritto di andare a piangere all’estero. E quello di chiedere a paesi dei quali neanche si conosce l’esatta collocazione geografica di intervenire contro il cattivo Maduro, per il semplice fatto di possedere un passaporto con la scritta “Unione europea”.

Sono passaporti che i leader dell’opposizione utilizzano per scorrazzare da Miami a Berlino e a Parigi, per piagnucolare e chiedere, in un inglese biascicato male, di fare qualcosa per riportare la “democrazia” a diecimila chilometri di distanza. Un mondo alla rovescia: mentre in Italia si nega il diritto di essere italiani a giovani nati e cresciuti nel ‘bel paese’, qua si rilasciano passaporti a chi ha avuto la fortuna di avere un discendente italiano. Reiterando la cosa per infinite generazioni, ossia: se negli anni ‘50 il nipote di un nonno emigrato nel 1910 chiedeva la cittadinanza italiana, gli veniva concessa; ed oggi il nipote di colui che, negli anni ‘50, l’aveva ottenuta, ha esattamente lo stesso diritto del nonno di ottenerla. E di chiedere all’Italia di barcamenarsi per fare una netta e chiara ingerenza nella politica interna di un paese di oriundi infuriati, perché spodestati dalle loro posizioni sociali di rilievo.

Insomma, qui di cose che non funzionano ce ne sono tante, proprio tante. Ma si procede per avere un’identità certa del paese, per non dover abbassare sempre la testa davanti al primo mondo che ha solo l’interesse per cose come coltan, petrolio, oro, diamanti e mille altre risorse. E proprio da quell’occidente che si professa paladino delle battaglie dem arrivano le sanzioni, e poi gli aiuti umanitari. Come se in casa vostra venisse prima un ladro a rubarvi tutto, poi a rivendervelo a prezzi esagerati e, poi ancora, a puntarvi la pistola in fronte per farvi riprendere quello che vi ha rubato, chiedendovi però di attaccarsi ai vostri contatori per farvi pagare le bollette. Neanche nei fumetti di Popeye sarebbero credibili simili vicende.

E poi arrivano i fautori della democrazia da esportazione. Coloro che, ai loro banchetti elettorali, utilizzano gli attori di queste vicende per i loro fini. Ultime sono le cianfrusaglie informative sull’attacco, da parte del governo Bolivariano, ai poveri “indigeni”. Bene, prima di tutto c’è da fare una bella premessa, prima di affrontare tematiche di questo tipo, soprattutto se vengono strumentalizzate da signorotti dell’azione politica che non farebbero sostare un rom, un sinti o una indigena manco a quindici metri dal loro garage.

Qui, in Venezuela, gli indigeni sono più rari dei diamanti. I pochi che restano parlano le loro lingue (del ceppo Caribe o Arawak), e non sanno neanche chi sia il presidente di questo paese. Non hanno un senso di appartenenza nazionale ma transnazionale. Storicamente non si sono mai identificati con una nazione, ma con un territorio che occupa più nazioni. E la loro vita è sempre stata spesa nel commerciare da una frontiera all’altra, e nel rivendere prima, e contrabbandare poi, le risorse naturali. Chiaro che, davanti a reati come il furto e il contrabbando, qualche reazione governativa ci debba essere. È come se da noi, in Italia, i liguri andassero in Piemonte a rubare il tartufo di Alba e lo rivendessero ai ricconi di Forte dei Marmi a metà prezzo e senza pagare le tasse. Pensate davvero che nessuno direbbe niente? Insomma, prima di intromettersi nelle questioni, o restare sorpresi dagli eventi, dall’una e dall’altra parte, senza conoscere questi piccoli dettagli (che però sono fondamentali nella tenuta democratica delle istituzioni), sarebbe meglio glissare e parlare d’altro. Perché le bandierine sono utili, verissimo, ma vanno controllate quando i venti sono casuali.

(VIDEO) La solidarietà con il Venezuela bolivariano parte dal Chikù di Scampia

di Romina Capone

Il 13 aprile del 2002 il comandante Chávez fu vittima di un colpo di stato da parte delle forze fasciste venezuelane. L’attacco fallì. Hugo Chávez fu liberato dal popolo bolivariano. Diciassette anni dopo a Scampia, periferia Nord di Napoli, la resistenza continua. L’anniversario organizzato dall’Associazione “Resistenza” e il Partito dei Carc-Napoli Nord come spunto di riflessione in un luogo simbolo dell’unione tra i popoli: il Chikù di Scampia.

 

«Quanto sta accadendo in Venezuela rappresenta appieno la situazione mondiale. In tutto il mondo si respira un’aria di fermento dagli esiti più disparati. In Italia è in corso una fase di resistenza spontanea da parte delle masse popolari con il rifiuto di un governo delle larghe intese, pur non essendoci un forte movimento comunista» afferma Marco Coppola militante del P-Carc e continua «In francia i Gilet Gialli sono l’espressione di tensione per contrastare la realtà. In Belgio e in Spagna i focolai sono accesi. L’Italia, un paese dove il governo è pieno di contraddizioni interne sin dagli albori della sua costituzione, vede il ruolo fondamentale delle masse popolari. La nostra solidarietà con il Venezuela significa rompere i rapporti con quei paesi imperialisti. La nostra solidarietà è il grande contributo alla causa della rivoluzione bolivariana».

La popolazione italiana compie piccole rivoluzioni ogni giorno e Scampia ne è un esempio.

Il Chikù, ristorante italo-balcanico, laboratorio e cucina oltre che del corpo anche della mente, non è stato scelto a caso come location per la realizzazione di questo incontro volto inoltre a contribuire alle spese processuali a carico di Rosalba Romano, la giornalista della redazione di Vigilanza Democratica sotto processo a Milano.

Chikù nasce dalla fusione di due progetti:

– La Kumpania è un’impresa sociale nata nel 2013 per valorizzare la passione per la cucina di un gruppo di donne che hanno fatto del loro talento, una professione con l’obiettivo di offrire un servizio “genuino e responsabile” attraverso un percorso di emancipazione.

-L’associazione “Chi rom e… chi no” è nata nel 2002 a partire dalla creazione di relazioni significative tra le comunità rom e italiana del quartiere Scampia e della città, attraverso interventi culturali e pedagogici, lavorando nella periferia intesa come luogo di sperimentazione e condivisione di buone pratiche.

Il massimo esempio di integrazione di unione e solidarietà tra i popoli – spiega la fondatrice Barbara Pierro – . Un faro di speranza per gli abitanti di Scampia, una periferia che conta sessanta mila abitanti. Una periferia che si rimette in gioco per ritornare al centro della società, per il cambiamento.

img_2573Molte sono state le dirette e gli interventi telefonici da Caracas durante la serata. Presente anche il Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli; Anika Persiani rappresentante Esteri dei circoli bolivariani dello Stato Carabobo ci ha raccontato cosa è realmente accaduto a Caracas durante il lungo blackout dei giorni scorsi: «Attraverso la mancanza dell’energia elettrica vogliono sabotare il presidente Maduro e generare il panico tra la popolazione sperando che scoppino guerre civili. Ovviamente chi ha sofferto per la mancanza di corrente è stata la popolazione più povera; loro, i veri sostenitori del presidente Nicolás Maduro. Nelle zone ricche del Paese la corrente non è mai mancata; essi sono provvisti di potenti generatori ad uso privato di energia elettrica» continua Anika Persiani «ma i venezuelani sono forti e coraggiosi. Non hanno ceduto a questo sabotaggio, a questa trappola psicologica. Abbiamo vissuto con estrema tranquillità questi momenti: abbiamo comprato candele per illuminare le nostre case. Abbiamo acceso falò in giardino; abbiamo cucinato all’aperto tutti insieme. Nei quartieri abbiamo grigliato la carne e consumato insieme tutto il cibo restante, a causa dai congelatori ormai fuori uso. I cittadini venezuelani resistono e lottano contro l’egemonia degli Stati Uniti d’America i quali stanno facendo il possibile per piegarci al loro volere. Per sottometterci. Riflettiamo: l’aeroporto internazionale di Caracas Simón Bolívar è il primo dell’America meridionale. Possiede La Guaira, uno dei due porti principali di tutto il Mar dei Caraibi, secondo è quello di Cuba. Il vicino Canale di Panama collega gli oceani. Perché gli Stati Uniti inviano gli aiuti umanitari destinati al Venezuela in terra colombiana invece che utilizzare container su nave la quale con 12 ore di navigazione arriva diretto a Caracas via mare? Due parole: casus belli. Gli Stati Uniti vogliono annullare il voto di sei milioni di venezuelani, stanno provando ad instaurate un governo parallelo riconosciuto oltreoceano. Ci stanno minacciando di ucciderci con una guerra civile, ci stanno imponendo una persona autoproclamatasi presidente del Venezuela. Paghiamo un numero di sanzioni politiche e finanziarie. Non possiamo comprarci le medicine. Ci hanno confiscato un grande numero di risorse. Siamo preparati ad un’eventuale invasione da parte delle forze militari statunitensi che vorranno violare la sovranità nel nostro paese. Il popolo venezuelano non vuole che una forza straniera invada le nostre città distruggendo le nostre case, le nostre università, i nostri ospedali, le nostre vite».
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Más actualizaciones desde Caracas

L'immagine può contenere: 2 persone, testopor Anika Persiani 

Así que volvemos a la normalidad. Todavía hay advertencias y precauciones para las vastas áreas del país que pueden sufrir más apagones, pero la gente sigue viviendo. Se celebran fiestas, se celebran bodas, nacen niños. En resumen, el miedo no se instala en esta sociedad, sin importar cuáles sean las causas de los “apagones”. Te subes a los medios de transporte y te mueves de un lado a otro del país sin ser dominado por la incertidumbre, viajas en el autobús, viajas en el metro, bromeas sobre la oscuridad y recapturas los valores que existían también en Europa hace muchos años; cuando era más común mantener las velas en la casa en caso de un apagón. No es que no sepamos lo que significa permanecer sin luz en Italia. Todos hemos estado allí, algunos más, algunos menos. Y molestar, o molestarse cuando todavía tenemos islas que se iluminan gracias a los generadores, es una forma hipócrita de olvidar quiénes somos y cuál ha sido nuestra historia reciente.

Nosotros, que tenemos compatriotas que aún blasfeman por la falta de servicio de agua, desde el Zen de Palermo hasta la provincia de Nápoles, en el centro de Nápoles.

Hoy Caracas responde con calles llenas de gente; Las provincias, incluso las más aisladas, vuelven a la vida y vuelven a su vida cotidiana. La gente ha pasado días y días con sillas colocadas frente a la puerta charlando sobre política, el Imperio de los Estados Unidos, la invasión. Como hicimos en la antigüedad, nosotros los italianos, con vigilias después de la cena, en verano, con comentarios después de las noticias y el miedo al terrorismo. O esperando que Berlinguer comience la Revolución.

Quien hizo estallar los transformadores de la central hidroeléctrica Guri, aquí en Venezuela, es ciertamente un terrorista. Eran sujetos que trabajaban directamente desde el extranjero, eran los mismos operadores de Corpoelec (compañía nacional de electricidad) que, por unos pocos dólares, optaron por follar a sus conciudadanos. Sin embargo, han ocurrido cosas extrañas.

Alguien lo sabía, alguien estaba listo para tuitear en los minutos inmediatamente posteriores al apagón.

Y otra persona, desde Italia, advirtió a los que querían viajar conmigo, a Caracas, que pasarían cosas malas, muy mal, unos días antes del primer “apagón”.

Como han sido conscientes de ello, seguirá siendo un misterio por un corto tiempo.

Aquí, para ahogar a tantos ingenuos, en los rincones, comenzamos a hablar de la falta de mantenimiento de la planta y su debilidad. Quiero decir, tal vez la planta no era perfecta debido a la imposibilidad de comprar (para sanciones económicas, por supuesto) de piezas de repuesto, no es nueva. Sin embargo, algunos problemas se han encontrado en los últimos tiempos. Pero si todo fuera atribuible solo a la falta de mantenimiento, no es que al mismo tiempo los transformadores y los motores pudieran haberse perdido para dar energía a 24 estados. ¡Ni siquiera los santeros, con su magia, podrían haber hecho una explosión como esa!

Y, desde el gobierno de Nicolás Maduro, no ha habido retornos, a pesar de las persistentes amenazas de invasión o intervención a través de ayuda humanitaria algo cuestionable (incluso la Cruz Roja no ha reconocido la legalidad del método de intervención de Colombia con camiones) . Porque los pobres, los verdaderos, los que reciben subsidios, los que no tienen cuentas, ni los familiares en el extranjero que están en condiciones de salvarlos a mediados de mes, estaban con el Presidente. Recorrieron las calles en total oscuridad, te hicieron sentir seguro incluso en medio de una montaña, donde solo llegaba la luz de la luna. Los ciudadanos que votan y apoyan a su presidente, sin miedo, salieron con antorchas por la noche. Las puertas de las casas se abrieron para ofrecer café sin azúcar (otro producto precioso) o unas rebanadas de pan. Los barrios de Caracas se encendieron gracias a las antorchas hechas con telas viejas y gasolina, y en algunos lugares había más luz que cuando todo funcionaba perfectamente.

Aquí, desde Venezuela, un trapo de historia normal, que habla de personas normales, que quieren respirar aire normal.

Si normal.

[Trad. dal italiano por Alexis Fagundez]

Venezuela: 7 giorni di black-out, umana solidarietà e Resistenza

di Anika Persiani 

Non c’è mai stato troppo silenzio durante il blackout, in Venezuela. Ma neanche il caos che qualcuno auspicava nonostante i giorni senza luce avessero potuto essere un’apocalisse vera e propria con omicidi, crimini, ribellioni, prese dei palazzi di governo e guerriglia. Niente, invece. Non è successo niente. I commercianti che avevano prodotti deperibili nei loro congelatori hanno iniziato a regalarli a chi aveva bisogno; chi aveva bisogno li ha presi ed ha cercato di ricompensare cucinando con fornelli casuali, o con la legna raccolta per aiutare chi, in casa, ha solo i fornelli elettrici.

Collaborazione totale, quindi. E ordine; e disciplina. Azioni quasi sorprendenti in un pese dove, come minimo, ti aspetti assassini, eventi criminosi, balli dei narcotrafficanti, contrabbandieri e sequestratori in preda ad un delirio di onnipotenza per la circostanza in questione. Si sono arrangiati tutti, ma proprio tutti, e nei modi più svariati: staffette per tornare a casa per chi abitava lontano e non poteva camminare venti chilometri, passaggi o stanze offerti per pochi bolivares o per niente, torce condivise, candele consumate a turno, chiacchierate di compagnia per anziani e persone sole e spaventate negli androni dei palazzi con gli ascensori bloccati, soccorritori improvvisati, condivisione delle poche linee di batteria rimaste nei display dei cellulari, presidi di volontari davanti alle istituzioni per aiutare a non perdere il controllo. E ministri, funzionari dello stato in mezzo di strada, ad aiutare i cittadini che ancora credono in un processo (lungo e doloroso) di cambiamento di un sistema. Stiamo parlando dei poveri, ovviamente, perché sono i poveri che vogliono compiere la loro missione. Non sono i potenti che, nei centri residenziali, hanno i loro generatori di corrente o i loro SUV per spadroneggiare sulle arterie principali della città nonostante il buio.

Certo, sembrava di vivere una situazione surreale tipo “the day after”. In più, con l’ansia addosso, con il pregiudizio europeo che si presenta a prescindere. Una strana realtà dove però ti rendevi presto conto che l’autorganizzazione funzionava. E bene. Non si poteva pagare con le carte di credito, quindi si cercavano i contanti (quasi introvabili, da queste parti) o si compravano generi di prima necessità dai negozi amici con la formula del “segna, và”.

Chi aveva disponibili scorte di acqua, pozzi o riserve, metteva a disposizione il tutto per tutti.
Ecco, oggi tutto è tornato alla normalità,  come se il blackout più lungo della storia non ci sia mai stato. Come se fosse solo un ricordo da archiviare per andare avanti in modo ancora più consapevole, con la profonda convinzione che ci sia un attacco vero, da fuori.

Sfido qualsiasi altro  popolo a mantenere la compostezza e l’ordine davanti ad un evento di questo tipo, che lo si voglia leggere come un errore del sistema di controllo interno o come un sistema mandato in tilt volutamente da una guerra sporca. Nessuno può imporre alla gente di cambiare opinione o di credere alle versioni che si stanno distribuendo come propaganda online. Non si può forzare l’opinione pubblica a valutare questa situazione come un vero e proprio attacco bellico, come una guerra moderna. Ma sì, si può dire che i fatti sono i fatti, quelli che contano. Ed i fatti sono che, in Venezuela, nonostante i disagi per le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione Europea, nonostante le mille cose che qua non funzionano, i poveri, gli operai, i contadini, i lavoratori, i pensionati e le altre categorie del tessuto sociale molto poco avvezzo alla bella vita, pur con tutti gli accidenti dedicati ai vertici per la circostanza, non hanno mai smesso di pensare: “Yankee go Home”.

Perché la maggior parte delle persone, in questo paese, ha migliorato la propria qualità di vita, ha avuto accesso all’istruzione, ad un sistema sanitario gratuito (seppur con tutte le difficoltà dovute alle sanzioni e pure alla cattiva organizzazione), grazie ad un processo forte, fatto anche da mille errori. Non ci sono più milioni di invisibili confinati nelle baraccopoli fatte con tetti di etetnit e paglia, con lamiere e cartoni, esseri umani chiamati “chusma” da altri esseri molto meno umani. Oggi ci sono grandi edifici, seppur bruttini parecchio (esteticamente ed architettonicamente) ma con tutti i comfort e gli accessori di circostanza. Villaggi veri e propri, quartieri residenziali anche per i poveri, non costruiti da Francisco Bellavista Caltagirone tanto caro a Pierferdinando Casini che si è pure prodigato a volare qua in nome dei bei tempi in cui i Caltagirone costruivano anche le bettole, a Caracas. Tetti sulla testa di milioni di venezuelani che prima, sulla testa, avevano solo pidocchi e grattacapi per pensare al futuro. Verissimo, qua non siamo alle Hawaii e non si balla l’hola-hola, ma siamo in un paese pieno di contraddizioni: ricchissimo e con una redistribuzione della ricchezza equivoca. E oggi, quelli che erano i disperati di un tempo, analfabeti alla mercé di qualche proprietario terriero in cambio di un piatto di riso e fagioli e di una stalla per dormire, hanno i loro diritti ed il diritto di voto. L’istruzione è un bene nazionale e tutti possono entrare nelle accademie per prepararsi all’università. Cosa che prima, nonostante in Venezuela i governi pseudo socialdemoci avessero già reso gratuiti gli studi universitari, non era possibile proprio per il costo della preparazione per l’accesso agli atenei. 

Insomma, Caracas, considerata una delle metropoli più pericolose al mondo, ha risposto da sola. Come hanno risposto tutte le altre città del Venezuela, i piccoli centri urbani delle campagne e delle montagne, dove milioni di persone sono rimaste isolate per giorni. Senza sapere niente dei propri cari, senza comunicazioni, senza tv, senza il tutto dell’oggi.

Hanno prevalso costanza e determinazione umana sull’isteria collettiva dell’umanità web e social.
Certo è che se questo blackout è stato parte davvero di una strategia per destabilizzare il paese, vuoi per il costume sociale soft dei caraibici, vuoi anche un po’ per la coscienza di vivere una forma nuova di colonialismo che manco si può definire neocoloniale ma semplicemente mostruosa (ancor più stronza e subdola dei sistemi precedenti), questa strategia, è fallita. In pieno.

REDS marzo 2019

Ancora aggiornamenti da Caracas

L'immagine può contenere: 4 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertodi Anika Persiani 

Quindi stiamo tornando alla quasi normalità. Ci sono ancora allerte e precauzioni per le vaste aree del paese soggette ad ulteriori black out, ma la gente continua a vivere. Si fanno feste, si celebrano matrimoni, nascono bambini. Insomma, la paura non riesce ad installarsi in questa società, siano quali siano le cause degli “apagones” (black outs). Si sale sui mezzi di trasporto e ci si sposta da un lato all’altro del paese senza farsi dominare dall’incertezza, si ride sugli autobús, si ride in metropolitana, si scherza sul buio e si riconquistano quei valori che esistevano anche in Europa, tanti anni fa; quando era più comune tenere di scorta delle candele in casa, in caso di mancanza di corrente. Non è che non si sappia cosa voglia dire, in Italia, restare senza luce. Ci siamo passati tutti, chi più, chi meno. E sconvolgersi, o fare gli sconvolti quando abbiamo ancora isole che si illuminano grazie ai generatori, è una forma ipocrita di dimenticare chi siamo e quale sia stata la nostra storia recente. 

Noi, che abbiamo concittadini che ancora bestemmiano per la mancanza di servizio idrico, dallo Zen di Palermo alla provincia di Napoli, a Napoli centro.

Oggi Caracas risponde con le strade piene di gente; le province, anche quelle più isolate, si animano di nuovo e tornano alla loro quotidianità. Le persone hanno passato giorni e giorni con le sedie piantate davanti alla porta a chiacchierare di politica, di Impero Statunitense, di invasione. Come facevamo in tempi remoti anche noi italiani, con le veglie dopo cena, d’estate, con i commenti dopo il TG e la paura del terrorismo. O aspettando che Berlinguer desse il via alla Rivoluzione.

Chi ha fatto saltare i trasformatori della centrale idroelettrica del Guri, qua in Venezuela, sicuramente è un terrorista. Siano stati soggetti che hanno lavorato direttamente dall’estero, siano stati gli stessi operatori di Corpoelec (compagnia elettrica nazionale) che, per pochi dollari, hanno optato per fottere i propri concittadini. Ne sono successe di cose strane, comunque.

Qualcuno sapeva, qualcuno era pronto a tweettare nei minuti immediatamente successivi al black out. 

E qualcun altro, dall’Italia, avvertiva coloro che volevano viaggiare con me, alla volta di Caracas, che sarebbero successe cose brutte, molto brutte, già qualche giorno prima del primo “apagón”.

Come ne siano stati a conoscenza, resterà un mistero ancora per poco.

Qua, per imbambolare tanti ingenui, in corner, si è iniziato a parlare di mancanza di manutenzione dell’impianto e della sua debolezza. Voglio dire, che magari l’impianto non fosse perfetto a causa dell’impossibilità di acquisto (per le sanzioni economiche, ovviamente) dei pezzi di ricambio, non è una novità. Qualche problema, negli ultimi tempi, si è comunque riscontrato. Ma se il tutto fosse imputabile solo alla mancanza di manutenzione, non è che contemporaneamente si sarebbero potuti perdere i trasformatori e i motori per dare energia a 24 stati. Neanche i Santeros, con le loro magie, sarebbero riusciti a fare un botto del genere!

E, da parte del governo di Nicolás Maduro, non ci sono state rese, nonostante le insistenti minacce di invasione o di intervento attraverso aiuti umanitari alquanto discutibili (persino la Croce Rossa non ha riconosciuto la legalità del metodo di intervento dalla Colombia con i camion). Perché i poveri, quelli veri, quelli che ricevono sussidi, quelli che non hanno né conti, né parenti all’estero in condizione di salvargli i giorni di metà mese, stavano con il Presidente. Pattugliavano le strade nel buio più totale, ti facevano sentire sicura anche in mezzo ad una montagna, dove arrivava solo la luce della luna. I cittadini che votano e sostengono il loro Presidente, senza paura, uscivano di notte con le torce. Le porte delle case si aprivano per offrire caffè senza zucchero (altro bene prezioso) o qualche fetta di pane. I barrios di Caracas si illuminavano grazie alle torce fatte con panni vecchi e benzina, ed in certi punti c’era più illuminazione di quando tutto funziona perfettamente.

Ecco, dal Venezuela uno straccio di racconto normale, che racconta di gente normale, che vuole respirare aria normale.

Sì, normale.

Aggiornamenti da Caracas (+VIDEO)

L'immagine può contenere: testoda Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

Partiti dalla Lombardia con destinazione Venezuela per una missione di solidarietà, portando alle organizzazioni popolari locali farmaci raccolti col passaparola in Italia, nei giorni della distribuzione si sono trovati a subire un nuovo blackout contro il paese del Presidente Maduro. Questa la lettera inviataci che volentieri pubblichiamo.

di Monica Perugini 

Ieri in Venezuela è stato perpetrato un ennesimo attacco alla rete elettrica. Un blackout che ha colpito Caracas e buona parte del paese e che secondo il vice presidente Jorge Rodríguez è il più letale di quelli fin qui avvenuti. I nostri compagni a Valencia ci invitano a far conoscere la realtà di una situazione che rappresenta uno dei più vili e vergognosi attacchi che gli Usa stanno conducendo contro il legittimo governo del presidente Maduro, nel tentativo di isolarlo dalla Comunità internazionale e di porre allo stremo la popolazione. 

Paradossalmente, le dinamiche imperialistiche non attecchiscono in terra bolivariana come ci raccontano con foto e filmati i nostri compagni in questi giorni a Valencia.

La Comunità dello stato di Carabobo, così come il resto del paese, sta reagendo unita contro il nuovo blackout, il sabotaggio orchestrato dai gringos e dai sabotatori presenti nel paese. 

Le Comunità e i collettivi si riuniscono la sera per fare fronte comune, anche fisicamente oltre che politicamente. 

I negozianti regalano agli abitanti dei quartieri le merci che senza energia elettrica si rovinerebbero, le donne scendono in piazza col Governatore Lacava per condannare la brutale aggressione di un deputato dell’ opposizione che ha aggredito una agente della polizia Bolivariana. 

Se questa è la politica degli Stati Uniti, portata avanti dal burattino Guaidó, se queste sono le premesse per un governo di aggressori…. resisteremo per sempre al fianco del presidente Maduro e della Rivoluzione Bolivariana! 

Terra, acqua, petrolio, risorse minerarie sono dei Venezuelani e del Venezuela socialista resteranno.

Simili convincimenti sono la caratteristica politica preponderante di un popolo che grazie alle politiche di Chávez e Maduro si è emancipato, che conta e vuole contare. Gli yankee non devono passare e la solidarietà internazionalista deve fare la sua parte e raccontare come stanno le cose per davvero. 

Reagire alla pantomima messa insieme dai mezzi di comunicazione di massa, ormai globalmente asserviti ai potentati economici mondiali. Fare controinformazione anche militante, come si faceva un tempo. Il Venezuela è l’emblema di una società giusta, socialista dove i poveri non sono più schiavi e ciò è ancora e sempre possibile e noi lo stiamo facendo.
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L’ABC sulle minacce di invasione al Venezuela che i media non spiegano

di Anika Persiani

Il Governo degli Stati Uniti ha vissuto, nel mese scorso, lo Shutdown più lungo della storia, lasciando 800 mila dipendenti statali senza stipendio. Oltre ai senza tetto, ai “roulottari” e a coloro che vivono nelle fognature.

Il governo degli Stati Uniti, da diversi anni, vuole risolvere il problema della povertà in Venezuela, paese dove – dice Trump – la gente vive con pochi dollari al mese per colpa di un tizio – Nicolas Maduro – che vuole sterminare il suo popolo.

In Colombia c’è un altro tizio, venezuelano, di nome Juan Guaidó. Juan Guaidó è uscito da pochi giorni dal suo paese, del quale sostiene di essere Presidente dopo essersi autoproclamato tale, a bordo di un elicottero delle Forze Armate Colombiane per andarsi a fare un giretto oltre confine. È da precisare che Colombia e Venezuela hanno rotto pure i rapporti diplomatici, ufficialmente.

L’appendice della storia che dura da diversi anni, si è iniziata a scrivere il 23 gennaio scorso quando, proprio in mezzo di strada, il passeggero della Forza Aerea Colombiana ha preso in mano la Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela ed ha giurato come Presidente, montando addirittura su un palco allestito con tanto di altrettanti signori in attesa del conferimento di un potere. Roba che manco in Pocahontas.

A Caracas, però, non si è smosso niente e le legittime istituzioni continuano ad essere istituzioni legittime.

L’autoproclamato ha passato queste settimane chiedendo all’esercito di obbedire a lui come nuovo comandante in capo, ricevendo in cambio, tecnicamente, una pernacchia strategica; ha continuato a giocare un gioco non propriamente suo, chiedendo nuovamente aiuto a quei militari delle Forze Armate Venezuelane, cercando di incontrarli e convincerli a tradire quell’altro Presidente, quello eletto il 20 maggio scorso che siede nel Palazzo di Miraflores, offrendo loro di tutto. E, davanti ad un ennesimo NO, è poi arrivato a dipingerli come corrotti e criminali nelle sue dichiarazioni davanti alla Comunità Internazionale. No, non è finita qua: in una sorta di corner, last minute, quando si è reso conto che il suo gioco era squilibrato e che chi gli aveva disegnato lo schemino si era sbagliato di brutto, ha proposto, sempre ai militari, addirittura un’amnistia. Amnistia per cosa, non si è capito. E siccome anche ‘sti soldati, patrioti, non hanno capito per cosa avrebbero dovuto esser assolti e, soprattutto, da chi, gli hanno fatto un’ulteriore pernacchia, dichiarandosi fedeli alla patria ed al governo di Caracas. Il ragazzotto perso, ma proprio perso, è quindi arrivato a chiedere alla macchina bellica statunitense di attaccare quello stesso esercito con il quale aveva tentato di trattare per farsi riconoscere come legittimo Presidente, al posto di quell’altro che, come abbiamo detto, siede nel Palazzo di Miraflores. Come nella migliore scenografia di un film hollywodiano.

Pare sia una sorta di moda autoproclamarsi, per i venezuelani. Da quel che si è saputo, anche un gruppo di pellegrini, nel bel mezzo di una cena in un ristorante chic di Miami, si è autoproclamato Tribunale Supremo di Giustizia del Venezuela; un senatore degli Stati Uniti si è autoproclamato Capo delle Forze Armate Venezuelane, arrivando pure a minacciare le stesse Forze Armate delle quali voleva diventare leader; un segretario dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA) si è autoproclamato Ambasciatore del Venezuela e lo stesso Segretario Generale del suddetto organismo si è autoproclamato Presidente di tutti gli stati membri, dicendo che il governo di Caracas era stato espulso dall’Assemblea dell’OEA. Ora: essendo la stessa Organizzazione degli Stati Americani composta da 35 stati, per escludere la Repubblica Bolivariana del Venezuela dalla confederazione, si sarebbero dovuti avere 24 voti favorevoli alla sua espulsione. Ce ne sono stati solo 18 e l’Ambasciatore che rappresenta Caracas, Samuel Moncada, continua a sedere sulla stessa sedia, a parlare ed illustrare (anche molto bene) il tentativo di colpo di Stato, non riuscito. Il resto, cicce. Ma in tutto questo caos non dobbiamo perdere di vista il punto, ossia: il Governo degli Stati Uniti è “amico” della Colombia e la aiuta in base agli accordi fatti dai Presidenti che si sono succeduti e, per questo, gli aiuti umanitari li manda via terra invece che via mare, nonostante Caracas vanti uno dei porti commerciali, quello della Guaira, abituato a mercantili di consistenti dimensioni, ed un aeroporto internazionale, scalo fondamentale per il traffico aereo dell’America Latina.

La Colombia è uno dei paesi con il più alto tasso di mortalità infantile, di analfabetismo e di delinquenza e, guarda caso, è l’icona degli interessi di famiglie ‘ndranghestiste e dei cartelli della droga ed ha ben 8 basi militari statunitensi. Ed una posizione geografica, come il Venezuela, che è un regalo lasciato dalla deriva dei continenti; osserva due mari, due fronti continentali a nord e a sud, e perfino il traffico commerciale di Panamá, pochi chilometri a nord. E controllerà quello futuro, che si svilupperà nel Canale che si sta costruendo in Nicaragua grazie agli investimenti cinesi, e che cambierà, non poco, le regole del commercio internazionale.

Il Governo degli Stati Uniti critica un paese che, da sempre, nei peggiori Bar di Caracas e nei peggiori barrios (sobborghi tipo favelas), oltre a bere il Rum Pampero, vede persone che si prodigano a raccattare gli scarti di cibo dai cassonetti delle zone “Inn” metropolitane o a spararsi il fine settimana, secondo il cliché importato del Far West che non era propriamente parte del bagaglio culturale degli indigeni locali, più avvezzi ad accordarsi per contrabbandare oro e minerali in una sorta di prostituzione verso gli Stati Coloniali.

Come, del resto, succede in tutte le megalopoli latinoamericane e nordamericane che, già dagli anni venti, sono esplose demograficamente e non hanno importato propriamente architetti, medici o Professori di antropologia.

Con tutti questi problemi continentali, quello più importante pare essere Maduro. Un presidente che, a sua volta, ha a che fare con soggetti di svariata natura che girano con bombe carta che costano qualcosa come venti dei loro stipendi, che passano giorni e giorni per strada a manifestare lamentando il fatto che i figli non hanno di che campare. Ecco, con tutto il rispetto per la storia sindacale europea, c’è da chiedersi: ma questi qua, in piazza per mesi e con i figli che muoiono di fame in casa, come portano un piatto di riso ai loro cari se stanno, belli e determinati, nelle piazze ad incendiare edifici ed autoveicoli? Sono veramente dei genitori così “snaturati”? I loro datori di lavoro gli fanno qualche speciale contratto che non prevede il licenziamento per assenza continua dal posto di lavoro? Il Governo li sussidia in qualche modo per farsi massacrare, oppure qualcuno li paga di più di quello che guadagnerebbero presentandosi, ogni mattina, dietro ad una scrivania, ad un banco di vendita o in una fabbrica? Oppure hanno risorse economiche date da quella speculazione che, per anni, hanno fatto sulla moneta locale, che gli permette di non aver bisogno di darsi da fare per procurarsi quel cibo che dicono manchi nel paese?

Ma, agli occhi del mondo, questi signori sono i poveri che gridano contro un signore baffuto di nome Nicolás Maduro; peccato che i poveri siano quelli che scendono con le bandierine e le magliette rosse e che, da questi governi che si sono succeduti, composti non proprio da luminari dell’economia, qualche vantaggio come le case popolari, l’assistenza sanitaria gratuita (seppur con una grossa crisi per l’assenza di farmaci e ricambi per i macchinari ospedalieri che sono soggetti a sanzioni internazionali), gli studi superiori accessibili a tutti e qualche altro vantaggio, lo abbiano avuto. Per carità, non è che il governo del Partito Socialista Unito del Venezuela sia l’icona dello sviluppo economico, diciamo pure che di errori, mi pare evidente, ne commetta abbastanza e ne abbia commessi, in questi anni, anche di molto gravi. A partire dalla mancata produzione di generi di prima necessità e allo sviluppo di un’economia basata sempre e solo sui barili di petrolio da esportare. Ma perché, se nel paese già ci sono gravi disagi, li si devono accentuare sanzionando persone tanto povere per farle morire, in nome del diritto internazionale? Perché questa tecnica assurda, che prevede la sofferenza di milioni di persone, che si chiama politica delle sanzioni economiche?

Comunque, per tornare a quel tizio di nome Juan Guaidó, c’è da dire che il Governo USA lo ha prontamente riconosciuto. E questo perché ha studiato proprio alla George Washington Accademy, si è formato sotto le ali protettrici di uno di quegli stessi signori che stanno a capo del Fondo Monetario Internazionale, una di quelle istituzioni che le sanzioni le formulano, le applicano e le portano avanti come sistema bellico: un economista venezuelano, sconosciuto ai più, di nome Luis Enrique Berrizbeitia.

Il Fondo Monetario Internazionale che, negli ultimi anni, non ha mai espresso nessun disappunto mentre centinaia di migliaia di venezuelani con doppio conto corrente (dei quali uno venezuelano ed un altro a Miami, Panama, Madrid, Madeira, Toronto, Bogotà e mille altri posti ignoti della terra), speculavano sulla loro stessa moneta (il Bolivar), applicando la vecchia pratica dei cambisti a nero, favorendo la svalutazione monetaria e arricchendosi sempre di più. Con tasso di cambio stabilito sulle pagine web di Monitordolar.ve o di Dolar Today, maneggiate (apparentemente) da misteriosi signori. Praticamente, volendo cambiare cento dollari in bolivares, si pagava una commissione più o meno del 10 per cento (quando si trattava solo di trasferimento bancario), per arrivare al 40 per cento, nel caso si volessero acquistare dei soldi in contanti. Un accumulo di divisa estera che diventava una riserva di valore immensa ogni qual volta si ri-svalutava la moneta venezuelana. Una riserva che consente, ad oggi, di comprare appartamenti, risorse energetiche, materie prime e pure pezzi di paese, a chi la detiene.

Ecco. Questi misteriosi signori sono quelli che manifestano nelle piazze, da almeno 6 o 7 anni, accusando il governo di non fare l’interesse del popolo perché non li lascia trafficare con le loro compravendite di prodotti che poi ributtano sul mercato a prezzi più che decuplicati rispetto al costo di produzione. Chiaro: il Venezuela è ancora uno stato capitalista, soggetto all’economia di mercato. E se si hanno i soldi per comprare enormi quantitativi di prodotti, in una economia di mercato, nessuno lo può proibire.

C’è da ribadire mille volte che il Venezuela non è paese socialista con i burocrati socialisti che controllano un’economia pianificata, è uno stato capitalista che sta cercando di fare le riforme per diventare socialista.

I poveri venezuelani, quelli invisibili che, nel frattempo, in questi anni, si sono iscritti ad un’anagrafe, hanno avuto un’identità, vogliono una prospettiva che non è rimasta solo quella di coltivare papaya o di fare gli sciuscià nei centri cittadini.

I poveri venezuelani sono arrivati a dire la loro, attraverso un semplice meccanismo democratico che si chiama elezione. Ed hanno eletto, fra i 6 candidati dei 16 partiti che si sono presentati il 20 maggio scorso alle elezioni anticipate (volute dall’opposizione), Nicolás Maduro.

In un paese dove, in venti anni, ci sono state venticinque chiamate alle urne e dove, fino ad oggi, pare che nessuno avesse mai lamentato niente, i risultati sono stati:

Maduro 67,84%
Henri Falcon (oppositore dell’Avanzata Progressista) 20,93%
Javier Bertucci (come indipendente) 10,82%
Reinaldo Quijada (dell’UPP89) 0,39%

Gli altri due (Luis Ratti e Visconti Osorio) hanno ottenuto numeri da prefisso telefonico. Ecco: dato che la matematica non è un’opinione, in queste percentuali, dovremmo collocare la quantità dei voti dei seguaci del Signor Juan Guaidó, che sostiene di avere la maggioranza assoluta nel paese. Sicuramente ce l’ha: all’estero, dove i venezuelani, o i venezuelani oriundi, vogliono la testa di Maduro. E si fanno sentire, forte, anche per la loro possibilità economica di sviaggiare in lungo ed in largo per il globo terrestre (possibilità che i poveri non hanno) per dialogare con i governi e con gli stati che in Venezuela metterebbero ben volentieri le mani sulle riserve petrolifere e minerarie. Governi che pressano per il riconoscimento del ragazzo della George Washington Accademy e dei corsi fatti, da Belgrado a Langley, per fomentare rivoluzioni colorate e prendere il potere.

Ma la cosa da non dimenticare, soprattutto in Italia (paese che vanta il maggior numero di migranti nel paese caraibico), è che coloro che vanno ascoltati e tutelati sono gli italiani residenti oltreoceano e non i venezuelani residenti nel nostro bel paese. Attenzione: gli italiani, non gli oriundi con doppia cittadinanza che, come spiegato qualche paragrafo prima, hanno doppio conto corrente e hanno tutto l’interesse a speculare sul cambio monetario. E il nostro paese, per primo, non dovrebbe permettere le ingerenze degli altri governi in un processo di trasformazione economica che solo in Venezuela, i cittadini ed i residenti, hanno diritto di scegliere o revocare. Giusto o sbagliato che sia.

Firenze 24feb2019: Giù le mani dal Venezuela!

L'immagine può contenere: 2 persone, barba e testo

Firenze 21feb2019: Venezuela una storia Latino(Americana)

Non è indispensabile essere fan di Maduro per rifiutare le ingerenze in Venezuela

di Anika Persiani

Ogni sera mi ritrovo a dover discutere, nel bene o nel male, di Venezuela. In genere ironizzo, perché l’80% delle persone che mi rivolge appunti e critiche, non sa la differenza fra Venezuela e Guyana, non sa quale sia il processo economico in corso, né tanto meno come sia il continente latinoamericano. Più volte mi si chiede: “Ma che lingua si parla in Venezuela? E in Perù?”.

Insomma, a parte le lingue indigene, la cui giornata della memoria (ormai solo della memoria, ahimé) sarà il prossimo 21 di febbraio, vorrei chiarire un punto: tutta l’America Latina, dal Messico in giù, parla spagnolo da un bel pacco di secoli. Con la varianza dialettale, chiaro, ma si parla spagnolo. L’unico paese che, per un’ironica scommessa coloniale, parla portoghese, è il Brasile.

Fatta questa premessa, sottolineo la potenza commerciale ed economica che potrebbe avere questo dettaglio (come Hugo Chávez aveva intuito), cosa che, in Europa, con l’inglese masticato appena dai nostri aspiranti statisti “dem”, manco ci possiamo sognare.

Spiegare un problema semplice che viene presentato come complesso, pare una passeggiata. Ma proprio perché ci sono da smontare tante tesi al limite dell’incredibile, troppe menzogne mediatiche e, purtroppo, create a proposito, il lavoro si complica. 

Tutto questo senza tenere conto che il livello medio di comprensione delle persone che, del Venezuela, non sanno quasi niente; e senza tenere conto che le notizie sono sparpagliate, senza un filo conduttore. Buttate qua e là, in base a una o ad un’altra determinata necessità dello scribacchino di turno che, proprio sull’ignoranza indotta, ci conta eccome.

Tanta confusione non aiuta; il fatto che ognuno dica la sua senza vedere oltre il proprio naso, crea una risultante, ossia una cosa che a livello matematico è quel polinomio che si annulla se e solo se le due equazioni hanno una soluzione in comune. E questa risultante deriva dalle equazioni più strane, quelle che massacrano solo i cervelli.

Prima di tutto: perché si è arrivati a questa crisi in un paese che ha la seconda riserva di petrolio al mondo, sfruttata solo per una minima percentuale, e che si articola in 54 mila chilometri quadrati nel Delta dell’Orinoco?
 
Veniamo alle spiegazioni più semplici, dato che sono figlia di uno che, nella Legion Francaise, dopo aver fatto il filibustiere nei paracadutisti, è arrivato ad un’età in cui non poteva più lanciarsi in modo acrobatico e proprio di idrocarburi si occupava.

I gradi Api (American Petroleum Institute) sono l’unità di misura che indica il peso del greggio rispetto al peso specifico dell’acqua che, convenzionalmente è uguale a uno. Cioè: un litro di acqua, equivale ad un chilo. Tutti gli altri liquidi, avendo pesi specifici diversi, si definiscono più leggeri, o più pesanti. Un litro di olio di oliva pesa circa 0,90 kg, ossia circa un dieci per cento in meno di un litro di acqua. 

Un grado API si calcola dividendo 141,5 per la gravità specifica della miscela alla temperatura di 15,5° centigradi e non ai soliti 25°C che si utilizzano come temperatura convenzionale (STP – temperatura e pressione standard) e sottraendo 131,5. In sintesi, si definisce una miscela “pesante” quando i gradi API sono inferiori a 25, ossia quando hanno una gravità specifica maggiore di 0,90; oppure “leggera”, quando i gradi API sono maggiori di 40 (con gravità specifica inferiore a 0,83).

Ecco: nel mondo degli idrocarburi, quando il petrolio ha meno gradi API, significa che è più difficile da estrarre e raffinare perché più “pesante” (a volte anche sabbioso), se ne ha meno, è più gestibile. L’unico problema del greggio venezuelano, essendo petrolio pesante, con una densità che varia tra i 4 ed i 15 gradi Api, è la modalità di estrazione perché, per la sua consistenza, scorre lentamente e non fluisce con la velocità del greggio più leggero che invece, molto facilmente, si può anche lavorare. Perché, ragazzi, non è che facendo un buco (una perforazione, tecnicamente), arriva il miracolo ed esce un getto di petrolio che annaffia l’umanità. La cosa è un po’ più complicata. 

Fare il quadro della situazione, quindi, diventa più facile. Soprattutto mettendo, fra i primi argomenti da toccare, il fatto che il petrolio venezuelano sia, in parte sabbioso, in parte non pulito e, di conseguenza, “pesante”. E, come abbiamo spiegato poco sopra, una materia prima con queste caratteristiche, ha bisogno di lavorazioni complesse, di strumentazioni complesse per la sua estrazione e raffinazione, e di investimenti consistenti. 

I governi che si sono succeduti nel paese caraibico, nell’era dello sviluppo economico a suon di barili, spesso e volentieri, hanno delegato tutto questo processo di produzione a compagnie private che, per i motivi suddetti, non hanno sfruttato al massimo la riserva. Riserva che potrà quindi garantire un’autonomia energetica che nessun altro sito estrattivo di potrà sognare. Ovvio, con gli investimenti appropriati che, guarda caso, Iran e Russia, sono in grado di fare nell’area dell’Orinoco o del Golfo di Maracaibo. 

Non solo petrolio. Perché nel paese caraibico, c’è un’abbondante riserva di Litio (minerale essenziale, oggi, per lo sviluppo tecnologico per la produzione di componenti elettronici), una di caolinite (essenziale in vari altri settori strategici perché dalla caolinite di ottiene la porcellana) e, soprattutto, di oro. Quell’oro che viene contrabbandato come fosse tabacco e che, non sono io a dirlo, garantisce la riserva economica dei paesi. Una delle riserve di oro lavorato e trasformato in lingotti, di proprietà venezuelana, era stato depositato (come aveva fatto la Libia e come hanno fatto molti altri paesi “ricchi” di questa materia prima) nella Bank of England, a Londra.

E, il Venezuela, a livello mondiale, risultava essere al sedicesimo posto nella graduatoria mondiale, per la quantità di depositi. Una bella garanzia, in caso di crisi economica! Garanzia che la Deutsche Bank non ha tardato a sfruttare, offrendo al governo venezuelano contanti in cambio di circa 35 tonnellate della riserva aurea e marchettando con la Bank of England (che, nel frattempo, già aveva confiscato al Venezuela il resto della riserva per le sanzioni imposte dagli Stati Uniti) un’operazione per ridepositare, in quel di Londra, anche i Lingotti dati in pegno, in modo da far confiscare anche quelli.

E poi ci raccontano le favole dei paesi europei buoni che vogliono aiutare il processo democratico nei paesi dell’America Latina. Ci raccontano che Maduro è un cattivo dittatore (così come fecero per Gheddafi e per gli altri governi affossati dall’onda delle primavere arabe) e che in Venezuela c’è la fame. Voglio dire: se io ho dell’oro come riserva in casa mia, entra qualcuno e me lo ruba, magari mentre sono pure disoccupato e, proprio colui che me lo ha rubato, viene ad offrirmi prestiti o a volermi far ristrutturare casa a modo suo, se premettete, lo manderei volentieri anche in culo. Ma, stando all’opinione pubblica di grandi esperti, io sarei cogliona e Nicolás Maduro è cattivo.

Cattivo, cattivo, cattivo. Ora, e ve lo dice una che mai e poi mai voterebbe per il Partito Socialista Unito del Venezuela e che si sarebbe – forse, per senso di ribellione – orientata sul candidato Reinaldo José Quijada del partito Unità Politica Popular89 anche alle elezioni dello scorso 20 maggio 2018, vinte dall’attuale Presidente. 

Elezioni legittime. Vinte con 6.248.864 voti a favore, con un 47% di distacco dal secondo candidato alla Presidenza Henri Falcón, dell’opposizione. Elezioni svoltesi alla presenza di 970 osservatori internazionali, 14 commissioni di otto diversi paesi, due missioni tecniche elettorali, un europarlamentare, una delegazione tecnico elettorale inviata dalla Federazione Russa e più di 50 giornalisti provenienti da tutto il mondo, dei quali 18 accreditati presso il Consiglio Nazionale Elettorale.

Il sistema elettorale, il metodo di voto, insomma, era peraltro lo stesso (fatto con macchinari con impronte digitali) che aveva visto, nel dicembre 2015, la vittoria dello schieramento di opposizione a Maduro che è entrato in Parlamento con la maggioranza. Nelle elezioni del maggio dell’anno scorso, che hanno riconfermato la Presidenza al leader del PSUV, concorrevano 16 partiti politici e sei candidati: Nicolás Maduro, Henri Falcón, Javier Bertucci, Reinaldo Quijada, Francisco Visconti Osorio e Luis Ratti. Mica pochi, voglio dire…

Ora: il punto è che quell’opposizione che distrugge le città con atti vandalici, che incendia gli autobus, i magazzini con le scorte alimentari, quell’opposizione che lancia ordigni artigianali contro le forze dell’ordine, insomma, quell’opposizione che qua, in Europa, si massacra nelle manifestazioni o che – nel peggiore dei casi – è composta da fantomatici esseri chiamati “Black Block”, ha scelto di non andare al voto. Certa, come certa lo ero io essendo una sostenitrice di Quijada che – già in partenza – sapevo avrebbe preso consensi da qualche suo parente e amici o da qualche visionario, era la vittoria di Maduro. In un paese dove, fino a una ventina di anni fa, i poveri vivevano nelle baracche e non sapevano neanche leggere un giornale, in un paese dove quasi la metà della gente sta sistemata in case popolari e dove (quando non vengono bruciate, rubate o rivendute dai criminali che manifestano per strada) gli si garantisce pure una cesta minima alimentare, per chi avrebbero dovuto votare? Per uno come Guaidó che, quelli come loro, li metterebbe volentieri nei forni dei pozzi di petrolio?

Nessuna descrizione della foto disponibile.Ribadisco. Sono una delle prime contestatrici di Nicolás Maduro. Non mi piacciono tante delle sue riforme, non mi piace la linea politica che porta avanti per combattere l’iperinflazione, non mi piace neanche come “omino” (diciamo che Hugo era molto più figo, come molto più figo lo è Rafael Correa). Ma non posso accettare che personaggi come Freddy Guevara, Juan Gerardo Guaidó Márquez e compagnia bella, con il livello di coscienza pari alla costante per il calcolo dei gradi API, possano determinare il futuro di una paese che sento anche mio. Perché il Venezuela è di tutti noi, non delle Banche o del Signore in questione che, data la sua formazione alle calcagna dell’economista venezuelano Luis Enrique Berrizbeitia del Fondo Monetario Internazionale, in quel di Washington, ai tavolini della CIA con il programma politico della Accademia della Capitale che serve a destabilizzare l’America Latina, si ritiene già Presidente perché riconosciuto – guarda caso – da Donald Trump. 

Ma per favore, le favole raccontatele ai mentecatti. Io preferisco leggere i fumetti a libera interpretazione. Ed il dialogo, che tanto mi piace, vorrei portarlo avanti con chi è capace di farlo. Sono snob. Eccome.

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