Fidel nell’85: «Il debito estero è un meccanismo di estorsione»

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Nel 1985 il Comandante della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, affermava che se i governi non avessero agito in maniera congiunta, attaccando il problema alla radice, il debito estero che le nazioni latinoamericane avevano contratto con gli istituti finanziari nordamericani, si sarebbe convertito in un’ipoteca eterna, insostenibile e impagabile.

«Noi diciamo: è impagabile. Non può essere pagato per ragioni matematiche, economiche. Noi diciamo anche: è impossibile politicamente. I governi non sono nelle condizioni, in nessun paese dell’America Latina, di applicare queste misure (dall’alto costo sociale) del Fondo Monetario Internazionale», queste le parole pronunciate da Fidel Castro in occasione dell’incontro sul debito estero dell’America Latina e dei Caraibi, che ebbe luogo il 5 agosto del 1985 a L’Avana.

Il Comandante cubano definì il debito estero un cancro «che si moltiplica, invade l’organismo e lo uccide; che richiede un’operazione chirurgica».

«L’imperialismo ha creato questa malattia, l’imperialismo ha creato questo cancro che dev’essere estirpato chirurgicamente, totalmente. Non vedo altra soluzione», spiegò nel suo discorso.

Per Castro la soluzione a questo male non risiede solo nell’abolizione o nella cancellazione del debito, ma necessita dell’unione dei popoli in via di sviluppo, per poter far fronte all’imperialismo e ai suoi intenti di dominio e sfruttamento.

«Noi proponiamo due cose correlate: l’abolizione del debito e la creazione di un Nuovo Ordine Economico Internazionale».

«È importante essere consapevoli – ha poi spiegato Fidel – che questa non è una lotta solo dell’America Latina, ma di tutto il Terzo Mondo. Abbiamo gli stessi problemi, ma l’America Latina può guidare questa lotta. Perché ha sviluppo sociale, più sviluppo politico; una migliore struttura sociale, milioni di intellettuali, professionisti, decine di milioni di operai, contadini, un alto livello di preparazione politica».

Trent’anni dopo questo discorso, l’America Latina e i Caraibi hanno unito i loro sforzi per promuovere l’unione tra i popoli, e possono fare affidamento su meccanismi d’integrazione e cooperazione, come l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), la Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC), l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America (ALBA), l’alleanza energetica Petrocaribe, che permettono di accrescere lo sviluppo sociale, politico, economico e culturale della regione.

Cooperazione che contrasta con la situazione in cui versa il continente europeo, dove le nazioni che compogono la Zona Euro, hanno imposto alla Grecia una serie di riforme del lavoro e delle pensioni, così come privatizzazioni per oltre 50 miliardi di euro, come condizione per un nuovo salvataggio della sua economia.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Argentina: «Crisi in Grecia come la nostra»

Argentina-Cristina-Kirchner_LPRIMA20150327_0141_24da Telesur

Il capo di gabinetto dell’Argentina commenta la situazione nel paese ellenico dopo il rifiuto opposto dal governo alle imposizioni della Troika

Il capo di gabinetto dei ministri argentino, Aníbal Fernández, ha criticato le imposizioni avanzate dalla Troika alla Grecia e definito la crisi dello stato ellenico molto simile a quella vissuta dal suo paese.

«La crisi in Grecia è molto simile a quella del nostro paese (anno 2001). Per prima cosa voglio esprimere piena solidarietà al popolo greco e al suo governo che sta agendo di conseguenza, evitando di complicare la situazione», ha dichiarato Fernández ai mezzi di comunicazione.

In riferimento alla decisione del primo ministro greco, Alexis Tsipras, che ha deciso di chiudere le banche per arginare la fuga di capitali, il funzionario governativo ha osservato che «la situazione si era complicata, lo hanno obbligato a una decisione quasi di non ritorno».

A tal proposito, ha criticato la posizione assunta dai creditori della Grecia, i quali hanno richiesto ulteriori tagli alle pensioni e riduzione della spesa pubblica. Misure che, secondo Fernández, complicherebbero la situazione economica della Grecia.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La Grecia minaccia uscita dall’Euro-gruppo per piegare la Troika

varoufakisdi Achille Lollo* da Roma (Italia)

CRISI- Sono dieci mesi che il primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, tentano di negoziare con l’FMI, la Banca Centrale Europea e la Commissione Europea nuove forme per il pagamento del debito e un aiuto straordinario del valore di 7,2 miliardi di euro.

Settimane fa, nel concedere una rapida intervista collettiva sulle scale del suo ministero, Nikos Voutsis, il ministro degli Interni della Grecia, è stato il primo a dichiarare che il paese va in direzione della bancarotta.

A giugno, la Grecia dovrà pagare all’FMI quattro quote del suo debito, per un totale di 1,6 miliardi di euro. Un valore che non sarà pagato, perché non abbiamo questi soldi. La Grecia solo avrà come pagare se si concretizzerà un accordo tra l’FMI, la Banca Centrale Europea (BCE) e la Grecia. In pratica, ancora esiste un certo ottimismo e crediamo che sia possibile concludere un accordo che permetta al nostro paese di respirare e allo stesso tempo onorare gli impegni del debito.”

Voutsis ha poi concluso il suo intervento ricordando che “… il nostro governo è determinato ad affrontare la strategia dei nostri creditori, che è la strategia dell’impiccagione. La Grecia non può più sopportare la politica di estrema austerità e di disoccupazione di massa. Per questo, non desisteremo da questa battaglia…”.

Le parole di Nikos Voutsis hanno anticipato in poche ore la dichiarazione ufficiale del governo greco che il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, ha presentato allo stupefatto speaker della BBC, Andrew Marr. Nelle sue parole, Varoufakis ha ricordato che il governo greco, in questi dieci mesi, ha fatto di tutto per negoziare e definire un accordo con le istituzioni finanziarie internazionali che, in risposta, hanno mantenuto sempre la posizione iniziale. “… Per questo, voglio ricordare” – ha sottolineato il ministro greco — “… che negli ultimi quattro mesi la Grecia, oltre a gestire da sola, senza nessun aiuto, il pagamento dei salari e delle riforme, ha dovuto dirottare il 14% del suo PIL per rispettare gli impegni con i creditori internazionali. Se questo non cambierà, il governo della Grecia non avrà più condizioni di onorare gli impegni del debito…”. Ha poi terminato con una drammatico allarme: “… Il nostro governo ha già fatto la sua parte, tuttavia, se questa situazione persistesse, saremo obbligati a uscire dall’Euro-gruppo, il che, a mio vedere, sarà una soluzione catastrofica non solo per la Grecia, ma anche per l’Unione Europea, visto che questo fatto rappresenterà l’inizio della fine del processo della moneta unica europea”.

 

 

I mercati

Di fronte a un possibile default della Grecia, i mercati non hanno reagito come il primo ministro greco, Alexis Tsipras, e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, credevano che sarebbe successo. Ci sono state, è vero, delle variazioni nelle borse valori che, d’altra parte, non hanno incendiato le redazioni e i gabinetti delle cancellerie europee.

Secondo i porta-voci delle “eccellenze” del mercato, questa apparente calma non è casuale, dal momento che la decisione del governo greco era, in realtà, attesa dopo l’ultimo incontro realizzato nella capitale dell’Estonia, Riga, tra il primo ministro greco, la prima ministra della Germania, Angela Merkel, e il presidente della Francia, François Hollande. A Riga, il giovane primo ministro greco ha ricevuto un brutale ultimatum dalla Merkel, che, parlando a nome dell’Unione Europea, ha dichiarato che non credeva più alle promesse del governo greco.

Merkel ha sentenziato che: “… L’aiuto promesso dalla Banca Centrale Europea, per il valore di 7,2 miliardi di euro, sarà concesso solamente dopo la realizzazione delle riforme definite anteriormente con la Commissione Europea …”.

Bisogna sottolineare che in questa riunione non era presente il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker, che, secondo i porta-voce delle “eccellenze” del mercato, sarebbe stato “troppo condiscendente con Tsipras sulle proposte di revisione del debito greco”. Anche così, c’è chi assicura che l’esclusione di Jean-Claude Junker è stato uno stratagemma diplomatico della Merkel, visto che “qualcuno” dovrà riprendere il dialogo dopo che il governo greco ha dichiarato che uscirà dall’Euro-gruppo.

Il futuro dell’U.E.

Nei giorni seguenti l’annuncio del governo greco, i media main-stream, al posto di analizzare le conseguenze monetarie e finanziarie che il futuro default della Grecia potrebbe provocare nei paesi europei, hanno scelto di speculare sul futuro politico dell’Unione Europea (UE), visto che, in Spagna, il partito Podemos ha vinto il comune di Barcellona e tutto porta a credere pure quello di Madrid; il governo britannico pretende di fissare nel 2016 il referendum “BRITEX” per definire se il Regno Unito deve o no rimanere nell’Unione Europea; mentre in Polonia, il partito populista – abbastanza ostile ai tecnocrati di Bruxelles, ha vinto le elezioni presidenziali.

Non c’è dubbio che, se il primo ministro greco firmerà, il giorno 3 giugno, il decreto-legge che sanziona l’uscita della Grecia dall’Euro-gruppo e la ripresa dell’antica moneta greca, la dracma, l’ immagine politica dell’Unione Europea dovrà soffrire alcune conseguenze. Ma saranno solo smagliature, visto che il debito della Grecia, in totale, è di solo 320 miliardi di euro. Un valore che potrà essere coperto dai principali paesi dell’UE con estrema facilità, anche perché la maggior parte di questo debito già è sotto il controllo dell’FMI e della BCE. Questo significa che nessuna banca privata europea o mondiale andrà a soffrire con la bancarotta della Grecia.

Per esempio, il governo italiano che, nel 2012, ha comprato titoli sovrani della Grecia per un valore di 40 miliardi di euro, ufficialmente, andrà a perdere questi soldi. Tuttavia, questa perdita sarà recuperata in un prossimo futuro con l’entrata in vigore del “Prestito Salva-Stati” della BCE, nel caso che le negoziazioni dovessero piegare definitivamente il governo di Alex Tsipras. Prestito questo, che il presidente della BCE, Mario Draghi, già ha nei cassieri della BCE e che sarà “offerto” al governo greco solamente quando lo stesso si sottometterà, accettando di implementare tutte le “riforme” che la Troika (FMI, BCE e UE) ha definito nel 2011. Cioè: la privatizzazione dei “gioielli” dello Stato greco, il taglio del sistema pensionistico, la riduzione della burocrazia pubblica (si parla di disoccupazione definitiva per quasi 5.000 persone) e l’apertura dell’economia agli investitori, in particolare alle transnazionali petrolifere, interessate a sfruttare, in regime di esclusività, l’off-shore del Mar Egeo.

Pertanto, dal mese di aprile, tutto il mondo già sapeva che il governo greco non sarebbe stato più in condizioni di pagare all’FMI la quota di 750 milioni di euro che scade a giugno. In più, c’era la piena certezza che la Banca Centrale della Grecia, nel mese di maggio, non avrebbe avuto più risorse per pagare i salari degli impiegati statali e delle riforme, nel caso che, il giorno 5 giugno, restituisse all’FMI una quota di 300 milioni di euro, assumendo l’impegno di depositare il resto dopo poco.

Alex Tsipras

Molto probabilmente, la drammatica situazione della Grecia sarà valutata anche nella prossima riunione del G7, quando gli U.S.A. e la Germania potranno proporre agli Stati del G7 una “colletta” per coprire i debiti della Grecia, che, in realtà, interessano appena l’FMI, il quale, da parte sua, non può apparire come il “perditore politico dello scontro con il governo di sinistra della Grecia” e, allo stesso tempo, essere considerato “il benefattore dei Greci”.

In realtà, l’andamento e la qualificazione delle negoziazioni con la Troika dipendono dal chiarimento che deve essere fatto in seno al partito Syriza, soprattutto da parte del gruppo dirigente legato al primo ministro Alexis Tsipras. Infatti, il problema è prima di tutto politico, visto che una consistente minoranza (30%) del partito Syriza non accetta le imposizioni della Troika e il 59% della popolazione pure rifiuta il trattamento che i creditori internazionali pretendono di imporre al popolo greco.

Alex Tsipras ha promesso ai Greci che non avrebbe mai accettato le regole del Memorandum del 2011 ed è stato con questa promessa che Syriza ha vinto le elezioni. D’altro canto, non possiamo dimenticare che la caduta della produttività a quasi il 28% ha fatto esplodere la disoccupazione, che è arrivata al record europeo del 29% – con il 50% di questa massa rappresentata da lavoratori giovani tra i 18 e i 38 anni. Di modo che, in conseguenza di ciò, il 12% della popolazione già vive in regime di povertà assoluta e il 32% sprofonda nella miseria, non riuscendo più a pagare gli affitti, le bollette della luce e della fornitura dell’acqua e del gas.

Di fronte a questo drammatico scenario socio-economico, nel caso che Alex Tsipras accetti le “riforme” del Memorandum del 2011, difficilmente il partito Syriza continuerà unificato. In questo caso, l’ampliamento della coalizione con la partecipazione delle vecchie volpi uscite dal PASOK (il partito social-democratico che ha firmato il Memorandum del 2011) potrà evitare nuove elezioni, tuttavia, non potrà evitare lo scioglimento politico del partito Syriza e del proprio Tsipras.

Un altro elemento che preoccupa abbastanza il gruppo dirigente di Syriza è la reazione dei comunisti del KKE e delle confederazioni sindicali, nel caso che il governo privatizzi il porto del Pireo e tutte le altre imprese pubblicche, provocando un’ondata di licenziamenti.

Un contesto che potrà essere sfruttato anche dalla destra fascista (Alba Dorata), il cui apparente anti-europeismo è l’anti-sala della soluzione golpista, con la quale le “eccellenze del mercato” potranno ristrutturare lo Stato secondo i loro interessi e seppellire definitivamente i comunisti e la sinistra greca. Un film che già abbiamo visto nel 1968!

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del Correio da Cidadania.

 

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Nel debito risulta chiaro chi è la vittima

timerman

di Martín Granovsky

Pagina ½, 31 dicembre 2014.- Il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman ha parlato con Página 1/2 del nuovo passo verso un quadro giuridico per affrontare il debito sovrano proprio ieri sera, dopo il voto in Consiglio di Sicurezza, in cui la proposta sui diritti dei Palestinesi e la pace in Medio Oriente è stata sconfitta.

-Per l’Argentina non è un argomento nuovo – ha detto Timerman. – Abbiamo una tradizione di sostegno ai diritti dei Palestinesi, di ricerca della pace e di rispetto delle risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ma una cosa è l’Assemblea e un altra è il Consiglio di Sicurezza. Caso mai fosse stato necessario, ne abbiamo avuto un’ulteriore prova.

–L’Assemblea Generale ha approvato il finanziamento del comitato per la nuova cornice legale vincolante sul debito sovrano.

-Tutti i passi sono stati molto importanti e si sono verificati progressi in modo molto veloce. Ieri si è conclusa la fase preparatoria, per cui ora è possibile elaborare il quadro giuridico per la ristrutturazione del debito sovrano. Il primo passo, ovviamente, è stata la stessa risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In seguito, l’Assemblea ha votato come l’ONU avrebbe continuato a discutere della questione. La terza votazione, avvenuta ieri, era su come finanziare il processo che si concluderà con il quadro giuridico, che l’Assemblea Generale potrà votare nel 2015.

–La questione del finanziamento, como specchietto per le allodole nella rappresentazione nordamericana all’ONU, è stata presente fin dal principio nel dibattito.

–Sì, e nonostante quest’argomentazione durante tutto il processo, il Gruppo dei 77 più la China si è mantenuto molto unito.

–È stato difficile?

–Ci sono stati molti tentativi di rompere l’unità.

–In che modo?

-Hanno usato tutti gli strumenti a portata di mano. Ad esempio, i più potenti paesi creditori hanno cercato di distorcere il processo naturale. E lo hanno fatto passo dopo passo. Quando l’Assemblea Generale ha deciso che ci sarebbe stato un comitato di redazione per predisporre il quadro giuridico, i creditori hanno voluto ignorare questo grande obiettivo, cercando di far sì che non si approvassero le modalità dei negoziati.

–Però sono stati approvati questo stesso anno.

-Quando si sono resi conto che non avrebbero potuto impedire un accordo sulla forma, sono passati al passaggio seguente, che era il finanziamento. Hanno tentato di far sì che l’Assemblea Generale negasse lo stanziamento di fondi.

–Di che cifra stiamo parlando?

–Si tratta di 250 mila dollari.

–Per l’ONU la cifra non deve essere proibitiva, non è vero?

–È poco. Eppure, i creditori hanno insistito lo stesso fino all’ultimo momento che non ci sarebbe stato finanziamento.

–Quando l’Assemblea Generale ha approvato di elaborare una cornice regolatoria, a nome di Washington, Terry Robl ha detto, tra le altre cose, che sarebbe stata un’iniziativa costosissima.

-È che tutto serve ad annullare la prospettiva che, alla fine, ci sia un quadro normativo per la ristrutturazione del debito sovrano. Ma, nonostante tutto, non sono riusciti a rompere il G-77. Nel gruppo, tutti i paesi hanno preso sul serio il problema, come fondamentale e molto importante. Lo hanno capito anche stati senza problemi di debito, ma che giudicano, in base alla loro analisi della realtà, che sia un bene che i paesi in via di sviluppo risolvano questo problema e abbiano un quadro per farlo. Se no, ci saranno sempre scontri tra i paesi in via di sviluppo e i paesi creditori. E la cosa interessante è che i paesi creditori dicono di non essere contrari a che ci sia un meccanismo di ristrutturazione del debito.

–Lo discutono in ambiti privati e pubblici. Avanzano?

–No, perché una delle tendenze è: “Deve esserci un meccanismo ma deve risolverlo l’FMI”.

–Però il Fondo Monetario non ha redatto uno schema per la ristrutturazione dei debiti sovrani.

–Succede questo: prima i paesi creditori suggeriscono che lo scenario di creazione di un meccanismo sia il FMI, però poi il FMI non lo fa.

–Perché no?

–Perché nel FMI i dieci paesi più sviluppati usufruiscono di un tale potere che impedisce l’approvazione di qualsiasi documento in questo senso dentro al Fondo.

–È pur sempre un voto qualificato.

–I voti nel Fondo rappresentano percentuali.

–Ovviamente, non c’è un meccanismo di un voto per ogni paese.

–No, e per questo la decisione non arriva. L’Assemblea Generale sta trattando della questione del debito sovrano adesso, ma il Fondo ne ha mandato da dieci anni. Dieci anni! Con mandato e tutto, dov’è la cornice normativa, anche dello stesso Fondo? Non esiste. Non l’hanno realizzata.

–Perché?

–Quello che sto per dire può suonare troppo semplice, però non c’è altra soluzione: quando i paesi creditori non vogliono, non vogliono. Nel caso del Fondo, quando non vogliono, non si arriva a una soluzione. Nel caso dell’Assemblea Generale, sebbene loro non vogliano, la soluzione esce fuori. Per questo, non vogliono che l’ONU voti sul debito. L’Assemblea Generale è l’ unico organismo dove entra in gioco la vera democrazia. La Palestina ha vinto tutte le risoluzioni.

–Però non è membro pieno. È Stato Osservatore dal 2012.

-La prima cosa che fu creata all’ONU fu l’Assemblea Generale, incaricata di approvare l’ingresso dei paesi. In seguito, l’Assemblea Generale ha creato il Consiglio di Sicurezza, e il Consiglio ha cominciato a concentrare le decisioni sulla guerra e sulla pace e ad annullare l’opinione della maggioranza. Precisamente, siccome è necessaria l’approvazione del Consiglio di Sicurezza per essere un membro delle Nazioni Unite, e siccome un veto in Consiglio basta perché uno Stato non sia approvato, sorge qui il problema fondamentale. Che relazione ha la questione palestinese con il debito sovrano? Gli Stati Uniti e l’Inghilterra volevano estrapolare la questione del debito dall’unica sede dove non potevano imporre principi anti-democratici: l’Assemblea Generale. Il grande trionfo argentino è che i paesi creditori non sono riusciti a raggiungere il loro obiettivo e, soprattutto, che, all’interno del Gruppo dei 77 più Cina, paesi con economie molto diverse si sono resi conto che la questione del debito non è solo argentina, ma di tutti. Un ambasciatore mi ha detto che l’Argentina paga il prezzo di evidenziare la crisi del sistema di ristrutturazione del debito. “Forse l’Argentina impedirà ad altri che gli succeda lo stesso in futuro”, ha spiegato. E ha ragione. Non è una questione argentina. È successo all’Argentina. Tra i paesi creditori, l’opposizione più dura a un quadro giuridico proviene dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e dall’Unione Europea in quanto tale.

–Però l’Europa vota distintamente se si considera un criterio di paesi individuali.

-Siccome l’Europa rischiava di rompere la sua unità, la decisione dell’Unione Europea non si è tradotta in voto. Molti paesi europei si sono astenuti nelle votazioni che abbiamo avuto finora, mentre l’Africa, l’Asia e l’America Latina hanno mantenuto la loro unità. È incredibile quello che succede al Consiglio di Sicurezza. L’ONU è in grado di elaborare niente meno che un trattato contro la proliferazione di armi nucleari o un trattato per i diritti dei bambini, per citare due problemi enormi. E non si può trovare un accordo per buttare giù una convenzione o un trattato sul debito sovrano?

–Fino ad adesso non ha potuto. O non ha voluto.

–Perché c’è una comprensione politica ogni volta maggiore di quello che significa la questione del debito, delle banche, dei creditori, dei fondi avvoltoio. Si è fatta chiarezza su chi è la vittima. I creditori ci vogliono portare in fondo all’abisso e gli avvoltoi rifiutano qualsiasi tipo di negoziazione. Votano contro i paesi che esportano capitali.

–Con i tre passi approvati adesso si aspetta solo il dibattito sul quadro giuridico.

–Sì. L’Argentina, il primo giorno utile di gennaio, farà circolare la sua proposta di quadro normativo regolatore nell’ambito del G-77. Simultaneamente, il Consiglio dei Diritti Umani, seguendo un’altra votazione maggioritaria di quest’anno, avanza con la sua commissione nell’investigare i fondi avvoltoio dal punto di vista umanitario. Nel frattempo, il presidente dell’Assemblea Generale deve convocare una riunione della commissione speciale, dove tutti possano partecipare ed eleggere il presidente. Sarà una sfida interessante. Chi presiederà la Commissione?

–Bene, almeno si suppone che non vorrà essere presidente uno Stato che ha votato contro l’ipotesi di un quadro regolatore.

–Mmm… L’ONU è l’ONU. Quando si discuteva il voto sul finanziamento, delegati di paesi creditori si sono incontrati con i funzionari di un paese africano che ha subito una terribile guerra civile. Oggi è un paese povero, ma ha superato la violenza, e prepara un vertice sullo sviluppo globale. I creditori l’hanno minacciato. È stato detto loro che i soldi per finanziare la commissione per il quadro normativo avrebbe intaccato il budget che avevano assegnato per il vertice. Ho incontrato un’autorità di quel paese e gli ho dato la mia parola d’onore che, se, alla fine, un paese creditore dovesse arrivare a fare sì che quello stato africano rimanga senza i fondi, l’Argentina non solo non l’avrebbe accettato, ma avrebbe messo i fondi corrispondenti. “Non sa quanto l’apprezzo,” ha detto. “Ci stavano condizionando in modo molto duro e per noi qualunque somma di denaro è molto importante.”

–L’Argentina è riuscita ad avanzare all’ONU solo alcuni giorni prima del mitico 1º gennaio e il presunto cambiamento nelle conseguenze della clausola RUFO sui fondi avvoltoio.

–Parlo del mio lavoro. La mia missione in questo caso è procurare il maggior sostegno possibile nell’Assemblea Generale dell’ONU e nell’area dei Diritti Umani. Quello che posso davvero dire, per far comprendere l’importanza della questione del debito, è che solamente quattro questioni non hanno ottenuto il consenso nella discussione del bilancio dell’ONU. Quattro, tra decine e decine. Poi, si è votato. Vale a dire, hanno votato sapendo che stavano per perdere.

–Il G-77 ha offerto il suo consenso?

–Certamente. Però i creditori volevano che risultasse chiaro il loro voto contrario.

–Qual è stato il ruolo speciale della Cina come potenza associata al G-77?

–La Cina è sempre stata molto solidaria con noi e con il G-77 nel formulare la strategia per il voto. Abbiamo un’ alleanza solida con la Cina. È l’unico paese con diritto al veto che si consulta con il G-77. Ha aiutato molto nella redazione e nella strategia. Molti paesi l’hanno preso molto sul serio e hanno lavorato intensamente. Pensano al loro futuro.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO+FOTO) Milano: si chiude il tour in solidarietà con la Rivoluzione dell’Ecuador

VIDEO LiberaTV

Grazie ad una iniziativa organizzata dalla Red de Los Amigos de la Revolución Ciudadana, il CSA Baraonda di Segrate è stato il punto d’incontro per riflettere sulle grandi trasformazione sociali ed economiche che sta vivendo l’ Ecuador guidato da Rafael Correa.

In chiusura della giornata un memorabile concerto che ha visto come protagonisti Banda Bassotti, Assalti Frontali e Gang.

Il carovana della Red ha visto toccare dal primo all’8 giugno le principali città italiane: Napoli, Bologna, Genova e Milano, con Roma come punto di concentramento.

Sono state coinvolte le più famose band musicali militanti e impegnate con la resistenza e la solidarietà tra i popoli: Assalti Frontali, Banda Bassotti, Zulù-99posse, The Gang.

Un altro passo della lunga marcia è stato compiuto, ne seguiranno molti altri.

Il presidente dell’ Ecuador, Rafael Correa, intervistato da ‘Hoy por Hoy’ in Spagna

18 NOV. Il presidente dell’ Ecuador, Rafael Correa, intervistato da Gemma Nierga e Pepa Bueno en ‘Hoy por Hoy’ in Spagna dopo l’incontro a Milano.

Nello special di ‘Hoy por Hoy’ dal vivo l’incontro Iberoamericana a Cádiz, intervistiamo il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa.

I PARTE….

El presidente de Ecuador, Rafael Correa, entrevistado por Gemma Nierga y Pepa Bueno en 'Hoy por Hoy'

El presidente de Ecuador, Rafael Correa, entrevistado por Gemma Nierga y Pepa Bueno en ‘Hoy por Hoy’

Testo in italiano a cura di Davide Matrone (Quitolatino)

Buongiorno Presidente.

Buongiorno Gemma e Pepa.

Oggi c’è un pubblico molto giovane che sta riempiendo questa sala e si è reso conto che c’è un gruppo di studenti lì nel fondo e questo mi ha chiamato molto l’attenzione in quanto sono ragazzi di 15 – 16 anni.

Questa è allegria. Che bello vedere i giovani che si preoccupano di quello che accade nella loro società, che s’interessano e si informano. Ai giovani bisogna dire che non bisogna scappare dalla politica, la politica non è tutta negativa, alcuni politicanti sono negativi. La politica è uno strumento attraverso il quale la società razionalmente opta, sceglie, decide e voi dovete coinvolgervi politicamente affinché le nostre società, e in questo caso quella spagnola, scelga.

La prima soddisfazione e sorpresa per il Presidente è appunto la presenza dei giovani qui in sala. Si è portato qualche altra sorpresa da quando è qui?

Beh prima di tutto devo chiede scusa per la mia voce rauca. Questo è causa del freddo durante i 3 giorni a Milano. Dunque non conoscevo l’Andalusia e sappiamo quanto è bella la Spagna, però quanto è meravigliosa Siviglia. Abbiamo visitato alcuni monumenti di questa città e siamo arrivati oggi qui a Cadice alle 4 di mattina e non abbiamo avuto ancora il piacere di visitarla.

Meglio non dire a quale velocità son giunti qui perché altrimenti le fanno una multa.

No! (ridendo) però quel poco che abbiamo potuto vedere le posso dire che è molto bello.

Ci piacerebbe iniziare questa conversazione con un argomento che preoccupa noi tutti spagnoli e anche le migliaia di ecuadoriani presenti qui nel nostro paese e cioè degli sfratti (desahucios). Si contano secondo le stime che ho qui a mia disposizione, 40.000 sfratti di casa all’interno della comunità ecuadoriana e ci sono 80.000 ecuadoriani che hanno seri problemi nel continuare a pagare la casa. Lei se la sentirebbe di denunciare le banche? Cosa si può fare o cosa si è fatto negativamente?

crisi spagnola

Veda la cosa interessante è che ci sono molti giovani presenti qui.

Dunque in base al fatto che si è sempre fatto cosi si è giunti alla conclusione che sia normale o che sia comune, però non è affatto normale. Noi siamo rispettosi della sovranità di ogni paese, cosi con il Governo del Presidente Rajoy però qui c’è qualcosa di fondo e questo non ha ragion di essere. Qui ci troviamo davanti alla supremazia del capitale sull’essere umano.

Dunque vediamo cosa è successo: c’è stato un eccesso di liquidità, le banche stesse chiamavano i clienti e gli prestavano dei soldi, valorizzavano la casa per 200 mila euro e ne davano 250 mila, sempre in funzione del capitale o del capitale finanziario cosa è successo poi, che quando è venuta la crisi la stessa casa, che era stata valorizzata 250 mila euro, ora ne vale 50 mila. In buona fede non si è potuta pagare e allora la banca cosa ha fatto? Si è presa la casa e la famiglia ora deve restituire alla stessa banca 150 mila euro, cioè la differenza sul valore della casa attuale.

Quindi le persone, le famiglie sono rimaste senza casa e con i debiti. E qual è stato il rischio che ha corso il capitale? Nessuno! Eticamente il rischio deve cadere sul capitale e non solo sull’essere umano. E questo in base all’abitudine ci fanno credere che sia normale, che sia una cosa tecnica, quasi una legge naturale. Tutto questo è falso!

Inoltre questo dimostra la relazione di potere in una società, tra coloro che comanda e chi no e cioè tra i cittadini o il capitale finanziario. E’ questa la grande sfida dell’umanità del XXI secolo. Ed ora a livello globale ci domina il capitale finanziario e non dev’essere così.

Secondo lei cosa si deve fare con questi contratti?

Bene in marzo quando son venuto qui in Spagna, dopo un giro in Turchia, ho denunciato fortemente tutto questo e quando son ritornato in Ecuador alcuni miei assessori mi hanno bacchettato dicendomi :”Presidente lei ha rimproverato Rajoy ma qui in Ecuador abbiamo la stessa legge al riguardo” e dunque abbiamo cambiato la legge. Le leggi si possono cambiare.

Dunque lei sta dicendo al Governo spagnolo di cambiare la legge?

Io non sto dicendo assolutamente nulla al governo spagnolo.

Però lei sta dicendo che quando ritornò in Ecuador si rese conto che aveva la nostra stessa legge e l’ha cambiata.

La garanzia per lo meno di estinguere il debito, se non che garanzia è. Questo economicamente si chiama l’azione di pagamento. Dunque io mi indebito con la casa, in buona fede non posso pagare e allora do la casa alla banca e si estingue il debito però. Io ho perso la casa, la banca perde il suo credito e per lo meno si è ripartita la perdita. Qui invece non è cosi o non è stato cosi. Qui la famiglia perde la casa e resta con i debiti. Questo è un atto criminale è totalmente ingiusto, non dev’essere assolutamente così, questo è un abuso del capitale.

Ed inoltre lei ha proposto una riforma legislativa nella quale si dichiara che le banche spagnole non possano perseguire le proprietà dei cittadini ecuadoriani.

Dunque lei mi chiede che alternativa c’è?

Bisogna modificare le leggi e verificare inoltre la validità di questi contratti che contraddicono la normativa europea al riguardo. Sono stati contratti di adesione, non spiegati alla gente, fatti in serie e fatti firmare a persone non avvertite del pericolo. Questo è un atto illecito e la cosa peggiore che è tutto fatto per l’ammissione del capitale finanziario per voler poi far ricadere tutto il peso della crisi sull’essere umano. E si verifica una situazione assurda cioè, che restano famiglie che hanno bisogno di case e banchieri che non hanno bisogno di case ma ne sono pieni.

Uno degli argomenti che si stanno utilizzando qui è quello di non preoccupare le banche e di non creare un’assenza di garanzia, di non rendere nervoso il mercato e di non spaventare gli investitori stranieri.

Bene mi lasci lavorare un po’ più sull’argomento e conversare con i ragazzi. Dunque io sono un’economista malgrado sia una buona persona. (risate dal pubblico). Tutti dobbiamo sapere un po’ di economia. In economia quello che si cerca è il benessere dell’essere umano e della società. Insisto, se seguiamo cosi andiamo al peggior dei mondi, famiglie che hanno bisogno di case e che non hanno casa e non perché l’economia o la società non sia capace di realizzarle ma per mancanza di coordinazione o per l’ambizione del capitale finanziario.

E allora quali sono i margini della risoluzione del problema da parte dei politici? Lei sta dicendo ai giovani, io sono un economista però è anche politico, anche se non le piace.

Dunque l’economia è nata come scienza politica e questo è un altro grande errore. L’economia è tecnica e un tecnico deve saper guidare l’economia e applicare le direttive politiche in un modo integrale.

E dalla politica si può fare qualcosa o manca di sensibilità?

Io invece penso che dall’economia si possa risolvere il problema. Se si prende in considerazione la relazione del potere in una società allora questo è di carattere politico. Un grande economista, uno dei miei preferiti, Albright, diceva che un economista che si estranea dalla relazione con il potere è un perfetto inutile. Le ripeto, la gente che resta senza casa non ha nulla a che vedere con l’economia, è un aspetto di carattere economico e ciò è l’esercizio dell’abuso del capitale sull’essere umano.

Le voglio rispondere alla seconda domanda, quando lei mi dice che il mercato si spaventa. Ma che ricatto che ci fa il capitale! Se c’è nervosismo dei mercati e allora che si prendano un valium (risate dal pubblico).

Come sta facendo l’Ecuador o per meglio dire come sta soffrendo la situazione economica il suo paese?

Guardi stiamo soffrendo cosi tanto che l’anno scorso siamo stati la terza economia che è cresciuta in sud america quasi dell’8%, siamo il paese latinoamericano con la percentuale di disoccupazione più bassa cioè sotto il 5%, si è ridotto squilibrio della povertà e per la prima volta la povertà estrema per ingressi è del 9%.

Come ci vede allora a noi? Come vede la Spagna?

Con molta preoccupazione. Noi in America Latina siamo abituati a questa situazione di crisi, abbiamo non so quanti dottorati per affrontare le crisi cicliche, di come affrontare i debiti esteri, come pagare i debiti al FMI  o alla BMI. Vede questi due organismi tra l’altro non si preoccupano assolutamente di risolvere la crisi, l’ unica cosa che li preoccupa è come recuperare i debiti dei vari paesi, di come recuperare gli interessi del capitale finanziario.

Ora la Spagna sta accettando un ricettario del FMI, lo stesso ricettario che ha distrutto le economie di interi paesi dell’America Latina. Inoltre noi con il debito estero abbiamo avuto problemi negli anni ’80, anni ’90, abbiamo vissuto la crisi del ’99 ed è per questo che ci sono emigranti ecuadoriani. Tutto fu il frutto di una crisi finanziaria e del fallimento di 16 banche per l’irresponsabilità dei banchieri.

Secondo il fondamentalismo del neoliberismo che proclamava l’autoregolamentazione, furono eliminati i controlli attraverso la riforma nel 1994. Si regolarono cosi bene che fallirono 16 banche nel 1999 e questo produsse 2 milioni di emigranti. Ed è per questo che vi sarete resi conto che negli ultimi 10 – 12 anni qui in Spagna sono arrivati migliaia di ecuadoriani. L’Ecuador non era un paese di emigranti.

Quindi rispondendo alla sua domanda le dico che siamo dottori in questa classe di crisi ed è per questo motivo che facciamo poco caso a quello che ci dice questa burocrazia internazionale (Il FMI). In cambio noi vediamo con preoccupazione che la Spagna e tutta l’Europa stanno soffrendo o si stanno incanalando in questi processi che hanno fatto soffrire l’America latina.

Che raccomandazione darebbe all’Unione Europea e alla Spagna?

Guardi non vogliamo dare nessun suggerimento perché nessuno ce l’ha chiesto e non vogliamo immischiarci nelle cose interne dell’Unione Europea malgrado la presenza e la sofferenza di molti emigranti ecuadoriani. Io dico solo questo e la metto su una questione di carattere politico. Chi comanda in una società? Gli essere umani o il capitale finanziario?

Presidente in questo incontro lei è stato molto critico e non è la prima volta. Lei ha affermato che  questi sono incontri inutili perché si parla di luoghi comuni e non si affrontano i veri problemi dell’umanità.

Si ho detto che sono veramente inutili. Beh, la cosa piacevole di questo incontro è di aver visitato Cadice che è una bella città. I nostri popoli si stancano di vedere i loro governanti negli incontri e loro restano con i soliti problemi.

Molti spagnoli ora stanno andando in Sud America per lavorare. Cosa gli direbbe?

Benvenuti! Guardi, l’America Latina è stata una terra che ha ricevuto milioni di emigranti tra i quali molti spagnoli e soprattutto dopo la II guerra mondiale. Al contrario l’Europa è sempre stato una terra di emigranti e solo recentemente si è convertito in un luogo di immigrazione, per questo vediamo con preoccupazione la risposta dell’Europa alla criminalizzazione del fenomeno migratorio. Quando costruiscono le carceri per esempio.

La storia è stata al contrario. Gli europei che sono emigrati in America Latina sono stati ricevuti a braccia aperte, mentre negli ultimi anni l’Europa è terra d’immigrazione e si comincia a criminalizzare questo fenomeno. Ecco questo deve portarci ad una riflessione e questo si che sarà un tema di discussione in questo incontro.

continua…..

Correa in Italia. Un appello al non pagamento del debito

di  Grazia Orsati*

Correa in Italia. Un appello al non pagamento del debitoIl Presidente dell’Ecuador a Milano. In una conferenza all’università spiega perchè il debito non va pagato e i paesi devono sottrarsi alle tagliole e ai diktat del Fmi o della Bce. Un ragionamento “magistrale”

Radio Città Aperta ben conosce le battaglie politico sociali di salvaguardia delle rivoluzioni democratiche dell’America Latina e le battaglie contro il pagamento del debito e quelle per rimettere al centro gli interessi dei lavoratori e gli interessi sociali, abbiamo quindi seguito con attenzione la visita in Italia del Presidente Correa.
Ieri mattina, all’Università degli Studi di Milano Bicocca, i rettori delle Università lombarde hanno incontrato il Presidente della Repubblica dell’Ecuador Rafael Correa. Abbiamo intervistato il prof. Luciano Vasapollo presente all’incontro come delegato del Rettore dell’Università La Sapienza per i Paesi dell’ALBA.
Oltre al Presidente Correa presente anche una delegazione del Governo: il Ministro dell’Istruzione René Ramírez Gallegos, il Ministro degli Esteri Ricardo Patiño, il Ministro della Comunicazione Fernando Alvarado Espinel. Come ci ha raccontato nell’intervista di oggi il prof. Vasapollo ben noto agli ascoltatori della nostra radio anche come direttore della rivista Nuestra America, il Presidente Correa ha illustrato i progetti del suo Governo in materia educativa, culturale e scientifica, in particolare la Città della Conoscenza, nella provincia di Imbadura, dove funzionerà la prima Università di Scienza e Tecnologia, oltre a 18 istituti di ricerca e parte dell’Istituto d’Igiene. Saranno create così le fondamenta di un radicale cambio qualitativo dell’istruzione universitaria che diventerà un punto di forza di un cambiamento più consistente; il far sì insomma che la conoscenza non sia più strumento delle multinazionali, ma diventi strumento alla portata delle classi popolari a sostegno di tutti i processi di sostenibilità sociale e ambientale.

Il Presidente Correa ha poi tenuto una lezione magistrale sui problemi del debito sovrano e del debito estero. “Sembrava di ascoltare una conferenza del Comitato No Debito – racconta Vasapollo- è stato duro non solo verso le Banche Centrali e il Fondo Monetario Internazionale ma, facendo un parallelismo tra il ruolo di strozzinaggio che ha avuto ed ha l’FMI nei paesi dell’America Latina e quello che ha la BCE verso la Spagna, l’Italia o la Grecia. Il Presidente Correa ha poi spiegato come si sono sottratti allo strozzinaggio dell’FMI e come hanno riacquisito dignità e capacità autonoma di controllo delle vicende economiche e monetarie; invece di consegnare gli alti interessi del debito all’FMI quei soldi sono stati usati ad esempio per la creazione della Città della Conoscenza o per altri investimenti sociali o di protezione ambientale.”

* Radio Città Aperta

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