Morales: «L’accusa dei popoli indigeni»

di Geraldina Colotti – il manifesto

23set2014.- Movimenti. I presidenti progressisti dell’America latina raccolgono le istanze della piazza. «Siamo inar­re­sta­bili, un altro mondo è pos­si­bile». Le mani­fe­sta­zioni che hanno accom­pa­gnato il ver­tice Onu sul clima, nei din­torni di Wall Street, hanno riem­pito di con­te­nuto le dichia­ra­zioni di prin­ci­pio e le pro­messe non vin­co­lanti, enun­ciate in buona o in cat­tiva fede. «Biso­gna col­lo­care il mondo in una nuova dire­zione», ha detto il segre­ta­rio gene­rale delle Nazioni unite, Ban Ki– moon. Per i movi­menti, la dire­zione giu­sta implica un’inversione di rotta rispetto allo svi­luppo capi­ta­li­stico e alle spe­cu­la­zioni finan­zia­rie che subor­di­nano risorse umane e natu­rali ai dik­tat del profitto.

Le mani­fe­sta­zioni che si sono svolte dome­nica a livello mon­diale e gli scon­tri scop­piati a New York hanno messo in evi­denza l’ampiezza di una nuova coscienza ambien­ta­li­sta: legata al ripu­dio di un modello eco­no­mico che «causa mise­ria, disu­gua­glianza e crisi ricor­renti» e rivolta con­tro quei «simu­la­cri di demo­cra­zia» che demo­li­scono i diritti sociali e indi­vi­duali e con­sen­tono l’ulteriore «con­cen­tra­zione di ric­chezza in poche mani, cal­pe­stando la volontà popo­lare». Que­sto hanno scritto e gri­dato i movi­menti mostrando il legame ine­lu­di­bile tra l’ambito eco­no­mico, poli­tico e ambientale.

Un’indicazione emersa dai 5 «bloc­chi» in cui si è orga­niz­zata la mar­cia: «La prima linea della crisi, avan­guar­dia del cam­bia­mento», in cui hanno sfi­lato i rap­pre­sen­tanti dei popoli indi­geni e altre comu­nità col­pite dall’estrazione di com­bu­sti­bili fos­sili e dagli effetti del cam­bio cli­ma­tico; i sin­da­cati dei lavo­ra­tori e degli stu­denti con lo slo­gan: «Pos­siamo costruire il futuro»; i gruppi in favore delle ener­gie alter­na­tive, gli ali­menti soste­ni­bili e l’acqua che dice­vano: «Abbiamo le solu­zioni»; il blocco «Cono­sciamo i respon­sa­bili», che ha denun­ciato le imprese di com­bu­sti­bili fos­sili, le ban­che e altri con­ta­mi­na­tori. Gli scien­ziati e gli atti­vi­sti di diverse reli­gioni con lo slo­gan: «Il dibat­tito è finito». E infine il blocco «Per cam­biare tutto, abbiamo biso­gno di tutti».

Movi­menti cre­sciuti, in Ame­rica latina, nel gene­rale rina­sci­mento che ha por­tato in sella governi socia­li­sti o pro­gres­si­sti. Il loro impe­gno al ver­tice, ha messo in luce quella matu­rità evi­den­ziata dalle piazze: «Nel 2025, il 45% dell’energia pro­dotta in Cile sarà rin­no­va­bile», ha pro­messo la pre­si­dente Cilena, Michelle Bache­let. «Il costo per affron­tare il cam­bia­mento cli­ma­tico è ele­vato ma per i bene­fici che implica ne vale la pena», ha affer­mato la sua omo­loga bra­si­liana, Dilma Rous­seff, mani­fe­stando il pro­po­sito di ridurre ulte­rior­mente la defo­re­sta­zione, già dimi­nuita del 70%.

«Chiedo ai gio­vani dei popoli indi­geni di appro­priarsi degli stru­menti inter­na­zio­nali per farli valere a livello nazio­nale», ha detto la Nobel gua­te­mal­teca, Rigo­berta Men­chu durante il Ver­tice dei popoli indi­geni, facendo rife­ri­mento alla dichia­ra­zione Onu sui diritti dei nativi appro­vata nel 2007. Secondo la Cepal, in Ame­rica latina vi sono 826 popoli ori­gi­nari, per un totale di 45 milioni di per­sone: l’8,3% della popo­la­zione com­ples­siva della regione. I dati dell’Onu dicono che gli indi­geni – il 5% della popo­la­zione mon­diale – costi­tui­scono un terzo dei 900 milioni di per­sone che vive in povertà estrema nelle zone rurali. Ieri come oggi, dal Gua­te­mala al Mes­sico, sono quelli che più scon­tano i costi del neo­li­be­ri­smo. Il primo pre­si­dente indi­geno della Bovi­lia, Evo Mora­les, ha accu­sato l’inconseguenza dei paesi svi­lup­pati rispetto al pro­to­collo di Kyoto.

«Se vogliamo cam­biare il clima, dob­biamo cam­biare il sistema», ha detto il suo omo­logo vene­zue­lano, Nico­las Maduro, ripren­dendo lo slo­gan dei movi­menti ambien­ta­li­sti. Ha ricor­dato che «il 20% dei paesi più ric­chi del mondo con­suma l’84% delle risor­sei» ed ha accu­sato quei modelli pre­da­tori che par­lano di ener­gia verde. Da qui, l’impegno del Vene­zuela per una società eco-socialista: «Il Vene­zuela – ha detto – sostiene il 70% della sua domanda di ener­gia con l’idroelettrica e ha posto nel 60% del suo ter­ri­to­rio oltre 22 aree pro­tette, pre­ser­vando 58 milioni di ettari di bosco, inclusi par­chi, riserve della bio­sfera e fauna».

Una dichiarazione dal basso: «Cambiare il sistema, non il clima»

di Geraldina Colotti – il manifesto

22set2014.- Movimenti. Dieci azioni concrete per evitare la catastrofe. A New York, il segre­ta­rio gene­rale delle Nazioni unite, Ban Ki-moon ha incon­trato anche i lea­der pro­gres­si­sti dell’America latina invi­tati alla con­fe­renza sul clima, come la pre­si­dente del Cile, Michelle Bache­let. Bache­let ha illu­strato i pro­gressi com­piuti dal con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano e le pre­oc­cu­pa­zioni della regione per l’ecosistema in zone sen­si­bili quali l’Amazzonia e il Cono sud. Evo Mora­les, pre­si­dente della Boli­via e altri suoi omo­lo­ghi socia­li­sti come il vene­zue­lano, Nico­las Maduro, hanno par­te­ci­pato ieri anche alla Con­fe­renza mon­diale sui Popoli indi­geni, in cui hanno espo­sto la loro posi­zione «antim­pe­ria­li­sta» per la difesa della «Madre terra» e con­tro «l’escalation bel­lica» in Ucraina, Medio­riente, Siria e Iraq.

I pre­si­denti socia­li­sti si fanno inter­preti delle istanze espresse dai movi­menti nel con­ti­nente lati­noa­me­ri­cano nelle assem­blee dei mesi scorsi e sin­te­tiz­zate nello slo­gan: «Cam­biare il sistema non il clima». Lot­tare con­tro «il modello capi­ta­li­stico predatorio»per risol­vere alla radice le cause dell’inquinamento e del riscal­da­mento glo­bale. A luglio, 180 dele­gati in rap­pre­sen­tanza di 3.000 orga­niz­za­zioni sociali pro­ve­nienti da tutto il mondo, si sono riu­niti in Vene­zuela per ela­bo­rare le loro pro­po­ste da pre­sen­tare alla Cum­bre social de Cam­bio Cli­ma­tico 2014. E in Perù, il 18 set­tem­bre, è stato lan­ciato uffi­cial­mente il Ver­tice dei popoli di fronte al cam­bio cli­ma­tico, che avrà luogo a Lima dall’8 all’11 dicembre.

Riven­di­ca­zioni visi­bili nelle mani­fe­sta­zioni di dome­nica, che si sono svolte dall’Argentina, al Bra­sile, alla Colom­bia. E l’anno pros­simo, nell’Isola Mar­ghe­rita (nello stato di Nueva Esparta), il Vene­zuela ospi­terà il ver­tice dei pre­si­denti sul cam­bio cli­ma­tico, orga­niz­zato dall’Onu in pre­pa­ra­zione della ven­tu­ne­sima sca­denza di Parigi. 

Il Vene­zuela è un paese petro­li­fero che fatica a costruire un’economia non subal­terna al sistema della ren­dita, ma ha scom­messo a fondo sull’«eco-socialismo». Anche per­ché è uno degli 8 paesi con la mag­gior bio­di­ver­sità del pia­neta, legata soprat­tutto ai boschi natu­rali del paese. Secondo la Fao e la Banca mon­diale, tra il 2000 e il 2010 sono stati distrutti 280.000 ettari di bosco all’anno: il che signi­fica altri 100 milioni di ton­nel­late in più di CO2. Anche per que­sto, uno dei pro­getti più seguiti dal mini­stero dell’Ambiente è «la Mision arbol» che, tra il 2006 e il 2013 ha ripo­po­lato 40.000 ettari di bosco, pur­troppo pari solo al 2% dei 2 milioni di ettari persi nello stesso periodo.

Anche dal Vene­zuela è par­tito un docu­mento sot­to­scritto il 16 set­tem­bre da oltre 330 orga­niz­za­zioni, in rap­pre­sen­tanza di movi­menti con­ta­dini, indi­geni ed eco­lo­gi­sti di tutto il mondo — da Via Cam­pe­sina alla Red Ambien­tal Indi­gena, dalla Coa­li­zione mon­diale per i boschi ad Attac Fran­cia. Il docu­mento denun­cia l’influenza delle mul­ti­na­zio­nali e del set­tore pri­vato sul Ver­tice Onu. Mette in guar­dia dalle «false e peri­co­lose solu­zioni» che le grandi cor­po­ra­tion invi­tate da Ban Ki-moon stanno get­tando sul piatto: molta pro­pa­ganda, ma un nulla di fatto se non si cam­bia «un sistema eco­no­mico ingiu­sto che mira a con­ver­tire tutto in merce e a fina­liz­zare al pro­fitto uno svi­luppo inde­fi­nito, con­cen­trando la ric­chezza in poche mani e super­sfrut­tando la natura fino al collasso».

I movi­menti invi­tano a impe­gnarsi per un «cam­bia­mento siste­mico» invece di disper­dersi in «vaghe pro­messe sulla ridu­zione delle emis­sioni. Pro­pon­gono 10 azioni con­crete per evi­tare il «caos cli­ma­tico», tra cui l’esigenza di impe­gni vin­co­lanti da parte degli stati per man­te­nere la tem­pe­ra­tura del pia­neta a non più di 1,5° cen­ti­gradi. Si oppon­gono «ai grandi pro­getti di infra­strut­ture inu­tili» che non aumen­tano il benes­sere dei popoli ma l’effetto serra. Chie­dono di met­tere fine agli accordi di libero-scambio e agli inve­sti­menti che inco­rag­giano i pro­fitti com­mer­ciali a livello inter­na­zio­nale, che «col­pi­scono i lavo­ra­tori, distrug­gono la natura e ridu­cono la pos­si­bi­lità di defi­nire le pro­prie prio­rità eco­no­mi­che, sociali e ambien­tali». Riten­gono che si debba «sosti­tuire il capi­ta­li­smo con un sistema che leghi il cam­bia­mento cli­ma­tico e i diritti umani, assi­cu­rando la pro­te­zione delle popo­la­zioni più vul­ne­ra­bili, come i migranti, e rico­no­scendo i diritti delle popo­la­zioni native». Per tro­vare il buon rime­dio — dicono — biso­gna defi­nire il male. Il buon rime­dio è quello di «ridi­stri­buire la ric­chezza, con­trol­lata dall’1% della popo­la­zione mondiale».

 

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