Cile: intervista al portavoce del Collettivo antifascista del Colo Colo

da resumenlatinoamericano.org

Si chiama Alfredo Vielma, è il giovane portavoce del Collettivo Antifascista La Garra Blanca (valorosi sostenitori del Colo Colo, iconica squadra di calcio cilena) e soprattutto è un combattente dal basso e di sinistra. Un partecipante attivo, come molti della sua età (Alfredo ha 25 anni), a questa grande rivolta contro il capitalismo, che richiede le dimissioni di

Sebastian Piñera e qualcosa di più: la caduta del sistema oppressivo e repressivo.

Abbiamo parlato con Vielma in Plaza de la Dignidad, mentre i carabinieri si preparavano, come sempre, a reprimere, e il Gruppo Illapu accordava le chitarre per cantare e chiamare tutti a raccolta dai balconi di Radio de la Plaza, con migliaia di manifestanti che ridevano, cantavano e si preparavano  alla lotta.

Come è nata quest’ idea che le persone del collettivo… si unissero alla rivolta iniziata il 18 ottobre?

Abbiamo sempre auspicando che potesse verificarsi una situazione di ingovernabilità. Da quando ci siamo formati circa cinque anni fa, la nostra missione è sempre stata quella di partecipare attivamente al movimento popolare e in un certo senso di poter costruire situazioni di ingovernabilità che aprissero uno spazio di trasformazione per la società cilena.

Ecco perché, più che partecipare, ci consideriamo parte delle organizzazioni sociali e popolari che hanno dato vita a questa rivolta. Circa un mese prima del 18 ottobre, stavamo già sostenendo gli studenti delle scuole superiori quando chiedevano di saltare i tornelli della metropolitana, invitando alla disubbidienza di massa. Anche noi facevamo parte di quel movimento. Così, quando è successo, quello che abbiamo fatto è stato mettere tutta la nostra capacità pratica al servizio del movimento, il che significa che fondamentalmente ci siamo mobilitati e abbiamo partecipato a tutte le istanze collettive che hanno avuto luogo fin dall’inizio.

Come giudicate l’evoluzione di questo movimento? Lo vedete crescere o stabilizzarsi su quello che fa in quanto non è riuscito a rovesciare Piñera?

Penso che sia molto difficile poter stimare lo stato della mobilitazione perché, per prima cosa, è una mobilitazione super inorganica, e secondariamente bisogna considerare le componenti territoriali. Parlando con un compagno francese, mi ha detto che la lotta di classe in Francia si ferma durante le vacanze. Qui non è successo esattamente  la stessa cosa. Tuttavia, la lotta popolare è calata un po’, in un certo senso, nel periodo delle vacanze, ma ora si sta intensificando di nuovo. Quello che posso dire è che effettivamente a livello di coscienza, la mobilitazione ha portato un importante cambiamento qualitativo che non si vedeva da molto tempo in Cile. Oggi la mobilitazione è più piccola di prima, ma c’è molta organizzazione popolare, è diventata più compatta.

Pensi che questa inorganicità di cui parli, questa orizzontalità nel movimento, questa mancanza di leader, complichi o aiuti?
Credo che bisogna distinguere gli elementi di cui stiamo parlando. Prima di tutto, l’inorganicità. Il fatto che ci sia poca organicità è un problema, il basso livello di coordinamento tra tutte le persone che stiamo mobilitando è ovviamente un problema.

Ma, per esempio, la mancanza di leadership è una diagnosi politica della mobilitazione, che ha a che fare con una sinistra che per molto tempo non ha dato abbastanza spazio per formare una leadership di classe e popolare, quindi ora la gente non è disposta ad accettare una qualsiasi leadership che emerga da una linea politica che in realtà non ha senso o radicamento.

Penso che l’orizzontalità sia più che altro una virtù. Gli ultimi processi latinoamericani mostrano che i movimenti di sinistra e popolari hanno ripetutamente bisogno di un cambiamento di leadership o, meglio, di formare figure di leadership collettiva. Quindi, riconosco quella presunta mancanza di leadership e di orizzontalità come una virtù.

 

title=Questi giovani di Prima Linea che combatto per le strade, sono stanchi dei partiti e della politica borghese?

Non solo della politica borghese. Io sono una persona squisitamente di sinistra, ma sono critico nei confronti della mia parte politica. Anche noi, anche quelli di noi che hanno cercato di fare organizzazione di classe, abbiamo fallito. Penso che la gente, infatti, non sia stanca di stare a sinistra, sa di essere di sinistra, sa che c’è questa classica, storica, dialettica dicotomia tra destra e sinistra. Sono però stanchi di un’organicità che non porta cambiamenti e che non è efficace nel momento della trasformazione. Lo stesso vale per la demagogia, i discorsi vuoti, le dichiarazioni in venti punti che non vanno da nessuna parte. Siamo a favore di una nuova politica, di un nuovo modo di essere a sinistra.

Cosa rappresenta per voi la Prima Linea?

E’ un’espressione politica nata proprio qui in Cile, che non ha più alcun riferimento da molto tempo, praticamente dalle lotte contro la dittatura. Dal 2011 esperienze simili si rispecchiano in questo senso. Prima Linea ha a che fare con i giovani del popolo che non hanno nulla da perdere perché si trovano in una situazione di emarginazione neoliberale. Sono tutti i giovani che il neoliberismo alla fine esclude dalla vita pubblica e che dà loro peggiori condizioni di vita privata. Sono questi che stanno dando il petto ai proiettili, sono i Mauricio Fredes (morto perchè braccato dai carabinieri), sono le persone che sono cadute nelle città e che rimangono anonime, sono le persone che sono state bruciate a morte dai militari nei supermercati. Questa è la Prima Linea, un’espressione politica molto ricca, un fenomeno degno di partecipazione e di studio perché rappresenta l’unico modo in cui i giovani che non sono rappresentati rappresentano se stessi.

Ed è interclassista, infatti vediamo persone molto umili ma anche persone della classe media coinvolte in questo movimento.

E’ interclassista come tutto questo movimento, ma penso che la grande virtù che va riconosciuta al movimento sia proprio quella di essere espressione delle classi popolari. Abbiamo accenni di multiclassismo in diverse esperienze: le assemblee territoriali e le manifestazioni in Plaza de la Dignidad, ne danno un resoconto. Ma, infine, direi che l’80% dei giovani che vi si trovano sono appartenenti alle classi popolari, tra questi abbiamo incontrato anche i giovani migranti boliviani, peruviani e haitiani. Quindi credo che sia una delle espressioni più popolari di questo movimento.

In Prima Linea, ci sono tanto ragazzi che ragazze, o per dirla con il gergo cileno: “cabras y capros”.

Ci sono molte ragazze perché penso che questo movimento abbia a che fare anche con i movimenti che stanno simultaneamente avvenendo in Cile. Prima del 18 ottobre, il movimento principale in politica era il femminismo. Ecco perché vediamo che le donne oggi sono assolutamente integrate: ci sono i compagni della Prima Linea, quelli delle assemblee territoriali e in tutte le espressioni di lotta, semplicemente perché sono protagoniste della politica. Di fatto, l’8M è stata una sfida per il movimento delle donne anche in virtù del movimento popolare. Nei giorni precedenti si è innescata una situazione che con l’8M è esplosa e sono state le compagne a farla esplodere.

Questo processo è sufficiente a far cadere Piñera?

Penso che questo movimento stia finalmente sottolineando che le riforme nel quadro neoliberale, il ricambio di leader, non siano sufficienti, non siano all’altezza. Se c’è una virtù e un difetto che possiamo riconoscere in parallelo a questo movimento, è che nessuno sa veramente quando finirà. Tutti sappiamo che stiamo chiedendo concretamente la fine della precarizzazione della vita, vogliamo una vita più dignitosa, ma evidentemente questo non si risolve con la cacciata di Piñera, la sua caduta non è sufficiente e tanto meno sappiamo fino a che punto si spingerà. Forse questo movimento apre un enorme breccia per la trasformazione di questo paese, come non accadeva dai tempi dell’Unità Popolare negli anni ’70.

C’è la possibilità che questo nuovo movimento abbia un legame con il precedente, con quello che viene dalla lotta contro la Dittatura, che ha morti, scomparsi, prigionieri ed ex-prigionieri? Vedi un filo conduttore che potrebbe unire queste due storie?

C’è un filo conduttore nel fatto che questi leader politici assumono criticamente che non possono più tentare di guidare ciò che non hanno mai guidato. Siamo colpevoli oggi dello stato di disgregazione della politica della sinistra rivoluzionaria, dei movimenti popolari, purtroppo a causa di quella generazione, lo dico con immenso dolore perché sono stato formato politicamente da quella generazione, sono diventato un rivoluzionario di sinistra con quelle persone. Ma questo movimento è anche un segno di stanchezza verso il loro modo di fare politica, perché se qui siamo stanchi della politica neoliberale, siamo anche stanchi di una verbosità e di una demagogia vuota che, purtroppo, ci è stata trasmessa dai compagni. Sono compagni che sono qui oggi, e credo che ci sia una buona disposizione da parte loro ad essere integrati in questi movimenti. Alcuni lo fanno con l’umiltà di accettare il rinnovamento, sapendo che noi riconosciamo la loro esperienza come positiva, che le lotte antidittatoriali sono state la lotta di liberazione nazionale del popolo cileno, ma anche sapendo che ci hanno lasciato costumi che ci sono stati dannosi, e questo movimento porta con sé anche questa trasformazione.

Che ne pensi del prossimo referendum? Sono in molti, da sinistra e dalla strada, a dire che il processo è stato cooptato da coloro che facevano parte del governo a quel tavolo per lanciare quell’appello, e ce ne sono altri che dicono che al di là del referendum la lotta deve continuare in strada.

Parlerò da sostenitore del Colo Colo, anche perché noi de La Colo siamo un movimento composto da vari ambienti: ci sono i collettivi politici, il mio collettivo antifascista de La Garra Blanca, c’è il Club Social y Deportivo La Garra Blanca, i tifosi in generale. In questo momento tutte queste componenti sono per APPROVO per il referendum. Da antifascisti de La Garra Blanca abbiamo cercato di caratterizzarlo come un APPROVO combattivo, che sappiamo anche che nel quadro delle riforme neoliberali non sono possibili tutte le trasformazioni della vita di cui abbiamo bisogno, ma siamo consapevoli che comunque apre un’importante finestra di sovranità popolare.

Credo che dobbiamo capire che, come agli intellettuali piace dire molto, con una cittadinanza vigile, come quella che abbiamo oggi in Cile, è possibile aprire nuovi spazi di trasformazione. Più che un cittadino, abbiamo un popolo vigile che osserva ciò che accade in politica. In Cile, tanto tempo fa, oserei dire che 40 anni fa, non avevamo un popolo interessato alla politica e oggi la politica è tornata al centro della vita.

Se mi chiedeste cosa vorrei che lasciasse un segno in questa Costituzione, in questa possibilità costituente, sarebbe ovviamente la sovranità nazionale popolare e, d’altra parte, il centro della vita nella politica, la politica come strumento per risolvere i problemi, dialogo, in modo da poter mettere in luce anche le posizioni popolari, perché oggi non ce l’abbiamo, abbiamo una chiusura costituzionale molto forte, e quello che cerchiamo è proprio di rompere questo muro. Forse non avremo la società che vogliamo, non conquisteremo l’uguaglianza, la solidarietà, le espressioni di sovranità popolare che vogliamo, ma riusciremo a ripristinare i dibattiti che sono molto importanti.

Ecco perché il referendum e la Costituzione stessa non devono essere visti come fine a se stessi, ma come strumenti politici, come ciò che sono. Le Costituzioni sono strumenti politici soggetti a interpretazione, e oggi ne abbiamo una che favorisce le interpretazioni borghesi e oligarchiche. Dobbiamo rompere con questo paradigma per avere un nuovo strumento costituzionale che ci favorisca nella costruzione popolare.

Chi era Neko Mora, uccisa dai moschettoni giorni fa?

Era un sostenitore molto importante del Colocolo, non faceva parte del nostro collettivo, ma era un antifascista. Lo conoscevo e posso dire che era una individuo e compagno molto unitario, un militante comunista e un “colocolino” che si dedicava sempre alla costruzione di un movimento Colocolino organizzato e cosciente, almeno così lo ricordiamo. Inoltre, dobbiamo ricordare che Neko è un giovane morto durante una mobilitazione, non è morto fuori dallo stadio, è morto perché quel giorno aveva organizzato una mobilitazione fuori dallo stadio, è morto su una barricata. Un enorme camion, di molte tonnellate, lo ha schiacciato perché ha travolto la barricata che Neko stava difendendo.

L’unità dei tifosi cileni è ancora forte. Ne siamo rimasti molto colpiti perché non è facile unire persone che sono separate dal calcio.

Penso che ci sia qualcosa da dire sul movimento delle tifoserie cilene. Voglio dire, i gruppi cileni hanno un’unità che oggi si costituisce come unità di classe, le differenze che si sono aperte sulla base del calcio sono molto forti perché sono differenze che si basano sull’ideologia neoliberale. Il neoliberismo ha creato divisione nel popolo e lo ha fatto, purtroppo, anche attraverso il calcio.

Oggi dobbiamo riconoscere che ricostruire questo processo organico per ridiventare un popolo è qualcosa di importante su cui stiamo lavorando. Ma, almeno per la strada abbiamo una neutralità, siamo uniti come popolo e siamo anche favorevoli a questo movimento di rivolta di cui il barrismo( fenomeno dei gruppi delle tifoserie) è stato indubbiamente protagonista.

Grazie mille.

Grazie mille per aver reso visibile quello che vogliamo dire, pochissime persone ascoltano quello che sta succedendo con il calcio e vorrei confermare che questo movimento sfida oggi il modello culturale neoliberista dell’America Latina. Ci hanno sempre rimproverato, a noi garristi(tifosi di calcio), dei bassi fondi, poveracci, ladruncoli, ci hanno attaccato la croce addosso, di essere tutto ciò che c’è di male nella società, ma questo movimento ha appena ribaltato la situazione e minaccia l’egemonia culturale della destra latinoamericana su l’emarginazione, di costruirci in modo negativo.

Un’altra cosa che credo che questo movimento abbia appena invertito è vedere tante bandiere mapuche a Santiago del Cile, non solo il 12 ottobre, ma ogni giorno.

Ha a che fare con la sconfitta di un’egemonia su ciò che è negativo, perché il negativo in Cile è sempre stato essere un indio, essere un tifoso di calcio, ascoltare il reggaeton, essere un cumbiero, questa è sempre stata indicata come una cosa negativa. Noi gli abbiamo ridato un significato politico, il nostro movimento dice che essere Cuma(dei bassi fondi), essere poveri, essere neri, essere mapuche, è qualcosa di politico ed è dovuto all’emarginazione. Ci siamo uniti in questa emarginazione. Ecco perché penso che oggi si radichi la paura culturale che la borghesia ha nei nostri confronti, ecco perché la paura della bandiera mapuche, ecco perché l’assassinio di Camilo Catrillanca, come se fosse stata una profezia che tutto questo stesse arrivando, come se fosse stata una vendetta in anticipo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

La gran derrota de Trump en Venezuela

L'immagine può contenere: 4 personepor Carlos Aznarez

Lo más importante que ocurrió el domingo 20 de mayo es que venciendo amenazas de todo tipo, el pueblo venezolano otra vez salió a votar e impuso democráticamente y a la vista de cientos de observadores electorales la esperada reelección de Nicolás Maduro. Ese detalle precisamente, el de la renovada práctica de defender la soberanía popular con una urna como arma es la que desde aquel no muy lejano diciembre de 1998 viene poniendo a los sucesivos gobiernos estadounidenses al borde de la histeria.

Recorriendo los centros electorales y conversando desde temprano con quienes al sonar de la recordada diana chavista se encolumnaban para depositar su sufragio es que pudimos escuchar, en Caracas y sus alrededores, razones que luego explicarían el triunfo. La paz era una de ellas, pero formulada no como un recurso formal sino como una muestra de hartazgo: “que nos dejen en paz, que no nos condicionen el futuro con amenazas”, nos dijo un joven en un colegio de Catia.

Horas después, en otro centro del Estado Vargas, la expresión se repetía en un “yo me resteo (me juego) con Maduro porque esta Revolución es nuestra esperanza”. Cerca de allí, una concentración de vecinas y vecinos bailaban, comían unos dulces y le contaban a quien quisiera escucharles que “ese barrio que usted ve ahí lo hizo el comandante Chávez y aquel de más allá nos lo entregó el presidente obrero”. Hablaban de edificios impecables con todas las instalaciones funcionando, y que son parte de las 2 millones de viviendas que construyera la Revolución para los más necesitados. Al darse cuenta que algunos de los visitantes procedíamos de Argentina, una mujer ya entrada en años, nos abrazó y gritó para que quedara claro de qué iba la cosa: “Si necesitan ayuda para echarlo a ese Macri nos avisan, que aquí somos todos rodilla en tierra”. Había gusto a pueblo en aquel sitio donde la temperatura era agobiante pero nadie se movía porque estaban esperando que llegara el anuncio del Consejo Nacional Electoral proclamando el ansiado triunfo.

Más tarde, en otro barrio de Caracas, las respuestas seguían acumulando razones: “Yo voto contra Trump y contra esos del Grupo de Lima”, aclaró un estudiante de medicina, que enseguida remató con un: “lo bueno y lo que no nos guste de este gobierno lo vamos a decidir nosotros y no un yanqui millonario o esos europeos que no tienen nada que hacer aquí”. Testimonios de bronca contra tanta injerencia, voces dignas dispuestas a defender lo conquistado, expresiones de agradecimiento para quienes habíamos llegado para confirmar que en Venezuela Bolivariana el legado de Hugo Chávez está intacto en la fidelidad de su pueblo.

Luego vinieron los resultados y en medio de los cohetes lanzados al aire o la ovación cariñosa hasta las lágrimas para saludar al nuevo presidente frente al Palacio Miraflores, la oposición y sus “protectores” internacionales ponían en marcha un plan que estaba cantado desde hacía bastante tiempo.

Los llamados “demócratas” arremetían con más sanciones económicas, con gritos destemplados que cantaban fraude (incluso antes de saberse los resultados, como hizo el candidato Henry Falcón) o con artículos ponzoñosos en la mayoría de la prensa mundial hegemónica. El más soez de toda una serie de agravios pudo leerse en prensa argentina señalando: “Una organización criminal venció en las elecciones venezolanas” y así otros múltiples epítetos.

Lo cierto es que el imperio y sus secuaces de los gobiernos derechistas del continente no pudieron soportar esta victoria heroica, surgida de las entrañas de un pueblo que padece necesidades pero no se quiebra ante ellas y sacando fuerzas de su propia memoria de lucha convierte en luminosos hasta los más oscuros escenarios.

Ahora vendrán los aprietes, las expulsiones de embajadores, las conspiraciones para aislar aún más a un país cuyo único pecado ha sido querer la felicidad de su gente y cometer la osadía de mostrarse como ejemplo al resto o recordar a propios y extraños que las grandes hazañas cuestan sacrificio. Querer llegar a vivir en una sociedad socialista en pleno avance político, económico y militar del neoliberalismo es el mayor desafío que se puede hacer a quienes en Washington, Miami o Madrid creen todavía que la vida de un hombre o una mujer se compra y se vende como en un mercado.

Ahora sonarán todas las sirenas de alarma en tierras latinoamericanas y será necesario redoblar la solidaridad internacionalista, de la misma manera que se hizo cuando a Cuba la expulsaron de la OEA y quisieron aislarla de sus hermanos de la región. Al igual que en aquella ocasión los pueblos deberán gestar un cúmulo de acciones fraternales para abrazar a la Patria de Bolívar, demostrándole a Trump que sus amenazas pueden encender la pradera y que al igual que ocurriera en otras épocas, la paciencia tiene un límite.

Es cierto que hay colaboracionistas y alcahuetes que amparan esas políticas agresoras, o que al calor de tanta injerencia llegan a meterle el miedo en el cuerpo a algunos políticos que se dicen “progres” y en sus campañas electorales (como ocurre en Colombia y México) se adhieren al Grupo de Lima y desconocen el triunfo de Maduro o no quieren mencionar el nombre del país agredido porque sus asesores o ellos mismos consideran que “resta votos”. Son pobres de alma esos personajes, a los que el imperio desprecia y no se salvarán de sus ataques. Pero también hay en cada unos de nuestros países, obreros, estudiantes, campesinos que admiran todo lo hecho por Chávez y que hoy representa Maduro.

Gente de a pie, que saben que desear lo imposible cuesta demasiado y no se arrepienten de ser como son. Ellos y ellas, precisamente, son los que no entran en disquisiciones sobre porcentajes de participación electoral o si Maduro “no es como Chávez”, como suelen hacerlo algunos sabelotodo de la política de “izquierda”. Para esas personas de corazón sensible y decisión casi militante (o sin el “casi”) lo más impresionante que ocurriera por estas horas es que “ganó Maduro” y “los yanquis que revienten”. Están en lo cierto. Como en el deporte, ganar se gana ganando. Lo demás se irá discutiendo.

¡Todos Somos Carlos Aznárez!

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Comunicado de prensa

Nos hemos enterado, con profundo disgusto que está en curso una investigación en contra del compañero argentino Carlos Aznárez, director de Resumen Latinoamericano, revista de análisis y de noticias ampliadas desde el sur del mundo que resiste contra la barbarie del capitalismo y del imperialismo yankee.

La redacción de ALBAinformazione y del Diario Revolucionarios al Poder expresan la propia solidaridad a las trabajadoras y trabajadores de Resumen Latinoamericano, que han demostrado en estos años cuanto importante es la batalla de las ideas contra la guerra mediática, sicológica y cultural llevada a cabo por los Estados Unidos, a través de los principales medios de comunicación internacionales.

La carta que Carlos Aznáres ha recibido de Google, en la cual, el grande gigante de internet estadounidense, informa al director de Resumen Latinoamericano a deber entregar los datos privados de su perfil google al tribunal penal argentino, a causa de una denuncia de la DAIA porque es “culpable” de ser solidario con la legítima lucha del pueblo palestino contra la entidad israelita sionista, ciertamente se incluyen en aquella restructuración de los derechos individuales de cada ciudadano y que significan:

La cancelación de las leyes y la creación de nuevas reglas hechas ad hoc para tutelar los intereses imperialistas USA y de su “brazo armado”, el sionismo;

La complicidad de los gobiernos europeos en permitir de cancelar con un borrón y cuenta nueva la más elementares reglas del derecho a la libertad de pensamiento y la privacidad;

El rechazo del poder judiciario argentino a reconocer el derecho absoluto de un pueblo a rebelarse con todos los medios necesarios, donde exista un abuso o un atropello en contra de ellos (segun cuanto se evidencia en la misma Carta de los Derechos de la ONU).

El mundo está frente a cambios epocales: nunca antes en la historia de la humanidad se han dado tantos cambios políticos de tan grande relevancia como en estos últimos veinte años, donde vemos que desde la caída de la URSS en los años noventa del siglo pasado hemos pasado de un sistema de las relaciones internacionales de carácter bipolar (USA-URSS), a uno unipolar (USA), a aquello que varios analistas definen como sistema de nuevos paradigmas hacia un mundo multipolar. El elemento relevante de estos nuevos paradigmas es sin duda la cuestión que los USA, han perdido, o van siempre perdiendo, su supremacía política, económica y también militar frente a nuevos actores que se abren paso en el complejo sistema de las relaciones internacionales, sepultando siempre más la geopolítica imperialista USA en todo el tricontinente.

Dentro de este escenario internacional, hay que subrayar el rol estratégico que toma Nuestra América, la Patria Grande de Bolívar y Martí y de todos los Libertadores de la América Latina. Una América Latina que a través de acuerdos y alianzas como el ALBA-TCP, UNASUR, CELAC, MERCOSUR y el G77+China, por ejemplo, marchan “en cuadro apretado” hacia la segunda y definitiva independencia.

Dentro de este proceso bolivariano cabe mencionar que la América Latina no está sola y por medio de las nuevas triangulaciones (América Latina, Rusia y China) esta mostrando a los trabajadores de todo el mundo (también aquí en Europa) que después del neoliberalismo hay vida todavía y se llama: Socialismo. La historia no ha terminado, es por ésto que la honestidad intelectual de periodistas como Carlos Aznárez ha sido criminalizada y por último – silenciada.

Aquello a lo que estamos asistiendo es un ataque gravísimo al derecho de los pueblos a la Resistencia. Se trata de un alarma que debe acudir a todos, trabajadores y estudiantes, reactivando en ellos el sentido de pertenencia a una clase, que esta siempre más, bajo ataque, a nivel internacional y que ha sido dejada sola por parte de los partidos de una asì mal llamada “izquierda”, actualmente descarrilada, y a la deriva de conceptos “Post (post-estructuralismo, post-marxismo, post-modernismo) e filo-imperialistas.

Se necesita tomar ejemplo de todos estos acontecimientos: a la amenaza imperialista y fascista de aplicar un nuevo órden mundial a estrellas y barras, los pueblos trabajadores de todo el tricontinente han respondido escogiendo la línea de la lucha revolucionaria contra el imperialismo, donde Rusia con su potetencial tecnológico – militar, el ALBA-TCP con su política económica y social alternativa al sistema capitalista, Cuba y Venezuela bastiones de la dignidad bolivariana y martiana en toda la Patria Grande, estan rediseñando los sueños y las esperanzas de muchos de jóvenes y trabajadores que desde cada rincón y camino revolucionario de nuestro infinito universo, se alzan en lucha abrazando la batalla de las ideas para la reconstrucción de una teoría revolucionaria sobre la base del pensamiento de Marx y Lenin, hoy más actuales que nunca.

En el caso de Carlos Aznárez, estan actuando fuerzas oscuras alineadas a los intereses de estado norteamericano, aquellas fuerzas que en los años setenta del siglo pasado han puesto en marcha la Operación Cóndor.

A todo esto debemos decir: nunca más otro Plan Cóndor! Frente al ataque fascista e imperialista contra nuestro compañero de lucha Carlos Aznárez, ha llegado la hora de lanzar la unidad revolucionaria de todos los humildes de la tierra, de todas las mujeres y los hombres de espaldas rectas.

Gritemos en la cara a estos mercaderes del imperialismo:

TODOS SOMOS RESUMEN LATINOAMERICANO!   YO SOY CARLOS AZNAREZ!

ALBAinformazione y el Diario “Revolucionarios al Poder”, lanzan un llamado a la subscripción electrónica en solidaridad con Carlos Aznárez que ya está circolando e invita a todos los compañeros y compañeras a lanzar un encuentro de todos los medios de comunicación alternativos a la guerra mediática a estrellas y barras, para hacer una plataforma y la unidad combativa en el plan informativo.

Redacción ALBAinformazione – por la amistad y la solidaridad entre los pueblos
Redacción Diario “Revolucionarios al Poder”

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Siamo tutti Carlos Aznárez!

Comunicato Stampa

Apprendiamo con profondo disgusto che è in corso un’indagine nei confronti del compagno argentino Carlos Aznárez, direttore di Resumen Latinoamericano, rivista di analisi e di notizie ampliate dal sud del mondo che resiste contro la barbarie del capitalismo e dell’imperialismo yankee.

La redazione di ALBAinformazione esprime la propria solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori di Resumen Latinoamericano, che hanno dimostrato in questi anni quanto sia importante la battaglia delle idee contro la guerra mediatica, psicologica e culturale portata avanti dagli USA, attraverso i principali mezzi di comunicazione internazionali.

La lettera che Carlos Aznárez ha ricevuto da Google, nella quale il grande gigante internet statunitense, informa il direttore di Resumen Latinoamericano di dover consegnare i dati privati del suo profilo google al tribunale penale argentino, per via di una denuncia dal DAIA perché “colpevole” di essere solidale con la legittima lotta del popolo palestinese contro l’entità sionista israeliana, si inseriscono – invero – in quella ristrutturazione dei diritti individuali di ogni cittadino e che significano:

la cancellazione di leggi e la creazione di nuove regole fatte ad hoc a tutela degli interessi imperialisti USA e del suo “braccio armato”, il sionismo;

la complicità dei governi europei nel permettere di cancellare con un colpo di spugna le più elementari regole del diritto alla libertà di pensiero e della privacy;

il rifiuto del potere giudiziario spagnolo nel riconoscere il diritto assoluto di un popolo a sollevarsi con ogni mezzo necessario, la dove si ponga in essere un sopruso su di esso (secondo quanto si evince dalla stessa Carta dei Diritti dell’ONU).

Il mondo è di fronte a cambiamenti epocali: mai nella storia dell’umanità sono avvenuti cambiamenti politici di così grande rilevanza come in questi ultimi vent’anni, dove vediamo che dal crollo dell’URSS negli anni novanta del secolo scorso siamo passati da un sistema delle relazioni internazionali di carattere bi-polare (USA-URSS), a uno unipolare (USA), a quello che non pochi analisti definiscono come sistema di nuovi paradigmi verso un mondo multipolare. L’elemento rilevante di questi nuovi paradigmi è senz’altro la questione che gli USA, hanno ormai perso, o vanno sempre più perdendo, la loro supremazia politica, economica e anche militare davanti a nuovi attori che si fanno strada nel complesso sistema delle relazioni internazionali, affossando sempre più la geopolitica imperialista USA in tutto il tricontinente.

All’interno di questo scenario internazionale, va sottolineato il ruolo strategico che riveste la Nuestra América, la Patria Grande di Bolivar e Martí e di tutti i Libertadores dell’America Latina. Un’America Latina che attraverso accordi e alleanze come l’ALBA-TCP, la UNASUR, la CELAC, Mercosur e il G77+Cina, per esempio, marciano “en cuadro apretado” verso la seconda e definitiva indipendenza.

All’interno di questo processo bolivariano va rilevato che l’America Latina non è sola e attraverso le nuove triangolazioni (America Latina, Russia e Cina) sta mostrando ai lavoratori di tutto il mondo (anche qui in Europa) che dopo il neoliberalismo c’è ancora vita e si chiama: Socialismo. La storia non è finita, è per questo che l’onesta intellettuale di giornalisti come Carlos Aznárez è criminalizzata e – infine – silenziata.

Quello a cui stiamo assistendo è un attacco gravissimo al diritto dei popoli a Resistere. Si tratta di un campanello d’allarme che deve scuotere tutti, lavoratori e studenti, riattivando in loro il senso di appartenenza ad una classe, che è sempre più sotto attacco a livello internazionale e che è stata lasciata sola sia dai partiti della “sinistra”, ormai allo sbando, e alla deriva di concezioni “Post” (post-strutturalismo, post-marxismo, post-modernismo) e filo-imperialiste.

Ce ne rendiamo conto se pensiamo a quanto è avvenuto durante il corteo NO NATO svoltosi a Napoli lo scorso 24 ottobre, là dove partitucoli pseudo-marxisti, ma in realtà fabbricati dal Dipartimento di Stato nordamericano e dalla CIA, o comunque ad essi funzionali, si sono lanciati in azioni di provocazione contro i militanti antimperialisti napoletani, colpevoli di difendere la giusta guerra di tutto un popolo – quello siriano – e del suo governo costituzionale – quello del compagno Assad – contro le bande fasciste e mercenarie del cosiddetto Stato Islamico, esercito paramilitare addestrato e finanziato dalla CIA.

Bisogna trarre esempio da questi avvenimenti: alla minaccia imperialista e fascista di applicare un nuovo ordine mondiale a stelle e strisce, i popoli lavoratori di tutto il tricontinente hanno risposto scegliendo loro la linea della lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo, dove la Russia con il suo potenziale tecnologico-militare, l’ALBA-TCP con la sua politica economica e sociale alternativa al sistema capitalista, Cuba e Venezuela bastioni della dignità bolivariana e martiana in tutta la Patria Grande, stanno ridisegnando i sogni e le speranze di non pochi giovani e lavoratori che da ogni angolo e sentiero rivoluzionario del nostro infinito universo, si alzano in lotta abbracciando la battaglia delle idee per la ricostruzione di una teoria rivoluzionaria sulla base del pensiero di Marx e Lenin, oggi più che mai attuali.

Nella vicenda di Carlos Aznárez, stanno agendo forze oscure allineate agli interessi di stato nordamericani, quelle stesse forze che negli anni Settanta del secolo passato hanno messo in marcia l’Operazione Condor.

A tutto questo dobbiamo dire: mai più un’altro Piano Condor! Di fronte all’attacco fascista e imperialista contro il nostro compagno di lotta Carlos Aznárez è giunta l’ora di rilanciare l’unità rivoluzionaria di tutti gli umili della terra, di tutte le donne e gli uomini dalle spalle dritte.

Gridiamolo in faccia a questi pennivendoli dell’imperialismo:

SIAMO TUTTI RESUMEN LATINOAMERICANO! IO SONO CARLOS AZNAREZ!

ALBAinformazione e il Diario “Revolucionarios al Poder”, lanciano l’appello alla sottoscrizione elettronica in solidarietà con Carlos Aznárez che già sta girando e invita tutte le compagne e i compagni a rilanciare un incontro di tutti i mezzi di comunicazione alternativi alla guerra mediatica a stelle strisce, per lanciare una piattaforma e l’unità combattiva sul piano informativo.

Redazione ALBAinformazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli

La DAIA contra “Resumen” por ser solidario con Palestina

por Carlos Aznárez – Resumen Latinoamericano


Esta vez me toca escribir en primera persona ya que, como director – desde hace 22 años – de la plataforma comunicacional “Resumen Latinoamericano” (periódico, radio y TV) me veo lamentablemente inserto en una acción contra el derecho a opinar, a informar y a manifestarme, que está explícitamente amparado por la Constitución Nacional.


¿Cómo comenzó todo? Días atrás, recibí en mi casilla de correos un mail de la empresa Google (escrito en inglés) en el que me informaba que “en el plazo de diez días” Google debería facilitar el acceso a todos mis correos, en función de una intimación formulada por el Juzgado de Primera Instancia en lo Penal, Contravencional y de Faltas N. 28 donde está radicada la causa Causa N. 7271/15. De esta singular manera me enteré de un increíble atropello a mi privacidad como periodista ya que se trata de los correos que habitualmente utilizo para intercambiar información con otros colegas o con diferentes medios de comunicación, amén de las lógicas direcciones personales que cualquiera pueda tener en su casilla.

Dicha intromisión se basa en una denuncia penal formulada por la Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA), que me acusa lisa y llanamente por ser solidario con el pueblo palestino.

La DAIA y sus abogados, se personaron ante la Fiscalía Nº 25 para acusarme de “organización y propaganda discriminatoria” , blandiendo el argumento del “antisemitismo”. Las razones esgrimidas para tamaño procedimiento son más que burdas y me ofenden como ciudadano y como periodista.

La DAIA se refiere a mi participación en una actividad solidaria con el pueblo palestino en agosto del año 2014, cuando toneladas de bombas israelíes caían sobre Gaza y provocaban miles de muertos inocentes -con un alto porcentaje de niños y niñas- entre la población de esa ciudad, así como hoy ocurre en Cisjordania. En esa ocasión, como en tantas otras, debido a mi tarea profesional, ejercida tanto en el periódico Resumen Latinoamericano como colaborando con los canales internacionales Russia Today, Hispan TV y ALBA TV, me tocó cubrir periodísticamente las alternativas del acto y además fui invitado a expresar mi opinión sobre lo que venía ocurriendo en Gaza.


Sólo el hecho de estar allí presente junto a otros argentinos y argentinas, describiendo crudamente lo que estaba ocurriendo en Gaza y en todo el territorio palestino, parece resultar un delito para mis acusadores, y por ello tratan de enjuiciarme, solicitando una pena carcelaria, para de esta manera poner en marcha una abierta persecución al derecho de información, expresión y opinión.

Es por todo ello, que quiero DENUNCIAR este grave atropello contra mi persona y el medio que represento, al que indudablemente se intenta discriminar y cercenar en su función informativa.

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