Napoli 2mag2016: ricordiamo i martiri di Odessa

di Comunità Ucraina Antifascista

lunedì 2 maggio – dalle 17 – Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

– “Accendi la candela della memoria…”

Mostra fotografica e commemorazione dedicata alla strage di Odessa, organizzata con la comunità ucraina antifascista!


– Aperitivo

– Proiezione di NAPOLI – ATALANTA e braciata!

Il 2 maggio 2014 gli squadroni di Pravy Sektor e Svoboda, le principali organizzazioni naziste in Ucraina attaccano alcuni gruppi di oppositori al governo di Kiev che avevano allestito tende e gazebo per chiedere la federalizzazione dell’Ucraina, il riconoscimento della lingua russa e per protestare contro il colpo di stato con cui, nel febbraio precedente, era stato deposto il legittimo presidente Viktor Janukovič. I manifestanti si rifugiano dentro la Casa dei Sindacati, che viene circondata dal folto gruppo di neonazisti. A questo punto entrano in azione veri e propri gruppi paramilitari, che bloccano l’ingresso del palazzo e iniziano a incendiarlo con un fitto lancio di bottiglie molotov. Oltre 100 morti, tantissimi arsi vivi, con la piena complicità mediatiche e politiche delle Istituzioni Internazionali e dei Governi Occidentali – che hanno fatto di tutto nei giorni immediatamente successivi per insabbiare l’accaduto e nasconderne i responsabili.

http://ilmanifesto.info/a-odessa-si-ricorda-la-strage-neonazista/

http://www.carmillaonline.com/2015/05/05/dossier-odessa/
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Je so’ pazzo è un ex-opg (ospedale psichiatrico giudiziario) occupato nel marzo 2015 da un gruppo di studenti, lavoratori, disoccupati, per sottrarlo all’abbandono e per restituirlo alla città, per ricostruire la memoria di questo luogo terribile di esclusione e tortura, e lanciare percorsi di mobilitazione a partire dalle nostre concrete esigenze: dal lavoro al territorio, dalle scuole alle università, dalla casa alla sanità.

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Come arrivarci?
– Metro Linea 1: Fermata Materdei
(5 minuti a piedi verso Salita San Raffaele)
– Dal centro storico (15 minuti a piedi):
arrivare al museo nazionale e salire via Salvator Rosa,
all’incrocio con via Imbriani ci trovate sulla destra.

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Ex Opg Occupato – Je so’ pazzo
pagina facebook: https://www.facebook.com/exopgjesopazzo
sito web: http://jesopazzo.org/
twitter: https://twitter.com/ExOpgJesopazzo

Putin esorta Kiev a rimuovere il blocco economico nel Donbass

373602da it.sputniknews.com

Nel corso del briefing tenuto a conclusione delle trattative con il cancelliere della Germania Angela Merkel, il presidente della Russia ha rilevato che dopo la firma degli accordi di Minsk la situazione in Ucraina è diventata più tranquilla, anche se vi sono ancora dei problemi.

 

Vladimir Putin ha esortato Kiev a togliere il blocco economico del Donbass, rilevando che tra le parti del conflitto in Ucraina ci deve essere un dialogo diretto.

Nel corso del briefing tenuto a conclusione dell’incontro con Angela Merkel, Putin ha sottolineato che dopo la firma degli accordi di Minsk la situazione in Ucraina è diventata più tranquilla, anche se continuano ancora ad esserci dei problemi.

«Sono convinto che un regolamento sicuro, di lungo termine, sia possibile soltanto attraverso un dialogo diretto tra Kiev; Donetsk e Lugansk. Credo che ciò sia una delle condizioni chiave del regolamento in quanto tale».

Putin ha dichiarato anche che è necessario togliere il blocco economico del Donbass, ripristinare il sistema finanziario e il sistema bancario della regione, e attuare una riforma costituzionale. Tutto ciò — ha ricordato il presidente russo — è scritto negli accordi di Minsk.

L’equiparazione tra comunismo e nazismo è una distorsione storica

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Intervista a John Foster, del Partito Comunista della Gran Bretagna

Come ha dichiarato il professore John Foster del Partito Comunista della Gran Bretagna a Russia Today, la nuova legge ucraina che impedisce la propaganda del comunismo e del nazismo mette sullo stesso piano più o meno questi due regimi, il che rappresenta una totale distorsione della storia.

Il Partito Comunista dell’Ucraina ha appena sofferto un duro colpo, dopo che il Parlamento ha approvato una legge che bandisce i regimi totalitari comunista e nazista e l’uso di qualsiasi dei loro simbolo nel paese. Il regime che ha guidato il paese fino agli anni ’90 è ora dichiarato illegale.

RT : Questa legge porterà alla fine effettiva del Partito Comunista in Ucraina?

John Foster : Sono sicuro che tutto questo non sarà la fine del Partito Comunista, poiché questo ha o ha avuto fino a 2 anni fa più di 100’000 militanti. E migliaia di comunisti hanno lavorato per il Partito Comunista durante le ultime elezioni che si sono tenute solo qualche mese fa. E anche in una situazione in cui ci sono stati attacchi alle persone e sedi bruciate, comunque il Partito Comunista ha ottenuto il 4% dei voti, cioè centinaia di migliaia di voti. Quindi il Partito Comunista non sparirà, ma dovrà lavorare in condizioni molto dure.

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Armi all’Ucraina, Putin avverte Israele

da al manar

Il presidente russo Vladimir Putin ha messo in guardia Israele contro la vendita di armi pesanti all’ Ucraina e ha osservato che tale azione sarebbe “controproducente” per gli sforzi internazionali per mantenere il cessate il fuoco nella guerra.

I dettagli sulla potenziale vendita di armi israeliane all’ Ucraina scarseggiano e si concentrano sui rapporti pubblicati all’inizio della scorsa settimana che indicano che Israele sta minacciando la Russia con la vendita di tali apparecchiature a Kiev in rappresaglia alla fornitura di missili anti-aerei S-300 all’Iran. Prima di allora, ci sono stati molti indizi riguardo al fatto che l’Ucraina ha cercato di acquistare armi da Israele e certamente il governo di Kiev, praticamente in bancarotta, non è in una buona posizione per acquisire qualsiasi cosa.

«Penso che sia controproducente se fossero armi letali, perché questo causerebbe un ulteriore escalation del conflitto e delle perdite umane, ma il risultato sarebbe lo stesso», ha dichiarato Putin.

Le osservazioni di Putin evidenziano le crescenti tensioni tra Mosca e Tel Aviv in relazione al commercio di armi. Israele già criticato la decisione della Russia, che ha annunciato, la scorsa settimana, di sbloccare la consegna dei missili S-300 all’Iran.

Secondo il sito web israeliano Debka, la Russia ha lasciato intendere che potrebbe rispondere all’invio di armi all’ Ucraina con un altro, immediato, di S-300 alla Siria.

Il sito aggiunge che gli Stati Uniti, Israele (e Giordania) armano i sedicenti “ribelli” nel sud della Siria lavorano insieme anche per fornire armi all’esercito ucraino contro i ribelli delle autoproclamate repubbliche popolari e indipendenti di Lugansk e Donetsk.

Nel mese aprile, migliaia di consiglieri militari dagli Stati Uniti, Canada, Francia, Regno Unito e Germania sono stati inviati in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino. Nei prossimi giorni arriveranno 290 ufficiali e soldati della 173esima Brigata Aviotrasportata dell’esercito USA in Ucraina.

Putin ha avvertito Washington che se fornisce armi per l’offensiva provocherà una risposta da parte delle Russia danneggiando gli interessi statunitensi in Europa e altrove.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Simonenko: «In Ucraina dittatura terrorista della borghesia»

simonenko21da Marx21.it/Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Nota di Aleksey Braghin, Ufficio stampa PCFR

Petro Simonenko è intervenuto il 28 marzo nel corso del Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista di Ucraina

Il leader dei comunisti ucraini ha espresso un duro giudizio del regime fascista, che si è installato in Ucraina: “E’ una dittatura terrorista della borghesia compradora”. A suo parere, la guerra in Ucraina viene condotta nell’interesse degli oligarchi. Simonenko ritiene che non sia possibile ottenere la pace senza il cambiamento del regime politico e l’instaurazione del potere dei lavoratori.

Nelle attuali condizioni, il dirigente comunista ritiene che il partito debba sviluppare un approccio teorico adeguato alla nuova situazione, raccogliere le forze e prepararsi a nuove battaglie politiche. E aggiunge che la lotta dovrà essere condotta insieme al popolo russo.

Simonenko ha fatto appello alla creazione di un fronte di lotta antifascista. “Il compito dei comunisti nelle nuove condizioni è quello di rappresentare l’avanguardia delle forze rivoluzionarie e del fronte di lotta antifascista”.

Una proposta democratica e antifascista per l’Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli

di Gianmarco Pisa

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell’epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.

La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l’aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall’inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.

L’Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l’hanno accompagnata nel corso dell’inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell’insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.

Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale – a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all’Europa Centrale – ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all’Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l’Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).

La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all’Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l’Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l’Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d’ufficio.

Si intravedono dunque, sin dall’inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell’Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all’esplosione della crisi successiva.

In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell’ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l’assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l’avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell’Europa.

L’assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell’Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all’uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l’intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.

Non che la violenza, nell’Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l’apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l’inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.

Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all’indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l’insegnamento e l’uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull’intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.

Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell’orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l’esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.

Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell’intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.

Solo per alcuni aspetti, si diceva all’inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un’istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell’imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall’altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.

Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l’occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e …domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.

Russia: 40000 persone a Mosca per la «Marcia Anti Maidan»

Manifestazione AntiMaidan

foto. Sputnik/Ramil Sitdikov

da mundo.sputniknews.com

«In questi giorni, con i nostri nemici che si mobilitano contro la Russia, invito tutti a stringersi intorno alla figura del Presidente della Russia, come abbiamo già fatto a Sebastopoli e in Crimea in tempi difficili e decisivi», ha dichiarato Alexandr Zaldostanov, uno degli organizzatori dell’evento.

I manifestanti sono scesi in piazza con cartelli e striscioni dove si potevano leggere slogan come «Non perdoneremo la morte dei nostri fratelli», «Oggi Maidan, domani la guerra?» oppure «La Russia è contro Maidan».

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foto: Sputnik/Alexei Filippov

Tanti partecipanti alla manifestazione indossavano il Nastro di S. Giorgio. Alla marcia hanno aderito oltre 100 organizzazioni e movimenti di tutta la Russia.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Ucraina, guerra globale alle porte: si mobiliti tutta la sinistra italiana!

soldato_donbass_2di Mauro Gemma – Marx21.it

Quando uno dei “potenti della terra”, il presidente francese Hollande, arriva a fare affermazioni che non escludono la possibilità dello scatenamento, nello scenario ucraino, di una guerra dalle proporzioni inimmaginabili tra l’Occidente imperialista e la Russia, non occorre essere particolarmente ferrati in politica internazionale per capire che ormai si corre il rischio di essere arrivati a un punto di non ritorno.

L’ipotesi di una spaventosa guerra globale non viene avanzata più solamente dalle voci isolate di qualche esperto preveggente, come quelle di coloro che già tempo fa la ipotizzavano nelle prime fasi del conflitto del Donbass, attribuendo all’imperialismo statunitense persino la volontà di utilizzare le armi più devastanti per affermare definitivamente il proprio progetto egemonico nell’intero spazio post-sovietico.

Ora, di fronte a quanto sta accadendo, con l’intenzione ormai dichiarata dell’amministrazione USA di scendere in campo prepotentemente a fianco dell’esercito dei golpisti di Kiev, rendendo esplicito il sostegno di armi e istruttori che già, sottobanco, era stato garantito fin dall’inizio alle operazioni “antiterroriste” nell’Ucraina sud orientale avviate dai dirigenti nazional-fascisti della giunta ucraina e sfociate in un autentico genocidio delle popolazioni dell’Ucraina sud orientale, si precisa un quadro che dovrebbe terrorizzare l’opinione pubblica dell’intero nostro continente.

Nella prospettiva dell’eventuale fallimento degli ultimi tentativi di composizione negoziata del conflitto, in grado di garantire almeno una parziale distensione della situazione, e della evidente determinazione degli Stati Uniti (e dei vertici della NATO) di procedere con le soluzioni estreme, le conseguenze più catastrofiche rischiano di investire anche l’Italia che sarebbe inghiottita nel vortice di un’avventura pianificata nell’altra parte dell’Oceano. E non bastano certo le dichiarazioni dei nostri ministri, di allineamento alle posizioni più possibiliste di Francia e Germania. Nel momento in cui le operazioni più aggressive verso la Russia fossero avviate, i vincoli che legano noi (e tutti gli altri alleati) alla NATO non lascerebbero alcuno spazio di manovra anche ai più riluttanti. Come afferma, senza timore di essere smentito, il presidente francese Hollande, “noi sappiamo che l’unico scenario può essere la guerra”. Del resto, a cosa, se non a una guerra micidiale, servirebbe ora la forza di intervento rapido di 30.000 soldati della NATO, che si sta dislocando nella regione baltica e nell’Europa orientale?

Ce ne sarebbe a sufficienza per rabbrividire e apprestarsi a una mobilitazione capillare delle coscienze in difesa della pace e per scongiurare un conflitto che già nelle dimensioni attuali comporta costi umani e materiali terribili, nel cuore stesso del nostro continente. Eppure i segnali che arrivano in merito alla reazione dell’opinione pubblica, nel nostro paese e in Europa, non sono certo confortanti.

A questa desolante inerzia non si sottrae neppure la sinistra. E nel nostro paese la sua sottovalutazione della pericolosità della situazione assume contorni persino deprimenti.

Stendiamo un pietoso velo sul comportamento della sinistra oggi presente in parlamento. Mentre quella interna al PD sembra allineata, senza particolari distinguo, alle posizioni ufficiali del partito di sostegno esplicito al golpe di Kiev e ai suoi dirigenti nazional-fascisti e di demonizzazione della Russia (è di pochi giorni fa la sconcertante esibizione televisiva della stessa segretaria generale della CGIL a giustificazione delle sanzioni alla Russia, con l’utilizzo degli argomenti propagandistici dei settori più oltranzisti dell’imperialismo), “Sinistra ecologia e libertà”, dopo avere inizialmente simpatizzato per i protagonisti del golpe di Kiev, continua a mantenere il più rigoroso (e complice) silenzio sulle vicende che sconvolgono le terre violentate dall’aggressione nazista ai confini della Russia, come se la cosa non la riguardi o le crei imbarazzo.

Ma, a essere obiettivi, non è che la sinistra extra-parlamentare se la passi meglio. Neppure da queste parti, con qualche lodevole eccezione, il tema della pace messa a repentaglio nel cuore dell’Europa sembra riscuotere un particolare successo. In tutte le ultime iniziative allestite all’insegna dell’unità della sinistra, pur caratterizzate da temi importanti e pregnanti come quelli del lavoro e della difesa della Costituzione, minacciata dalle manovre del governo Renzi, non sembra essercene traccia. Se si prova a leggere gli interventi di autorevoli dirigenti delle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, di sue personalità storiche, a esaminare i contenuti di molti siti web di riferimento di partiti e componenti della cosiddetta “sinistra radicale”, si rimane colpiti dalla quasi completa assenza di contenuti che vadano oltre la semplice e sporadica registrazione delle notizie su quanto accade sul fronte di guerra del Donbass.

Fanno eccezione e meritano la massima considerazione e rilievo le iniziative messe in campo da tenaci personalità del giornalismo e della cultura (come Giulietto Chiesa, Manlio Dinucci, Domenico Losurdo e Vauro Senesi), da gruppi informali e da alcuni siti web (oltre al nostro Marx21.it che ha dato ampio spazio a materiali e campagne promossi dai comunisti ucraini e russi, ricordiamo quelli di Contropiano e del CIVG), le campagne di sensibilizzazione come quella che ha visto come protagonisti i musicisti della Banda Bassotti con i loro concerti nelle zone interessate dalla guerra, i presidi e le manifestazioni di comitati locali spesso purtroppo scollegati dalle forze più organizzate della sinistra, numerose pagine facebook (come “con L’Ucraina antifascista” e “Fronte Sud”) e, tra le forze politiche, il Partito Comunista d’Italia e la Rete dei comunisti che, fin dall’inizio, hanno messo a disposizione le loro strutture e i loro militanti per manifestazioni e dibattiti su quanto accade in Ucraina, che hanno coinvolto alcune migliaia di cittadini. Spicca poi il lavoro straordinario di Pandora TV che ha garantito una quotidiana controinformazione che ha cercato di contrastare il torrente di menzogne rovesciatoci addosso dall’apparato mediatico dominante. E mi scuso se ho dimenticato qualcuno.

Ma è la questione della nostra appartenenza alla NATO quella che ormai non può più essere derubricata dall’agenda dell’iniziativa politica di quella che si suole chiamare “sinistra” nel nostro paese. E’ la parola d’ordine dell’uscita dell’Italia dall’alleanza militare imperialista che oggi dovrebbe essere posta all’ordine del giorno della più grande mobilitazione di massa. E non è più giustificabile che iniziative come quelle che, negli ultimi mesi, sono state avviate con la proposta della creazione di un Comitato No Nato (http://www.marx21.it/internazionale/pace-e-guerra/24863-perche-dobbiamo-uscire-dalla-nato.html) siano delegate a un gruppo di attivisti volonterosi e determinati. Attorno a questa iniziativa non è più rinviabile la partecipazione e l’adesione di un vasto schieramento di forze che hanno a cuore la pace.

E invece la questione che più dovrebbe essere all’ordine del giorno, non solo per il popolo italiano ma per tutti i popoli del nostro pianeta, la questione della pace compromessa dalle guerre, dalle aggressioni e dall’ingerenza sfacciata dell’imperialismo e dei suoi disegni egemonici, che rischiano di trasformarsi in catastrofe globale, è quasi completamente assente nel confronto di chi si propone di chiamare a raccolta le forze della sinistra. Come se le sorti dell’umanità su cui incombe questa minaccia non riguardassero gli uomini e le donne del nostro paese, più di ogni altro problema.

E’ invece venuto veramente il momento di prendere piena consapevolezza della gravità della situazione che stiamo vivendo in queste ore. La guerra globale è alle porte. Non ci sono più giustificazioni. I comunisti, la sinistra, tutti i democratici si mobilitino finalmente, con tutte le loro forze, in modo corrispondente alle gloriose tradizioni del movimento per la pace del nostro paese, contro la scalata aggressiva di USA e NATO nel Donbass, contro la guerra imperialista. Prima che sia troppo tardi.

 

I comunisti ucraini e di altri paesi contro fascismo e guerra nel Donbass

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Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Il Partito Comunista di Ucraina ha partecipato alla riunione del Gruppo di Lavoro per la preparazione del 17° Incontro dei Partiti Comunisti e Operai (link)

Una delegazione del Partito Comunista di Ucraina ha preso parte (a Istanbul, ndt) alla riunione del Gruppo di Lavoro per la preparazione del 17° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai. Alla riunione hanno partecipato i rappresentanti di 14 partiti.

I membri della delegazione ucraina hanno esposto ai compagni degli altri paesi le considerazioni del Partito Comunista di Ucraina. Nel documento presentato si afferma:

«Il Partito Comunista di Ucraina si rivolge ai partecipanti al Gruppo di Lavoro per la preparazione del 17° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai con un appello a rafforzare gli sforzi nella lotta contro la fascistizzazione dell’Ucraina e per prevenire la diffusione dell’ideologia disumana del fascismo in Europa e nel mondo.


Dopo il colpo di Stato armato del febbraio 2014 al potere in Ucraina sono arrivate forze apertamente fasciste e borghesi-nazionaliste, che hanno alimentato il conflitto civile, che si è trasformato in una guerra sanguinosa in cui ucraini uccidono altri ucraini. Una guerra, in cui vengono uccise persone innocenti: donne, anziani, bambini. Una guerra che ha portato alla catastrofe umanitaria nel Donbass. Migliaia di morti, decine di migliaia di feriti, più di un milione di profughi. Scuole e asili distrutti – i bambini privati della possibilità di studiare. Sono state annientate aziende e infrastruttura e molti hanno perso il lavoro. Gli arretrati del salario sono raddoppiati. Non sono pagate le pensioni e le prestazioni sociali sono state interrotte. Non ci sono luce, gas, acqua.

Con il sostegno finanziario e politico dei circoli più reazionari del capitale internazionale, il regime oligarchico al governo ha scatenato il genocidio sociale del popolo dell’Ucraina. Battaglioni di combattenti apertamente nazisti ufficialmente incorporati nelle strutture del Ministero dell’Interno e del Ministero della Difesa vengono anche usati dalle attuali autorità per reprimere il dissenso e seminare il terrore, persino con l’eliminazione fisica degli oppositori politici.

Pratica abituale del regime al potere in Ucraina è diventata la censura più feroce nei media, l’impedimento ai cittadini a ricevere un’informazione obiettiva, la bugia più sfacciata e la disinformazione da parte delle strutture governative e dei funzionari ad ogni livello.

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Appello dei Sindacati della Repubblica Popolare di Lugansk

SindakAppelIta_image001da Marx21.it

La Federazione dei Sindacati della LPR si appella ai Sindacati Internazionali, alla Confederazione Europea dei Sindacati, alla Confederazione Panrussa dei Sindacati, alla Federazione dei Sindacati Indipendenti della Russia e della Bielorussia, per supportare l’obiettivo di trovare misure concrete  per stabilizzare la situazione in Donbass.

Più di milione di persone hanno reso omaggio alle 17 vittime dell’azione terroristica, nella marcia contro il terrore in Francia. Anche il presidente ucraino ha partecipato alla marcia. Una ragazza di 14 anni e due donne sono morte in quel giorno a Lugansk, a seguito di bombardamenti. Altre due persone sono morte a Donetsk, di cui un bambino di 5 anni e un altro bambino ancora più piccolo ferito è in fin di vita.

Questa posizione delle autorità ucraine conferma che esse utilizzano regolarmente doppi standard di comportamento, e che esse sono all’opposto di valori democratici, e di norme umane e morali.

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Obama ammette la partecipazione degli Stati Uniti al golpe in Ucraina

1033494903da mundo.sputniknews.com

Il presidente statunitense, Barack Obama, in un’intervista conferma che gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel cambio di potere avvenuto in Ucraina all’inizio dello scorso anno

«Putin ha preso determinate decisioni circa la Crimea e l’Ucraina non a seguito di una stategia precisa, ma perché colto di sorpresa dalle manifestazioni del Maidan e dalla fuga di Yanukovich (l’allora presidente ucraino Viktor) dopo che noi decidemmo di mediare nel cambio di potere», ha dichiarato il presidente Usa alla Cnn.

Il 21 novembre 2013, il governo ucraino annunciava la sospensione dei preparativi per la firma di un accordo di associazione e libero scambio con l’UE, provocando un’ondata di proteste conosciute con il nome di Euromaidan, che produssero un cambio di regime da Mosca qualificato come «golpe».

Il 22 febbraio 2014, la Rada Suprema (Parlamento) depose il presidente Viktor Yanukovich per abbandono dell’incarico, modificò la costituzione e convocò il 25 di maggio elezioni presidenziali anticipate, in cui Petro Poroshenko risultò vincitore al primo turno.

Il 16 marzo si è celebrato un referendum in Crimea dove il 96% dei votanti ha sostenuto l’annessione alla Russia.

Kiev da parte sua non riconobbe né i risultati del referendum né l’adesione della penisola alla Russia e lanciò nell’aprile del 2014 un’operazione speciale contro le milizie indipendentiste del Donbass che rifiutarono di riconoscere il cambio di potere.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Donetsk: «Provocazione le accuse di Kiev sull’attacco a Mariùpol»

1422102887-1422102871-ansa-20150124131529-11216233da mundo.sputniknews.com

Il vicepresidente del Parlamento della Repubblica Popolare di Donetsk, Denís Pushilin, ha definito una provocazione le accuse lanciate da Kiev contro i miliziani sull’attacco a Mariùpol

«Si tratta di una provocazione, l’Ucraina intende indirizzare gli eventi verso l’escalation militare», ha segnalato Pushilin.

L’esponente della Repubblica Popolare ha poi sottolineato che tenendo conto della distanza da dove è stato portato l’attacco contro Mariùpol, risulta impossibile imputare responsabilità ai miliziani che non dispongono di sistemi d’artiglieria di tale portata.

Il primo ministro ucraino, Arseniy Yatsenyuk, ha dichiarato che il bombardamento su Mariùpol ha provocato 16 morti e 86 feriti.

Nel frattempo, il capo della polizia della provincia di Donetsk, Viacheslav Abroskin, ha annunciato che «in un obitorio vi sono all’incirca 20 corpi».

L’Ucraina orientale soffre un conflitto armato che, secondo i dati ONU ha già causato più di 5.000 morti e quasi 11.000 feriti dallo scorso aprile, quando Kiev ha lanciato un’operazione militare contro le milizie indipendentiste del Donbass.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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