L’economia dopo la catastrofe

La economía después de la catástrofedi Atilio Boron

La Grande Depressione degli anni Trenta trascinò a fondo, nella sua caduta, l’ortodossia liberale, i cui pilastri erano la divisione internazionale del lavoro tra i Paesi avanzati e la periferia capitalistica produttrice di materie prime; il gold standard e la dottrina del laissez-faire che sanciva il primato assoluto dei mercati e, di conseguenza, lo “Stato Minimo” che si limitava a garantire che quest’ultimi portassero sotto la sua orbita le più diverse componenti della vita sociale, instaurando, di fatto, una vera e propria “dittatura del libero mercato”. Ma sul finire del 1929 scoppia la Grande Depressione e il mondo che emerge dalle ceneri della crisi è molto diverso: la divisione internazionale del lavoro comincia a vacillare perché alcuni Paesi della periferia iniziano un vigoroso processo di espansione industriale. Il gold standard fu sostituito, dopo un turbolento interregno che si sarebbe concluso solo con la fine della seconda guerra mondiale, dal dollaro, che fu introdotto come moneta di scambio universale perché a quel tempo non c’era altra moneta che potesse competere con essa per le distruzioni causate dalla guerra. E soprattutto la cosa più importante: i mercati furono sottoposti ad una crescente regolamentazione da parte dei governi, il che portò a rovesciare un’asimmetria che se prima era stata molto favorevole ai mercati, per poi cominciare a spostarsi a favore degli Stati. Di conseguenza la spesa pubblica richiesta dalle nuove esigenze di una cittadinanza mobilitata e rafforzata dalle lotte contro la depressione e dalla ricostruzione post bellica fece crescere notevolmente la dimensione dello Stato in rapporto al PIL, come mostra la tabella seguente.


Debito totale dei governi, 1900, 1929, 1975
(% del Pil)


1900         1929         1975
__________________

Germania                     19.4          14.6          51.7

Regno Unito                 11.9          26.5          53.1

Stati Uniti                       2.9            3.7          36.6

Giappone                        1.1            2.5          29.6

Fonte: IMF Data, Fiscal Affairs Departmental Data, Public Finances in Modern History

 

Le cifre parlano da sole e ci risparmiano di dover ricorrere a complicate argomentazioni per dimostrare l’enorme portata del cambio di paradigma della governance macroeconomica del capitalismo dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale. La Germania ha più che triplicato la spesa pubblica tra il 1929 e il 1975; il Regno Unito l’ha aumentata di poco più del doppio e gli Stati Uniti e il Giappone rispettivamente quasi di dieci e dodici volte! Più Stato che mercato per sostenere il processo di democratizzazione e di cittadinanza del dopoguerra. La salute, la sicurezza sociale, l’istruzione, l’abitare e tutti i beni pubblici che lo Stato deve garantire sono stati i motori della crescente centralità dello Stato nella vita economica e sociale.

Ma questo non è tutto: un altro aspetto da sottolineare è che una volta esaurito il ciclo keynesiano nel 1974/75 e realizzato il nefasto ritorno del liberalismo (ora addolcito con il prefisso “neo”, per indurre l’ingenuo a credere che si tratti di una formula innovativa) in nessuno di quei Paesi lo Stato si è ridotto al livello che aveva alla vigilia della Grande Depressione, stravolgendo il ruolo di centro gravitazionale ormai assunto nelle economie. Il ritmo di crescita conobbe un rallentamento e la spesa pubblica si ridusse, soprattutto in Gran Bretagna (sotto il Thatcherismo) e in Germania (con la truffa della “terza via”) e meno negli Stati Uniti e in Giappone. Ma anche così, nel 2010, questi quattro paesi erano ancora, in termini di peso dello Stato, ben al di sopra dei livelli esibiti durante il periodo di massimo splendore del liberalismo dei primi tre decenni del ventesimo secolo. Anche tenendo conto dei tagli avvenuti negli ultimi dieci anni, lo Stato ha un peso ancora superiore rispetto al 1929.

Quale sarebbe la conclusione da trarre da quest’analisi? Che la pandemia che oggi colpisce il pianeta, avrà un impatto pari o superiore a quello della Grande Depressione e della Seconda Guerra Mondiale. Il capitalismo europeo e americano, che aveva già dato chiari segnali di avvicinarsi a un’imminente recessione, sarà spazzato via dalle conseguenze economiche dell’attuale catastrofe sanitaria. E la via d’uscita da quella crisi avrà come uno dei suoi segni distintivi il fallimento ideologico del neoliberismo, con la sua stupida fede nella “magia dei mercati”, nelle privatizzazioni e nelle deregolamentazioni, e nella presunta capacità delle forze di mercato di allocare razionalmente le risorse. Questo costringerà ad una profonda revisione del paradigma delle politiche pubbliche a partire dall’assistenza sanitaria e, subito dopo, dalla previdenza sociale, come preludio a quella che sarà la battaglia decisiva: mettere sotto controllo il capitale finanziario e la sua rete globale che sta soffocando l’economia mondiale, causando recessioni, aumentando la disoccupazione e portando la disuguaglianza economica a livelli estremamente elevati. Un capitale finanziario ultra parassitario che finanzia e protegge le mafie dei “colletti bianchi” e che, con la compiacenza o la complicità dei governi dei capitalismi centrali e delle istituzioni economiche internazionali, crea “paradisi fiscali” che facilitano l’occultamento dei loro crimini e l’evasione fiscale che impoverisce gli Stati privandoli delle risorse necessarie per garantire una vita dignitosa ai propri popoli.

Questo è il mondo che verrà una volta che la pandemia sarà un triste ricordo del passato. Naturalmente, a quel punto le forze popolari dovranno essere molto ben organizzate e coscienti (e coordinate a livello internazionale) perché questi cambiamenti non saranno un regalo di una borghesia imperialista pentita dei suoi crimini e disposta ad abbandonare i suoi privilegi, ma dovranno essere conquistati attraverso grandi mobilitazioni e lotte sociali per imporre un nuovo ordine economico e sociale post-capitalista. Ci vorrà coraggio per combattere per la costruzione di quel nuovo mondo, ma anche intelligenza per stimolare la coscienza critica delle grandi masse popolari ed evitare che cadano, ancora una volta, nelle trappole che gli stregoni del neoliberismo stanno già preparando. Hanno un obiettivo molto chiaro: dopo la pandemia, che tutto rimanga uguale. Dobbiamo essere pronti ad affrontarli e ad assumerci la responsabilità di realizzare esattamente il contrario: che nulla rimanga uguale, illuminando con le nostre lotte e con la nostra coscienza i contorni della nuova società che sta lottando per nascere. Una società, insomma, dove la salute, la medicina, l’istruzione, la sicurezza sociale, l’abitare, i trasporti, la cultura, la comunicazione, la svago, lo sport e tutte le cose che fanno la vita dignitosa non siano più merci, ma acquisiscano il loro irrinunciabile status di diritti universali. E questa sarà una grande opportunità per cercare di farlo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

A sette anni della dipartita fisica del Comandante Chá­vez

Risultato immagini per Chavez siete anosdi Atilio Boron

Oggi son passati sette anni dalla dipartita del Comandate eterno, di una delle grandi figure della
storia contemporanea dell’America Latina e dei Caraibi.

Messomi a scrivere qualche riga per un breve ricordo di un indimenticabile personaggio, mi sono reso conto che sette è un numero abbastanza speciale.

In tutte le religioni gli si attribuisce un significato particolare: nel cattolicesimo, nell’ebraismo, nell’induismo e persino nell’antica Grecia, il sette aveva un significato speciale. Per i primi perché sette sono i doni dello spirito santo, i peccati capitali, i sacramenti e i giorni che Dio impiegò a creare il mondo. Per la Kabalah, l’interpretazione mistica della Torà, il candelabro sacro deve avere sette braccia, tante quante le colonne che aveva il tempio di Salomone. Nell’Hinduismo sette sono i Chakra dell’essere e le città sacre dell’India.

Nell’antica Grecia si raccontava dei sette savi, si dilettavano ascoltando le sette note musicali o i sette colori dell’arcobaleno, mentre gli astronomi studiavano le sette fasi lunari e prendevano nota dei sette giorni della settimana.

Questa breve digressione nasce da una vecchia lettura, da una frase che al tempo mi impressionò: il sette rappresenterebbe il ponte tra le divinità e i mortali. E mi è venuto da pensare che oggi, chissà dove, Hugo sta attraversando quel ponte che lo farà diventare una divinità.

Così lo sento, un ricordo, una presenza sorprendentemente vicina che ha la capacità di influenzare le azioni di quelli che restano nel mondo dei vivi.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Mastracchio]

Cubanità

di Atilio A. Boron

Cos’è Cuba? Qual è il mistero dell’isola ribelle? Proverò a descriverlo in poche parole, così come lo ha fatto il grande Eduardo Galeano, nonostante non abbia il suo stesso talento.

Cuba è musica e ancora musica. Musica ovunque: per l’inizio di una cerimonia, per la sua fine, in una sua pausa. Con musicisti vecchi o giovani, persino bambini. In un teatro, per strada, dietro le porte chiuse di una casa o di un istituto. Musica popolare, musica classica, Mozart e Beethoven mescolati con Ernesto Lecuona e Buena Vista Social Club. È Chucho Valdés e Daniel Barenboim. È Omara Portuondo, Polo Montañéz e Benny Moré insieme a Pavarotti, Placido Domingo o John Lennon e i Beatles. È Alicia Alonso che balla con Nureyev. È la “Colmenita” e i “Van Van”.

Cuba è il “son”, è salsa, è Compay Segundo, la Nueva Trova. È Silvio, è reggaeton, è cumbia, è jazz, è guaguancó, è rumba, è bolero. Tutto, assolutamente tutto, a Cuba diventa musica, è fatto con la musica, è celebrato con la musica, è commemorato con la musica. Con pianoforti a coda, sax, violini, chitarre, oboi e flauti traversi fino al güiro, al chequeré, al bongó e alle tumbadoras. In ogni momento: al mattino, di pomeriggio, alla sera. Cuba è musica ed è coppie che ballano per strada, sul malecón, nei giardini dello stupendo Hotel Nacional, nelle case, ovunque e in qualsiasi momento. La sua gente ha la musica nel sangue e non si stanca di mostrarlo. E la Rivoluzione si è fatta carico di valorizzare questo magnifico gene delle cubane e dei cubani, istituendo lungo tutta l’isola un’infinità di scuole e conservatori, dove, gratuitamente, il popolo può imparare a cantare e suonare professionalmente.

Ma Cuba è anche letteratura, poesia, romanzi, storie, riviste, libri, incontri sociali, tavole rotonde. Cuba è scienza e coscienza, è umanesimo e pensiero critico. È Carpentier, Guillen, Lezama Lima, Vitier e anche Cortázar, Walsh e Gabo; e Retamar che recentemente ci ha lasciato per riunirsi con questi ultimi. È i suoi due eccezionali ed essenziali contributi alla cultura e all’identità latino-caraibica: Casa de las Américas e ICAIC. È anche la sua affollatissima fiera del libro, non a caso allestita nel primo territorio libero dall’analfabetismo delle Americhe. Ed è L’Avana, uno dei principali centri culturali del mondo, non solo dell’America Latina e dei Caraibi. La sua offerta in termini di teatro e spettacoli di ogni genere è incredibile, paragonabile a quella delle più grandi città del continente come Buenos Aires, Città del Messico o San Paolo.

Cuba è un’eroica resistenza a un embargo criminale senza perdere il fine senso dell’umorismo, la capacità di ridere di se stessi e di prendere in giro la grossolanità dei propri carnefici decerebrati. E anche solidarietà militante, pratica, concreta. Il paese più solidale al mondo, senza dubbio. Condivide ciò che ha e anche ciò che non ha, senza aspettarsi nulla in cambio. Mentre l’impero e i suoi vassalli saccheggiano il resto dei paesi e inviano truppe, spie, torturatori e sicari all’estero, Cuba invia medici, maestri, insegnanti di musica e danza e istruttori di sport. La differenza morale è schiacciante.

Cuba è Martí, Mella, Guiteras, il Che, Camilo, Vilma; è Frank País, Armando Hart, Abel e Haydée Santamaría. E ovviamente Fidel, che è ovunque anche se non esiste una sola piazza, via, viale, stadio, ospedale, edificio pubblico, ponte, porto o strada che porti il suo nome, qualcosa che il Comandante ha espressamente proibito e a cui ci si attiene rigorosamente. Non c’è bisogno di nominarlo perché il suo spirito e il suo retaggio permeano l’intera isola. È morto trasformandosi in milioni di cubane e cubani. Oggi tutti sono Fidel.

Cuba è L’Avana e Santiago, Guanabacoa e Trinidad, è Cienfuegos e Holguín, è Birán e Sancti Spiritus, è la Moncada e la Sierra Maestra, Girón e il secondo fronte, è Santa Clara e il Granma. È, per quanto possa sembrare incredibile, i sette fucili impugnati da Fidel con cui disse ad un attonito Raul “vinceremo la guerra”, pochi giorni dopo il caotico sbarco del Granma e con la maggior parte dei partecipanti alla spedizione dispersi sulle montagne cercando di non farsi ammazzare dall’aviazione di Batista. La massima volontà rivoluzionaria si combinò in Fidel, con un formidabile realismo nel leggere correttamente la situazione politico-militare.

Cuba è buona tavola con “moros y cristianos”, fagioli e tostones, carne di maiale a fette, agnello arrosto, aragoste e pesci ripieni di gamberi. Anche i tamales in casseruola e manioca con aglio mojo, cotiche di maiale e limone. Ma anche, zuppe che ti riportano in vita, deliziosi gelati, dessert che più dolci non si può e un elisir chiamato caffè. Cuba è mojito, piña colada e per finire il banchetto, gli infiniti rum e sigari incomparabili, unici al mondo.

Cuba è anche le sue innumerevoli cale, le sue centinaia di chilometri di spiagge di sabbia bianca e acque turchesi. È il mare che si infrange contro quella vasta e magnifica diga dell’Avana, con le sue onde che si innalzano verso il cielo e disegnano per un momento stupende figure di un bianco immacolato che ipnotizza chi passeggia.

Cuba è gli splendidi edifici dell’Avana Vecchia, che un governo osteggiato e ostacolato per decenni è determinato a restaurare e a ripristinare il loro splendore e la bellezza originale tramite uno storico della città, un brillante umanista rinascimentale di nome Eusebio Leal che la “santería” cubana ha fatto rinascere all’Avana con la missione di ricostruirla. E lo sta facendo. Nonostante l’embargo.

È il paese in cui non si vedono i bambini di strada, che mendicano a piedi nudi e vestiti di stracci, che cercano nella spazzatura per trovare qualcosa da mangiare. I suoi figli, tutti i suoi figli, sono a scuola, ben vestiti e con le scarpe. Un paese in cui non ci sono uomini e donne, né intere famiglie, che dormono per strada come in tante città della nostra America e persino negli Stati Uniti. Dove il cibo è garantito, così come la salute, per tutti. Cuba è istruzione universale, gratuita e di qualità dall’asilo alla laurea specialistica. Cuba è la sicurezza del cittadino, è il transitare attraverso le sue città senza le paure che turbano i cittadini di così tanti paesi nel mondo.

Questi risultati sarebbero stati impossibili senza la lungimiranza e il coraggio di Fidel, la sua leadership rivoluzionaria e l’ammirevole ingegnosità del popolo cubano, uno dei cui verbi idiosincratici è “risolvere”.

Risolvono tutto, qualunque cosa; altrimenti l’embargo li avrebbe messi in ginocchio. Sono in grado di far funzionare bene una Ford, una Buick o una Chevrolet degli anni cinquanta, una vera impresa della meccanica che provoca l’ammirazione (e talvolta l’invidia) dei turisti americani. O trasforma una berlina decrepita di quei marchi in una fiammante decapottabile, eliminando il tetto originale e facendo le modifiche del caso. Automobili scintillanti e splendenti che causano l’invidia di Hollywood, che pagherebbe una fortuna per portarle nei suoi studios. Ma sono ormai patrimonio cubano e lì resteranno.

Succede solo con le macchine americane? No! Si fa lo stesso, in un’operazione di restauro, francamente miracolosa, con una Lada sovietica del 1985 in grado di andare dall’Avana a Santiago senza alcun inconveniente nonostante i suoi limitati confort.

Cuba ha una sola connessione fisica ad Internet: il cavo sottomarino ALBA-1 in fibra ottica che è arrivato dal Venezuela nel gennaio 2011 grazie all’aiuto di Chávez per rompere l’isolamento informatico dell’isola.

Nonostante l’insufficienza di questo cavo che deve sostenere l’elevato e crescente numero di utenti Internet di Cuba, i Cubani “risolvono” le enormi difficoltà con l’accesso satellitare a Internet creato con grande ingegnosità, che consente loro di accedere attraverso programmi “made in Cuba” (che non ho visto in nessun altro paese) a quasi tutto il web. So che Bill Gates e le società della Silicon Valley non sanno cos’altro offrire per attirare gli informatici cubani.

C’è un problema? “Vai e risolvi” è il segno distintivo del cubano. Dovremmo sostenere il governo MPLA in Angola per impedire alla CIA e ai razzisti sudafricani di devastare quel paese? Bene, c’è l’ingegnosità cubana che realizza un altro miracolo: il trasporto, in innumerevoli viaggi, con un vecchio quadrimotore ad elica, il Bristol Britannia, di personale militare e attrezzature cubane in gran numero, che riuscì a far percorrere, preparando i parametri di viaggio di quell’aeroplano con precisione scientifica (bidoni di carburante supplementare, riducendo al minimo il carico non militare, regolando velocità, altitudine, etc.) i 10.952 km che separano l’Avana da Luanda, luogo in cui l’aereo atterrava, senza quasi nemmeno un litro di carburante. Fidel si occupò personalmente della logistica dell’operazione, supervisionando tutto, dal possibile tonnellaggio di carico alla velocità di crociera, all’altitudine necessarie per garantire il completamento del volo. Né a Washington né a Mosca potevano credere che questo ponte aereo avrebbe funzionato con quei catafalchi. Ma ci riuscirono, i cubani “hanno risolto” la sfida e Cuba e il MPLA vinsero la guerra.

Ecco perché la società e la cultura cubane hanno resistito a sessant’anni di blocchi di ogni genere.

Nonostante tanta aggressività, che per dimensioni e durata non ha precedenti nella storia, Cuba realizza in ambiti delicati come l’alimentazione, la salute, l’istruzione e la sicurezza dei cittadini ciò che quasi nessuno altro ha realizzato e il barbaro della Casa Bianca afferma che il socialismo è un fallimento!

Immaginiamo per un momento cosa sarebbe Cuba se non avesse dovuto subire il blocco imposto dagli Stati Uniti, con tutto il seguito di attacchi, sabotaggi, aggressioni e ingerenze di ogni tipo. Un paradiso tropicale. L’isola è un terribile esempio che Washington ha combattuto e continuerà a combatterà incessantemente, facendo appello ai metodi peggiori e violando tutte le norme della legalità internazionale. Oscar Wilde aveva ragione quando diceva che “gli Stati Uniti sono l’unico paese che è passato dalla barbarie alla decadenza senza passare per la civiltà”.

Cuba è il Davide del nostro tempo, è chi ha posto fine all’apartheid in Sudafrica, è la nazione che ha curato centinaia di migliaia di pazienti in più di cento paesi e creato la famosa ELAM, la Scuola di medicina latinoamericana che prepara i medici a prendersi cura di chi un medico non lo ha visto mai nella vita. Cuba è essersi presi cura dei bambini di Chernobyl quando l’Europa e gli Stati Uniti, l’Ucraina e la stessa Unione Sovietica, voltarono le spalle. Senza chiedere nulla in cambio. È aver collaborato con tutte le lotte di liberazione nazionale condotte dal Terzo mondo, senza impadronirsi della ricchezza di nessun paese e portare a casa niente altro se non i resti dei cubani caduti in combattimento. I suoi detrattori, in testa Mario Vargas Llosa, accusano Cuba di essere “isolata dal mondo”. I dati contraddicono questa menzogna non solo per i milioni di visitatori che anno dopo anno sfidano i divieti e i ricatti di Washington e vanno a visitare l’isola godendosi le sue bellezze, la sua gente, i suoi sapori, la sua musica, la sua gioia, la sua cultura, la sua gastronomia, ma anche, come riscontro della straordinaria attrattiva internazionale della Rivoluzione cubana e della sua integrazione nel mondo, ci sono non meno di 114 ambasciate all’Avana contro le 86 che si trovano a Buenos Aires, le 66 di Santiago, le 60 di Bogotá e le 43 di Montevideo. Chi è più isolato? Cuba è la volontà ferrea di costruire il socialismo anche nelle peggiori condizioni possibili, per resistere all’ammainarsi della bandiera del più nobile dei desideri umani.

Il debito dei nostri paesi con Cuba è immenso per i suoi decenni di aiuto e per non aver permesso di lasciar spegnere il faro che ci ha guidato nella ricerca del socialismo. Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo in America Latina e nei Caraibi se l’isola ribelle si fosse arresa alle interessate lusinghe di coloro che, all’inizio degli anni Novanta, avevano consigliato a Fidel di dimenticare il socialismo, che il capitalismo aveva trionfato, che era arrivata la “fine della storia”. Il “ciclo politico” progressista e di sinistra iniziato nel 1999 con la presidenza di Chávez non sarebbe esistito e l’ALCA, come grande progetto annessionista dell’impero, sarebbe stato portato a compimento a Mar del Plata nel 2005. Se una cosa del genere non è accaduta, lo dobbiamo, prima di chiunque altro, a Cuba e a Fidel. E naturalmente lo dobbiamo anche al maresciallo sul campo del grande stratega cubano: Hugo Chávez Frías. E lo dobbiamo a Néstor Kirchner e a Lula da Silva che si imbarcarono in quella epica battaglia . Naturalmente, senza la virtuosa testardaggine del Comandante nel costruire il socialismo, né Chavez, né Lula, né Nestor, né Evo, Correa, né Tabaré, né Lugo, né Cristina, né Dilma, né Pepe, né Maduro, né Daniel, sarebbero esistiti.

Senza dubbio, sarebbero stati politici importanti, ma difficilmente sarebbero arrivati al governo dei rispettivi paesi, né avrebbero avuto il retroterra culturale e storico che gli ha garantito la testarda permanenza della Rivoluzione cubana e che ha permesso loro di svolgere il proprio ruolo in modo così dignitoso ed avere una parte tanto importante nella storia di questi ultimi vent’anni. Perché, uomini e donne sono si produttori di storia, ma solo in determinate circostanze. E queste circostanze furono create dalla più grande isola delle Antille, mantenutasi salda mentre si sbriciolava l’Unione Sovietica, scompariva il COMECON, si disintegrava il Patto di Varsavia, le “democrazie popolari” dell’Europa orientale tornavano in massa al loro passato reazionario e si prostravano ai piedi dell’imperatore che sta oltre l’Atlantico e gli scribi dell’impero celebravano l’avvento del “nuovo secolo americano”, che, come prevedeva Fidel, non è durato nemmeno un decennio. In una parola, Cuba è ciò che è perché per milioni di persone incarna nel qui e adesso della storia il bellissimo sogno di Don Chisciotte quando diceva che la sua missione era quella di “sognare il sogno impossibile, combattere il nemico invincibile, correre dove l’audace non osa andare, raggiungere la stella irraggiungibile. Questo è il mio destino”.

Per tutto questo, con Cuba sempre!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Davide Mastracchio] 

Cubanidades

por Atilio A. Boron 

¿Qué es Cuba? ¿Cuál es el misterio de la isla rebelde? Trataré de decirlo en pocas palabras, como lo hacía el gran Eduardo Galeano aunque no tengo sus dones.

Cuba es música y más música. Música por doquier: al comienzo de una ceremonia, cuando se termina, en el intervalo. Con músicos viejos o jóvenes, o inclusive niños. En un teatro, en la calle o puertas adentro en una casa o una institución. Música popular, música clásica, Mozart y Bethoven mezclados con Ernesto Lecuona y el Buena Vista Social Club. Es Chucho Valdés y Daniel Barenboim. Es Omara Portuondo, Polo Montañéz y Benny Moré junto a Pavarotti, Plácido Domingo o John Lennon y Los Beatles. Es Alicia Alonso bailando con Nureyev; es la “Colmenita” y los “Van Van”.  Cuba es son, es salsa, es Compay Segundo, la Nueva Trova; es Silvio, es reguetón, es cumbia, es jazz, es guaguancó, es rumba, es bolero. Todo, absolutamente todo, en Cuba se vuelve música, se hace con música, se celebra con música, se conmemora con música. Con pianos de cola, saxos, violines, guitarras, oboes y flautas traversas hasta el güiro, el chequeré, el bongó y las tumbadoras. Y a toda hora: a la mañana, a la tarde, a la noche. Cuba es música y es parejas bailando en la calle, en el malecón, en los jardines del excelso Hotel Nacional, en las casas, donde y a la hora que sea. Su gente lleva la música en la sangre y no se cansa de demostrarlo. Y la Revolución se encargó de potenciar como nadie ese gen magnífico de cubanas y cubanos multiplicando a lo largo de la isla infinidad de escuelas y conservatorios en donde, de forma gratuita, el pueblo aprende a tocar los más variados instrumentos y a cantar profesionalmente.

Pero  Cuba también es literatura, poesía, novelas, cuentos, historias, revistas, libros, tertulias, mesas redondas. Cuba es ciencia y conciencia, es humanismo y pensamiento crítico. Es Carpentier, Guillén, Lezama Lima, Vitier y también Cortázar, Walsh y el Gabo; y Retamar que hace poco nos abandonó para reunirse con ellos. Es sus dos excepcionales e imprescindibles contribuciones a la cultura y la identidad latinocaribeñas: Casa de las Américas y el ICAIC. También su  multitudinaria Feria del Libro, no por casualidad escenificada en el primer territorio libre de analfabetismo en las Américas. Y es La Habana,  uno de los principales centros culturales del mundo, y no sólo de Latinoamérica y el Caribe. Su oferta en materia de teatro y espectáculos de todo tipo es increíble, comparable a la de las más grandes ciudades del continente como Buenos Aires, México o San Pablo.  

Cuba es resistencia heroica a un criminal bloqueo sin perder el finísimo y mordaz sentido del humor, la capacidad de reírse de sí mismos y de burlarse de la tosquedad de sus descerebrados verdugos. Y también solidaridad militante, práctica, concreta. El país más solidario del mundo, sin duda. Reparte lo que tiene y lo que no tiene también, sin esperar nada a cambio. Mientras el imperio y sus vasallos saquean al resto de los países y mandan al exterior tropas, espías, torturadores y sicarios Cuba envía médicos, alfabetizadores, profesores de música y danza y entrenadores deportivos. La diferencia moral es aplastante.

Cuba es Martí, Mella, Guiteras, el Che, Camilo, Vilma; es Frank País, Armando Hart,  Abel y Haydée Santamaría. Y por supuesto Fidel, que está en todas partes aunque no haya una sola plaza, calle, avenida, estadio, hospital, edificio público, puente, puerto o camino que lleve su nombre, cosa que el Comandante prohibió expresamente y se cumple a rajatabla. No hace falta nombrarlo porque su espíritu y su legado impregnan toda la isla. Murió y se convirtió en millones. Hoy todas y todos son Fidel.

Cuba es La Habana y Santiago; Guanabacoa y Trinidad; es Cienfuegos y Holguín; es Birán y Sancti Spiritus; es el Moncada y la Sierra Maestra; Girón y el Segundo Frente; es Santa Clara y el Granma. Es, por increíble que parezca, los siete fusiles con los que Fidel empuñándolos con firmeza le dijo a un atónito Raúl “ya ganamos la guerra”,  pocos días después del caótico desembarco del Granma y con la mayoría de los expedicionarios dispersos por el monte procurando no ser ametrallados desde el aire por la aviación de Batista. La voluntad revolucionaria en su máxima expresión se combinó, en Fidel, con un formidable realismo a la hora de realizar una correcta lectura de la coyuntura político-militar.

Cuba es una buena mesa con moros y cristianos, frijoles y tostones,  cerdo en lonjas, cordero asado, langostas y pescados rellenos de camarones. También tamales en cazuela y la yuca con mojo de ajo, chicharrón y limón. Además, sopas que te vuelven a la vida, helados riquísimos, postres a cual más dulce y un elixir llamado café. Cuba es mojitos, piñas coladas y para rematar el banquete y deleitarse hasta el infinito rones exquisitos y tabacos incomparables, únicos en el mundo.

Cuba es también sus innumerables cayos, sus cientos de kilómetros de playas de blancas arenas y aguas turquesas. Y el mar estrellándose contra ese extenso y magnífico malecón habanero, con sus olas elevándose a los cielos y dibujando por un instante figuras bellísimas y de un blanco inmaculado que hipnotizan al paseante.

Cuba es los hermosos edificios de la Habana Vieja, que un gobierno acosado y bloqueado por décadas se empeña en restaurar y devolverles su esplendor y belleza originales de la mano del historiador de la ciudad, un genial humanista del Renacimiento llamado Eusebio que los rezos de la santería cubana hicieron que renaciera en La Habana con la misión de reconstruirla. Y lo está haciendo. A pesar del bloqueo.  

Es el país donde no ves niños de la calle, mendigando descalzos y en harapos, revolviendo en la basura para encontrar algo que comer. Sus niños todos, absolutamente todos, están en la escuela y bien vestidos y calzados. Un país donde no hay hombres y mujeres, o familias enteras, durmiendo en las calles como en tantas ciudades de Nuestra América e inclusive de Estados Unidos. Donde la alimentación está garantizada, como la salud pública para todas y todos. Cuba es educación universal, gratuita y de calidad desde el jardín de infantes hasta el posgrado. Cuba es la seguridad ciudadana, el transitar por sus ciudades sin los temores que atribulan a los citadinos de tantísimos países en todo el mundo.

Estos logros hubieran sido imposibles sin la clarividencia y coraje de Fidel y el liderazgo revolucionario y la asombrosa ingeniosidad del pueblo cubano, uno de cuyos verbos idiosincráticos es “resolver”.  Resuelven todo, lo que sea; caso contrario el bloqueo los hubiera puesto de rodillas. Son capaces de hacer funcionar eficientemente un Ford, Buick o Chevrolet de los años cincuenta, una verdadera proeza mecánica que provoca la admiración (y la envidia a veces) de los turistas estadounidenses. O transformar un decrépito sedan de aquellas marcas en un resplandeciente convertible,  eliminando su techo original y haciendo los arreglos del caso. Carros lustrosos y relucientes que provocan la envidia de Hollywood, que pagaría fortunas por llevárselos a sus estudios. Pero son patrimonio de Cuba y no se irán. ¿Sólo con los automóviles estadounidenses? ¡No! Lo mismo hacen, en una operación ya de ribetes francamente  milagrosos, con un Lada soviético del año 1985 capaz de ir de La Habana hasta Santiago sin ningún inconveniente a pesar de sus precarias comodidades. Cuba tiene una sola conexión física por donde transitan los impulsos de la Internet: el cable submarino de fibra óptica que llegó desde Venezuela en enero de 2011 gracias a la ayuda de Chávez para romper el bloqueo informático al que estaba la isla. Pese a la insuficiencia que dicho cable tiene para enfrentar los requerimientos del elevado y creciente número de internautas de la isla cubanas y cubanos “resuelven” las enormes dificultades que erige el acceso vía satelital a la Internet con gran ingenio, lo que les permite acceder a través de programas “made in Cuba” (que no ví en ninguna otro país) a casi todo lo que se encuentra en la red. Me consta que Bill Gates y las empresas de Silicon Valley no saben que más hacer para atraer a los avispados informáticos cubanos.

¿Hay un problema? “Tu vé y resuelve” es la seña de identidad del cubano. ¿Hay que apoyar al gobierno del MPLA en Angola para impedir que la CIA y los racistas sudafricanos arrasaran con ese país? Bien, allí está la ingeniosidad cubana que logró otro milagro: transportar en innumerables viajes de un viejo cuatrimotor a hélice, el Bristol Britannia, a una gran cantidad de personal militar y pertrechos cubanos cubriendo, con una preparación muy especial de esa aeronave (precarios tanques suplementarios de combustible, reduciendo la carga no militar a un mínimo, regulando la velocidad y altura, etcétera)  los 10.952 kilómetros que separaban a La Habana de Luanda, lugar al cual esos aviones llegaban casi sin un litro de combustible en sus tanques. Fidel personalmente se involucró en la logística de la operación, supervisando todo, desde las toneladas de carga posibles hasta la velocidad y altura crucero necesarias para garantizar la feliz culminación del vuelo.  Ni Washington ni Moscú podían creer que ese puente aéreo funcionara con aquellos armatostes. Pero sucedió, los cubanos “resolvieron” el desafío y Cuba y el MPLA ganaron la guerra.

Por eso la sociedad y la cultura cubanas han resistido sesenta años de bloqueos de todo tipo. Pese a tamaña agresión, que por su escala y duración no tiene precedentes en la historia universal, Cuba logra en materias sensibles como alimentación, salud, educación y seguridad ciudadana lo que casi nadie ha logrado ¡y el bárbaro de la Casa  Blanca dice que el socialismo es un fracaso! Imaginemos por un momento lo que sería Cuba si no hubiese tenido que padecer el bloqueo impuesto por Estados Unidos, con toda su secuela de agresiones, sabotajes, atentados y hostigamientos de todo tipo. Un paraíso tropical. De ahí que la isla sea un pésimo ejemplo que Washington combatió y combatirá sin tregua, apelando a los peores métodos y violando todas las normas de la legalidad internacional. Tenía razón Oscar Wilde cuando sentenció que “Estados Unidos  es el único país que pasó de la barbarie a la decadencia sin pasar por la civilización”.

Cuba es el David de nuestro tiempo que puso fin al apartheid en Sudáfrica; el país que curó a centenares de miles de enfermos en más de cien países y que creó la célebre ELAM, la Escuela Latinoamericana de Medicina preparando médicos para atender a quienes jamás vieron uno en sus vidas. Cuba es haberse hecho cargo de los niños de Chernobil cuando Europa y Estados Unidos, y Ucrania y la propia Unión Soviética, le daban la espalda. Sin pedir nada a cambio.

Es haber colaborado con todas las luchas de liberación nacional libradas en el Tercer Mundo, sin apoderarse de las riquezas de ningún país y traer de regreso a casa otra cosa que no fueran los restos de los cubanos caídos en combate.  Sus detractores, con Mario Vargas Llosa en primera fila, acusan a Cuba de estar “aislada del mundo”. Los datos contradicen esa mentira no sólo por los millones de visitantes que año a año desafían las prohibiciones y chantajes de Washington y llegan a recorrer la isla y disfrutar de sus bellezas, de su gente, sus sabores, su música, su alegría, su cultura, su gastronomía. También porque como expresión de la extraordinaria gravitación internacional de la Revolución Cubana y de su muy activa integración en el mundo hay radicadas en La Habana nada menos que 114 embajadas contra 86 que están en Buenos Aires, 66 en Santiago, 60 en Bogotá, y 43 en Montevideo. ¿Quién está más aislado?

Cuba es la voluntad férrea de construir el socialismo aún bajo las peores condiciones posibles, de resistirse a arriar las banderas del más noble anhelo de la humanidad. La deuda de nuestros países con Cuba es inmensa por sus décadas  de ayuda y por no haber permitido que se extinguiera el faro que nos orientaba en la búsqueda del socialismo. Imaginemos lo que hubiera ocurrido en Latinoamérica y el Caribe si la isla rebelde se rendía ante el acoso de quienes, a comienzos de los noventas, le aconsejaban a Fidel que se olvidara del socialismo, que el capitalismo había triunfado, que se había llegado al fin de la historia. El “ciclo político” progresista y de izquierda iniciado en 1999 con la presidencia de Chávez no habría existido y el ALCA, como gran proyecto anexionista del imperio, se habría concretado en Mar del Plata en el 2005. Si tal cosa no ocurrió se la debemos, antes que a nadie, a Cuba y a Fidel. Por supuesto también al mariscal de campo del genial estratega cubano: Hugo Chávez Frías. Y a Néstor Kirchner y Lula da Silva que se embarcaron en esa homérica batalla. Claro está que sin el virtuoso empecinamiento del Comandante por construir el socialismo no habrían tampoco existido ni Chávez, ni Lula, ni Néstor, ni Evo, Correa, ni Tabaré, ni Lugo, ni Cristina, ni Dilma, ni el Pepe, ni Maduro, ni Daniel. Sin duda, habrían sido políticos importantes, difícilmente gobernantes de sus países, pero habrían carecido del trasfondo histórico que le otorgó la insolente permanencia de la Revolución Cubana y que les habilitó para jugar un papel tan digno y sobresaliente en estos últimos veinte años. Porque, los hombres y las mujeres son hacedores de la historia, sí, pero sólo bajo determinadas circunstancias. Y éstas las creó aquella revolución en la mayor de las Antillas al mantenerse a pie firme mientras se derrumbaba la Unión Soviética, desaparecía el COMECON, se desintegraba el Pacto de Varsovia, las “democracias populares” del Este europeo retornaban en tropel a su reaccionario pasado y se postraban a los pies del emperador allende el Atlántico y los escribas del imperio celebraban el advenimiento del “nuevo siglo americano”,  que –como lo anticipara Fidel- ni siquiera llegó a ser una década.

En una palabra, Cuba es lo que es porque para millones de personas en todo el mundo encarna en el aquí y ahora de la historia los bellos sueños del Quijote cuando decía que su misión era “soñar el sueño imposible, luchar contra el enemigo imposible, correr donde los valientes no se atrevieron, alcanzar la estrella inalcanzable. Ese es mi destino.” Por todo esto, ¡con Cuba siempre!

Agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina

Risultati immagini per chavismo en marchapor Atilio Alberto Borón
atilioboron.com

30 Octubre 2019.- En las últimas semanas el neoliberalismo sufrió una serie de derrotas que aceleraron su agonía y en medio de aparatosas y violentas convulsiones desencadenaron su deceso. Tras casi medio siglo de pillajes, tropelías y crímenes de todo tipo contra la sociedad y el medio ambiente, la fórmula de gobernanza tan entusiastamente promovida por los gobiernos de los países del capitalismo avanzado, las instituciones como el FMI y el BM y acariciada por los intelectuales bienpensantes y los políticos del establishment yace en ruinas.

La nave insignia de esa flotilla de saqueadores seriales, el Chile de Sebastián Piñera, se hundió bajo el formidable empuje de una protesta popular sin precedentes, indignada y enfurecida por décadas de engaños, artimañas leguleyas y manipulaciones mediáticas.

A las masas chilenas se les había prometido el paraíso del consumismo capitalista, y durante mucho tiempo creyeron en esos embustes. Cuando despertaron de su sonambulismo político cayeron en la cuenta que la pandilla que las gobernó bajo un manto fingidamente democrático las había despojado de todo: les arrebataron la salud y la educación públicas, fueron estafadas inescrupulosamente por las administradoras de fondos de pensión, se encontraban endeudadas hasta la coronilla y sin poder pagar sus deudas mientras contemplaban estupefactas como el 1 por ciento más opulento del país se apropiaba del 26.5 por ciento del ingreso nacional y el 50 por ciento más pobre sólo capturaba el 2.1 por ciento.

Todo este despojo se produjo en medio de un ensordecedor concierto mediático que embotaba las conciencias, alimentaba con créditos indiscriminados esta bonanza artificial y hacía creer a unas y otros que el capitalismo cumplía con sus promesas y que todas y todos podían hacer lo que querían con sus vidas, sin que se inmiscuyera el estado y aprovechando las inmensas oportunidades que ofrecía el libre comercio.

Pero ninguna utopía, aún la del mercado total, está a salvo de la acción de sus villanos. Y éstos aparecieron de súbito personificados en las figuras de unos adolescentes de escuela secundaria que, con ejemplar audacia y filial solidaridad, se rebelaron contra el aumento en las tarifas del metro que perjudicaba no a ellos sino a sus padres. Su osadía hizo trizas el hechizo y quienes habían caído en la trampa de resignar su ciudadanía política a cambio del consumismo se dieron cuenta que habían sido burlados y estafados, y salieron a las calles para expresar su descontento y su furia.

Se convirtieron, de la noche a la mañana, en “vándalos”, “terroristas” o en una revoltosa banda de “alienígenas” –para usar la elocuente descripción de la mujer del presidente Piñera– que avizoraron los límites infranqueables del consumismo y del endeudamiento infinito y el carácter grotesco del menú democrático que ocultaba, bajo prolijos ropajes y vacías formalidades, la implacable tiranía del capital. Comprobaron en ese violento despertar que una de las sociedades antaño más igualitarias de Latinoamérica ahora compartía, según el Banco Mundial, el dudoso honor de ser junto a Ruanda uno de los ocho países más desiguales del planeta.

Nada volverá a ser igual en Chile

Como un relámpago advirtieron que habían sido condenados a sobrevivir endeudados de por vida, víctimas de una plutocracia –insaciable, intolerante y violenta– y de la corrupta partidocracia que era cómplice de aquélla y gestora del saqueo contra su propio pueblo y los recursos naturales del país. Por eso tomaron las calles y salieron en imponentes manifestaciones a luchar contra sus opresores y explotadores, y lo hicieron –y aún hoy lo hacen– con una valentía y heroísmo pocas veces vistos. Ya son por lo menos veinte los muertos por la represión de las fuerzas de seguridad y los desaparecidos reportados suman más de cien, amén de los centenares de heridos y torturados y los miles de detenidos que marcan, con lúgubres tonalidades, los estertores finales del tan admirado modelo.

Después de esta espontánea insurrección popular ya nada volverá a ser igual, nada revivirá al neoliberalismo, nadie lo señalará como la vía regia hacia la democracia, la libertad y la justicia social. Eso aunque Piñera continúe en La Moneda y prosiga su brutal represión. Pese a lo cual ni la OEA, ni los gobiernos “democráticos” del continente –presididos por turbios personajes de frondosos prontuarios– ni tampoco los hipócritas custodios de los valores republicanos tendrán un átomo de decencia para caracterizar a su gobierno como una dictadura, calificación que sólo merece Nicolás Maduro aunque jamás haya habido en su gobierno una represión tan bestial y sanguinaria como la que quedó documentada en infinidad de videítos grabados en Chile y que se viralizaron por internet.

Para Donald Trump, Piñera es amigo, vasallo y sicario político de la Casa Blanca, imprescindible para atacar a la Venezuela Bolivariana y esas son razones más que suficientes para defenderlo y protegerlo a cualquier precio. Obedientes, las ONG del imperio y sus sucursales en Europa y Latinoamérica –inverosímiles defensoras de los derechos humanos, la democracia, la sociedad civil y el medio ambiente– mantendrán un silencio cómplice ante los crímenes que cometa el ocupante de La Moneda. Algunas expresarán otras opiniones, más no aquellas que son los tentáculos ocultos del imperialismo. Impertérritos, los publicistas del sistema seguirán señalando a Nicolás Maduro como el arquetipo de la dictadura y al chileno como la personificación misma de la democracia. Pero todo será inútil, y lo que murió –la receta neoliberal– bien muerta está.

El traidor se revuelca en su estiércol

Claro que la historia no comienza ni termina en Chile. Poco antes del estallido social todavía en curso, el Ecuador del traidor y corrupto presidente Moreno había sido convulsionado por inmensas protestas populares. El detonante, la chispa que incendió la pradera fue la quita de los subsidios a los combustibles. Pero el factor determinante fue la implementación del “paquetazo” ordenado por el FMI al servil agente instalado en el Palacio de Carondelet.

La reacción popular, iniciada primero entre los transportistas y sectores populares urbanos y luego potenciada por la multitudinaria irrupción de las poblaciones originarias en las principales ciudades del país, se extendió poco más de una semana y obligó al cobarde presidente a trasladar la sede del Ejecutivo a Guayaquil. Poco después tuvo que suspender la cruel represión con que había respondido al desafío y abrir una fraudulenta negociación con los autoproclamados líderes de la revuelta indígena.

Astuto, pactó una tregua con la desprestigiada y también ingenua dirigencia de la CONAIE y derogó el decreto relativo al subsidio a los combustibles, prometiendo revisar lo actuado. Nada de eso ha ocurrido, pero logró desarticular la protesta, por ahora. Como le cuadra a un traidor serial como Moreno, el jefe de los negociadores indígenas, Jaime Vargas, está siendo judicialmente perseguido por el gobierno.

El “paquetazo” será puesto en práctica porque el mandato del FMI es inapelable y Moreno es un peón más que obediente: es obsecuente. Es sabido que estos programas del Fondo sólo son factibles si se los gestiona con una mezcla –variable según los casos– de engaños y represión. Pero ahora la pasividad ciudadana tiene mecha corta y en pocos meses más, en cuanto se dejen sentir los rigores del ajuste salvaje, no sería extraño que estalle una nueva rebelión plebeya que esperemos no caiga en las trampas de Moreno y sus compinches y culmine exitosamente con la destitución del presidente y la refundación de la democracia en el Ecuador.

El presidente está entrampado: si aplica el programa del FMI la poblada popular probablemente acabe con su gobierno; si no lo hace, el imperio puede decidir que llegó la hora de prescindir de sus servicios por inútil. Y como la Casa Blanca “sabe demasiado” de las trapisondas y los negocios sucios de Moreno no tendrá más remedio que aceptar el ultimátum imperial y acogerse a un “desempleo involuntario”, como decía Keynes. Pero, pese a su inutilidad y a los crímenes perpetrados durante la represión de las protestas populares Washington se encargará de esconderlo y protegerlo. Como lo hizo con otro asesino, Gonzalo Sánchez de Lozada y con tantos otros. En poco tiempo sabremos cual será el desenlace.

Evo, siempre vencedor

El neoliberalismo sufrió otra derrota en Bolivia, cuando el presidente Evo Morales fue reelecto con el 47,08 por ciento de los votos contra el 36,51 por ciento obtenido por Carlos Mesa, el candidato de Comunidad Ciudadana. El presidente le sacó una ventaja de 10.57 por ciento de los votos a su contrincante (más del 10 % que señala la legislación boliviana para declararlo ganador en primera vuelta) y pese a que no hubo ninguna denuncia concreta de fraude sino tan sólo gritos y aullidos de la oposición, ésta exige que se proceda a convocar al balotaje.

Quienes manejan desde Estados Unidos a los enemigos de Evo en Bolivia cuentan con la previsible connivencia de la OEA y algunos desastrados gobiernos de la región como los de la Argentina de Macri, Brasil, Chile, Colombia. Dicen que las irregularidades habidas en la transmisión y difusión del escrutinio (explicada convincentemente por las autoridades bolivianas) unido lo exiguo de la diferencia obtenida por Evo (pero por encima del 10%, por supuesto) obliga a proceder de tal manera.

Si este fuera el caso, estos virtuosos vestales de la democracia deberían ordenar sin más dilaciones la anulación de la elección presidencial de 1960 en Estados Unidos, cuando John F. Kennedy aventajó a Richard Nixon por 0.17 centésimos (49.72 versus 49.55 %) y Nixon fue investido como presidente sin enfrentar reclamo alguno.

Mesa, que perdió por una diferencia de 10.57 por ciento, haría bien en llamarse a silencio. No lo hará, porque en un prodigio de adivinación (que, por supuesto, le salió mal) había anticipado su victoria y que desconocería otro resultado que no fuera ese, como corresponde a un demócrata “made in the USA”: Si gano, la elección fue limpia; si pierdo, hubo fraude. Nada nuevo: la derecha jamás creyó en la democracia, mucho menos en estas latitudes, y está de modo irresponsable llamando a la desobediencia civil y promoviendo desmanes para “corregir” el resultado que le fuera negado por las urnas.

Evo, en un gesto que lo enaltece, desafió a la OEA a que realice un peritaje íntegro del proceso y que si encuentra evidencia de fraude, convocaría de inmediato al balotaje. Será inútil, pero igual el capataz Almagro enviará una misión a Bolivia para agitar el avispero y entorpecer la labor del gobierno. Desgraciadamente habrá gente que morirá o sufrirá graves heridas a causa de los disturbios que ocasionará esa misión.

Claro está que los movimientos sociales de Bolivia no van a permitir que una victoria de más de diez puntos obligue a un balotaje o empine como ganador al perdedor. Además, no es un dato menor que ya los gobiernos de México y el nuevo de Argentina reconocieron el triunfo de Evo, al igual que los de Cuba, Nicaragua y la República Bolivariana de Venezuela. En suma: la restauración del neoliberalismo en Bolivia parece haberse frustrado de nueva cuenta, por más esfuerzos que hagan el imperio y sus lugartenientes locales.

Los Fernández derrotan a Macri

En línea con este marco regional signado por un generalizado clima ideológico de repulsa al neoliberalismo imperante, en la Argentina la experiencia neoliberal de Mauricio Macri fue repudiada en las urnas. Ampliamente, porque lo que hubo el 27 de octubre no fue la primera vuelta de una elección presidencial. Ésta, en realidad, tuvo lugar el 11 de agosto, en las PASO (elecciones primarias, abiertas, simultáneas y obligatorias) y allí las distintas alianzas políticas midieron sus fuerzas.

Dado que en esa ocasión quedó demostrado que sólo Mauricio Macri poseía los votos como para desafiar el poderío electoral del Frente de Todos, el presidente atrajo las preferencias de electores de derecha que en las PASO habían optado por otras candidaturas (Juan José Gómez Centurión o José Luis Espert, y algunos de Roberto Lavagna) y probablemente con un segmento mayoritario de la mayor afluencia ciudadana que concurrió a los comicios este domingo.

De todos modos quedan algunas incógnitas de difícil resolución y que despiertan cada vez más fundadas suspicacias sobre el genuino veredicto de las urnas. Por ejemplo, el hecho de que la fórmula Fernández–Fernández sólo hubiera acrecentado su caudal electoral en unos 250,000 votos, disminuyendo su gravitación porcentual con relación a las PASO en casi un uno y medio por ciento es difícil de entender. Sí que su rival lo acrecentase, pero que lo hiciera en 2,350,000 votos y casi siete y medio por ciento provoca. por lo menos una cierta curiosidad.

Es obvio que el macrismo se benefició con la fuga de votos hacia su candidatura, pero su crecimiento luce como excesivo al igual que el muy poco que experimentó el Frente de Todos en un contexto de profundización de la crisis económica como la vivida por la Argentina en los últimos dos meses.

Otro misterio de la aritmética electoral lo ofrece el paradero de los 900,000 votos obtenidos en las PASO por las dos candidaturas presidenciales del trotskismo y que se redujeron a poco más de 550,000 el domingo pasado. ¿Qué ocurrió con esos 350,000 votos faltantes? ¿se evaporaron, votaron a Macri? Son demasiadas interrogantes que no podremos resolver aquí pero que alimentan la sospecha de que pudo haber habido un muy sofisticado fraude informático que seguramente será descubierto en cuanto se termine el escrutinio definitivo de los comicios.

De todos modos, más allá de estas disquisiciones, los casi ocho puntos porcentuales que separan a Fernández de Macri (que pueden acrecentarse cuando se conozcan los datos definitivos) son, para un balotaje, una diferencia muy significativa. Recuérdese que en la segunda vuelta de la elección presidencial de 2015, Macri se impuso a Daniel Scioli por dos puntos y medio, 2.68 % según el escrutinio definitivo.

Lo cierto es que la ardua tarea de reconstruir a la economía y sanar las profundas heridas que el macrismo dejó en el tejido social, sólo será posible abandonando las recetas del neoliberalismo. Éste ocasionó en la Argentina la crisis más grave de su historia, peor aún que el traumático desplome de la Convertibilidad en el 2001. Será como remontar una empinada cuesta, porque Macri deja al país en profunda recesión, acribillado por la inflación y un desempleo de dos dígitos, con casi cuarenta por ciento de gente en la pobreza y una deuda descomunal y a corto plazo, nada menos que con el FMI. Pero los estallidos sociales de Chile y Ecuador son un elocuente disuasivo para desalentar a quien quiera aconsejar al nuevo presidente que lo que hay que hacer es emular los logros del neoliberalismo tal cual se conocieran en Chile.

El uribismo y el Frente Amplio

No podría concluir esta mirada panorámica sobre la agonía del neoliberalismo en Latinoamérica, sin mencionar el serio revés sufrido el domingo pasado por esta corriente ideológica en las elecciones regionales de Colombia. En ese país, el autodenominado Centro Democrático (que no es ni lo uno ni lo otro, sino una derecha radical y visceralmente antidemocrática), partido al que pertenecen Álvaro Uribe y el actual presidente Iván Duque, sufrió una dura derrota en la disputa librada en las dos principales ciudades del país, Bogotá y Medellín. En ambas se impuso la oposición de centro izquierda y el uribismo sólo prevaleció en dos de las 32 gobernaciones de Colombia. Si bien es prematuro anticipar previsión alguna acerca de lo que podría acontecer en las elecciones presidenciales de 2022, lo cierto es que si algo no se esperaba en Colombia era un tropiezo tan contundente de la derecha ultraneoliberal en aquellas ciudades. Una señal muy positiva, sin dudas.

Tampoco podría poner fin a estas líneas sin compartir en este caso la preocupación que genera el proceso electoral en el Uruguay, en cuya primera vuelta el candidato del Frente Amplio y ex intendente de Montevideo, Daniel Martínez, obtuvo un 39,2 % de los votos contra el 28,6 % de Luis Lacalle Pou, del conservador Partido Nacional. Esto pronostica una reñida contienda en el balotaje que tendrá lugar el próximo 24 de noviembre, porque las restantes fuerzas políticas de la derecha han comprometido su apoyo a Lacalle Pou, incluyendo a la desgraciada novedad de la política uruguaya: el “bolsonarismo” encarnado en el partido Cabildo Abierto liderado por el ex Comandante del Ejército Nacional Guido Manini Ríos, ardiente opositor a cualquier pretensión de revisar los casos de violación de los derechos humanos perpetrados por la dictadura en Uruguay y duro crítico de toda la legislación progresista aprobada por el Frente Amplio a lo largo de quince años de gobierno.

No está todo perdido, pero quedan sólo cuatro semanas para persuadir al electorado del Uruguay que elegir un gobierno neoliberal en momentos en que esa corriente se desbarranca en medio de tremendas convulsiones sociales –en Chile, en Ecuador, en Haití y antes en México, con el triunfo de López Obrador– condenaría a ese país a internarse en un sendero que terminó en un rotundo fracaso en todos los países de la región. Sería ingenuo pensar que lo que produjo un holocausto social sin precedentes en México, luego de 36 años (1982–2018) de cogobierno FMI–PRI–PAN; o la gravísima crisis que azota a la Argentina y la debacle que devora a Chile y Ecuador pueda dar nacimiento a un resultado virtuoso en la nación rioplatense. Mucho tendrá que trabajar el Frente Amplio para hacer que sus compatriotas observen con cuidado a la escena regional y extraigan sus propias consecuencias.

Lo muerto, muerto está

Ponemos punto final a esta mirada panorámica sobre las vicisitudes de la agonía y muerte del neoliberalismo en América Latina. Lo muerto, muerto está, pero lo que brotará de sus cenizas no es fácil de discernir.

Será dictado, como todos los procesos sociales, por los avatares de la lucha de clases, por la clarividencia de las fuerzas dirigentes del proceso de reconstrucción económica y social; por su audacia para hacer frente a toda clase de contingencias y preservar la preciosa unidad de las fuerzas políticas y sociales democráticas y de izquierda; por su valentía para desbaratar los planes y las iniciativas de los personeros del pasado, de los guardianes del viejo orden; por la eficacia con que se organice y concientice al heteróclito y tumultuoso campo popular para enfrentar a sus enemigos de clase, al imperio y sus aliados, al capitalismo como sistema, que cuenta con enormes recursos a su disposición para conservar sus privilegios y continuar con sus exacciones.

Será una tarea hercúlea, pero no imposible. Se avecinan “tiempos interesantes” y preñados de grandes potencialidades de cambio. La incertidumbre domina la escena, como invariablemente sucede en todos los puntos de inflexión de la historia. Pero donde hay una certeza absoluta es que ya más nadie en Latinoamérica podrá engañar a nuestros pueblos, o pretender ganar elecciones diciendo que “hay que imitar al modelo chileno”, o seguir los pasos del “mejor alumno” del Consenso de Washington. Esto fue lo que por décadas recomendaron –en vano, visto el inapelable veredicto de la historia– el antes locuaz y ahora silente Mario Vargas Llosa, junto a la pléyade de publicistas del neoliberalismo que imponían con prepotencia sus falacias y sofismas gracias a su privilegiada inserción en los oligopolios mediáticos y aparatos de propaganda de la derecha.

Pero esto ya es pasado. Y no cometeremos la imbecilidad de pretender hacer gala de una inverosímil “neutralidad” o de buenos modales a la hora de despedir a esta corriente ideológica en sus exequias deseándole que “descanse en paz”, como se hace con quienes dejaron una huella virtuosa en su paso por este mundo. Lo que diremos en cambio es: “¡vete al infierno, maldita, a purgar por los crímenes que tú y tus mentores han perpetrado!”.

Ecuador: un Ottobre che è stato un Febbraio

Risultati immagini per protestas en ecuador 2019di Atilio Boron

Conclusa la presunta trattativa tra la leadership del CONAIE e Lenin Moreno, il 14 ottobre, è stata decretata la sconfitta della rivolta popolare. La mobilitazione era iniziata, secondo un TWEET ufficiale del CONAIE, per porre fine “alle politiche economiche di morte e miseria generate dall’FMI e alle politiche estrattivistiche che interessano i nostri territori”. Nella più che completa e dettagliata “Dichiarazione dell’agenda per la lotta delle organizzazioni dei popoli indigeni e amazzonici, delle nazionalità e delle comunità, a sostegno della mobilitazione nazionale e dell’esercizio della nostra autodeterminazione”, approvata a Puyo (Pastaza), il 7 ottobre 2019, risaltavano, tra i contenuti più importanti, il rifiuto di “misure economiche, chiamate “pacchetto”, e si aggiungeva: “chiediamo la piena inversione della lettera d’intenti firmata con il Fondo Monetario Internazionale, il cui contenuto non è stato reso pubblico, in violazione dell’obbligo di trasparenza delle azioni dell’esecutivo; nonché l’abolizione dei tentativi di privatizzare le imprese pubbliche segrete sotto il termine di “concessioni””.

L’Agenda e altre dichiarazioni del CONAIE hanno anche denunciato “gli enormi benefici che la borghesia continua a ricevere attraverso molteplici politiche di rilancio dell’economia” e affermando che era giunto “il tempo dell’azione per realizzare le rivendicazioni popolari e impedire che il bulldozer delle riforme passasse sull’economia delle famiglie povere”. Ciò si è tradotto, secondo i leader del movimento, in misure oltraggiose a favore delle banche e delle grandi società, che sono state esentate dal pagamento di 4,295 milioni di euro di tasse e nella “colonizzazione” da parte dei loro rappresentanti dei principali servizi civili, nonché nella deregolamentazione e nella precarizzazione implicita nelle richieste del “pacchetto” dell’FMI.

Va ricordato che le misure annunciate da Moreno il 1° ottobre prevedevano che i lavoratori delle imprese pubbliche “dovessero contribuire ogni mese coi loro salari” e che, al fine di “ridurre la massa salariale, i contratti occasionali sarebbero stati rinnovati col 20% in meno di retribuzione, come anche il tempo della loro vacanza sarebbe stato ridotto da 30 a 15 giorni. A ciò si è aggiunto l’enorme aumento del prezzo dei carburanti, causato dall’eliminazione delle sovvenzioni stabilite quarant’anni fa, che renderebbero quasi tutti i beni di consumo popolari più costosi e genererebbero un netto taglio dei redditi della popolazione. È sorprendente che quest’articolata agenda sia stata completamente esclusa dalla discussione tra la leadership dei popoli originari e il presidente ecuadoriano.

Il trionfalismo di alcuni protagonisti e osservatori del conflitto nel parlare del “negoziato” che ha posto fine alla rivolta non è quindi comprensibile. Fatta eccezione per la questione del prezzo della benzina – certamente importante – tutto il resto rimane intatto, come se l’enorme mobilitazione popolare contro le imposizioni dell’FMI non ci fosse mai stata. Le questioni che hanno reso sorprendente il “pacchetto” sono state lasciate fuori dalla discussione, così come la denuncia, precedentemente espressa dalla leadership indigena, di invertire “in maniera inconsulta” la lettera di intenti firmata con il FMI. Non solo questo: è stato anche sepolto nell’oblio, almeno per ora, il fatto che Moreno era venuto al governo con il programma della Rivoluzione Cittadina dell’ex presidente Rafael Correa, che prevedeva di continuare ad attuare le misure di tipo post-neoliberali, le quali erano state ferocemente combattute dalle élite economiche dell’Ecuador e con un’agenda che ha riposizionato quel paese in linea con i governi progressisti della regione, lottando per emanciparsi dalla pesante protezione, che Washington aveva tradizionalmente esercitato sulle nazioni situate in quello che, in maniera davvero rispettosa per i nostri popoli, era chiamato il “cortile posteriore” degli Stati Uniti d’America.

Attraverso una spettacolare giravolta politica, Moreno ha tradito tale mandato con una velocità e radicalità inusitate, al tempo stesso che ha convertito Rafael Correa – che, fino al giorno dell’insediamento non si era stancato di dire, era stato una delle più significative figure dell’Ecuador, secondo solo a Eloy Alfaro – in un personaggio nefasto, responsabile delle più grandi disgrazie mai subite dall’Ecuador e da perseguitare – tuttora lo perseguita – con accanimento patologico e senza tregua.

Moreno non solo ha invertito la strada di Correa, ma lo ha fatto sottomettendosi da vile ai mandati di Washington: ha lasciato l’ALBA; ha consegnato una base militare nelle Galapagos (uno degli ultimi rifugi incontaminati dell’umanità); ha sfrattato le autorità e i funzionari dell’UNASUR dall’edificio costruito alla periferia di Quito, proprio sulla linea equatoriale; e si è inginocchiato davanti a Donald Trump, per soddisfare con ignominia ineguagliabile (in un continente pieno di lacchè dell’impero) i minimi capricci dell’imperatore. Per cominciare, ha cercato di distruggere Unasur e promuovere il nefasto Gruppo di Lima, per attaccare la rivoluzione bolivariana.

In breve, l’Ecuador è passato dall’autodeterminazione nazionale conquistata dal governo Correa a un “alleato-vassallo”, o meglio: uno stato-servo, che obbedisce semplicemente agli ordini emanati da Washington e alle oligarchie corrotte dominanti in Ecuador. Nulla, assolutamente nulla di tutto questo, è emerso nelle “negoziazioni”, che la leadership del CONAIE ha intrapreso con Moreno e che hanno posto fine al conflitto. Né in questa peculiare “negoziazione” vi è stata una condanna della brutalità della polizia e della repressione militare, delle uccisioni (almeno dieci), delle quasi 100 scomparsi, delle centinaia di ferimenti e delle migliaia di arresti e nulla si è detto della richiesta di dimissioni degli ultra-reazionari ministri dell’interno e della difesa e delle violazioni dei diritti umani. Tutta la confusione che ha scosso l’Ecuador era solo per il prezzo della benzina? E il “pacchetto” dell’FMI? A quanto pare, la montagna partorito il topolino.

Ci sia consentito di offrire qualche congettura, per cercare di svelare ciò che è successo e le sue ragioni.

In primo luogo, ciò che ha caratterizzato questa rivolta è stata la sua tremenda debolezza ideologica e politica, che si poteva difficilmente occultare sotto la sua mobilitazione di massa. Eppure, mancava una direzione politica, motivata da un genuino desiderio di cambiamento e di opposizione al regime al potere. Infatti, considerate le cose con il vantaggio del senno del poi, si potrebbe dire, con una certa esagerazione, che si è trattato di una disputa all’interno del progetto morenista e niente di più, e che lo spontaneismo della protesta innescata dal decreto del 1 ottobre è stato interpretato favorevolmente dai leader, per niente interessati a un’elevazione di consapevolezza delle masse insorgenti. Il resto sono stati fronzoli retorici aventi lo scopo di confondere le masse, più che chiarire la loro consapevolezza e il significato della loro lotta.

In secondo luogo, il tradimento di Moreno trova il riflesso in quello di alcuni dei più noti leader CONAIE, in particolare Jaime Vargas, che ha gettato fuori bordo i propri morti e dispersi, per ottenere in cambio la promessa – sia bene inteso, “la promessa” – di un nuovo decreto, che solo un illuso o un complice perverso può credere possa significare invertire la rotta della totale sottomissione all’FMI. Possiamo aspettarci una discussione approfondita all’interno del CONAIE, perché ci sono segnali che una parte della direzione, e non pochi alla base, non sono d’accordo con quanto pattuito con il regime morenista. Non solo con ciò su cui si è accordato Vargas, ma anche con il ruolo svolto da Salvador Quishpe, ex prefetto di Morona e feroce nemico di Correa, la cui animosità nei suoi confronti lo ha portato a entrare oscenamente in combutta con Moreno. Non è avventato prevedere che questo conflitto latente esploderà presto.

In terzo luogo, il presidente si è mosso astutamente, ben consigliato da Enrique Ayala Mora, presidente del Partito Socialista dell’Ecuador e da alcuni altri mercenari della politica ecuadoregna (uniti dal rancore malato che hanno verso l’ex-presidente Correa) come Pablo Celi, Juan Sebastiàn Roldàn e Gustavo Larrea, visitatori regolari e correveidiles dell'”ambasciata” (per non definirli “agenti segreti”), che gli indicavano come doveva negoziare con gli indigeni: promesse, gesti simpatici, foto, un montaggio televisivo, esaltazione della falsa unità del tipo “siamo tutti ecuadoregni”, una fraternità da operetta, messa in scena dal più grande camaleonte della politica latino-americana, Lenín Moreno, per far sì che i ribelli ritornino alle loro comunità, lasciando il campo liberato, in modo che il governo procedesse senza intoppi con il suo progetto.

In quarto luogo, il successo della strategia del governo è stato anche causato da un fatto tanto vero quanto deplorevole: la profonda penetrazione delle idee dell’”anti-politica” nella società civile dell’Ecuador, che concepisce i partiti come inguaribili nidi di corruzione, da qui l’attacco virulento e prolungato al correismo e a tutto ciò che gli assomiglia, la complicità della magistratura nel convalidare la violazione sistematica dello Stato di diritto durante il mandato di Moreno e il ruolo manipolativo dell’oligarchia mediatica, che non ha mai cessato di informare male e disinformare durante tutto il conflitto.

In quinto luogo, sebbene l’insurrezione indigena fosse sostenuta da ampie sezioni della popolazione, queste erano solo un coro che accompagnava passivamente le iniziative della leadership CONAIE. Non si può interpretare in maniera diversa il fatto anomalo che solo la leadership di tale organizzazione (molto influenzata, è noto, da alcune ONG, che agiscono in Ecuador e che sono i tentacoli invisibili dell’impero e anche di alcune agenzie federali del governo degli Stati Uniti) si è seduta al tavolo dei negoziati.

E gli altri settori del campo popolare? Nulla. Improvvisamente, tutti gli altri suoi componenti sono scomparsi e tutto quella materia solida “si è dissolta nell’aria”, senza lasciare tracce di sé nel conflitto. L’indebolimento dei partiti e dei sindacati ha reso le cose più facili per il governo e per la leadership conservatrice del CONAIE. È vergognoso e stravagante che il principale obiettivo dell’attacco di questa sarebbe risultato Rafael Correa e non il boia, che stava massacrando i suoi sostenitori per le strade di Quito.

Ciò rivela la profondità del conflitto tra l’ex-presidente e quell’organizzazione che, in questo frangente, ha servito a impedire al correismo, così come ad altre forze politiche e sociali, di convergere sulla guida della rivolta. Inoltre, il governo ha arrestato alcuni dei più importanti leader del correismo, a partire da niente meno che la prefetta di Pichincha, Paola Pabàn, senza la minima protesta da parte della leadership della CONAIE di fronte a una tale ingiustizia.

Per concludere: lungi dall’aver trionfato, ciò che è realmente accaduto è stata la consumazione di una sconfitta dell’insurrezione popolare, il cui enorme sacrificio è stato offerto senza nulla di concreto in cambio e, per giunta, a un falso tavolo negoziale. Una leadership indigena ingenua o corrotta perché, parafrasando ciò che il Che diceva a proposito dell’imperialismo, “a Moreno non si può credere nemmeno un pochino, niente!”. E questa leadership ha creduto al “capo” di un regime francamente dittatoriale e corrotto fino alle viscere. Ha creduto a un personaggio come Moreno, un traditore seriale che, se avesse tradito le sue promesse cento volte, le tradirebbe ancora un’altra volta, senza scrupoli e ridendo dei negoziatori indigeni! Naturalmente, il presidente è risultato anche indebolito dal conflitto: è dovuto fuggire da Quito e impostare una negoziazione, fraudolenta ma attraente e persuasiva, di fronte alle telecamere. Il FMI lo rimprovererà per il suo atteggiamento e tornerà all’accusa, costringendolo a mantenere ciò che ha accettato, nonostante le promesse al CONAIE.

Non ci vorrà molto, prima che le masse popolari dell’Ecuador, non solo i popoli originari ma anche gli strati poveri della città e della campagna, i settori medi impoveriti e depotenziati, in breve, la maggior parte della popolazione dell’Ecuador si renda conto della grande truffa perpetrata da Moreno e dai suoi torvi consiglieri con l’imperdonabile complicità della leadership CONAIE e decida di scendere di nuovo in piazza. È una tradizione del popolo ecuadoregno degna di nota, quella di aver rovesciato diversi presidenti reazionari. E se questa volta, quando ha fatto uno sforzo incredibile, le cose sono andate male, è probabile che nella sua rinascita sicura i risultati saranno molto diversi.

Tracciando un parallelo con la storia della rivoluzione russa, quello che abbiamo visto in Ecuador sembrava essere un ottobre e si è rivelato un febbraio. Ecco perché il “Kerenski” ecuatoriano rimane ancora al potere, come il russo è rimasto al potere fino a quando è giunto il suo ottobre. Prima o poi, anche per l’ecuadoregno arriverà il suo ottobre e, se le masse popolari hanno imparato qualcosa da questa lezione, in futuro non si sbaglieranno. Quando si ribelleranno contro la loro opportunista leadership, metteranno fine a un regime servile, immorale e retrogrado come pochi nella storia della Nostra America.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Ecuador: un Octubre que fue Febrero

Risultati immagini per protestas en ecuador 2019por Atilio A. Boron

Concluida la supuesta negociación entre la cúpula dirigente de la CONAIE y Lenin Moreno este 14 de Octubre quedó sentenciada la derrota del alzamiento popular. 


La movilización había comenzado, según un tuit oficial de la CONAIE, para poner fin a “las políticas económicas de muerte y miseria que genera el FMI y las políticas extractivistas que afectan a nuestros territorios.” En la muy completa y detallada “Declaratoria de Agenda de Lucha de Organizaciones de Pueblos, Nacionalidades y Comunidades Indígenas y Amazónicas en Apoyo a la Movilización Nacional y el Ejercicio de Nuestra Autodeterminación”, aprobada en Puyo (Pastaza), el 7 de Octubre de 2019 destacaban como algunos de sus contenidos más sobresalientes el rechazo a “las medidas económicas, denominadas el ‘paquetazo’, y se agregaba que “demandamos la reversión íntegra de la carta de intención suscrita con el Fondo Monetario Internacional cuyo contenido no se ha hecho de carácter público violando la obligación de transparentar los actos del ejecutivo; así como la terminación de los intentos de privatización de las empresas públicas encubiertas bajo la figura de ‘concesión’.” La Agenda y otras declaraciones de la CONAIE también denunciaban “los enormes beneficios que la burguesía sigue recibiendo a través de múltiples políticas de reactivación económica” y diciendo que había llegado el “momento de una acción para conquistar reivindicaciones populares e impedir que la aplanadora de reformas pase sobre la economía de los hogares pobres”. Esto se traducía, según los líderes del movimiento, en escandalosas medidas a favor de los bancos y grandes empresas que fueron exoneradas del pago de 4.295 millones de dólares en impuestos así como la “colonización” por parte de sus representantes de los principales cargos de la administración pública así como la desregulación y precarización laboral exigida en el “paquetazo” del FMI. 

Recuérdese que las medidas anunciadas por Moreno el 1º de Octubre establecía que los trabajadores de las empresas públicas “deberían aportar cada mes un día de su salario” y que con el objeto de “reducir la masa salarial los contratos ocasionales se renovarían con un 20% menos de remuneración, al paso que el tiempo de sus vacaciones se baja de 30 a 15 días.” A esto había que añadirle el enorme aumento del precio de los combustibles ocasionado por la eliminación de unos subsidios establecidos hacía ya cuarenta años, lo que encarecería casi todas las mercancías de consumo popular y generaría un fuerte recorte en los ingresos de la población.

Sorprende que esta frondosa agenda quedara por completo al margen de la discusión entre la dirigencia de los pueblos originarios y el presidente ecuatoriano. No se entiende, por consiguiente, el triunfalismo que trasuntan algunos protagonistas y observadores del conflicto al hablar de la “negociación” que puso fin a la revuelta. Salvo la cuestión del precio de la gasolina -sin duda importante- todo lo demás sigue intacto, como si la enorme movilización popular en contra de las imposiciones del FMI no hubiera ocurrido. Los temas que hacían al “paquetazo” asombrosamente quedaron fuera de la discusión, lo mismo que el reclamo, anteriormente expresado por la dirigencia indígena, de revertir la carta de intención firmada con el FMI “de manera inconsulta.” No sólo esto: también quedaron sepultados en el olvido, al menos por ahora, el hecho de que Moreno hubiera llegado al gobierno con el programa de la Revolución Ciudadana del ex presidente Rafael Correa que contemplaba continuar aplicando las medidas de corte pos-neoliberal que habían sido encarnizadamente combatidas por las elites económicas del Ecuador y con una agenda que reposicionaba a ese país en línea con los gobiernos progresistas de la región, pugnando por emanciparse de la pesada tutela que Washington tradicionalmente había ejercido sobre las naciones ubicadas en lo que con tanto respeto por nuestros pueblos denominan el “patio trasero” de Estados Unidos. Mediante una espectacular voltereta política Moreno malversó ese mandato con una velocidad y radicalidad pocas veces vistas al tiempo que convirtió a Rafael Correa -quien hasta el día de la toma de posesión no se cansaba de decir que había sido una de las más señeras figuras del Ecuador, sólo superado por Eloy Alfaro-  en un nefasto personaje causante de las mayores desgracias jamás padecidas por el Ecuador y a quien persiguió -y persigue- con enfermiza saña y sin tregua. Moreno no sólo revirtió el camino transitado por Correa sino que lo hizo sometiéndose vilmente a los mandatos de Washington: abandonó el ALBA; entregó una base militar en Galápagos (uno de los últimos refugios incontaminados de la humanidad); desalojó a las autoridades y funcionarios de la UNASUR del edificio construido en las afueras de Quito, precisamente sobre la línea ecuatorial; y se puso de rodillas ante Donald Trump para satisfacer con inigualada ignominia (en un continente pródigo en lamebotas del imperio) los menores caprichos del emperador. Por empezar, tratar de destruir la Unasur y promover el nefasto Grupo de Lima para atacar a la Revolución Bolivariana. En suma, Ecuador pasó de la autodeterminación nacional conquistada por el gobierno de Correa a ser un  “proxy”, mejor dicho: un estado-peón que se limita a obedecer las órdenes emanadas de Washington y de las corruptas oligarquías dominantes en el Ecuador. Nada, absolutamente nada de esto, apareció en las “negociaciones” que la dirigencia de la CONAIE mantuvo con Moreno y que puso fin al conflicto. Tampoco hubo en esa peculiar “negociación” una condena de la brutalidad de la represión policial y militar, los muertos (mínimo diez), casi 100 desaparecidos, centenares de heridos y encarcelados, estos últimos por millares, y nada se dijo sobe el pedido de dimisión de los ultra-reaccionarios ministros del Interior y Defensa y sobre los atropellos a los derechos humanos. ¿Toda la conmoción que sacudió al Ecuador fue tan sólo por el precio de la gasolina? ¿Y qué hay del “paquetazo” del FMI? Por lo visto los montes parieron un ratón.

Permítasenos ofrecer algunas conjeturas para tratar de desentrañar lo ocurrido y sus razones. Primero, lo que caracterizó esta revuelta fue su tremenda debilidad ideológica y política que mal podía ocultare bajo lo multitudinario de su convocatoria. Pero carecía de una dirección política motivada por un genuino deseo de cambio y de oposición al régimen gobernante. En realidad, vistas las cosas con la ventaja que otorga el paso del tiempo, podría decirse con un cierto dejo de exageración que fue una disputa al interior del proyecto morenista y nada más, y que el espontaneísmo de la protesta gatillada por el decreto del 1º de Octubre fue visto con beneplácito por sus conductores, para nada interesados en una elevación del nivel de conciencia de las masas insurgentes. El resto era una hojarasca retórica que tenía por finalidad más confundir a las masas que clarificar su conciencia y el sentido de su lucha. Segundo, la traición de Moreno encuentra su espejo en la de algunos de los más connotados dirigentes de la CONAIE, en especial Jaime Vargas, que arrojó por la borda sus propios muertos y desaparecidos para obtener a cambio la promesa -entiéndase bien, “la promesa”- de un nuevo decreto que sólo un iluso, o un perverso cómplice, puede creer que significará desandar el camino del total sometimiento al FMI. Cabe esperar una profunda discusión en el seno de la CONAIE porque hay indicios de que un sector de la dirección, y no pocos en sus bases, no están de acuerdo con lo pactado con el régimen de Moreno. No sólo con lo acordado por Vargas sino también con el papel jugado por Salvador Quishpe, ex Prefecto de Morona y encarnizado enemigo de Correa y cuya animosidad hacia éste lo llevó a forjar un obsceno contubernio con Moreno. No es para nada arriesgado pronosticar que este conflicto latente no tardará en estallar. Tercero, el presidente se movió con astucia, bien aconsejado por Enrique Ayala Mora, presidente del Partido Socialista del Ecuador y algunos otros mercenarios de la política ecuatoriana (unidos por su enfermizo rencor que tienen con el ex presidente Correa) como Pablo Celi, Juan Sebastián Roldán y Gustavo Larrea, asiduos visitantes y correveidiles de “la embajada” (por no calificarlos de “agentes”) quienes le indicaron  de qué modo tenía que negociar con los indígenas: promesas, gestos simpáticos, fotos, un montaje televisivo, exaltación de la falsa unidad tipo “somos todos ecuatorianos”, una fraternidad de opereta a cargo del camaleón mayor de la política latinoamericana, Lenín Moreno, para hacer que los rebeldes se vuelvan a sus comunidades dejando el campo despejado para que luego el gobierno prosiga sin tropiezos con su proyecto. Cuarto, el éxito de la estrategia del gobierno se monta también en un hecho tan cierto como lamentable: la profunda penetración de las ideas de la “antipolítica” en la sociedad civil del Ecuador, que concibe a los partidos como incurables nidos de corrupción, amén del virulento y sostenido ataque contra el correísmo y todo lo que se le parezca, la complicidad del poder judicial en convalidar la sistemática violación del estado de derecho durante la gestión de Moreno y el papel manipulador de la oligarquía mediática que no cesó de (mal)informar y desinformar a lo largo del conflicto. Quinto, que si bien la insurgencia indígena contó con el apoyo de amplios sectores de la población, éstos no fueron sino un coro que acompañó pasivamente las iniciativas de la dirigencia de la CONAIE. No de otro modo puede interpretarse el hecho anómalo de que sólo la dirigencia de esa organización (muy influida, es sabido, por algunas ONGs que actúan en el Ecuador y  que son los invisibles tentáculos del imperio e inclusive algunas agencias federales del gobierno de Estados Unidos) hubiera estado sentada en la mesa de las negociaciones. ¿Y los otros sectores del campo popular, qué? Nada. De golpe y porrazo se esfumaron todos sus otros componentes y todo aquello sólido “se disolvió en el aire”, sin dejar huellas en el conflicto. El debilitamiento de los partidos y sindicatos facilitó enormemente las cosas para el gobierno y para la dirigencia conservadora de la CONAIE. No deja de ser un dato vergonzoso y extravagante que el principal blanco de ataque de ésta hubiera sido Rafael Correa y no el verdugo que estaba asesinando a sus seguidores en las calles de Quito. Esto revela la hondura de un conflicto entre el ex presidente y aquella organización que en esta coyuntura sirvió para impedir que el correísmo, así como otras fuerzas políticas y sociales, pudieran converger en la conducción de la revuelta. Es más, el gobierno encarceló a varios de los más importantes líderes del correísmo, comenzando por nada menos que la Prefecta de Pichincha, Paola Pabón, sin que hubiese la menor protesta de la dirigencia de la CONAIE  ante semejante atropello.

Para concluir: lejos de haber triunfado lo que realmente ocurrió fue la consumación de una derrota de la insurgencia popular, cuyo enorme sacrificio fue ofrendado sin nada concreto a cambio y para colmo en una falsa mesa de negociaciones. Una dirigencia indígena que o bien es ingenua o si no corrupta porque, parafraseando lo que decía el Che a  propósito del imperialismo, “¡a Moreno no se le puede creer ni un tantito así, nada»! Y esta dirigencia le creyó al “capo” de un régimen francamente dictatorial y corrupto hasta las vísceras. ¡Le creyó a un personaje como Moreno, traidor serial que si faltó a sus promesas cien veces lo hará ciento y una, sin escrúpulo alguno y muriéndose de risa de los negociadores indígenas! Claro que el presidente también salió debilitado del conflicto: tuvo que huir de Quito y montar una negociación, fraudulenta pero vistosa y eficaz ante las cámaras de televisión. El FMI le reprochará su actitud y volverá a la carga, obligándole a cumplir con lo que pactó, pese a las promesas que le hiciera a la CONAIE. No pasará mucho tiempo antes que las masas populares del Ecuador, no sólo los pueblos originarios sino también las capas pobres de la ciudad y el campo, los sectores medios empobrecidos y desempoderados, en fin, la mayoría de la población del Ecuador caiga en la cuenta de la gran estafa perpetrada por Moreno y sus torvos asesores con la imperdonable complicidad de la dirigencia de la CONAIE y decidan tomar las calles nuevamente. Es una venerable tradición del pueblo ecuatoriano que derrocó a varios presidentes reaccionarios y si esta vez, cuando hizo un esfuerzo increíble, las cosas salieron mal es probable que en su segura resurgencia los resultados sean muy distintos. Trazando un paralelo con la historia de la revolución rusa lo que vimos en Ecuador parecía ser un Octubre y resultó ser un Febrero. Por eso el “Kerenski” ecuatoriano todavía se mantiene en el poder, como se mantuvo el ruso hasta que le llegó su Octubre. Más pronto que tarde también al ecuatoriano le llegará su Octubre y, si las masas populares algo aprendieron de esta lección en el futuro no se equivocarán y cuando se rebelen de su dirigencia entreguista y pondrán fin a un régimen cipayo, inmoral y retrógrado como pocos ha habido en la historia de Nuestra América.

La propaganda no es periodismo

Risultati immagini per chavismo en marchapor Atilio Boron – atilioboron.com.ar

Mientras esperaba una conexión aérea que me transportara de Santa Cruz de la Sierra a La Paz la pantalla gigante del bar donde estaba disponiéndome a almorzar estaba clavada en la CNN. Por supuesto ignoré lo que allí se transmitía porque era un chismerío sobre el posible juicio político a Donald Trump (que ni los demócratas se lo creen), el papel del presidente de Ucrania inmiscuyéndose supuestamente en la campaña presidencial de Estados Unidos y otras menudencias destinadas a distraer a la audiencia y evitar que se enriquezca con la recepción de insumos cognitivos rigurosos, adecuadamente contextualizados, que le ayuden a comprender que es lo que realmente pasa en el mundo.

Seguí ensimismado en la revisión de a ponencia que leería en La Paz a últimas horas de la tarde pero al rato me llamó la atención el tono sumamente enfático de alguien que ahora ocupaba la pantalla y que se preguntaba cómo podía ser que Alberto Fernández dijera que no había una dictadura en Venezuela, aunque sí una deriva autoritaria. Traté de seguir con mi trabajo pero me resultó imposible porque no sólo Andrés Oppenheimer seguía rasgándose las vestiduras sobre los dichos de Fernández sino que comenzó a tirar cifras de las miles de ejecuciones extrajudiciales que habría perpetrado el gobierno bolivariano pese a que la evidencia que sustenta tan grave acusación no resistiría un día de examen en sede judicial. Claro, esto siempre y cuando jueces y fiscales no hubieran sido alumnos de los cursos de “buenas prácticas” organizados por el gobierno de Estados Unidos en donde se instruye a los magistrados a administrar la justicia como Dios manda. El actual ministro de Justicia de Brasil, Sergio Moro, es uno de los más brillantes egresados de esos cursos y su condena del ex presidente Lula una verdadera hazaña de la orfebrería jurídica imperial.

Oppenheimer intensificó sus críticas pasando de Maduro a Cristina Fernández a la que acusó de haber producido un desastre económico  durante su mandato pero sin fundamentar, otra vez, tan descalificadora valoración. Sus palabras eran un eco de otro disparate pronunciado por Mario Vargas Llosa, gran novelista pero un mero diletante a la hora de analizar la vida política, que en una nota publicada a comienzos de septiembre en La Nación calificó al gobierno de Mauricio Macri –que arrasó con la economía, la sociedad, la cultura y el estado de derecho en la Argentina- como uno de “los más honestos y competentes” de nuestra historia. Dado que ya me referí a este exabrupto en un posteo reciente vuelvo a lo de Oppenheimer para pedirle que por favor antes de seguir hablando de la “dictadura” de Maduro se sirva contemplar las dos fotografías que acompañan esta nota y que fueron publicadas en el Facebook de Nilson Peña Mora, Alcalde del municipio Rivas Dávila, en el Estado Mérida, de la República Bolivariana de Venezuela. Este sujeto aparece luciendo orgullosamente una camiseta con un grosero insulto al presidente Maduro y en la otra con alguna de sus admiradoras, ataviada de la misma manera. No sólo eso sino que en más de una ocasión declaró públicamente que “su presidente” era Juan Guaidó y no quien había usurpado ese cargo, que no era otro que Nicolás Maduro. Por supuesto, el Alcalde sigue en funciones y haciendo lo que le viene en gana, al igual que el “presidente encargado” (por Donald Trump) de reemplazar a este último. Yo le pregunto a un observador tan atento de la vida política como Oppenheimer qué cree que hubiera ocurrido si alguna persona cualquiera hubiera salido a la calle para pasearse con una camiseta con la misma inscripción pero que en lugar de Maduro dijera Pinochet, Videla, Franco. Bajo esas dictaduras el pobre sujeto habría sido apresado al instante, sometido a feroces torturas y hecho desaparecer sin dejar el menor rastro. Así operan las dictaduras. Nada de esto ha ocurrido con Peña Mora, que al igual que Guaidó, siguen haciendo de las suyas sin ser molestados por las autoridades del estado bolivariano precisamente porque no es una dictadura sino una democracia sometida a una brutal guerra económica (que algunos analistas norteamericanos estiman que ha producido por lo menos 40.000 muertos por el bloqueo en el suministro de medicamentos y comida), tema sobre el cual Oppenheimer y sus cofrades guardan escandaloso silencio.  Don Andrés, por favor: todo periodista tiene que hacer honor a un “juramento hipocrático” que establece que su obligación moral, inescapable, es “decir la verdad y denunciar las mentiras.” Obligación que, claro está, no existe para los cultores de la propaganda política, que pueden mentir a sabiendas, ignorar datos escandalosos como los que ilustran estas fotografías, y seguir con las  prédicas desestabilizadoras que le dictan sus amos desde Washington como parte de la guerra de quinta generación encaminada a producir un “cambio de régimen” en Venezuela, como para enorme felicidad de sus pueblos hicieron en Libia e Irak, e intentan hacer ahora en Siria y Venezuela.

Marxistas somos todos

Immagine correlatapor Atilio A. Boron

Los trogloditas de la derecha argentina quisieron descalificar a Axel Kicillof acusándolo de “marxista”. Este ataque sólo revela el primitivo nivel cultural de sus críticos, ignaros de la historia de las ideas y teorías científicas elaboradas a lo largo de los siglos. Es obvio que en su inepcia desconocen que Karl Marx produjo una revolución teórica de enormes alcances en la historia y las ciencias sociales, equivalente, según muchos especialistas, a las que en su tiempo produjera Copérnico en el campo de la Astronomía. Por eso hoy, sepámoslo o no (y muchos no lo saben) todos somos copernicanos y marxistas, y quien reniegue de esta verdad se revela como un rústico sobreviviente de siglos pasados y huérfano de las categorías intelectuales que le permiten comprender al mundo actual.

Copérnico sostuvo en su obra magna, La Revolución de las Esferas Celestes, que era el sol y no la Tierra quien ocupaba el centro del universo. Y además, contrariamente a lo que sostenía la Astronomía de Ptolomeo, comprobó que nuestro planeta no era un centro inmóvil alrededor del cual giraban todos los demás sino que ella misma se movía y giraba. Recordemos las palabras de Galileo cuando los doctores de la Inquisición le obligaron a retractarse de su adhesión a la teoría copernicana: ¡Eppur si muove!, susurró ante sus censores que seguían ensañados con Copérnico a más de un siglo de haber formulado su teoría. Descubrimiento revolucionario pero no sólo en el terreno de la Astronomía, toda vez ponía en cuestión cruciales creencias políticas de su tiempo. Como lo recuerda Bertolt Brecht en su espléndida obra de teatro: Galileo, la dignidad y sacralidad de tronos y potestades fue irreparablemente menoscabada por la teorización del astrónomo polaco. Si con la teoría geocéntrica de Ptolomeo el Papa y los reyes y emperadores eran excelsas figuras que se empinaban en la cumbre de una jerarquía social en un planeta que era nada menos que el centro del universo, con la revolución copernicana quedaban reducidos a la condición de frágiles reyezuelos de un minúsculo planeta, que como tantos otros, giraba en torno al sol.

Cuatro siglos después de Copérnico Marx produciría una revolución teórica de semejante envergadura al echar por tierra las concepciones dominantes sobre la sociedad y los procesos históricos. Su genial descubrimiento puede resumirse así: la forma en que las sociedades resuelven sus necesidades fundamentales: alimentarse, vestirse, abrigarse, guarecerse, promover el bienestar, posibilitar el crecimiento espiritual de la población y garantizar la reproducción de la especie constituyen el indispensable sustento de toda la vida social. Sobre este conjunto de condiciones materiales cada sociedad construye un inmenso entramado de agentes y estructuras sociales, instituciones políticas, creencias morales y religiosas y tradiciones culturales que van variando en la medida en que el sustrato material que las sostiene se va modificando. De su análisis Marx extrajo dos grandes conclusiones: primero, que el significado profundo del proceso histórico anida en la sucesión de formas bajo las cuales hombres y mujeres han enfrentado aquellos desafíos a lo largo de miles de años. Segundo, que estas formaciones sociales son inherentemente históricas y transitorias: surgen bajo determinadas condiciones, se expanden y consolidan, llegan a su apogeo y luego inician una irreversible decadencia. Por consiguiente, ninguna formación social puede aspirar a la eternidad y mucho menos el capitalismo habida cuenta de la densidad y velocidad con que las contradicciones que les son propias se despliegan en su seno. Malas noticias para Francis Fukuyama y sus discípulos que a fines del siglo pasado anunciaban al mundo el fin de la historia, el triunfo final del libre mercado, la globalización neoliberal y la victoria inapelable de la democracia liberal.

Al igual que ocurriera con Copérnico en la Astronomía, la revolución teórica de Marx arrojó por la borda el saber convencional que había prevalecido durante siglos. Este concebía a la historia como un caleidoscópico desfile de notables personalidades (reyes, príncipes, Papas, presidentes, diversos jefes de estado, líderes políticos, etcétera) puntuado por grandes acontecimientos (batallas, guerras, innovaciones científicas, descubrimientos geográficos). Marx hizo a un lado todas estas apariencias y descubrió que el hilo conductor que permitía descifrar el jeroglífico del proceso histórico eran los cambios que se producían en la forma en que hombres y mujeres se alimentaban, vestían, guarecían y daban continuidad a su especie, todo lo cual lo sintetizó bajo el concepto de “modo de producción”. Estos cambios en las condiciones materiales de la vida social daban nacimiento a nuevas estructuraciones sociales, instituciones políticas, valores, creencias, tradiciones culturales a la vez que decretaban la obsolescencia de las precedentes, aunque nada había de mecánico ni de lineal en este condicionamiento “en última instancia” del sustrato material de la vida social. Con esto Marx desencadenó en la historia y las ciencias sociales una revolución teórica tan rotunda y trascendente como la de Copérnico y, casi simultáneamente, con la que brotaba de las sensacionales revelaciones de Charles Darwin. Y así como hoy se convertiría en un hazmerreir mundial quien reivindicase la concepción geocéntrica de Ptolomeo, no mejor suerte correrían quienes increpasen a alguien acusándolo de “marxista”. Porque al hacerlo negarían el papel fundamental que la vida económica desempeña en la sociedad y también en los procesos históricos (y que Marx fue el primero en colocar en el centro de la escena). Quién profiriese semejante “insulto” confesaría, para su vergüenza, su desconocimiento de los últimos dos siglos en el desarrollo del pensamiento social. Grotescos personajes como estos no sólo se vuelven pre-copernicanos sino también pre-darwinistas, pre-newtonianos y pre-freudianos. Representan, en suma, una fuga a lo más oscuro del medioevo.

Bien, pero ¿alcanza lo anterior para decir que “todos somos marxistas”? Creo que sí, y por estas razones: si algo caracteriza al pensamiento y la ideología de la sociedad capitalista es la tendencia hacia la total mercantilización de la vida social. Todo lo que toca el capital se convierte en mercancía o en un hecho económico: desde las más excelsas creencias religiosas hasta viejos derechos consagrados por una tradición multisecular; desde la salud hasta la educación; desde la seguridad social hasta las cárceles, el entretenimiento y la información. Bajo el imperio del capitalismo las naciones se degradan al rango de mercados y el bien y el mal social pasan a medirse exclusivamente por las cifras de la economía, por el PBI, por el déficit fiscal o la capacidad exportadora. Si alguna impronta ha dejado el capitalismo en su paso por la historia –transitorio, pues como sistema está condenado a desaparecer, tal como ocurriera sin excepción con todas las formas económicas que le precedieron- ha sido elevar a la economía como el parámetro supremo que distingue a la buena de la mala sociedad. El orden del capital ha erigido al Mercado como su Dios, y las únicas ofrendas que este moderno Moloch admite son las mercancías y las ganancias que produce su intercambio. El sutil y cauteloso énfasis que Marx le otorgara a las condiciones materiales –siempre mediatizadas por componentes no económicos como la cultura, la política, la ideología- alcanza en el pensamiento burgués extremos de vulgaridad que lindan con lo obsceno. Oigamos lo que Bill Clinton le espetara a George Bush en la campaña presidencial de 1992: “¡es la economía, estúpido!”. Y basta con leer los informes de los gobiernos, de los académicos y de los organismos internacionales para constatar que lo que distingue el bien del mal de una sociedad capitalista es la marcha de la economía. ¿Quieres saber cómo está un país? Mira cómo se cotizan sus bonos del Tesoro en Wall Street, o cuál es el índice de su “riesgo país”? O escucha lo que te dicen una y mil veces los gobernantes de la derecha cuando para justificar el holocausto social al que someten a sus pueblos por la vía de los ajustes presupuestarios afirman que “los números gobiernan al mundo”.

Personajes como estos conforman una clase especial y aberrante de “marxistas” porque redujeron el radical descubrimiento de su fundador y toda la complejidad de su aparato teórico a un grosero economicismo. El “materialismo economicista” es una versión abortada, incompleta, deformada del marxismo pero que resulta muy conveniente para las necesidades de la burguesía y de una sociedad que sólo sabe de precios y nada de valores. Un marxismo deformado y abortado porque la burguesía y sus representantes sólo se apropiaron de una parte del argumento marxiano: aquella que subrayaba la importancia decisiva de los factores económicos en la estructuración de la vida social. Con certero instinto hicieron a un lado la otra mitad: la que sentenciaba que la dialéctica de las contradicciones sociales –el incesante conflicto entre fuerzas productivas y relaciones de producción y la lucha de clases resultante- conduciría inexorablemente a la abolición del capitalismo y a la construcción de un tipo histórico de sociedad pos-capitalista. Que esto no sea inminente no quiere decir que no vaya a ocurrir. En otras palabras: el “marxismo” del que se apropiaron las clases dominantes del capitalismo a través de sus intelectuales orgánicos y sus tanques e pensamiento quedó reducido a un grosero materialismo economicista.

Por eso, hoy todos somos marxistas. La mayoría marxistas aberrantes, de “cocción incompleta”, al exaltar hasta el paroxismo la importancia de los hechos económicos y ocultar a sabiendas que la dinámica social conducirá, más pronto que tarde, a una transformación revolucionaria de la sociedad actual. Este economicismo es el grado cero del marxismo, su punto de partida más no el de llegada. Es un marxismo tronchado en su desarrollo teórico; contiene los gérmenes del materialismo histórico pero se estanca en sus primeras hipótesis y soslaya –u oculta a sabiendas- su desenlace revolucionario y la propuesta de construir una sociedad más justa, libre, democrática. Pero hay otros marxistas para quienes la revolución teórica de Marx no sólo corrobora la transitoriedad de la sociedad actual sino que insinúa cuáles son los probables senderos de su histórica superación, sea por distintas vías revolucionarias como por la dinámica incontenible de un proceso de reformas radicalizadas. En contra de los marxistas inacabados, de “cocción incompleta”, apologistas de la sociedad burguesa, defendemos la tesis de que el modo de producción capitalista será reemplazado, en medio de fragorosos conflictos sociales (porque ninguna clase dominante abdica de su poder económico y político sin luchar hasta el fin) para finalmente dar nacimiento a una sociedad post-capitalista y, como decía Marx, poner fin a la prehistoria de la humanidad. Pero más allá de estas diferencias, unos a medias y mal, y otros por entero y bien, todos somos hijos del marxismo en el mundo de hoy; es más, no podríamos no ser marxistas así como no podríamos dejar de ser copernicanos. El capitalismo contemporáneo es mucho más “marxista” de lo que era cuando, hace casi dos siglos, Marx y Engels escribieron el Manifiesto del Partido Comunista. La diatriba contra Axel Kicillof es un exabrupto que pinta de cuerpo entero el brutal anacronismo de vastos sectores de la derecha argentina y latinoamericana, de sus representantes políticos e intelectuales, que en su escandaloso atraso recelan de los avances producidos por los grandes revolucionarios del pensamiento contemporáneo: desconfían de Darwin y Freud y creen el marxismo es el delirio de un judío alemán. Pero, como Marx decía con socarronería, algunos son marxistas a la Monsieur Jourdain, ese curioso personaje de El Burgués Gentilhombre de Molière que hablaba en prosa sin saberlo. Balbucean un marxismo ramplón, convertido en un burdo economicismo y sin la menor consciencia del origen de esas ideas en la obra de uno de los más grandes científicos del siglo diecinueve. Y otros, en cambio, sabemos que es la teoría que nos enseña cómo funciona el capitalismo y, por ende, la que proporciona los instrumentos que nos permitirán dejar atrás ese sistema inhumano, predatorio, destructor de la naturaleza y las sociedades y que se alimenta de guerras infinitas e interminables que amenazan con acabar con toda forma de vida en este planeta. Por eso, lejos de ser un insulto, ser marxista en el mundo de hoy, en el capitalismo de nuestro tiempo, es un timbre de honor y una mácula imborrable para quien lo profiere como un insulto.

¿Hay una revolución en Venezuela?

L'immagine può contenere: 3 persone, spazio all'aperto e testopor Atilio A. Boron

Un par de recientes viajes a España e Italia me ofrecieron la posibilidad de conversar con muchos intelectuales, académicos y políticos del menguante arco progresista que aún existe en esos países. Luego de repasar la inquietante situación europea y el avance de la derecha radical mis interlocutores me pedían que les hablase de la actualidad latinoamericana pues, me aseguraban, les costaba desentrañar lo que allí estaba ocurriendo. Recogiendo el guante yo comenzaba por reseñar la brutal ofensiva restauradora del gobierno de Estados Unidos contra Venezuela y Cuba; proseguía pasando revista a la involución política sufrida por Argentina y Brasil a manos de Macri y Bolsonaro y los alentadores vientos de cambio que provenían de México, la centralidad de las próximas elecciones presidenciales que tendrían lugar en Octubre en Argentina, Bolivia y Uruguay y finalizaba esta primera explicación de la política regional denunciando la perpetuación del terrorismo de estado en Colombia, con cifras espeluznantes de asesinatos de líderes políticos y sociales que causaban sorpresa entre mis contertulios por ser casi por completo desconocidas en Europa, lo cual dice mucho acerca de los medios de comunicación ya definitivamente convertidos en órganos de propaganda de la derecha y el imperialismo. Al detenerme para brindar información más pormenorizada sobre  los criminales alcances de la agresión perpetrada en contra de la República Bolivariana de Venezuela siempre surgía, como si fuera un cañonazo, la siguiente pregunta: pero, dinos: ¿hay de verdad una revolución en Venezuela?

Mi respuesta siempre fue afirmativa, aunque tiene que ser matizada porque resulta que las revoluciones –y no sólo en Venezuela- siempre son procesos, no son actos que se consuman de una vez y para siempre. Impresionado por una visita que volviera a hacer a la Capilla Sixtina para contemplar, una vez más, la genial obra de Miguel Angel se me ocurrió que para muchos de mis interlocutores –y no sólo europeos- la revolución es algo así como el pintor florentino representaba la creación del hombre o de los astros: Dios, con un gesto, una mirada ceñuda, un dedo que apunta hacia un lugar y ¡he ahí el hombre, allí está Júpiter, allá la revolución! Esta suerte de “creacionismo revolucionario” sostenido con religioso ardor incluso por contumaces ateos –¡que en lugar de Dios instalan en su lugar a la Historia, con hache mayúscula, bien hegeliana ella!- contrasta con el análisis marxista de las revoluciones que son correctamente interpretadas como procesos y no como rayos que caen en un día sereno para dar vuelta, irreversiblemente, una página de la historia. Siguiendo con la analogía inspirada en la Capilla Sixtina uno podría decir que contra el “creacionismo revolucionario”, expresión de un idealismo residual profundamente anti-materialista, se impone el “darwinismo revolucionario”, es decir, la revolución concebida como un proceso continuo y acumulativo de cambios y reformas económicas, sociales, culturales y políticas que culminan con la creación de un nuevo tipo histórico de sociedad. En otras palabras: la revolución es una larga construcción a lo largo del tiempo, en donde la lucha de clases se exaspera hasta lo inimaginable. Un proceso siempre con un final abierto, porque toda revolución lleva en su seno las semillas de la contrarrevolución, que sólo puede ser neutralizada por la conciencia y la organización de las fuerzas revolucionarias. Esta sería la concepción no teológica sino darwinista de la revolución. Y no está demás, anticipándome a mis críticos, recordar que no por casualidad Marx le dedicó el primer tomo de El Capital a Charles Darwin.

Las revoluciones sociales, por consiguiente, son acelerados procesos de cambio en la estructura y también, no olvidar esto, en la superestructura cultural y política de las sociedades. Procesos difíciles, jamás lineales, siempre sometidos a tremendas presiones y debiendo enfrentar obstáculos inmensos de fuerzas domésticas pero sobre todo del imperialismo norteamericano, guardián último del orden capitalista internacional. Esto ocurrió con la Gran Revolución de Octubre, y lo mismo ocurrió con las revoluciones en China, en Vietnam, en Cuba, en Nicaragua, en Sudáfrica, en Indonesia, en Corea. La imagen vulgar, desgraciadamente dominante en gran parte de la militancia y la intelectualidad de izquierda, de una revolución como una flecha que sube a los cielos del socialismo en línea recta es de una gran belleza poética pero nada tiene que ver con la realidad. Las revoluciones son procesos en donde las confrontaciones sociales adquieren singular brutalidad porque las clases que defienden el viejo orden apelan a toda clase de recursos con tal de abortar o ahogar en su cuna a los sujetos sociales portadores de la nueva sociedad. La violencia la imponen los que defienden un orden social inherentemente injusto y no los que luchan por liberarse de sus cadenas.

Dicho lo anterior, ¿cuál fue mi respuesta a mis interlocutores? Sí, hay una revolución en marcha en Venezuela y la mejor prueba de ello es que las fuerzas de la contrarrevolución se desataron en ese país con inusitada intensidad. Una verdadera tempestad de agresiones y ataques de todo tipo, que sólo pueden comprenderse como la respuesta dialéctica a la presencia de una revolución no totalmente consumada pero sí en vías de construcción. Veamos: un test infalible para saber si en un país hay un proceso revolucionario en curso lo brinda la existencia de una contrarrevolución, es decir, de un ataque, abierto o solapado, más o menos violento, destinado a destruir un proceso que algunos “doctores de la revolución” consideran como un inofensivo reformismo o a veces ni siquiera eso. Pero  los sujetos de la contrarrevolución y el imperialismo, como su gran director de orquesta, no cometen tan gruesos errores y con certero instinto procuran por todos los medios poner fin a ese proceso porque saben muy bien que, cruzada una línea de no retorno, el restablecimiento del viejo orden con sus privilegios y prerrogativas sería imposible. Aprendieron de lo ocurrido en Cuba y no asumen el menor riesgo. ¿Es una revolución aún inconclusa la que hay en Venezuela? Seguro. ¿Enfrenta gravísimos desafíos por las presiones del imperialismo y por déficits propios? Indudable. Pero es un proceso que tendencialmente apunta hacia un final que es inaceptable para la derecha y el imperialismo, y por eso se lo combate con saña feroz.

¿Hay un proceso revolucionario que haya conquistado el poder en Colombia? No. Allí las fuerzas de la contrarrevolución actúan de la mano del gobierno para tratar de aplastar a la revolución en ciernes que se agita del otro lado de la frontera. ¿Están estas fuerzas operando para derrocar a los gobiernos de Honduras, Guatemala, Perú, Chile, Argentina, Brasil? No, porque en estos países no existen gobiernos revolucionarios y por lo tanto el imperio y sus peones se desviven por apuntalar esos pésimos gobiernos. ¿Operan en contra de Venezuela? Sí, y con el máximo rigor posible, aplicando todas y cada una de las recetas de las Guerras de Quinta Generación, porque saben que allí se está gestando una revolución. ¿Y por qué tanto encono en contra del gobierno de Nicolás Maduro? Fácil: porque Venezuela posee la mayor reserva petrolera del planeta y es junto a México uno de los dos países más importantes del mundo para Estados Unidos, aunque sus diplomáticos y sus paniaguados de la academia y los medios rechacen con burlas este argumento. No hay que enfadarse por esto porque esa gente simplemente está cumpliendo el papel que les fuera asignado y por el cual le pagan.  Venezuela tiene más petróleo que Saudiarabia, muchísima más agua, muchísimos más minerales estratégicos y muchísima más biodiversidad. Y además, todo a tres o cuatro días de navegación de los puertos estadounidenses. Y México también tiene petróleo, agua (sobre todo el acuífero de Chiapas), grandes reservas de minerales estratégicos y, como si lo anterior fuera poco, es país fronterizo con Estados Unidos. Un imperio que se sabe inexpugnable  al estar protegido por dos grandes océanos pero que se siente vulnerable desde el sur, donde una extensa frontera de 3169 kilómetros es su irremediable talón de Aquiles. De ahí la importancia absolutamente excepcional que tienen esos dos países, cuestión incomprensiblemente subestimada aún por gentes de izquierda. ¿Y Cuba? ¿Cómo explicar los más de sesenta años de ensañamiento en contra de esta heroica isla rebelde? Porque ya desde 1783 John Adams, segundo presidente de Estados Unidos, reclamaba en una carta desde Londres donde había sido enviado para restablecer los lazos comerciales con el Reino Unido que dada la gran cantidad de colonias que la Corona británica poseía en el Caribe había que anexar sin más demora a Cuba a los efectos de controlar la puerta de entrada a la cuenca caribeña. Cuba, excepcional enclave geopolítico, es una vieja y enfermiza obsesión estadounidense que arranca muchísimo antes que el triunfo de la Revolución Cubana.

Pero la ofensiva contrarrevolucionaria no se detiene en los tres países arriba nombrados. También arrecia contra el gobierno de Evo Morales en Bolivia, que logró una prodigiosa transformación económica, social, cultural y política convirtiendo a uno de los tres países más pobres del hemisferio occidental (junto a Haití y Nicaragua) en uno de los más prósperos y florecientes de la región, según atestiguan organismos tales como la CEPAL, el Banco Mundial o la prensa financiera mundial. Recuperó el control de sus riquezas naturales, sacó a millones de la pobreza extrema y además lo hizo con Evo Morales, un miembro de una de sus etnias originarias fungiendo como presidente, un logro histórico si los hay. Y Nicaragua también está en la línea de fuego, porque por más defectos o errores que se pueda tener la revolución sandinista la sola presencia de un gobierno que no esté dispuesto a ponerse de rodillas frente al Calígula americano (como hacen Macri, Bolsonaro, Duque y compañía) es más que suficiente para desatar todas las furias del infierno en contra de su gobierno. Y, además, está la crucial -en términos geopolíticos- cuestión del nuevo canal bioceánico que podrían construir los chinos y que constituye un verdadero escupitajo en el rostro de quienes se reapoderaron del Canal de Panamá y los saturaron, otra vez, con bases militares.

Termino recordando una sabia frase de Fidel cuando dijo que “el principal error que cometimos en Cuba fue creer que alguien sabía como se hacía una revolución”. No hay un manual ni un recetario. Son procesos en curso. Hay que ver el momento pero también la dirección del movimiento, y tener en cuenta todas sus contradicciones. Al hacer esto, no cabe duda que en Venezuela se está en medio de un convulsionado proceso revolucionario que, ojalá, por el bien de todos, como decía Martí, termine prevaleciendo sobre las fuerzas del imperio y la reacción.

Campaña por el 9 de agosto Día Internacional de los Crímenes USA a la Humanidad

DECLARACIÓN MUNDIAL CONTRA LOS CRÍMENES ESTADOUNIDENSES A LA HUMANIDAD

Texto redactado el 17 de Julio de 2017 por el sociólogo Atilio Boron, el escritor Alejo Brignole, la investigadora Telma Luzzani, la periodista y la escritora Stella Calloni, en el marco de la campaña por el 9 de agosto – Día Internacional de los Crímenes Estadounidenses Contra la Humanidad.

I

NOSOTROS, LOS PUEBLOS Y NACIONES DEL MUNDO, DECLARAMOS:

Que la civilización, entendida como expresión plural, diversa y multicultural que da cobijo a todas las manifestaciones humanas, a la convivencia entre los pueblos y provee el marco natural para el desarrollo pleno del ser humano, reprueba y condena enérgicamente las acciones políticas y militares estadounidenses en todo el mundo que vulneran flagrantemente las convenciones internacionales, los valores humanistas y los protocolos del derecho internacional expuestos en el marco de las Naciones Unidas y en organismos creados para hacer posible la justa convivencia entre los pueblos.

POR TANTO:

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS las reiteradas expresiones del horror programado practicadas por los diversos aparatos estatales de Estados Unidos en todo el mundo. Condenamos además sus intentos de legitimar la violencia militar y diplomática que ejerce, apelando en sus discursos y proclamas a principios democráticos y republicanos, los cuales son vulnerados tanto en su política exterior, como interior.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS que Estados Unidos a lo largo de todo el siglo XX, y en lo transcurrido de este siglo XXI, haya fomentado, utilizado, perfeccionado y legalizado la tortura como método para alcanzar objetivos económicos, represivos y de dominación ideológica. Entendiendo que esta utilización sistemática, continua y organizada metodológicamente, ha terminado por naturalizar todo aquello que la civilización debe erradicar: el terror, el abuso cruel y despiadado de unas personas contra otras, la dominación de unas naciones por sobre el resto, el terrorismo de Estado, y la desintegración de la voluntad moral que todo persona humana debe poseer, pero que el temor a la tortura desvanece.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS las irrefutables muestras dadas por Estados Unidos como un Estado torturador que no sólo aplica, sino que legitima la violencia, organizando recursos y personas para la tortura, desplegando estas capacidades en todo el mundo, publicando manuales para instruir sobre formas de tormento y entrenando especialistas para la estas tareas de lesa humanidad.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS las acciones unilaterales de Estados Unidos en todo el mundo que, pretendiendo ser legales utilizando los foros democráticos mundiales como las Naciones Unidas contravienen todo principio de convivencia entre las naciones, generando guerras innecesarias y millones de muertos dispersos en múltiples conflictos, junto a la destrucción de ciudades e infraestructuras en todo el mundo, llevando de esta manera la degradación, la muerte y la desesperación a millones de seres humanos, por el simple hecho de no aceptar las políticas impuestas por Washington.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS que Estados Unidos sea poseedor de un millar de bases militares en todo el mundo, pues esta presencia convierte a ese país en una nación colonialista, opresora e irrefutablemente imperialista que no solo pervierte los ideales humanistas con que fue fundada en 1776, sino que además convierte al resto del mundo en un campo cautivo de su poderío militar, sin que ningún organismo o foro internacional lo autorice o habilite.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS que Estados Unidos realice asesinatos selectivos en todo el orbe, que financie y construya centros clandestinos de detención de personas, que promueva la persecución política seguida de muerte o tortura para miles de intelectuales, activistas y líderes sociales que no comulgan con las estrategias de Estados Unidos en el mundo, entendiendo que tales prácticas promueven un sistema de convivencia internacional retrógrado y que degrada la civilización.

DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS que Estados Unidos ejerza en su diplomacia y con su poder militar y económico, vulneraciones reiteradas, intencionales y programadas, de gran parte de los principios contenidos en la Declaración Universal de los Derechos Humanos, sancionada por la Asamblea General de las Naciones Unidas en 1948, convirtiendo a Estados Unidos en la nación que más ha vulnerado y vulnera actualmente todos los artículos contenidos en dicha Declaración Universal. Y que, por tanto, debe ser considerada una nación peligrosa para la convivencia mundial y contraria a todo humanismo, pues promueve la disolución de los lazos fraternos que deben ser la base de la civilización, lesionando la concordia entre las naciones.

Los pueblos y naciones del mundo DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS las acciones militaristas, los intervencionismos armados y las injerencias políticas de Estados Unidos en diferentes países, cuyas consecuencias más visibles son la muerte, las hambrunas, la destrucción de tejidos sociales e infraestructuras básicas que mediante bombardeos, invasiones y ataques por tierra y aire, consiguen arrasar todo aquello que no conviene a la supremacía global estadounidense, convirtiendo al planeta en un lugar inestable y condenado al sufrimiento, solamente para satisfacer las apetencias de un solo Estado nacional dominante y carente de una moral humanista efectiva.

Por último, DENUNCIAMOS Y CONDENAMOS todo intento propagandístico y discursivo por parte de Estados Unidos, de mostrarse como una nación defensora de la humanidad, de la democracia y de los mejores ideales para la convivencia internacional, pues nada de ello resulta coherente con las acciones constatables en su historia moderna. Hoy sabemos que los recursos que Estados Unidos destina a ayudas humanitarias y proyectos de cooperación e incentivos a la democracia, son concebidos para obtener resultados estratégicos o para instalar el concepto de que Estados Unidos es una nación benefactora, en vez de un Estado agresor que tortura, oprime y limita el desarrollo de naciones y sociedades en todo el mundo.

II

Porque las acciones militares y políticas estadounidenses han vulnerado de muchas y muy variadas maneras la dignidad humana, sembrando la muerte, la desnutrición, el atraso económico, promoviendo y financiado dictaduras, asesinando militantes y dirigentes humanistas, desapareciendo y torturando masivamente a personas, bombardeando ciudades y poblaciones civiles indefensas…

DECLARAMOS Y ADVERTIMOS: Que para su subsistencia, las generaciones futuras deberán comprender y luego actuar políticamente para poner fin a la filosofía necrófila, militarista e imperialista que los Estados Unidos de América aplica con sus crímenes internacionales, incluidos los graves delitos ecológicos que perpetra para su exclusivo beneficio económico y el de su empresas trasnacionales diseminadas en todo el mundo, dilatando, además, la firma de protocolos internacionales y malogrando acuerdos para la defensa ecológica y la reducción de contaminaciones.

Que las guerras preventivas, las torturas programadas y la persecución de opositores junto a la devastación de ecosistemas en todo el planeta impuesta por una filosofía del lucro infinito, deben cesar. Y para que ello ocurra, los pueblos del mundo tienen el imperativo de responder a la destrucción sistemática que impone la política exterior de Washington.

Que sin desconocer ni abjurar de las múltiples aportaciones del pueblo y la sociedad estadounidenses al género humano en el campo de las ciencias, la cultura, el arte y el progreso tecnológico, debemos condenar todo aquello que pervierte, degrada y diluye esos valiosos aportes al mundo, comprendiendo y defendiendo la idea que ninguna nación tiene mayor derecho sobre otra, ni ninguna cultura, ser humano sociedad puede arrogarse el derecho a la dominación y a tutelas de ningún tipo.

POR TANTO: Ante la multitud de crímenes estadounidenses contra la Humanidad, designamos una fecha conmemorativa en homenaje a esos pueblos, países y sociedades que fueron aplastados por la voluntad y la ambición de un único Estado que busca someter por diferentes métodos a casi todas las naciones del orbe. Desde las remotas islas de Pacífico, a los Estados Europeos, desde África Subsahariana, Oriente Medio, Asia o América Latina, todas han sufrido en su suelo los estragos del militarismo y la diplomacia intervencionista de Estados Unidos.
En esta perspectiva histórica y humanista, que está libre de ideologías sectarias, más que los que alienta un humanismo universal y horizontal…

PROMOVEMOS: Que el día 9 de agosto sea reconocido por las naciones de mundo, como el DÍA INTERNACIONAL DE LOS CRÍMENES ESTADOUNIDENSES CONTRA LA HUMANIDAD, por ser aquel 9 de agosto de 1945 el día en que la ciudad de Nagasaki fue innecesariamente destruida por un segundo ataque atómico. Bombardeo de magnitudes genocidas que se realizó con el fin de enviar un mensaje disuasorio a la Unión Soviética sobre el poderío estadounidense y que ocasionó una masacre brutal entre la población civil. Vaya esta fecha como una más de las muchas que podrían servir como un recordatorio oprobioso para la civilización sobre el rol estadounidense en la historia del último siglo y su desprecio por la vida humana.

Todos los pueblos del mundo que se sientan unidos por ideales fraternos, por principios de convivencia pacífica y de concordia en la diversidad, pueden alzar esta consigna universal para permitir que la Civilización continúe un derrotero edificante basado en la igualdad ante la ley y con un derecho internacional liberado de hegemonías y dominaciones sectarias.

LAS Y LOS ABAJO FIRMANTES, QUE NOS DECLARAMOS MILITANTES POR OTRO MUNDO POSIBLE, MÁS PACÍFICO, COOPERATIVO, RESPETUOSO CON LA MADRE TIERRA Y LIBERADO DE COLONIALISMOS Y MILITARISMOS, DECLARAMOS A ESTADOS UNIDOS, SU GOBIERNO Y SUS GRANDES CORPORACIONES COMO ACTORES QUE PONEN EN PELIGRO LA CONTINUIDAD HUMANA EN EL PLANETA Y EL PROGRESO DE LA CIVILIZACIÓN.

QUE LA PAZ ENTRE LAS PERSONAS DE BUENA VOLUNTAD SEA SIEMPRE EL LENGUAJE QUE NOS UNA Y NOS CONDUZCA A UN CRECIMIENTO COMPARTIDO.

Salvador Allende: “no en mi nombre”

por Atilio A. Boron

Ariel Dorfman publicó en la edición del 21 de Febrero del 2019  de Página/12 una nota titulada “Palabras de Salvador Allende para Maduro”  en la cual imaginó los consejos que supuestamente el difunto presidente chileno le ofrecería al líder bolivariano para enfrentar exitosamente los desafíos de la actual coyuntura. A continuación, la imaginaria réplica que Allende le dirigiría a su intérprete.

Usted sabe muy bien, querido Ariel Dorfman, que soy respetuoso con los demás pero inflexible en la defensa de mi dignidad personal y la integridad de mis creencias y valores. Y usted ha abusado la confianza que le supe otorgar “imaginando” razonamientos y consejos que yo le podría dar al presidente legítimo de Venezuela que no reconozco como propios. Son suyos, y los respeto, pero no los comparto y le solicito, con amabilidad pero con firmeza, que no me los atribuya a mí. Son demasiadas las tergiversaciones que usted hace de mi pensamiento y los olvidos o silencios en que incurre en su carta. Esto me obliga a escribir estas líneas como un aporte para arrojar cierta luz sobre la enorme confusión que, desgraciadamente, hoy se ha instalado en la izquierda de nuestro país y que la induce a adoptar posturas incompatibles con su noble tradición anticapitalista y antiimperialista.

Como usted sabe, yo soy médico, y como tal nunca limité mi conducta profesional al mero estudio de las manifestaciones externas de una enfermedad. Debía, y siempre lo hice, buscar el origen, sus causas. Y lo misma actitud mantuve a lo largo de toda mi vida política. Voy al grano. En su imaginaria carta al presidente Nicolás Maduro usted dice que el “experimento chileno –llegar al socialismo por medios pacíficos– se encontraba asediado, padeciendo formidables problemas económicos, aunque nada en comparación con el desastre humanitario que aqueja a Venezuela.”  Le confieso que me sorprende que un hombre de su talento haya obviado toda mención a las causas que se encuentran en el origen de las innegables dificultades económicas que agobian a Venezuela. Y que, además, haya asumido sin beneficio de inventario la propaganda maliciosa y perversa -como la que sufrí durante mi gobierno-  que le impide preguntarse si es cierto, como lo asegura la prensa dominada por el imperialismo, que ese país quise sufre un “desastre humanitario.” Esta expresión, cargada de maligna intencionalidad política, evoca las lacerantes imágenes que hemos visto producto de la agresión norteamericana en Irak, Siria, Yemen, Afganistán o, antes, en los Balcanes. Pero nada semejante existe en la tierra de Bolívar. ¿Desequilibrio entre salarios y precios? Seguro. ¿Hiperinflación? También. ¿Especulación, acaparamiento de bienes esenciales, mercado negro como tuvimos en Chile? De acuerdo. Pero también está la ayuda alimentaria que otorga el gobierno a través de las cajas CLAP (por Comité Local de Abastecimiento y Precios) que cada tres semanas entrega a millones de familias. Esas cajas contienen diez rubros básicos de alimentación a un irrisorio costo de unos veinte centavos de dólar.  ¿Salarios bajos? Sí. Pero también precios extravagantemente bajos, de regalo, en alimentos básicos, electricidad, gas, gasolina, transporte. No obstante,  es cierto que esto no alcanza; que subsisten muchos problemas, que se cometieron errores en el manejo macroeconómico, así como que no se procedió –hasta ahora- a combatir con el rigor necesario a la corrupción que infecta tanto a los agentes económicos privados como algunos sectores del aparato estatal.  Pero hablar de “desastre humanitario” es un disparate y convalidar desde la izquierda el discurso sedicioso de la derecha. Además,  ¿cuál es el origen de este desorden?  

Su respuesta a esta pregunta es decepcionante y jamás podría serme atribuida en cuanto señala como la causa de todos estos males al gobierno bolivariano al tiempo que ignora por completo el pérfido accionar del imperialismo norteamericano. No es un dato anecdótico que en su fantasiosa reconstrucción de mi pensamiento la palabra “imperialismo”, tantas veces utilizada a lo largo de mi vida política para denunciar la prepotencia yankee en América Latina sobre todo durante mis años como presidente de Chile, brille por su ausencia. Su asimilación del  pensamiento dominante lo impulsa a equiparar la ofensiva que en mi contra desatara aquel perverso dúo conformado por Richard Nixon y Henry Kissinger con la que hoy lanzan Donald Trump, Mike Pence, Mike Pompeo, Elliot Abrams, John Bolton, Juan Cruz y compañía. Se equivoca de medio a medio. La Casa Blanca está hoy poblada por hampones y sicarios, alguno de los cuales son asesinos seriales –Abrams, ex convicto indultado por George Bush padre es el caso más extremo pero está  lejos de ser la excepción- mientras que en mi época tenía que vérmelas con reaccionarios pero no con gangsters. Además, no puede usted desconocer que los métodos de sometimiento del imperialismo, lesivos como fueron en nuestro caso, son hoy incomparablemente más virulentos y brutales. ¿No vió acaso la filmación del linchamiento de Gadafi y la nauseabunda carcajada de HIllary  Clinton al recibir la noticia? ¿Usted cree que en algún momento Nixon hizo un llamado a las fuerzas armadas chilenas para que consumaran un golpe de estado? No. Pero Trump lo hace, y esta diferencia no es una nimiedad que pueda pasar desapercibida para un hombre de su inteligencia. En nuestro gobierno nacionalizamos el cobre, la banca, vastos sectores industriales, regulamos los mercados e hicimos la reforma agraria y jamás tuvimos que enfrentar algo semejante a las tremendas “sanciones económicas” que hoy padece el gobierno de Maduro. Teníamos muchas dificultades pero podíamos importar repuestos, medicamentos, alimentos, insumos esenciales para nuestra economía; nadie confiscaba nuestros activos en el exterior como se ha hecho con total atropello a la legalidad misma de Estados Unidos y del derecho internacional en el caso de PdVSA y sus subsidiarias; pese a las tensiones con Washington comerciábamos libremente con el resto del mundo y Europa no nos cerraba sus puertas. Tampoco compartíamos una larga frontera con un país cuyo gobierno se hubiera  convertido en un “proxy” de Estados Unidos (como desgraciadamente ocurre hoy con Colombia) y desde el cual se fomentara el contrabando de bienes básicos y se destruyera nuestra moneda.  Y ni siquiera un bandido como Nixon se atrevió a emitir una orden ejecutiva como la que, para su eterno deshonor, produjera el presidente Barack Obama el 9 de Marzo del 2015 declarando que Estados Unidos se enfrentaba a una “emergencia nacional” a consecuencia de la “amenaza inusual y extraordinaria” que Venezuela representaba para la “seguridad nacional y la política exterior” de Estados Unidos. Resumiendo: el papel del gobierno de Estados Unidos y sus cómplices europeos (el oro robado por el Banco de Inglaterra es apenas un ejemplo de tantos) ha sido una causa principalísima –por cierto que no la única- para producir la crisis económica que afecta a Venezuela y las penurias de su pueblo. Bajo tales condiciones es casi imposible construir una gobernanza macroeconómica eficiente o políticas estatales adecuadas toda vez que las principales variables no están controladas por el gobierno bolivariano sino por el de Estados Unidos. ¿No le parece que estas diferencias tendría usted que haberlas considerado cuando equiparó, a la ligera, las presiones que el imperialismo aplicó hace medio siglo contra el gobierno de la Unidad Popular con las que ejerce en nuestros días sobre la Venezuela bolivariana, muchísimo más duras y demoledoras?

Habiendo establecido esta distinción pasemos a la política. Es   cierto que en mi gobierno nunca se restringieron “los derechos de asamblea y prensa, ni menos encarceló a opositores.” ¡Pero tampoco lo hizo Maduro! ¿Cómo puede acusar de tal cosa al presidente  bolivariano, cómo puede acusarlo de “dictador” –cosa en la cual desgraciadamente coinciden vastos sectores de la extraviada izquierda  chilena y latinoamericana- cuando en las sangrientas “guarimbas” del 2014 y 2017 debió enfrentarse a una oposición que quemaba vivas a personas por “portación de cara chavista”, atacaba con bombas incendiarias jardines infantiles y hospitales, destruía la propiedad pública y privada, erigía barricadas que restringían totalmente el libre tránsito de las personas, obligadas a permanecer en sus hogares y no concurrir a sus trabajos so pena de ser ajusticiadas en el acto, disparaba con armas de fuego a quienes desobedecían sus órdenes o a las fuerzas encargadas de mantener el orden público? Todo esto, además, con el aplauso de la derecha mundial y la prensa canalla elevando a la categoría de “combatientes por la libertad” a los falsos líderes “democráticos” que promovían abiertamente la violencia sediciosa. Usted que lleva décadas viviendo en Estados Unidos, ¿cuál cree que sería la respuesta de la Casa Blanca ante una situación como la que acabo de describir? ¿Consideraría como “dictador” al presidente que hiciera todo lo posible para restablecer el orden público? No hay presos políticos en Venezuela. Sí hay políticos presos, algo totalmente distinto. Es más, le aseguro que algunos de esos políticos presos, autores intelectuales de disturbios que ocasionaron centenares de muertes en 2014 y 2017, están sufriendo condenas leves en Venezuela mientras en otros países, Estados Unidos por ejemplo, estarían sentenciados a cadena perpetua o condenados a la pena capital.

En cuanto a la libertad de reunión y expresión, el “presidente encargado” Juan Guaidó –un títere sedicioso manejado a voluntad por Washington- mantuvo en la sede de la Asamblea Nacional en Caracas, a pocas cuadras del Palacio de Miraflores donde despacha el supuesto “dictador” Nicolás Maduro, reuniones periódicas con personalidades de la política y la cultura venezolanas que acudían sin ser acosados por las autoridades. Hay fotos en los cuales se testifica esto de manera irrefutable. Este mediocre impostor puede citar a conferencias de prensa, otorgar entrevistas por radio y televisión, entrar y salir del país sin ser molestado ni él ni su familia. Los dirigentes de la oposición circulan por las calles de Caracas sin ser molestados –le consta personalmente a un amigo mío que anduvo por allí estos días y tropezó con varios de sus líderes en las inmediaciones de la Asamblea Nacional- y desarrollan sus actividades políticas sin cortapisas. ¿Podía hacer eso la oposición chilena bajo la dictadura de Pinochet? ¿Se imagina usted lo que le hubiera ocurrido a quien, en medio de una intoxicación alcohólica, se hubiese encaramado a una tarima y autoproclamado “presidente encargado” de Chile? ¿O que hubiera salido al exterior y promovido una invasión de “guarimberos” contra su propio país, como en estos días se hace en el puente internacional Simón Bolívar, para luego iniciar una gira dizque presidencial por Brasil, Paraguay y Argentina en un avión de la Fuerza Aérea Colombiana? La dictadura lo hubiera apresado, torturado y ejecutado sin piedad en cuestión de días. Pero ahí anda Guaidó, jugando a ser el presidente de nada, mandando sobre nadie, ignorado y ridiculizado en su país aún por los opositores de Maduro, y contando para ello con la colaboración del turbio narcogobierno de Iván Duque que pone un avión a su disposición y la lambisconería de personajes del bajo mundo de la política latinoamericana como Mauricio Macri, Jair Bolsonaro y Mario Abdo Benítez.

Mire Ariel, hágase un favor a usted mismo: vaya a Venezuela,  alójese en un hotel de cinco estrellas y examine la grilla de canales de televisión que podrá ver desde su habitación. Allí notará la presencia de casi todos los canales internacionales que satanizan al gobierno de Maduro –CNN, Televisión Española, TV de Chile, etcétera- y la estruendosa ausencia de Telesur, la única señal televisiva que ofrece una visión alternativa a la dominante en la conspiración mediática. Y la feroz “dictadura” de Maduro nada hace para obligar a los cableoperadores a incluir en su grilla a Telesur.  En ese confortable hotel también podrá ver a una mayoría de canales nacionales despotricando permanentemente contra el gobierno? ¿Usted cree que tal cosa puede ocurrir bajo una dictadura? Pero no se quede en el hotel. Salga y camine por las calles de Caracas, o cualquier otra ciudad. Dígame si ve, como en casi toda América Latina, familias enteras durmiendo en la calle o niños pidiendo limosna o sacando comida de la basura. Por mi pasada investidura presidencial me abstendré de nombrar países en los cuales cosas como esas forman parte del paisaje cotidiano, pero usted sabe muy bien a cuáles me estoy refiriendo. Vaya a las barriadas populares de Caracas: a Petare, la 23 de Enero, métase en el metro y hable con los pasajeros. Los caribeños son muy extrovertidos y le evacuarán todas sus dudas. Criticarán al gobierno por la carestía, los bajos salarios, se quejarán de la ineficiencia en algunos sectores de la administración pública, de la corrupción en otros, pero no encontrará muchos que le digan que quieren ser gobernados por un presidente impuesto por los gringos como a diario miente la prensa concentrada, o que les vengan a quitar su petróleo y sus riquezas naturales, como explícitamente lo anunciaran Trump y Bolton. Es más, comprobará, como lo hicieron varios amigos míos recientemente, que ante la desfachatez de la agresión de la Casa Blanca el sentimiento antiimperialista y chavista se ha fortalecido considerablemente a pesar de las penurias económicas. Hágame caso: vaya, vea, hable y sobre todo escuche. Escuche a la gente y olvídese de los medios de comunicación hegemónicos, todos comprados o alquilados por el poder corporativo mundial para envenenar a la sociedad con “fake news”, “posverdades” y blindajes mediáticos que ocultan la fenomenal inmoralidad y corrupción de los supuestos salvadores de la democracia venezolana, dentro y fuera de ese país. Y olvídese también del “saber oficial” de la academia, tanto en Estados Unidos como en Europa y América Latina, que en su escandalosa capitulación se ha convertido en una agencia de propaganda al servicio de los peores intereses de las clases dominantes del imperio.

  .

Usted se permitió aconsejarle al presidente Maduro, en mi nombre, que haga lo que yo traté de hacer y no pude: convocar “a un plebiscito para que el pueblo decidiera el rumbo futuro de la patria. Si yo perdía, renunciaría a la Presidencia y se llevarían a cabo nuevas elecciones.” ¿No se enteró usted que entre mediados del 2017 y comienzos del 2018 se intentó llegar a un arreglo institucional en negociaciones sostenidas en Santo Domingo bajo la dirección de José Luis Rodríguez Zapatero y que en el momento de sellar el acuerdo una orden del presidente Trump hizo que los representantes de la MUD, la Mesa de Unidad Democrática de la oposición, abandonaran presurosos el recinto cuando se estaba a punto de firmar el documento final en presencia del ex presidente del gobierno español y de Danilo Medina, el presidente de República Dominicana? ¿Ignora usted que el gobierno de Estados Unidos y sus operadores dentro de Venezuela han dicho hasta el cansancio que no quieren elecciones sino la “salida” de Maduro, el tan anhelado “cambio de régimen”, a quien incluso amenazan con asesinarlo, como lo ha hecho Marco Rubio, un verdadero “malandro oficial” como diría la canción de Chico Buarque, en un infame tuit emitido recientemente. Pero suponiendo que aquel acuerdo de Santo Domingo hubiera prosperado, ¿cree usted sinceramente que la derecha y el imperialismo aceptarían el veredicto de las urnas en el más que probable caso de un nuevo triunfo del chavismo? Recuerde lo que pasó conmigo: el golpe se produjo precisamente para evitar la realización de un plebiscito que hubiera ratificado mi gestión en el palacio de La Moneda. ¿Cree que sería diferente en el caso del presidente Maduro? No se puede ser tan ingenuo.

Otra cosa: siempre fui un demócrata, pero jamás un adorador de la concepción burguesa de la democracia. He sido un marxista a lo largo de toda mi vida y, fiel a esa teoría, sé que la lucha de clases es el motor de la historia, y que sus efectos son tan irresistibles como la ley de la gravedad. Ese es uno de los más notables olvidos de su carta, a los que me refería al inicio. Sé que para la burguesía la democracia es tolerable en la medida en que no afecte sus intereses. Cuando esto ocurre la destruye sin más trámite y sin remordimiento alguno y erige en su lugar regímenes despóticos, fascistas, racistas que restauren el orden amenazado. La historia de mi gobierno comprueba irrefutablemente la omnipresencia y la excepcional gravitación de la lucha de clases. Por eso apoyé desde el principio a la Revolución Cubana, porque ví que allí nacía una nueva forma de democracia con justicia social. También supe que no era ese el modelo que se podía aplicar en Chile porque las historias, instituciones, fuerzas sociales y tradiciones políticas de ambos países eran muy diferentes. Pero rápidamente me convencí que la democracia radical, de base, instituida en la isla rebelde era tan válida como nuestra “vía chilena al socialismo.” Y por las mismas razones acepté, aun ejerciendo la presidencia del Senado chileno, ser presidente de la OLAS, la Organización Latinoamericana de Solidaridad creada por Fidel en 1967  para apoyar las luchas por la liberación nacional que se estaban librando en el Tercer Mundo, y en particular la del Che Guevara en Bolivia. Y por eso colaboré en garantizar la salida, sanos y salvos, de los hombres que acompañaron al Che en la guerrilla de Ñancahuazú así como de los seis jóvenes argentinos fugados de la cárcel de Trelew, donde estaban detenidos por su oposición armada a la dictadura reinante en ese país. Y por esas mismas razones invité a Fidel a realizar una extensa visita a Chile, que despertó los peores odios de la derecha y el imperialismo.  Por eso creo que tiene razón Maduro cuando me considera como el precursor del ciclo de izquierda relanzado en Latinoamérica con la elección de Hugo Chávez a la presidencia de Venezuela en diciembre de 1998. Y por la misma razón discrepo radicalmente con usted cuando afirma que haber sacrificado “mi vida por la democracia y una revolución pacífica es un ejemplo leal y luminoso para los pueblos sedientos de libertad y justicia social.” En política no se trata de crear santos o héroes dispuestos a inmolarse sino de construir sociedades más justas y libres, tarea ardua y erizada de peligros bajo el capitalismo y las presiones del imperialismo. Por ningún motivo le recomendaría al presidente Maduro hacer virtud de lo que en mi caso fue una desgraciada necesidad, producto de la debilidad de mi gobierno frente a la coalición reaccionaria  y de la incapacidad de la izquierda para calibrar en sus justos términos la naturaleza perversa y tiránica de los sectores oligárquicos chilenos y sus mentores norteamericanos. Mi muerte en La Moneda, como la del Che en Bolivia, fue una convocatoria a la lucha para abrir las grandes alamedas, no para fomentar el derrotismo y la resignación ante las fuerzas más retardatarias de nuestras sociedades.

Habida cuenta de todo lo anterior es que le exijo no prosiga usted hablando en mi nombre. Si todo lo que he expuesto no le resulta convincente persista en su prédica, pero hágalo a nombre propio y no en el mío. Nadie, ni aún quienes participaron en mi gobierno, incluida la dirección del Partido Socialista, del cual fui fundador, o llevan mi apellido, o participan en este lamentable extravío que afecta a vastos sectores de la izquierda chilena, construida a base de más de cien años de esfuerzos, sacrificios, cárceles y persecuciones de todo tipo, tiene derecho a bastardear el legado político que sellé con mi sangre en La Moneda. Y no puedo ocultarle el profundo dolor que me embarga al ver en esta tremenda coyuntura venezolana, cuando el gobierno bolivariano se enfrenta a un “tránsito histórico” como el que yo aludiera en mi postrero mensaje al pueblo chileno, que usted tome partido junto a los Vargas Llosa (padre e hijo), Carlos Alberto Montaner, Plinio Apuleyo Mendoza, Enrique Krauze, Jorge Castañeda y toda la derecha “bienpensante” y complaciente de Latinoamérica amparada, financiada y promovida por la NED, la Open Society Foundation y la enorme red de fundaciones y ONGs que sirven de vehículos para la dominación cultural del imperialismo. O que su nombre figure al lado de Macri, Bolsonaro y Abdo Benítez. Preferiría verlo en el otro bando, donde se agrupan quienes creen que en este momento o se está con un gobierno surgido del voto popular, que acabó con el analfabetismo, extendió como nunca antes la salud pública, entregó más de dos millones y medio de viviendas a su pueblo y recuperó las riquezas naturales de su país, ganó en 23 de las 25 elecciones convocadas desde su llegada al poder (y si tiene dudas acerca de ellas hable con Jimmy Carter que podrá ilustrarlo al respecto);  o se está con Trump y sus lacayos dentro y fuera de Venezuela y cuyo excluyente objetivo es apoderarse del petróleo, del oro y del coltan, entre otros recursos naturales estratégicos, que se encentran en demasía en territorio venezolano. Y espero que no insulte mi inteligencia afirmando que el objetivo del intervencionismo norteamericano es establecer el imperio de la justicia, la libertad, los derechos humanos y la democracia. Muéstreme un país en donde tal cosa haya ocurrido. ¿Honduras, Granada, Panamá, Brasil en 1964, Chile después de 1973? ¿Irak, Afganistán, Yemen? Lo que los mueve a propiciar este tipo de políticas de “cambio de régimen” es su afán por apoderarse de recursos naturales cada vez más escasos y posicionarse más favorablemente en el complejo tablero geopolítico internacional. Todo a costa del sometimiento de nuestros pueblos y al avasallamiento de la soberanía y autodeterminación nacionales.

Confío en que podrá usted abstraerse de las opiniones dominantes en Estados Unidos y, por proyección casi “natural” en sus países satélites de Europa y Latinoamérica y el Caribe, tan fuertemente influidas por la dictadura mediática que nos agobia en todo el mundo, y pueda someter a revisión las ideas que ha expuesto como si fueran mías y no lo son. En el pasado usted escribió algunas páginas notables que enriquecieron el pensamiento crítico latinoamericano. Vuelva a sus orígenes porque ha perdido el norte. Su imaginaria reconstrucción de mi pensamiento es una inadmisible desvirtuación de mis ideas. Por eso le reitero: diga lo que quiera, pero no en mi nombre. Y esto no es un favor que estoy pidiendo sino una exigencia nacida del respeto que merece mi trayectoria, mi coherencia  política y la vida que ofrendé por ser leal a mis ideas y a mi pueblo.

Espero fervientemente que pueda usted recapacitar y retomar el rumbo que lo llevó a acompañarme en mi proyecto de gobierno.

Atentamente,

Salvador Allende Gossens

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