Sinistra e destra in piazza a San Paolo

fora temerdi Gisele Brito e Rafael Tatemoto

Brasil de Fato

31 luglio 2016- Gruppi favorevoli e contro l’impeachment hanno tenuto proteste in città questa domenica (31)

 

 

Una manifestazione della sinistra in Largo da Batata ha visto la partecipazione di 60.000 persone, secondo gli organizzatori.

La città di San Paolo (SP) ha assistito a due manifestazioni politiche Domenica 31, settimane prima della data prevista per la decisione finale del Senato sull´impeachment della presidentessa Dilma Rousseff. Da un lato, gruppi che sostengono la rimozione della Petista, si sono raccolti nell´Avenida Paulista. Dall’altro, con un maggior numero di partecipanti, i movimenti che compongono il Fronte Senza Paura hanno iniziato la loro manifestazione in Largo da Batata, ad ovest della capitale dello stato.

Mentre la destra chiedeva di confermare l’impeachment contro la Rousseff,   gli aderenti al Senza Paura chiedevano l´uscita di Michel Temer (PMDB).

 

Sinistra

Secondo il Fronte popolare Senza Paura, 60.000 persone hanno partecipato alla protesta. La polizia militare non ha rilasciato stime. I motti della manifestazione sono stati “Fuori Temer” e “deve decidere il popolo”, in riferimento all’idea di un referendum sulla convocazione di nuove elezioni. Anche se l’ultima proposta è stata riportata in molti casi, non vi era consenso tra i presenti alla manifestazione.

Mauro Gonçalves, muratore, ha detto che pensa che le “elezioni siano inutili.” Per lui, “devono uscire questi bastardi che sono lì, e andare al potere quelli che si preoccupano del popolo.” Oltre a lui, un gruppo portava uno striscione con la frase “Ritorna, Cara”, in riferimento alla presidentessa sospesa.

Invece, Rosa Gusmões, insegnante, ha detto di ritenere che la cosa migliore sarebbero nuove elezioni, perché il popolo possa decidere, e ” il meglio non sarebbe Temer e il suo gruppo.”

All´inizio della protesta, Guilherme Boulos, coordinatore nazionale del Movimento dei Lavoratori Senza Tetto (MTST), ha dichiarato: “Dobbiamo reinventare percorsi di sinistra, andando in quella direzione. L’unico passo possibile ora è con il popolo, e questo passo solo si consolida per la strada “.

I manifestanti volevano lasciare il Largo da Batata verso l’ufficio di Temer in zona, ma sono stati fermati dalla polizia, pesantemente armata. Allora, la marcia si è diretta  verso la Piazza Pan-Americana, vicino alla residenza del presidente interino.

Alla fine dell’atto, hanno cercato di bruciare un pupazzo di cartone riproducente Temer, come rappresentazione di ciò che è cattivo nel governo. “Fa così schifo che nemmeno brucia”, ha scherzato un manifestante. Il pupazzo allora è stato calpestato.

 

Destra

Nella Paulista, i gruppi pro-impeachment hanno realizzato la minore manifestazione in strada, da quando è iniziato il processo contro Dilma. Alcuni manifestanti si sono riuniti intorno a furgoni con impianto sonoro, lasciando il percorso del vialone libero al passaggio, per farlo utilizzare anche da persone che approfittano dell´attivazione del percorso pedonale la domenica. In altre occasioni, anche le strade laterali alla Paulista erano state occupate.

Tra i carri sonorizzati, si è distinto quello dei Revoltados Online, il Scendete in strada e uno che chiedeva il ritorno dei militari al governo, promosso dall’Unione Democratica Nazionale e dalla Lega Cristiana Mondiale, che ha anche protestato contro l´”islamizzazione” del paese .

“La dittatura è stata buona, perché furono 20 anni di pace, senza delinquenti, senza ladri, senza disoccupazione. Di corruzione ce n´era un po ‘, ma non come quella che c´è oggi “, ha detto uno dei manifestanti ai giornalisti.

Nonostante il forte discorso contro la corruzione in generale, tutte le dichiarazioni, così come gli striscioni e i manifesti, facevano riferimento solo ai politici del Partito dei Lavoratori, ad eccezione di alcuni membri della Corte Suprema e al Presidente del Senato, Renan Calheiros (PMDB). Erano presenti figure rappresentative della “nuova destra” brasiliana, come Alexandre Frota, Eduardo Bolsonaro, Sara Winter e Marco Antonio Villa.

Né gli organizzatori né la polizia militare hanno riportato il numero dei partecipanti.

[Trad. dal portghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

La crisi strutturale dell’UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”

La crisi strutturale dell'UE accelera la fine del ciclo “AmeriKano”da lantidiplomatico.it

Intervista di Achille Lollo per il Brasil De Fato al professore Luciano Vasapollo 

Gli sviluppi della crisi greca dimostrano chiaramente la spaccatura all’interno dell’UE con la Germania che guida il processo di neo-colonizzazione dei paesi europei mediterranei. Per questo la rottura politica e l’abbandono dell’Euro possono diventare una parola d’ordine per complementare l’evoluzione del conflitto capitale/lavoro. Nel frattempo, in America Latina i paesi dell’ALBA, nonostante la reazione sviluppata dai gruppi al servizio dell’imperialismo, dinamizzano i processi di transizione socialista approfondendo con la teoria bolivariana il concetto di sovranità nazionale.
 
Il dramma della Grecia ha fatto cadere il mito dell’opulenza economica dell’Unione Europea e nello stesso tempo ha dimostrato che i valori aggregati all’economia reale sono diventati del tutto insignificanti quando entrano in ballo gli interessi del mercato, che oggi assumono una dimensione tentacolare, in termini globali. In realtà, il mercato non è più quello degli anni ottanta o novanta, quando con una apparente timidezza, l’allora primo ministro britannico, Tony Blair presentò la “Terza Via” come alternativa social-neoliberista ai differenti processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro.
 
Oggi, il mercato, dopo aver alimentato la speculazione e giocato con gli effetti delle crisi di natura fiscale è finalmente riuscito a controllare gli Stati e, in particolare, la sovranità politica e finanziaria degli stessi.
 
Un mercato che, quando vuole, impone la sua logica sovrapponendosi all’etica della democrazia borghese e agli stessi meccanismi di crescita dell’accumulazione capitalista. Il “diktat” della Troika al governo di Alexis Tsipras e al popolo greco sono il “pass par tout” del nuovo scenario geopolitico europeo e anche di quello mondiale.
 
Per quale motivo, i partiti di destra e di centrosinistra, nelle loro campagne elettorali, promettono sviluppo e investimenti per l’economia reale, che poi nella programmazione dei nuovi governi scompaiono perché prevalgono gli argomenti finanziari del mercato, pur sapendo che i processi di finanziarizzazione sterilizzano l’economia e la stessa crescita dell’accumulazione capitalista?
 
La chiusura del ciclo speculativo dell’estate 2007, con il connesso crollo del mercato del credito mondiale, ha portato ad un rigenerato interventismo degli Stati dei paesi a capitalismo maturo, indirizzato però non al rilancio della produttività nell’economia reale, ma al salvataggio del sistema bancario e finanziario.
 
Tali operazioni, che puntano a ridare ossigeno alle banche, innalzano pesantemente il deficit fiscale dei paesi centrali, sia per l’entità delle somme impiegate, sia per la diminuzione degli introiti fiscali, dovuta alla decelerazione degli investimenti produttivi causati dalla riduzione del credito alla produzione, che di fatto blocca i processi di crescita dell’accumulazione capitalista. In proposito la Commissione Europea indicava che nel 2009 i paesi dell’Unione Europea si sono letteralmente giocati il potenziale di circa un terzo del loro PIL nell’aiuto delle banche in crisi, considerando complessivamente le immissioni di capitale, le garanzie per le banche e il ripristino di liquidità e la bonifica di quegli impieghi finanziari di cattiva qualità.
 
Si tratta in effetti di una gigantesca operazione a favore di banche, sistema finanziario e imprese, per lo più medie e grandi, per trasformare il debito privato in debito pubblico; si porta così la crisi del capitale in una direzione più pesante che è quella relativa alla crisi economica e politica degli Stati sovrani sotto forma di crisi del debito pubblico.
 
In tal modo il processo di privatizzazione, in atto fin dall’inizio della fase neoliberista come ulteriore tentativo per occultare gli effetti della crisi di accumulazione del capitale, che è legata ai processi di finanziarizzazione e di attacco generale al costo del lavoro, torna ad essere attuale nel momento in cui la crisi di natura fiscale piega la sovranità degli stati.
 
Perché il mercato, e quindi la sovrastruttura politica che lo rappresenta, è riuscito a convincere l’opinione pubblica che i punti deboli dell’economia europea sarebbero il costo del lavoro, il deficit fiscale e il debito pubblico?
 
Per capire quello che oggi accade bisogna ritornare alle modalità di costruzione del polo imperialista europeo che si è realizzato intorno all’asse franco-tedesco e che ha privilegiato soprattutto gli interessi economici, finanziari e geopolitici della Germania. Di conseguenza, manipolare l’opinione pubblica dicendo che gli Stati europei sono sull’orlo del fallimento, serve a mascherare la crisi economica generale di accumulazione del sistema capitalistico e il disastro dei mercati creditizi e finanziari.
 
Uno scenario che permette al mercato di richiedere ai governi la “socializzazione” delle perdite del sistema bancario, usando poi lo Stato per appropriarsi del denaro ottenuto dalle imposte e dalle tasse pagate dai lavora-tori. Inoltre sono sempre gli “uomini” del mercato che “suggeriscono” ai governi i tagli nell’amministrazione pubblica, le ristrutturazioni dei costi sociali e “dulcis in fundo” la riduzione dei cosiddetti costi del lavoro.
 
In pratica salvare l’Unione Europea significa salvare il modello di export tedesco e distruggere le possibilità autonome di sviluppo dei paesi europei dell’area mediterranea. E’ in questo ambito che si è scatenata la speculazione dei mercati finanziari internazionali sui titoli dei paesi volgarmente chiamati PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).
 
L’acutizzarsi dei problemi finanziari nella maggior parte dei paesi dell’Unione Europea e la perdita di rappresentatività da parte dell’Euro, hanno messo a nudo l’essenza di una profonda crisi sistemica, determinando, tra l’altro, la fine del ciclo politico e economico degli Stati Uniti. Ciò significa che le “eccellenze” della Casa Bianca cercheranno di imporre rapidamente delle soluzioni geostrategiche, capaci di sostenere nel prossimo futuro il potere imperiale. Oggi, la guerra manovrata dell’IS in Iraq e Siria è un chiaro esempio.
 
D’altra parte con la rapida affermazione dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) si è creata una nuova posizione dominante, che, anche se in maniera diversificata, presenta nuove forme di potere politico del capitale. Ugualmente importante è il consolidamento dell’ALBA in America Latina, che già comincia a manifestare con forza le posizioni anti-capitaliste e anti-imperialiste. Un contesto che permette alle componenti del movimento operaio e di classe che non si erano mai arrese, di affermare che esistono solide prospettive per trasformare la crisi economica e politica in crollo del sistema di produzione capitalista, introducendo nuovi processi di costruzione di sistemi di relazioni socialiste.
 
La situazione di crisi politica che oggi si vive in Portogallo, Grecia, Spagna e Italia riapre il discorso sull’esistenza di due blocchi all’interno dell’Unione Europea, quella ricca, al nord, capeggiata alla Germania e quella povera del sud mediterraneo. Questo contesto può promuovere un movimento di rottura con l’Unione Europea? Può sopravvivere un’ALBA Mediterranea fuori dall’Euro?
 
Innanzitutto la risposta a questi interrogativi dipende da come viene gestita la capacità politica di combattere gli interessi associati dei capitali finanziari e produttivi europei e statunitensi. In secondo luogo l’uscita dall’euro dovrebbe realizzarsi in forma concertata tra i paesi della periferia mediterranea con quattro momenti, intimamente relazionati, senza i quali tale processo potrebbe risultare un disastro per tutti. Vale a dire:
 
a) La determinazione dei paesi dell’Europa mediterranea di creare una nuova moneta comune libera dai vincoli monetari imposti anteriormente per la costruzione dell’euro.
 
b) La rideterminazione del concetto di debito nella nuova moneta dell’area periferica relazionata al cambio ufficiale che si stabilisce;
 
c) L’azzeramento almeno di una parte consistente del debito, a partire da quello contratto con le banche e le istituzioni finanziarie, e la rinegoziazione del residuo;
 
d) La nazionalizzazione delle banche e la stretta regolazione sulla fuoriuscita dei capitali dall’area stessa.
 
E’ importante sottolineare che questi elementi si devono però realizzare simultaneamente, per evitare la de-capitalizzazione dell’intera regione periferica e per assumere il necessario controllo sulle risorse disponibili per gli investimenti.
 
Dal 2010 la disoccupazione che imperversa nei paesi dell’Europa mediterranea (in particolare Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) è diventata un problema strutturale. In Italia, per esempio, 13,05% della forza lavoro è disoccupata. Di questi 44% sono giovani tra i 18 e i 35 anni. Con le nuova leggi sulle pensioni, nel 2050 più del 50% dei lavoratori italiani pensionabili rischiano “di non aver diritto alla pensione”. Una situazione drammatica creata “ad hoc” grazie al collaborazionismo delle tre confederazioni sindacali (UIL, CISL e CGIL) che hanno implementato un compromesso storico con il capitale, senza avere nulla in cambio.
 
Per questo il movimento sindacale e la stessa sinistra italiana hanno vissuto difficili momenti di smobilitazione che però hanno prodotto un effetto reattivo, soprattutto in alcuni sindacati dove la lotta per il rispetto dei benefici acquisiti ha risvegliato le emozioni della lotta di classe. E’ il caso della confederazione nazionale USB (Unione Sindacale di Base) che, oggi rappresenta il polo più avanzato e combattivo del movimento dei lavoratori (occupati, precari e disoccupati) in Italia.
 
Come è possibile spiegare la dinamica delle lotte dell’USB (reddito sociale, rinnovo dei contratti nel servizio pubblico, lotta ai ritmi ecc.), contrapposta all’arrendevolezza del PD berlingueriano e peggio ancora a quello di Matteo Renzi. Come è possibile convivere con il “double face” dei seguaci di Bertinotti nel PRC e l’opportunismo dei nuovi “euro-non-più-comunisti” di SEL?
 
Il modello sociale europeo è sempre più in crisi, solo in Germania e in Francia si mantiene in piedi. Nel resto dell’Unione Europea, ma soprattutto nei quattro paesi dell’area mediterranea (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), la disoccupazione è divenuta un fattore endemico e il potere d’acquisto salariale e i lavoratori è stato compresso fortemente per cercare di sanare le finanze pubbliche e rinforzare l’economia dei “patti di stabilità” e le politiche di aggiustamento.
 
Un contesto in cui la situazione politica e economica continua avversa ai lavoratori, grazie anche all’operato dei mass-media che fanno di tutto per dissuadere la creazione di nuove forme di lotta. D’altra parte, non dobbiamo dimenticare che l’USB nacque, nel 23 maggio del 2010, scontrandosi prima con gli uomini dei governi di Berlusconi e poi con quelli del PD, che hanno fatto di tutto per esercitare un effettivo controllo sul movimento sindacale, cercando di relegarlo ad un ruolo sempre più condizionato ai paradigmi istituzionali.
 
Una manovra che non è passata perché le esperienze di lotta dei sindacati di base glielo hanno impedito. Questo fatto ha ampliato la volontà di resistere per poi avviare un processo di riformulazione e soprattutto di ridefinizione ideologica dei programmi di lotta che non si limitano ai soli lavoratori occupati.
 
Sono forme di lotta che si estendono nella società. Per esempio l’USB, oggi porta avanti proposte concrete sul reddito sociale che si sono concretizzate, oltre che con iniziative di lotta e di mobilitazione, anche con reiterate proposte di legge sostenute con migliaia di firme raccolte in tutto il paese. Comunque, voglio precisare che la proposta del reddito sociale fu lanciata negli anni novanta quando la confederazione dell’USB ancora non esisteva. All’epoca la proposta del reddito sociale era sostenuta da tre aggruppamenti sindacali indipendenti, la SdL intercategoriale, la RdB e i CUB. Organizzazioni che, poi, nel 2010, formarono l’USB con il tesseramento iniziale 250.000 militanti. Oggi l’USB è diventata una confederazione di ambito nazionale che difende i lavoratori del servizio pubblico e quelli delle macro-aree industriali, mentre a livello internazionale è legata alla Federazione Sindacale Mondiale.
 
Il Venezuela, l’ALBA, Cuba e la Colombia sono i soggetti di uno scenario politico in cui gli Stati Uniti stanno perdendo influenza. Per questo le “Eccellenze” della Casa Bianca tentano di recuperare consensi in America Latina accettando di negoziare con Cuba e di appoggiare le trattative tra il presidente colombiano, Juan Manoel Santos e la guerriglia (FARC ed ELN). Nello stesso tempo la CIA inasprisce la” Guerra Permanente” (economica e psicologica) in Venezuela per destabilizzare il governo boliviano, mentre in Colombia alimenta le operazioni dell’esercito e dei gruppi paramilitari per rendere più complesse le trattative che da due anni si realizzano a Cuba. Anche in Bolivia e in Ecuador, paesi dell’ALBA, esiste il rischio di una destabilizzazione, con le “antenne” della CIA che cercano di organizzare l’opposizione. Soltanto Cuba vive un momento di relativa tranquillità, anche se i mass-media statunitensi cercano di manipolare il clima delle trattative con gli USA dicendo che: “… Presto la dittatura castrista sarà democratizzata!”.
 
C’è una relazione diretta tra i mass-media, la Casa Bianca e la CIA nell’evoluzione della guerra psicologica e di quella economica contro il governo bolivariano di Maduro?
 
Innanzitutto bisogna dire che i mass-media non hanno mai sopportato Maduro, per il fatto di essere comunista, sindacalista e di origine proletaria, un semplice autista della metropolitana di Caracas. Comunque, l’avversione nei confronti di Maduro toccò il massimo della riprovazione quando lui vinse le ultime elezioni con un margine di 300.000 voti. Persino “Repubblica” gridò allo scandalo, dimenticando, però che Romano Prodi fu eletto con una differenza di soli 18.000 voti!
 
Bisogna riconoscere che la riduzione del prezzo del petrolio, quasi 60%, ha creato una serie di problemi al governo bolivariano nel momento in cui le conseguenze della “Guerra Permanente” degli Stati Uniti diventavano sempre più dure. Infatti l’ultimo progetto politico di Barak Obama è quello di destabilizzare il governo bolivariano e, quindi, mettere fine a un’esperienza che contrasta gli interessi geopolitici ed economici degli Stati Unti. Infatti, il processo di destabilizzazione cominciò subito dopo la prima vittoria elettorale di Chávez con la guerra monetaria che usò la quotazione del dollaro nel mercato parallelo per cercare di rompere l’equilibrio monetario in Venezuela.
 
Oggi, il dollaro nel cambio ufficiale è quotato 6,5 bolivar, mentre nel parallelo è arrivato a 400 bolivar. In questo modo sono riusciti a minimizzare il potere di acquisto dei lavoratori, oltre a far esplodere la spirale inflazionista sui prezzi di tutti i prodotti. Nello stesso tempo si sono moltiplicate le operazioni di sabotaggio economico, con i grandi distributori commerciali che esportano illegalmente in Colombia i prodotti dell’industria venezuelana. Con la copertura della DEA americana, i narcotrafficanti colombiani stoccano i prodotti venezuelani – dal formaggio ai mobili – fino a quando sono ricomperati, ma in dollari dagli stessi grandi distributori che l’hanno esportata. In questo modo i prodotti basici scompaiono dai supermercati statali per riapparire in quelli privati a prezzi assurdi.
 
A questo punto la stampa venezuelana e l’opposizione sono scese in campo per moltiplicare gli effetti della guerra psicologica dicendo che “…In Venezuela si muore di fame, … Il regime chavista è il responsabile della carestia, … Bisogna chiudere con la dittatura di Maduro….”. In questo modo l’opposizione crea una permanente psicosi del colpo di stato. Una situazione che diventa sempre più complessa con gli attentati terroristi e gli attacchi armati dei “guarimba” che sparano per strada ai militanti del PSVU o del PCV. Negli ultimi otto mesi i “guarimba” hanno ucciso più di ottanta persone!”.
 
Per quali motivi gli USA stanno portando avanti questa Guerra Permanente contro il Venezuela?
 
Il Venezuela è il quinto esportatore di petrolio greggio, ma è anche il primo per quanto riguarda le riserve, che sono di molto superiori a quelle dell’Arabia Saudita. Prima l’85% del profitto ricavato con la vendita del petrolio andava alle multinazionali. Oggi, il governo bolivariano lo reinveste nelle Misiones, che sono dei programmi che a costo zero offrono alla grande maggioranza della popolazione i benefici dell’istruzione, dei servizi medici e ospedalieri, la costruzione di abitazioni, trasporti, oltre alla diffusione della cultura e dello sport. Quindi, per gli USA lo smantellamento della rivoluzione bolivariana in Venezuela è un obiettivo geopolitico e geostrategico, perché oltre che a riappropriarsi del petrolio pretendono far morire questa grande esperienza di transizione per il Socialismo del Secolo XXI, nei paesi dell’ALBA, per l’appunto il Venezuela, la Bolivia e L’Ecuador”.
 
La riapertura delle rispettive ambasciate significa che le problematiche politiche tra Cuba e gli USA sono state risolte? Perché il New York Times afferma che con queste trattative Cuba va in direzione di una democratizzazione?
 
Quello che i mass-media non dicono è che Cuba si è seduta al tavolo dei negoziati ponendo delle condizioni minimali che poi gli USA hanno accettato. Vale a dire: a) pari dignità nel tavolo delle trattative; b) il corpo diplomatico statunitense non deve far politica a l’Avana, come quello cubano non la farà a Washington; c) Deve essere risolta l’annosa questione del blocco commerciale perché distrugge qualsiasi tentativo di espansione della pianificazione socio-economica in Cuba; d) Il governo cubano esige che la base di Guantanamo sia smantellata per permettere che quel territorio – occupato dagli USA fin dal 1901 -, torni a far parte della sovranità cubana. Inoltre la “Grande Stampa” non dice che la trattativa sarà molto lunga perché il governo cubano non cederà una sola virgola sulla questione del socialismo”.
 
Nel 2013 le FARC e poi anche l’ELN hanno intrapreso delle trattative con il governo colombiano un possibile trattato di pace. Cosa manca per arrivare alla firma finale?
 
Come in tutte le trattative che contrappongono un governo e una guerriglia che rappresenta una guerra di classe in atto, il nodo principale da sciogliere è la situazione dei prigionieri politici e quella del cessar fuoco bilaterale. Le FARC e L’ELN hanno inizialmente dichiarato il cessar-fuoco unilaterale per convincere il presidente Santos a fare lo stesso. Infatti, è difficile parlare di pace se poi l’esercito e i paramilitari entrano nei villaggi arrestano, torturano e uccidono chi è sospettato di avere contatti con la guerriglia.
 
Nelle prigioni colombiane ci sono all’incirca 8000 prigionieri politici e un terzo di questi sono sindacalisti, militanti dei movimenti contadini per la terra e per i diritti umani. Quindi, se il governo non apre le prigioni decretando un’amnistia per i prigionieri politici, se poi la magistratura non garantisce ai guerriglieri delle FARC e dell’ELN l’incolumità per il riciclo politici e se l’esercito e i gruppi paramilitari continueranno con le operazioni di “tierra quemada” le trattative falliranno e la guerra ricomincerà”.

L’Art. 18 accelera la rottura nel PD tra i neo-liberisti e i social-democratici

artciolo

di Achille Lollo*, da Roma, Italia

Con 130 voti a favore e 35 contrari, includendo 12 astensioni, la maggioranza dei neo-liberisti legata a Matteo Renzi ha legittimato la nuova linea politica e, conseguentemente, il sorgere di un nuovo partito.

 

La riunione della direzione del Partito De­mocratico (PD) dell’ultimo 29 se­ttembre può essere considerata la riunione più importante che il PD ha realizzato negli ultimi tre anni, da quando l’allora segre­tario-generale Píer Luigi Bersani e l’ex-pri­mo ministro Enrico Letta hanno tentato, senza successo, di dare una nuova configurazione politica e programmatica al partito, senza rinunciare ai fondamenti del Welfare State (benessere sociale) della tradizione so­cial-democratica.

Probabilmente, i tentativi innovatori che Bersani ha voluto implementare negli ultimi anni sono risultati anacronistici e allo stesso tempo contraddittori, dal momento che il parti­to aveva, praticamente, speso tutto il suo potenziale ideologico. Per questo, la base del partito era praticamente disorienta­ta, nella misura in cui l’insieme degli strati so­ciali che garantivano il sostegno elet­torale del PD era praticamente incline all’ astensionismo o a votare al massimo il combattivo Movimento Cinque Ste­lle di Beppe Grillo.

È stato, intanto, in questa situazione di complessa indeterminatezza politica e, soprattutto, ideolo­gica, che, due mesi prima delle elezioni interne del PD (primarie), è sorto il fe­nomeno politico di Matteo Renzi, che ha sovvertito la storica direzione formata dal triangolo: Bersani/D’Alema/Veltroni con una dinamica inusuale, consistente nel proporre la modernizzazione del partito senza, per questo, presentare una proposta politica e ideo­logica per il proprio partito.

Oggi, il dibattito nella direzione del PD è stato let­teralmente dominato da questa dinami­ca innovatrice, che ha stregato gran par­te dei deputati e dirigenti del PD, ma non dalla credenza nella necessità di s­mantellare quello che rimane della legislazione dello S­tatuto dei Lavoratori. Al contrario, il dibattito sull’Art. 18 è stato appena una giustificazione per prendere posizione e segnare una presenza nel processo formativo del nuovo partito che Renzi sta plasmando, dis­truggendo il vecchio PD-ex PCI senza, tuttavia, creare fratture evidenti.

Infatti, le possibili rotture saranno, certamente, recuperate nelle stanze del po­tere, dove Renzi e tutti i suoi uomini, adesso, detengono ampiamente il controllo delle istituzioni. Pertanto, solamente una consistente minoranza si è negata di condividere la proposta del nuovo PD di Renzi che, da parte sua, ha vinto la fiducia dei 130 membri della direzione – il che significa avere, finalmente, raggiunto il controllo del 75% del partido.

Nei fatti, l’opposizione rappresentata dai gruppi guidati da Pier Luigi Bersani/Massimo D’Alema e Pippo Civati spe­rava di potere costruire un’opposizione di quasi il 40/45% dei membri della direzione. Tuttavia, hanno perso non per motivi ideologici o politici, ma, semplice­mente, perché il sistema politico italiano ha prevalso nel senso che si è affermato il “partito del potere” e non il partito che aspira a gestire il potere.

In pratica, questo significa che più della metà dei membri della direzione del PD hanno appoggiato Renzi perché lui, oggi, è l’uo­mo del potere che è appoggiato da tutte le componenti di questo potere (mercato, industria, banchieri, Unione Europea e Casa Bianca). Fare opposizione a Renzi in seno al partito significherebbe danneggiare il futuro politico di chi ha bisogno dell’appa­rato partitico del PD per essere rieletto. In poche parole, significherebbe rinun­ciare ai benefici che il potere, oggi, off­re a Renzi e a tutti i membri del gruppo che lui guida.

Per questo, come ai tempi di Berlin­guer nell’allora PCI, non tutti i dirigen­ti del PD hanno avuto il coraggio di auto­escludersi da un processo, che con la sua di­namica mediatica e fortemente manipolatrice avrebbe decretato la fine di un partito politico, per legittimare un nuovo PD che aspira a diventare il principale elemento di “controllo sociale nelle aree metropoli­tane e nei centri industriali”.

 

Basta slogans!

È stato con questa frase che Massimo D’Ale­ma ha tentato di rompere, senza successo, la frustran­te dinamica della loquacità di Renzi, quando il primo ministro nonché segretario­-generale del PD è riuscito a stregare la pla­tea della direzione del PD, promettendo un salario minimo e il paga­mento del TFR da parte degli imprenditori, a partire dal gennaio 2015, come contra­parte dell’abolizione dell’Art. 18.

È difficile ammetterlo, ma una platea di individui politicamente bene informati­ e con un livello culturale molto al di sopra della media è rimasta letteralmente zittita di fronte a questi due nuovi sogni che Renzi, sa­pientemente, ha presentato per deviare l’attenzione della platea e, così, alimentare, anche nei membri della direzione del PD, il sogno della stabilità e del benessere per tutti.

Infatti, dopo l’affermazione di Renzi che l’imprenditoria sarebbe dispos­ta ad anticipare ai lavoratori il paga­mento mensile del TFR – che sarebbe il contributo imprenditoriale alla futura riforma –, il presidente dell’ associazione delle piccole e medie industrie ha dichiarato: “Renzi s­ta inventando cose, visto che l’anticipo mensile del TFR a partire dal gennai­o 2015 ucciderebbe 6 milioni di piccole industrie”.

Per questo, Massimo D’Alema ha dichiarato: “Basta slogans, la crescita si fa con riforme serie nelle infra-strutture del paese e non promuovendo leggi che possono­ moltiplicare la disoccupazione”.

Anche così, i 60 membri della di­rezione del PD, che dovrebbero intendere l’allarme di D’Alema, hanno preferito allinearsi al “partito del potere” e, conseguente­mente, legittimare il nuovo “uomo del potere”, vale a dire Matteo Renzi.

Molti analisti ammettono che il suc­cesso di Renzi nella direzione del PD potrà creare problemi serii al partito sui territori, dal momento che la base dei militanti e, soprattutto, degli elettori del PD, che è rimasta stregata dalla loquacità e dal tono decisivo di Renzi, in realtà, credeva che si fosse impadronito del par­tito per modificare il contezto socio-e­conomico italiano da un punto di vis­ta di sinistra.

Scontro con la CGIL

Nella storia della Confederazione Generale Ita­liana del Lavoro (CGIL) non ci sono mai stati conflitti con le direzioni dei partiti di sinistra (PCI, PSI e poi con il PDS). Ci sono state, sì, nel passato, dure contestazioni­ da parte dei gruppi sindicali legati­ alle formazioni della sinistra rivoluzio­naria, tuttavia, non ci sono mai state diatribe con le direzioni politiche dei partiti, co­me oggi succede tra il primo mi­nistro Matteo Renzi e la Segreteria Generale della CGIL Susanna Camusso.

Un confronto che ha assunto toni da conflitto politico, tanto che Susanna Ca­musso non si è limitata a criticare Ren­zi, ma lo ha attaccato direttamente, affermando che “il primo ministro ieri ha detto qualcosa che mai era stato dichiarato nel nostro cam­po di sinistra, sentenziando che oggi il punto cruciale è dare alle imprese la garan­zia di licenziare”. A seguire, Camus­so ha anche chiamato Renzi incompeten­te, affermando che “lui solo sa parlare, ma, in realtà, nemmeno sa che i cosiddetti contratti co.co.co [collaborazione coordinata e continuativa] non esistono più, non sa che oggi abbiamo altri tipi di contratti, come i vouchers, i con­tratti specifici a progetto, le partite associative nella realizzazione delle opere”.

Infatti, la CGIL, che è sempre stata la prin­cipale istituzione che canalizza per il PD il necessario sostegno elettorale con milioni di voti dei lavoratori delle fabbriche, del pubblico impiego e del terziario, questa volta, ha rotto con la tra­dizionale dipendenza, assumendo una posizione dialettica che va molto al di là della semplice critica.

Così, oggi, subito dopo la decisione di presentare in Parlamento la proposta di legge che elimina l’Art. 18, la CGIL ha emesso un comunicato che attacca direttamen­te Renzi col dire che “il primo minis­tro rimane ancora confuso, indeterminato e contraddittorio, quando si riferisce al futuro dell’Art. 18, usando argomenti che, quando riguardano la revisione della Legge nº 300/12970, non differiscono da quanto si diceva nel passato”. Per poi sottolineare che “l’eliminazione del lavoro precario e l’evo­luzione dell’attuale mercato del lavoro non si ottiene solo con la riduzione delle for­me contrattuali, visto che l’ampliamento dei diritti per tutti i lavoratori deve essere accompagnata da un insieme di tutele, con una legge sui licenziamenti. Oltre a ciò, per realizzare i cosiddetti ammortizzatori sociali di fronte alla cres­cita della disoccupazione, bisogna che gli stessi siano una realtà effettiva­mente universale e non solamente limitata a una parte dei lavoratori”.

Per i sindacati, e in particolare pe­r la CGIL e per la Federazione dei Me­tallurgici (FIOM), l’abolizione dell’Art. 18 è solo un sotterfugio dell’imprenditoria, in particolare della piccola e media impresa – per poter chiudere i conti, licenziando una parte della sua mano d’opera. In pratica, oggi, in Italia ci sono interi se­ttori dell’industria che sono al limite della capacità di concorrenza perché o non hanno investito in tecnologia o hanno op­tato per dirottare i propri profitti nelle avven­ture dei mercati finanziari con ri­sultati disastrosi. Per questo, il libero licenziamento è stato presentato da Renzi co­me la soluzione per evitare i fallimenti o i trasferimenti delle fabbriche in Slo­venia, Serbia, Ungheria o Polonia, dove i salari sono sei volte minori di quelli italiani.

 

 

9 milioni di disoccupati

Ufficialmente, i disoccupati in Italia superano i 9 milioni. Oltre a questo “esercito di reserva”, abbiamo altri 3 mi­lioni di lavoratori che sono stati elimi­nati dal mercato del lavoro per trovarsi in una “fascia d’età critica”, vale a dire, tra i 48 e i 65 anni. Nessuno, ma proprio nessuno, dà lavoro a questo con­tingente di lavoratori che sopravvi­ve facendo lavori informali, logicamente quando li trovano.

Infine, abbiamo altri 3 milioni di lavoratori che sono usciti volontariamente dal mercato del lavoro per ave­re perso la speranza di essere chia­mati nuovamente da una fabbrica. Lavoratori che anche sopravvivono nel terziario, alimentando così l’illegalità del “lavoro nero” senza contratto. È evidente che in questo enorme “esercito di riserva” non sono contabilizzati i s­tranieri clandestini, che attualmen­te sono quasi 1 milione – i quali sopravvivono con salari di 300 euro al mese.  Qualcosa di prossimo ala miseria, se consideriamo che il minimo salariale è di 600 euro, mentre un mini-appartamento (stanza da letto/salone) nella periferia di Roma costa 300 euro e pe­r affittare una barracca di legno di 2×3 metri quadrati, costruito sotto i pontoni, bisogna pagare in anticipo 100 euro.

Di fronte a questo scenario di acuta crisi economica e sociale, molti si chiedono per quale motivo Renzi abbia disarmato il PD che, nonostante tutte le critiche e gli er­rori commessi, era, di fatto, l’ultima trin­cea che gli uomini di mercato ancora non avevano conquistato.

Ci sono molte risposte, ma la migliore è quella di Stefano Fassina, ex vice-ministro dell’Economia nel governo di Enrico Letta, secondo il quale “l’impostazione politica di Renzi fa parte di un bagaglio poli­tico che non ha nulla a che vedere con la nostra. E per essere sincero, è necessario dire che lui porta avanti queste operazioni – l’abolizione dell’Art. 18 tra l’altro – perché è la Commissione Europea che lo ha chiesto, ricordando che la Commissione non è un organismo tecni­co, bensì politico, con un orientamento marcatamente liberista. Pertanto, il vero­ obiettivo è indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione, pe­r poter abbassare i loro salari in alter­nativa alla svalutazione dell’euro, che adesso non si sostiene più nei mercati mondiali”.

Praticamente, nell’ultima settimana l’euro ha so­fferto un’altra caduta di fronte al dollaro, mentre tutte le esportazioni delle indus­trie europee, comprese quelle tedesche, hanno so­fferto un consistente ribasso. Come giustamente há detto Stefano Fassina: “Pensano di poter vincere la concorren­za abbassando i salari dei lavoratori al posto di investire in tecnologia e soprattutto in formazione”.

L’ultimo atto della trilogia sull’Art. 18 e il futuro dei lavoratori italiani sa­rà esibito nel Parlamento il prossimo giorno 3 ottobre, quando l’unico parti­to a opporsi al diktat della Comissione Eu­ropea sarà il Movimento Cinque Stelle, sommato ai 35 oppositori del PD. Per ques­to, la vittoria del mercato nel Parlamento è praticamente assicurata, grazie agli sforzi del loro migliore ragazzo-propagan­da: Matteo Renzi. Tuttavia, vi sono seri dubbi­ se questa vittoria sarà legittimata nei territori, nelle università e, soprattu­tto, nelle fabbriche.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispon­dente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Brasile: consulta popolare può correggere le distorsioni del finanziamento elettorale

Ref.di Caio Venâncio, da Porto Alegre, Brasile

Brasil de Fato, 14-20 agosto 2014, p. 7

 

Il giorno 5 ottobre a venire in Brasile si voterà per il prossimo mandato di Presidente e insieme per i membri del Congresso e del Senato Federali e dei deputati e governatori dei singoli Stati. La morte in un incidente aereo lo scorso 13 agosto  di uno dei candidati a Presidente, Eduardo Campos del PSB, ha provocato la rapida ascesa nei sondaggi della neo-candidata socialista Marina Silva (ex-partito ecologista ed ex-ministra del governo Lula) a circa il 29% dei consensi, in netto superamento del PSDB di Aécio Neves (dato al 19%) e, al secondo turno, anche del PT di Dilma Rousseff, con il 45% delle preferenze (sondaggio IPOBE[1] del 26 agosto). Altri partiti, come il PSOL di Luciano Genro, che ha nel suo programma politico l’avvicinamento del Brasile all’ALBA, il controllo severo della rendita finanziaria e del business dell’agro-negozio, nonché massicci investimenti nell’istruzione, nella sanità e nel trasporto pubblico, vengono dati all’1% o meno. Al di là dell’attendibilità e discutibilità di tale sondaggi, che già indirizzano strumentalmente le intenzioni di voto per le forze politiche espressione dei grandi gruppi economico-finanziari che li commissionano, resta il problema dell’ingiustizia strutturale di un sistema elettorale che, permettendo il libero finanziamento da parte dei privati, favorisce l’asservimento della politica agli interessi delle corporations, delle transnazionali e delle grandi lobbies di potere. Per tentare di intervenire su questo nodo strutturale, i movimenti sociali, tra cui il MST, insieme a parte del sindacalismo di base hanno deciso di realizzare una consulta Popolare per l’elezione di un’Assemblea Costituente, che muti radicalmente gli equilibri sistemici della democrazia brasiliana (premessa del curatore e traduttore).

 

Dice un vecchio proverbio che chi paga la banda, sceglie la musica. Nell’attuale modello politico brasiliano, che prevede la possibilità per le grandi imprese di fare donazioni per i candidati, la situazione non sembra molto differente. Prima delle elezioni, i soldi arrivano per finanziare i manifesti, i volantini, i banchetti e il pagamento alla militanza. Poi, quando il posto in parlamento è stato già assicurato, “vengono fuori” i progetti di legge che beneficiano quelli che hanno reso possibile l’elezione.

Per modificare questo modello, la Consulta popolare per una Costituente Esclusiva e Sovrana del Sistema Politico, che sarà realizzato la Settimana della Patria, a settembre, è visto come un’alternativa fattibile per attivisti e sindacalisti.

PlebiscitoIl giorno 6 agosto, il Tribunale Superiore Elettorale (TSE) ha divulgato il primo resoconto finanziario parziale dei candidati di queste elezioni. Il frigorifíco (azienda che tratta prodotti a base di carne) JBS-Friboi, l’impresa di costruzioni OAS e l’AMBEV sono responsabili del 65% delle donazioni quantificate fino a oggi per le campagne a Presidente della Repubblica. Da sola, la JBS ha donato 5 milioni di reais per le candidature di Aécio Neves (PSDB) e Dilma Rousseff (PT), oltre al milione dato a Eduardo Campos (PSB).

Nel Rio Grande do Sul, la situazione è simile. Reti di supermercati, aziende di costruzione e perfino imprese per la previdenza hanno già investito quantità voluminose nei progetti che si contendono il Palazzo Piratini.

 

Finanziamento pubblico

Ideatore del progetto Donos do Congreso, che riunisce in un sito dati sopra le donazioni per le campagne, il funzionario pubblico Dão Garcia crede che l’attuale modello di finanziamento elettorale danneggia la democrazia brasiliana. I candidati sarebbero difficilmente eletti senza questi artifici. Frattanto, conflitti d’interesse sorgono dopo le votazioni.

“Chi patrocina chiede naturalmente un ritorno, in funzione del vantaggio competitivo che ha reso possibile. In fondo, il nostro Congresso Nazionale è più il risultato dell’azione dei finanziatori che della volontà del popolo”, è la sua opinione.

Per lui, si tratta di un sistema che distorce la politica, giacché ogni impresario investe nelle campagne, aspettandosi qualcosa in cambio, che, nel caso, sarebbe l’approvazione di determinate leggi e il rigetto di altre.

“La logica dell’investimento capitalistico è la logica del lucro. La tassazione delle grandi fortune, per esempio, che è anche prevista dalla Costituzione, non è attuata proprio per questo motivo. In compenso, le alterazioni al Codice Forestale, che espandono la frontiera agricola e beneficiano i latifondisti, hanno luogo con faciltà”, precisa.

In questo scenario, da’ il benvenuto all’iniziativa dei movimenti sociali di proporre una Consulta Popolare per una Costituente che definisca un nuovo sistema politico. Per Dão, l’idea è più interessante della riforma politica promossa dall’attuale Congresso, che potrebbe essere una “riforma di facciata”.

“La riforma politica è la madre di tutte le altre. È fondamentale che abbia luogo e che implementi il finanziamento pubblico delle campagne, affinché esista un’eguaglianza di condizioni tra i candidati, il che qualificherebbe la nostra rappresentanza”, argomenta.

Il Presidente della Federazione dei Metallurgici della CUT del Rio Grande do Sul, Jairo Carneiro, racconta che i 29 sindacati che compongono l’entità sono entrati in accordo e tutti metteranno su comitati per le votazioni della Consulta Popolare di settembre. Più che nelle sedi delle entità, l’obiettivo è di portare la votazione alla porta delle fabbriche, dove lavorano i circa 136.000 metallurgici vincolati alla federazione.

Il sindacalista spiega che, al momento, la mobilitazione non è ancora al massimo, perché in molti posti, ancora continua la campagna salariale della categoria, iniziata a maggio.

“Ci divideremo e metteremo in piedi un operativo simile a quello di uno sciopero, andando di mattina presto nelle fabbriche. È utile montare punti di votazione in questi luoghi, perché, a differenza dello studente, che a volte può partecipare nel quartiere, al centro, l’operaio dipende di più da quest’urna prossima al luogo di lavoro.  Faremo anche un’edizione tutta dedicata alla consulta”, annuncia.

L’obiettivo tra i metallurgici è di ottenere tra i 40 e i 60 mila voti. “Dipenderà dalla nostra mobilitazione, ma questa cifra è al ribasso, perché in ogni fabbrica ci sono 1000, 1500 lavoratori”, immagina. E conclude: “Al nostro popolo piace l’azione diretta, fa sciopero, negozia, discute. Credo che sposerà anche quest’idea”.

Carneiro difende anche lui il finanziamento pubblico, come anche il voto in lista e l’idea che i mandati appartengano ai partiti politici.  “Non si può fare la campagna coi soldi del padrone. Dobbiamo finirla con la frode, con questa storia che il soggetto viene eletto, non compie le promesse, cambia partito e prosegue con il suo mandato“.

Per lui, l’attuale modello politico impedisce il rinnovamento della classe politica, dal momento che quelli che già sono in carica saranno sempre in vantaggio. “Se io uscissi dalla federazione per partecipare come candidato, per esempio, dovrei rimanere tre o quattro mesi senza salario. Potrei forse vivere d’aria? Al  contrario, un deputato si candida e continua ricevendo i suoi emolumenti normalmente. Con il finanziamento pubblico, discuteremmo di politica in condizioni eguali”, sostiene.

Al di là di ciò, i lavoratori nel loro insieme sarebbero danneggiati dalle regole vigenti. La rivendicazione storica delle 40 ore settimanali non sarebbe attuata proprio per questo. “Gli impresari minacciano di ritirare il finanziamento, perciò non si realizza. Il nostro modello non avanza per questo”, lamenta.

 

[Premessa e traduzione  dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

[1]Ente di ricerca privato legato alla Rete Globo, oppositrice del PT di Lula-Rousseff.

La profonda crisi di un sogno capitalista

Europa – Decomposizione dell’Unione, disgregazione della Destra e profonda transizione nella Sinistra

Intervista a Osvaldo Coggiola

di Achille Lollo*

Che cosa è oggi l’Europa? L’Europa è ciò che resta del progetto politico istituzionale che nella decade dei ’90 ha fatto tremare gli Stati Uniti, dal momento che con il nuovo blocco di nazioni europee poteva sorgere una nuova potenza finanziaria, industriale e militare, capace di mettere in discussione la profonda essenza del capitalismo statunitense, indebolito dalla crisi del dollaro, e così contribuire a ridiscutere gli elementi geo-strategici conflittuali nel mondo. Tuttavia, niente di tutto ciò è successo e oggi l’Unione Europea affonda in una profonda crisi sistemica che ancora non ha toccato il fondo, perché il governo tedesco ha impedito la caduta e la dissoluzione del blocco europeo.

Argomenti che il professore dell’Università di San Paolo Osvaldo Coggiola – invitato a parlare dei processi politici dell’America Latina in differenti eventi realizzati a Roma e a Napoli – ha affrontato nell’intervista per il giornale Brasil de Fato.

Brasil de Fato- Negli ultimi anni, la maggior parte dei paesi dell’Unione Europea ha sofferto una crisi che non è solo finanziaria ma, soprattutto, economica, politica e sociale. Una crisi che ha rimesso in discussione il concetto dell’Europa Unita, criticando anche il progetto istituzionale dell’Unione Europea. Non è rimasto sorpreso dalla dinamica di questo fenomeno?

Osvaldo Coggiola: Il mondo intero è rimasto sorpreso perché l’Unione Europea era un progetto che si è affermato subito dopo la fine del blocco socialista, nel 1991, annettendo pacificamente alcuni stati che facevano parte del Patto di Versavia, oltre a diffondere la sua influenza in tutte le nazioni dell’ex-Urss. È bene ricordare che l’Unione Europea si presentava come un ricco mercato interno di 500 milioni di consumatori e una struttura politico-istituzionale, la cui novità principale era la diversità politica e plurinazionale. Un nuovo blocco capitalista che, in termini strategici, aveva contribuito abbastanza a sconfiggere il blocco dei paesi socialisti. Caratteristiche che rafforzavano la sua stabilità economica. Adesso abbiamo un’altra sorpresa, perché l’Unione Europea, che è stato il maggior progetto capitalista a livello mondiale, oggi, in seguito alla crisi economica, sta vivendo un processo di decomposizione le cui immediate conseguenze sono i segnali di una forte e lunga recessione.

L’introduzione dell’Euro e la creazione della Banca Centrale Europea (BCE) sono stati il simbolo della grandezza dell’Unione Europea, tanto che Saddam Hussein e tanti altri governi del Terzo Mondo avevano cominciato a cambiare le loro riserve in dollari, oltre a esigere che i pagamenti delle materie prime fossero in euro. Come spiega che oggi, in molti paesi europei, vi è chi considera l’Euro e la BCE come la causa principale della crisi del progetto istituzionale dell’Unione Europea?

Quando l’Unione Europea ha raggiunto lo status di nuovo blocco capitalista, con un’economia industriale temibile e una moneta molto più forte del dollaro, si ebbe l’impressione che questo nuovo blocco avrebbe sostituito gli Stati Uniti alla guida del mondo capitalista. Tuttavia, in termini politici, questo non è successo e invece, dopo i primi venti anni, ci siamo resi conto che è cominciato un processo di disgregazione in molte regioni dell’Unione Europea, come reazione volta a rompere le rigide regole dell’unione monetaria che salvaguardano l’esistenza dell’Euro.

E quali sono i tempi di questo processo di disgregazione?

È evidente che non avremo un’esplosione stellare ma sì avremo quello che stiamo vivendo oggi. Cioè, un fenomeno di graduale disgregazione del progetto europeo, a partire dal contesto sociale, per poi toccare le strutture politiche. Un processo che sta vivendo la Grecia, dal momento che solo con l’uscita dall’Unione Europea il governo greco potrebbe liberarsi dalla rigide regole di politica monetaria dell’Euro e, così, tornare all’antica moneta nazionale, la dracma. Solo fuori dall’Europa, il governo greco può svalutare la propria moneta nella misura del necessario, per trasformare la Grecia in una potenza micro-esportatrice di servizi e prodotti manifatturieri. È anche vero che con il ritorno alla dracma e la recuperata sovranità monetaria, il governo potrebbe, di fatto, riassestare l’economia, ma i lavoratori pagheranno un prezzo enorme perché i loro salari saranno i più inflazionati.

In tutte le manifestazioni contro la crisi realizzate nei paesi dell’Unione Europea, la “cattiva” è stata sempre  la Germania. Per quale motivo la Germania promuove la crescita della propria economia e, poi, nel Parlamento Europeo esige politiche recessive per i paesi europei che sono in crisi?

Le manifestazioni dei giovani e dei disoccupati, come anche gli scioperi generali che hanno promosso le centrali sindacali in Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Irlanda, Italia e soprattutto in Grecia hanno inteso denunciare la posizione politica recessiva del blocco europeo, il cui cuore e cervello sono rappresentati unicamente dal governo della Germania e dalla sua Banca Centrale. Adesso, per salvare le banche tedesche – che sono quelle che più si sono appropriate del debito pubblico degli altri stati europei – e per dare continuità all’espansionismo industriale tedesco, Angela Merkel non ha altra possibilità che esigere  agli altri governi europei più tagli dei loro investimenti complessivi. In secondo luogo, la Germania e la BCE  esigono che il pagamento dei debiti siano garantiti con i capitali che originariamente dovrebbero finanziare gli investimenti infra-strutturali. È in queste condizioni di crisi che la Germania si conferma come l’unico grande centro economico efficiente del blocco europeo. Di modo che, in termini politici, è il governo della Germania che comincia a dettare regole per i paesi dell’Unione Europea, trasformandosi nel vero dominatore del blocco europeo. Una preponderanza che in termini geo-strategici è molto complessa e finanche pericolosa, perché evidenzia certe tendenze tedesche che tendono a trattare le nazioni in crisi come suoi protettorati.

In questa situazione, i governi della destra europea si trasformano in semplici servi del mercato e della BCE, perdendo il loro originale ruolo nazionalista.  Quali sono le conseguenze?

Senza dubbio, tutto ciò alimenta la decomposizione della destra in Europa e l’esempio più chiaro è la crisi dissolvente del partito di Berlusconi. Di fatto, il principale partito della destra italiana sta soffrendo una grave crisi politica perché gli mancano i contenuti ideologici, dal momento che l’aggravarsi della crisi economica nella realtà è un fenomeno di crisi recessiva provocato dallo stesso blocco capitalista che essi tanto appoggiano. Per questo, e non c’è più dubbio, tutti i partiti della destra europea sono entrati in questo processo graduale, ma anche molto dinamico, di decomposizione ideologica e insieme politica.

Anche i partiti social-democratici e i social-riformisti che hanno appoggiato i progetti neoliberali hanno sofferto pesanti sconfitte e i loro elettori continuano diminuendo. Lei crede che non avremo più maggioranze e governi come quello di Mitterrand, Willy Brandt o Olaf Palme?

È evidente che questa crisi ha radici più profonde di quelle che ho sottolineato e che, pertanto, abbraccia anche i partiti della cosiddetta social-democrazia e i social-riformisti che, soprattutto negli anni ottanta, hanno fatto parte del potere dello Stato capitalista, che si è servito di loro per attrarre nell’area del potere anche i partiti della sinistra comunista. È quello che è successo in Francia con il governo di F. Mitterrand, dove il Partito Comunista Francese (PCF) occupava incarichi importanti. Oggi, nelle ultime elezioni, il PCF non è riuscito a raggiungere neanche il 3% e per assurdo, in un paese come la Francia, i comunisti del PCF sono stati superati dai trotskisti! Nella Spagna, il PSOE è stato facilmente sconfitto perché ampie fasce del suo elettorato non sono andati a votare, considerando il PSOE responsabile della crisi.

Pertanto, tutti questi partiti che occupano l’area del centro-sinistra sono entrati in decadenza per il semplice fatto che hanno contribuito a che il processo di accumulazione nei paesi dell’Unione Europea andasse avanti stabilmente e, così, hanno continuato a rappresentare nei parlamenti gli strati sociali che si beneficiavano della stabilità. Tuttavia, quando questo scenario si è invertito con la rottura della stabilità e l’avanzamento di una grande crisi sociale, questi partiti social-democratici, social-riformisti ed euro-comunisti hanno provato l’amaro sapore della sconfitta, della decadenza e soprattutto dell’anti-politica, della quale l’esempio più evidente è il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo in Italia.

Lei crede che al di là dei gruppi dell’anti-politica e dei partiti della sinistra organizzata in decadenza, ci sia un’altra sinistra in formazione che sta sorgendo dalle ceneri storiche della sinistra comunista e anche dalle ceneri del movimento pacifista, altro mondista, ambientalista?

Quando il processo dell’accumulazione capitalistica, che si pensava non essere eterno, ma che doveva durare ancora un lungo periodo nella nostra storia – è entrato in crisi a partire del 2006, ci sono state esplosioni sociali alle quali la sinistra organizzata non ha saputo dare una risposta politica e organizzativa adeguata. Non ha saputo trasformare queste esplosioni in un progetto alternativo alla crisi. Gli esempi più chiari di ciò li ritroviamo in Grecia e in Spagna, dove ci sono state autentiche ribellioni popolari contro la crisi profonda, che si sarebbero diluite nel tempo perché la sinistra organizzata non è riuscita a costruire un’alternativa.

Di conseguenza, in Spagna, il movimento degli “Indignati” ha cominciato a mettere in discussione tutti i partiti politici, incluso quelli della sinistra, mischiando l’anti-politica con l’alternativa. Si è creato un vuoto nelle elezioni del 2011 e la destra ha vinto con grande facilità. In Grecia è nato il movimento Syriza che diceva di voler riunificare la sinistra popolare, tuttavia la sinistra organizzata, cioè i comunisti del KKE sono rimasti fuori da questo movimento. Anche così il Syriza, nonostante fosse praticamente improvvisato, è quasi risultato maggioritario nelle elezioni nelle quali non ha voluto formare un fronte popolare con i comunisti del KKE.

Tutto ciò significa che, nell’Europa siamo in un periodo di profonda e complessa transizione politica che include, prima di tutto, la sinistra organizzata e i movimenti. Una transizione che va definendo i contenuti delle proposte politiche e organizzative in conseguenza dei fenomeni che la crisi del blocco europeo produrrà in ogni paese.

*giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato  in Italia e curatore del programma  TV Quadrante Informativo.

[trad. per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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