Argentina e Russia firmano nuovi accordi strategici

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I leader dei due paesi riuniti in un incontro ufficiale a Mosca per discutere meccanismi di integrazione e cooperazione.

Il presidente russo Vladimir Putin incontra la sua omologo argentina, Cristina Fernández, per firmare 20 nuovi accordi di cooperazione bilaterale in vari settori di interesse comune.

Tra i temi in agenda vi sono la crisi in Ucraina, la cooperazione reciproca in organismi internazionali quali il G20 e le Nazioni Unite, così come la situazione attuale delle isole Malvinas, e l’ampliamento della cooperazione in ambito economico ed energetico.

Altro punto incluso nella discussione è la cooperazione attraverso organismi come l’Unione Economica Eurasiatica e il Mercato Comune del Sud (Mercosur).

Argentina e Russia firmeranno 20 accordi di cooperazione strategica globale, al fine di promuovere le relazioni bilaterali, insieme ad un memorandum tra la società petrolifera russa Gazprom e l’azienda di Stato argentina per la costruzione di una centrale nucleare in territorio albiceleste.

Durante la sua visita in territorio russo il Capo dello Stato e la delegazione diplomatica hanno preso parte alla cerimonia di chiusura del Forum Imprenditoriale Bilaterale e insieme ai dirigenti di aziende russe, hanno inaugurato una mostra dedicata all’ex first lady argentina Eva Peron, organizzata presso il Museo Storico.

Per Cristina Fernández si tratta della terza visita ufficiale in Russia; mentre i due paesi celebrano quest’anno i 130 anni dall’inizio delle relazioni diplomatiche.

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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Argentina e Brasile: destre gemelle

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Traduzione di Marx21.it

La destra latinoamericana non è mai stata così debole. Perde una dietro l’altra le elezioni in paesi come Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Ecuador, Venezuela, El Salvador. Non è mai stata così spesso sloggiata dal governo in questi paesi come in questo secolo.

Le trasformazioni sociali attuate dai governi di questi paesi, i progressi nei processi di integrazione indipendenti rispetto agli Stati Uniti d’America (USA), il recupero del ruolo attivo dello Stato, hanno portato all’isolamento della destra nella regione. La sconfitta dei governi neoliberisti e la loro incapacità di formulare un’alternativa diversa, fa in modo che essi paghino il prezzo dei danni causati da questo modello e che si voti contro chi lo rappresenta.

Gli USA hanno sempre giocato sulla divisione e la competizione tra i governi della regione per conservare il loro potere. E’ stato così, ad esempio, nel corso di tutto il processo di rinegoziazione del debito dei paesi, e non sono mai riusciti ad ottenerla collettivamente.

Un colpo durissimo a questo gioco è stata la solida alleanza stabilitasi tra i governi di Argentina e Brasile, con l’elezione di Lula e Néstor Kirchner a presiedere due dei tre più grandi paesi della regione. Questa alleanza, che non era mai stata così solida tra Argentina e Brasile, è l’asse a partire dal quale i processi di integrazione regionale si consolidano e si espandono, fattore del più grande isolamento degli USA in America Latina.

Le destre argentina e brasiliana hanno enormi somiglianze, perché entrambe si sono riorganizzate in presenza dei due più importanti governi popolari che hanno avuto questi paesi nel XX secolo: quelli di Peron e di Getulio Vargas. Per questo sono destre elitiste, oligarchiche, razziste, antinazionali.

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Si vuole riportare l’Argentina al tempo della «buia notte neoliberista»

BuML-BSIMAALYeElantidiplomatico.it Kirchner: «Dov’era il Fondo Monetario Internazionale quando il mio paese si indebitava al 15% nella decade neoliberista degli anni ’90?»

di Fabrizio Verde

 

Mentre il circo mediatico italiano ripete senza soluzione di continuità che l’Argentina si trova in default per la seconda volta in tredici anni, la terza economia dell’America Latina ribatte: «Dire che l’Argentina è in default è una vigliaccata atomica, poiché il paese ha la liquidità per saldare i suoi impegni – ha spiegato il Ministro delle Finanze argentino Axel Kicillof – abbiamo il denaro per pagare le scadenze di questo e dei prossimi anni».

 

L’intento è chiaro: equiparare la situazione odierna a quella del default avvenuto nel 2001. Quello vero, provocato dal fallimento totale del modello neoliberale imposto al paese sudamericano. Quando l’Argentina sulla scorta dei «consigli» imposti da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale andava avanti a colpi di manovre (ajustes) e quando queste manovre si rivelarono insufficienti si passò alle privatizzazioni. Eufemismo utilizzato per indicare la colossale svendita del patrimonio pubblico argentino.

 

Una differenza abissale con l’Argentina attuale – che continua sulla strada di quella che viene definita ‘crescita inclusiva’ – dove in questi giorni comunque complicati, la ‘Presidenta’ Cristina Fernandez de Kirchner è sostenuta dal popolo. Mentre nel 2001 l’allora presidente Fernando De La Rua dovette lasciare precipitosamente in elicottero la Casa Rosada (il palazzo presidenziale) assediata da manifestanti inferociti.

 

I media afferenti il circuito mainstream omettono di raccontare che l’Argentina ha stanziato i fondi necessari per rimborsare il 93% dei creditori con cui aveva raggiunto un accordo per il rimborso, ma che questi sono stati bloccati perché il giudice statunitense Tomas Griesa, accogliendo il ricorso presentato dai fondi speculativi (anche denominati avvoltoi) che rappresentano il 7% dei creditori, ha condannato Buenos Aires a pagare i titoli a prezzo intero vietando al contempo all’Argentina di liquidare separatamente gli altri creditori.

 

Il problema origina dalla ristrutturazione del debito argentino: il 93% dei creditori, nel 2005 e poi nel 2010, hanno accettato di concedere uno sconto a Buenos Aires, mentre il restante 7% no. Una  parte consistente di questo debito – contratto ai tempi della buia notte neoliberale – è quindi stata acquistata a prezzi stracciati dai cosiddetti fondi avvoltoio, che hanno poi fatto causa all’Argentina presso un tribunale di New York per ottenere il pagamento pieno del dovuto.

 

Dunque, nessun default, l’Argentina ha pagato e continuerà a farlo perché come ha spiegato il ministro delle finanze: «Non soddisferemo l’1% danneggiando il 93% dei creditori».

 

Sulla stessa lunghezza d’onda della ‘Presidenta’ Cristina Fernandez de Kirchner che nel suo discorso  alla sessione plenaria del Mercosur ha dichiarato: «Penso che quello che stanno cercando di fare, agitando lo spettro del default non abbia senso. Il default avviene quando non si paga e l’Argentina ha pagato. Cercano inoltre di spaventarci dall’estero così come dall’interno, dicendo che se non facciamo quello che ci dicono arriveranno le 10 piaghe d’Egitto. Beh, le 10 piaghe d’Egitto le vivemmo nel 2001 quando un altro governo eseguì alla lettera gli ordini dettati dall’estero».

 

Inoltre il presidente argentino punta il dito contro il Fondo Monetario Internazionale, mettendo in discussione la legittimità di questo enorme debito che grava sulle spalle dell’Argentina: «Se l’Argentina si è indebitata oltre le proprie possibilità durante la decade neoliberista negli anni ’90, prendendo in prestito denaro a tassi del 13, 14 o 15%, crediamo che le responsabilità siano anche esterne. Dov’era il grande revisore mondiale, il Fondo Monetario Internazionale?».

 

Anche la ‘Presidenta’ ha riaffermato la volontà del paese sudamericano di rispettare gli impegni presi con la quasi totalità dei creditori: «L’Argentina ribadisce ancora una volta la sua decisione, volontà e convinzione nel voler rimborsare il 100% ai suoi creditori, ma in un modo giusto, equo, legale e sostenibile. Perché l’1% che non accetta l’accordo ha comprato i bond quando il default era già avvenuto. Ne hanno acquistati per un valore pari a 48 milioni di dollari e ottenuto con una sentenza 1600 milioni di dollari. Un profitto del 1680% rispetto al 92.4% dei creditori in buona fede, che restano centrali per il diritto internazionale».

 

Per quanto concerne la volontà e possibilità dell’Argentina di pagare i suoi debiti, basti pensare che sta provvedendo regolarmente anche all’estinzione del debito con il Club di Parigi (istituito nel 1956 a Parigi tra l’Argentina e le sue nazioni creditrici). Allorquando «io avevo appena tre anni – ha spiegato Cristina Fernandez de Kirchner – e il Ministro delle Finanze addirittura non era ancora nato».

 

Intanto un gruppo di oltre cento economisti di tutte le maggiori università del mondo, premi Nobel compresi, ha indirizzato una lettera al Congresso americano, chiedendo di mitigare l’impatto di una sentenza distorcente, che potrebbe causare un danno enorme all’intero sistema finanziario mondiale. «In particolare l’ingiunzione che attualmente blocca i pagamenti dell’Argentina al 93 per cento dei detentori di bond del Paese, potrebbe causare un danno inutile alla finanza mondiale, come anche agli interessi americani, all’Argentina e ai 15 anni di politiche americane di alleggerimento bipartisan del debito».

 

«È opinione largamente condivisa fra gli economisti che il tentativo di costringere l’Argentina al default che nessuno – né il debitore né il 90 per cento dei creditori – vuole, è sbagliato e dannoso» spiega Mark Weisbrot, editorialista per il quotidiano britannico ‘The Guardian’, economista e codirettore del Center for Economic and Policy Research.

 

Probabilmente, in realtà, le grandi «istituzioni finanziarie internazionali» unitamente ai media mainstream, agitando lo spettro del default intendevano riportare il paese al tempo della «buia notte neoliberista» quando con una pistola puntata alla tempia, l’Argentina fu letteralmente saccheggiata. Quando, i grandi giacimenti di Loma e de la Lata finirono nella mani della Repsol per un decimo del loro reale valore, giusto per citare uno degli episodi simbolo del ‘saqueo’ argentino. Evidentemente, però, adesso i tempi sono cambiati.

 

 

Nicolás Maduro: Socialismo ‘hecho en Venezuela’

Nel solco di Chávez 

di Rosella Lanzi – Notizie Estere/ Fonte. A.Radomille FSA

21 marzo 2013

Nato e cresciuto a Caracas, Nicolás Maduro é un uomo semplice e profondamente identificato con le necessità del popolo. Nei suoi anni di studente, militò nella lega socialista, unendo attività politica e culturale con lo sport. Nella lotta per i diritti dei lavoratori, questo giovane venezuelano divenne dirigente sindacale e membro fondatore di Sitrameca (Sindacato del Metro di Caracas). Alla fine degli anni ’80 si unisce al movimento “Quinta Repúbblica – MRB-200”, dove inizia un estenuante lavoro in sostegno di Hugo Chávez e la nascente Rivoluzione Bolivariana; Maduro riforma in tutto il territorio, la Forza Bolivariana dei Lavoratori (FBT). Negli anni ’90 fa parte attiva nella campagna presidenziale che vede Hugo Chávez capo di Stato per la prima volta. Corre l’anno 1998, Nicolás Maduro viene eletto deputato nell’Assemblea Nazionale, incarico che gli viene riconfermato all’unanimità per tre volte fino a divenire nel 2005 presidente del Parlamento.

Con ferme e sincere posizioni riguardanti la difesa dei diritti umani, i conflitti internazionali e le diverse controversie e polemiche estere contro la nazione bolivariana, diffonde i cambiamenti strutturali nell’era della nuova diplomazia venezuelana nel mondo, servendo come esempio ad altri governi della regione e dei paesi amici di Africa ed Asia. Maduro divenne la voce di Chávez e del suo popolo nei negoziati di pace e per la liberazione dei prigionieri della guerriglia colombiana; il suo operato rende possibile l’ingresso del Venezuela nel Mercosur oltre a propiziare, unitamente al governo del presidente Chávez, la fondazione di importanti organizzazioni per la unione continentale come UNASUR, ALBA e CELAC. Il 10 ottobre 2012, dopo le nuove elezioni presidenziali, i meriti di Nicolás Maduro gli conferiscono la nomina di Vice Presidente Esecutivo della Repúbblica Bolivariana di Venezuela. Lo stesso Chávez, uomo leale con profondo rispetto dei più bisognosi, visionario con lungimiranza di valore umano, di pace e di unione oltre le proprie frontiere, facendo uso della sua fermezza di sempre e compiendo la promessa di internazionalizzare il progetto denominato “Socialismo del XXI secolo”, nonostante la grave malattia che lo consumava, comunica a Maduro che nel caso succedesse l’imprevisto, le forze abbandonassero il suo corpo o che a causa della patologia non riuscisse più a tornare al comando della nazione, sarebbe stato lui a rimpiazzarlo con l’arduo compito di avanzare nel processo democratico bolivariano. In quella occasione Hugo Chávez affermò: “La mia opinione ferma, completa come la luna piena, irrevocabile, assoluta, totale, è che nella circostanza obbligata di dover convocare a elezioni, come prevede la costituzione, voi eleggerete Nicolás Maduro come presidente, questo ve lo chiedo di cuore, lui è uno dei giovani leader di maggiore capacità per continuare, nel caso io non potessi farlo più”. In questa maniera, con voce sincera, Chávez si rivolse al popolo nella sua ultima apparizione pubblica.

Lo scorso 8 marzo 2013, dopo la scomparsa del Presidente venezuelano, Maduro è stato proclamato Presidente ad interim in una cerimonia di giuramento celebrata nel Palazzo Federale del Potere Legislativo. Nonostante le polemiche e affermazioni negative della destra nazionale e straniera sull’operato del leader della rivoluzione bolivariana, è necessario osservare che nel recente insediamento di Papa Francesco, la presenza dei mandatari internazionali è stata di 33 Presidenti, mentre all’addio a Hugo Chávez hanno assistito 55 capi di stato nel fervore popolare di milioni di persone di tutto il Sudamerica ed altri paesi del mondo. In una cerimonia straordinaria la ONU, attraverso il suo portavoce Ban ki-Moon, si è pronunciata positivamente sugli sforzi e gli obbiettivi raggiunti dal Presidente Chávez nella sfera sociale, in ambito di identità nazionale, solidarietà e unioni dei paesi Ispanoamericani. Il nuovo Papa comprende la necessità della Chiesa di mantenere e migliorare la propria immagine nel continente Latino Americano, il quale detiene il 43% dei fedeli cristiani del globo. La visita della presidentessa Cristina Fernández de Kirchner al Vaticano, è stata un’occasione per farsi le rispettive congratulazioni; nell’ incontro, il nuovo Papa ha esplicitamente reso gli auguri alla mandataria della Repubblica Argentina per far parte del gruppo di presidenti latinoamericani che continuano a lavorare uniti per rialzare la dignità dei popoli e costruire la patria bella e grande che hanno sognato i Libertadores Simón Bolívar e Martí.

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